STRADE dell’EST: il regista polacco Walerian Borowczyk

Walerian Borowczyk Walerian Borowczyk è il regista franco polacco, nato nel 1923 in Polonia e morto nel 2006 a Parigi, conosciuto per i suoi lungometraggi erotici. Poco più di una dozzina di film diretti fra la fine degli anni 60 e la fine degli anni 80. Quasi tutti, rivisti al giorno d’oggi, perdono il poco valore artistico che ai tempi aveva consacrato il regista a re dell’erotico o fatto gridare allo scandalo. Per scoprire la vera bravura del personale linguaggio di Borowczyk bisogna rispolverare i suoi cortometraggi: geniali e irriverenti gioielli d’autore.

Walerian Borowczyk

Poster disegnato da Walerian Borowczyk

Walerian, prima di dedicarsi con alterni risultati alla settima arte, fu un valido pittore e disegnatore di poster per il cinema. In questo ambiente conobbe il maestro Jan Lenica (che fece scuola nell’arte della cartellonistica) con cui collaborò alle prime sperimentazioni visive. Il duo creò numerosi cortometraggi che uniscono tecniche miste: dal collage, al disegno, dalla stop-motion a sequenze girate e dipinte successivamente a mano. I disegni spesso sono volutamente infantili e i cut-up ripescano nell’immaginario surrealista di Max Ernst. Tanti animatori copieranno lo stile dei film “barbari”, come li definirono loro stessi, (vedi le animazioni di Raoul Servais). I migliori esempi nati dall’incontro di questi due maestri della grafica sono “Once Upon a Time” (1957) e “Dom” (1958).

Poco dopo Borò collabora con Chris Marker, altro poeta cinematografico francese, nel divertente cortometraggio “Les Astronautes”.

“Les Jeux des Anges” è il primo lavoro girato da solo: un’animazione surreale e talvolta astratta che ricorda un incubo post-idustriale. Considerato da Terry Gilliam uno dei dieci migliori film d’animazione di tutti i tempi.

Seguiranno numerosi corti fra cui l’ottimo lavoro in stop-motion “Rosalie” (1966), “Renaissance” (1964) una serie di esplosioni a rovescio forse ispiratrice della scena finale di Zabriskie Point, il lungometraggio d’animazione “Theater of Mr and Mrs Kabal” (1967) con inserti di riprese endoscopiche, “L’ Amour Monstre de Tous les Temps” (1977) un personale omaggio alla fisicità della pittura.

Nel frattempo inizia anche la sua carriera di regista di lungometraggi, esordendo al cinema con “Goto, l’Isola dell’Amore” (1968). Un film surreale, girato con un bianco e nero sporco. Storia di potere e tradimenti nella brulla e desolata isola di Goto il cui dittatore trasforma i tribunali in teatrini immorali.

Walerian Borowczyk - Racconti Immorali

Walerian Borowczyk -I Racconti Immorali

A distanza di pochi anni segue “Blanche” un film molto rigoroso sia per la ricostruzione storica medioevale, che per le atmosfere e i colori sempre più cupi mentre la storia di spensierato amore adolescenziale si trasforma in tragedia sulle note di Carl Orff.

Da qui in poi il regista prende la deriva inseguendo unicamente lo spirito libertino a scapito del resto della narrazione. Tante le scene e i momenti di forte pathos. Lo spettatore partecipa con piacere voyeristico alle ossessioni del regista: la cura dei dettagli, il feticismo degli oggetti (orologi, meccanismi, bastoni intagliati,…) e i primi piani del corpo femminile. Ma tutto questo si perde nella discontinuità di storie noiose. Borowczyk si rifà ai modelli erotici di inizio Novecento quando il sesso era disegnato o raccontato e acquisiva un’aurea trasgressiva e pura al tempo stesso. L’eros era insegnamento e liberazione. Non a caso tante sue opere fanno riferimento ai libri di André Pieyre de Mandiargues scrittore erotico/surrealista dai tono spesso macabri. Ne è un esempio “Regina della Notte” tratto da “Tout Disparaîtra” la cui sceneggiatura è tratta da brani del libro. La recitazione barocca e improbabile stride con l’ambientazione nelle strade di una Parigi moderna, nel metro, per finire poi in un appartamento dove i due protagonisti consumeranno il loro rapporto scambiandosi i ruoli di vittima e carnefice.

Walerian Borowczyk - La Bestia

Walerian Borowczyk - La Bestia

I giochi di veli, pizzi, ombre, ormai sono datati e noiosi, abituati come siamo a vedere qualunque cosa senza pudore. Così la giovane americana del film “La Bestia”, per scappare al lupo libidinoso, cerca rifugio su un albero, rimanendo appesa mezza nuda a un ramo. La bestia trovandosi di fronte tanta grazia, procede a un immediato cunnilingus, mentre lei, per liberarsene gli pratica involontariamente un footjob. Scabroso e divertente all’epoca, ridicolo a rivederlo oggi.
L’erotismo d’autore si nasconde, invece, nei dettagli che emergono all’improvviso, come i flash delle litografie presenti nel libro erotico che la fanciulla sta leggendo di nascosto su un inginocchiatoio e la ricerca di disegni porno-zoofili nascosti sul retro dei quadri appesi nella nobile casa che la ospita. O la bella figlia del padrone di casa che, non riuscendo mai a completare un rapporto con il servo nero, cerca in ogni pomello del letto un sostituto del suo amante. Borò mostra poco più che gli intarsi nel legno e “l’ergonomicità” di certe testiere di letti, lasciando alla nostra fantasia il resto.

Tanti gli spunti ne “Il Profondo del Delirio” una rivisitazione della famosa novella di Robert Louis Stevenson, in cui Mr. Hyde è un maniaco sessuale superdotato. I suoi bestiali atti sessuali smaschereranno l’ipocrisia dei benestanti e decadenti ospiti della casa del Dr. Jekyll. La moglie, scoperto il segreto del marito dottore, per riconquistarlo si sottoporrà alla stessa “medicina”. I due coniugi super eroticizzati troveranno una nuova libertà dopo aver violentato e ucciso tutti i loro invitati. Geniale la trasformazione che si verifica semplicemente tramite l’immersione in una vasca piena d’acqua da cui riemerge un altro uomo (Gérard Zalcberg sostituisce Udo Kier). La storia, però, naviga confusa e senza ritmo.
Nei film a episodi come “Racconti Immorali” Borò è più concentrato sulle sue intenzioni senza doversi cimentare con narrazioni lunghe. La natura è metafora degli atti sessuali, gli ambienti claustrofobici di clausura diventano una gioiosa scoperta della masturbazione, le perversioni sociali dei Borgia e i feticismi Erszebet Bathory sono le barocche scenografie marciscenti e gli ossessivi dettagli di oggetti.

La somma erotico/surrealista del linguaggio di Borowczyk è racchiusa nel cortometraggio: Une Collection Particuliere”. Una carrellata delicata, divertente e sensuale di giocattoli erotici ottocenteschi: da un gigantesco dildo di legno a divertenti giochi di ombre.  Gli oggetti sono i protagonisti animati di questo video.

La musica di ROME: l’EUROPA divisa e le GUERRE perenni.

Rome Jerome Reuter- Masse Mensh MaterialLe ripercussioni delle guerre europee e mondiali sono tuttora presenti nella nostra vita quotidiana e per questo motivo anche quelle tematiche fanno parte del mio lavoro.” Jerome Reuter

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.Antonio Gramsci

Rome è un progetto del cupo cantautore lussemburghese Jerome Reuter.

Rome Jerome Reuter - Confessions D'Un Voleur D'Ames

Confessions D'Un Voleur D'Ames

Jerome non è nuovo sulla scena musicale, il suo primo EP “Berlin” è del 2005 a cui seguiranno a breve distanza gli album “Nera”, “Confessions D’Un Voleur D’Ames”, “Masse Mensch Material”, “Flowers from Exile”, “Nos Chants Perdus”  e l’ultimo totemico lavoro: il triplo album “Die Aesthetik der Herrschaftsfreiheit”.

Gli esordi del prolifico (un album all’anno) e letterato cantautore appartengono alla scena dark/folk/ambient della mitica etichetta svedese Cold Meat Industry. I primi album risentono chiaramente dell’ala protettrice di Roger Karmanik (CMI) nonostante rimangano ottimi lavori. Le atmosfere di “Berlinsono rarefatte, il pianoforte suona malinconico, la chitarra ipnotica, la voce bassa e impostata come quella di Andrew Eldritch (Sister of Mercy). Spezzano la claustrofobia marcia funebre di “Clocks” e la sperimentale “Wake” fra campionamenti e suoni industrial.

Rome Jerome Reuter- Nera

Rome - Nera

In “Nera”, primo album ufficiale, così come in “Confessions D’Un Voleur D’Ames” le canzoni prendono un’identità più marcata. Canzoni come “Reversion”, “Hope Dies Painless” (da “Nera”), “Der Wolfsmantel” e “Querkraft” (da Confessions D’Un Voleur D’Ames”)  sono piccoli gioiellini.

Dopo 2 album e un Ep Rome è già un progetto molto ben definito musicalmente e tematicamente. Tutti gli album affrontano il tema della seconda guerra mondiale con un ampio respiro europeo, grazie anche ai numerosi campionamenti di registrazioni radiofoniche d’epoca in italiano, tedesco, francese spagnolo. Spesso i brani sono legati fra loro da ordini urlati al megafono o introdotti da marcette militari, spari, canzonette d’epoca. I testi parlano di dittatura, di abbandono, di reagire contro l’oppresione: “indifference is the enemy” “if we stay quit we die”.

“Masse Mensch Material” è l’album più eclettico di Reuter. Jerome sperimenta nuove soluzioni musicali, diluisce e calibra sapientemente campionamenti e loop. Molto più energico rispetto ai lavori precedenti mischia varie emozioni. Già da “Der Brandtaucher” il ritmo è forte e deciso, lontano dalle atmosfere ambient dark dei precedenti lavori. La chitarra acustica diventa predominante tanto da ricordare certi brani dei Death in June. “Wir Götter Der Stadt”, con il suo cupo incedere di drum machine, è uno dei pezzi migliori, mentre “Die Brandstifter” sembra una curiosa parodia di “Rain Dogs” di Waits.

Rome Jerome Reuter - Flowers from the Exile

Flowers from the Exile

Nel 2009, per pubblicare “Flowers from Exile”, abbandona la CMI per passare a un’etichetta meno di nicchia come la Trisol. Per l’occasione arruola il polistrumentista Patrick Damiani e il violinista Nikos Mavridis. Come sempre il tema della guerra, sempre caro a Jerome, è presente anche in questo lavoro, anzi qui si concentra sul periodo della Guerra Civile Spagnola creando un vero concept album. La voce di Jerome scende nell’oltretomba e canta triste e composto il destino delle persone che furono costrette ad abbandonare la Spagna a causa del conflitto. Uomini e donne a cui è stato tolto tutto tranne l’orgoglio, che amano più che mai la loro terra nel momento dell’abbandono e sono alla ricerca di un nuovo posto da chiamare casa. “We shall stay in the shadows, in the meadows afire as thieves for hire. And we shall remain invisibile, for we travel light, …all along the borders, all along the road”. Jerome dà voce a questi personaggi tramite le loro memorie e i loro sentimenti. La musica si spoglia di qualunque orpello industrial presente in “Masse Mensch Material” inventandosi delle nuove e attuali ballate partigiane dal sapore andaluso. Un lavoro cantautoriale rigoroso che ricorda Leonard Cohen. Spiccano la bellissima “Secret Sons Of Europe” e “To Die Among Strangers”.

“Nos Chants Perdus” è un album minore che sembra poco più che una raccolta di b-sides di flowers, escluse dall’album precedente perché non strettamente legate alla Guerra di Spagna. A dimostrarlo, con totale noncuranza, lo stesso stile grafico di finte foto d’epoca.

Rome Jerome Reuter Die aestetikNel 2012 Jerome si rifà di un paio d’anni di silenzio con questo prezioso tomo di 3 CD. Sembra una follia logorroica, specie per lo stile che lo contraddistingue. Le atmosfere le stesse di “Flowers from Exile”: poesie mascherate da ballate dark/folk ricche di campionamenti, eppure non è noia che si prova ad ascoltare il triplo album. “Die Aesthetik der Herrschaftsfreiheit: A Cross Of Wheat – A Cross Of Fire – A Cross Of Flowers” è un capolvaroro. Le radici dell’album sono letterarie più che musicali come ammette lo stesso cantautore. (“Ascolto poco, leggo molto”). Testi e ispirazioni sono presi liberamente da Brecht, Neruda, Nietzsche, Peter Weiss. Un lavoro politico, storico e filosofico prima che musicale. Così come un libro non può essere giudicatodall’analisi dei singoli capitoli, anche questo lavoro dei Rome va ascoltato e compreso nella sua totalità. Sbagliato quindi cercare brani più belli rispetto ad altri, nonostante i 3 album siano impostati su caratteristiche musicali diverse e ben studiate. Poetico e struggente, epico e romantico.

“Ultimamente traggo moltissima ispirazione da libri, quadri e fotografie più che da altra musica.”

STRADE dell’EST: il regista polacco Andrzej Żuławski part-2

zulawski_on the silver globe

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Nato da una famiglia di artisti (poeti, scrittori, pittori, musicisti), dopo aver girato l’Europa accanto a suo padre (allora dipolomatico), inizia la carriera cinematografica come assistente del più grande regista polacco della vecchia scuola: Andrzej Wajda.

Zulawski - the third part of the nightNel 1971 esordisce con il suo primo film “La terza Parte della Notte” un cupo film ambientato durante l’occupazione tedesca in Polonia. Le tematiche care al regista appaiono sin dal suo primo lavoro: il tema del doppio, l’orrore della violenza, la devastazione della guerra, gli ambienti decadenti e l’amore come follia.

Zulawski - DiabelSegue (nel 1972) il bellissimo,  “Il Diavolo”, recentemente riproposto in DVD, censurato dal Ministero della Cultura Polacco. Ambientato nel 1793 durante l’invasione dell’esercito Prussiano in Polonia è una chiara metafora dell’oppressione comunista. In seguito alla seconda spartizione della Polonia, l’esercito Prussiano invade il paese. Il nobile Jakub viene liberato dalla prigionia da  uno strano individuo vestito di nero. Jakub vuole tornare a combattere per la libertà del suo paese, ma l’uomo che l’ha salvato gli consiglia di tornare a casa. Qui troverà i suoi legami distrutti e corrotti: la fidanzata sta per sposare un suo amico, il padre si è suicidato, sua sorella ha un legame incestuoso con il fratello più giovane e sua madre è diventata una prostituta. Jakub inizia a uccidere chiunque incontri con un rasoio che appare in circostanze misteriose, sobillato dal losco consigliere vestito di nero (il Diavolo? un doppio di Jakub? metafora della dittatura comunista in grado di manipolare le azioni umane?).
I primi 10 minuti rappresentano da soli un cinema superbo: il mefistofelico straniero vestito di nero entra a cavallo in un convento diroccato adibito a ospedale mentre viene saccheggiato dai soldati prussiani. Inquietante il ritorno a casa di Jakub in cui trova il cadavere in decomposizione del padre steso sul letto e accudito da un nano.

Zulawski - On the Silver GlobeSul Globo d’Argento” ha una gestazione lunga e complicata. Le riprese furono bloccate del Ministero della Cultura Polacco che ne impose la distruzione della pellicola e dei maestosi costumi di scena. A distanza di dieci anni il girato sopravvissuto verrá montato nell’edizione attualmente in circolazione. Il film si basa su una libro di fantascienza scritto dal prozio Jerzy Żuławski introno al 1910 e le premesse sono affascinanti. Quattro astronauti composti da tre uomini e una donna abbandonano la terra per dare vita ad una nuova civiltà all’insegna dell’assoluta libertà, ma un guasto alla loro astronave li obbliga a naufragare su un pianeta desolato simile al nostro. Qui i sopravvissuti creano una nuova comunità e danno origine ad una civiltà primitiva costituita dai loro discendenti. L’astronauta più longevo viene riconosciuto dalla tribù come loro Profeta.  Prima di morire l’ultimo astronauta, invia un videomessaggio indirizzato alla Terra. Una seconda generazione di astronauti, una volta ricevuto e decodificato il messaggio, approda al pianeta sconosciuto per scoprire cosa resta della nuova civiltà. Uno di loro viene scambiato dalla ormai numerosa popolazione umana come reincarnazione del Profeta, facendosi coinvolgere nelle guerre tribali scoppiate in seno alla comunità. Ormai immedesimatosi in questo ambiguo ruolo dovrà combattere nemici umani e strani esseri telepatici che hanno schiavizzato buona parte degli umani, incrociandosi con loro per crescere una nuova razza ibrida. La guerra contro gli esseri telepatici sarà sanguinosa e il nuovo Profeta verrà smascherato presto e crocefisso sulla spiaggia dai suoi stessi seguaci.
Purtroppo quanto raccontato è quasi incomprensibile durante la visione del film, causa di piani temporali sfasati e di più di 3 ore di pellicola perdute per sempre, rimpiazzate con una voce fuori campo che narra l’azione mentre scorrono banali scene girate nella metropolitana di Varsavia.
Zulawski importante è amareIl clima oscurantista che bloccò questo ambizioso progetto, portò Żuławski a trasferirsi in Francia dove girerà qualche anno più tardi il melodramma “L’Importante è Amare” con Romy Schneider, Fabio Testi e Klaus Kinski. Un film spiazzante che dietro una banale trama (lui si innamora di lei, lei non sa decidere fra l’amante e il marito) nasconde una ricchezza di contenuti, di sottotrame e di personaggi tragici e squallidi, rara nel cinema. Eccezionale Klaus Kinski felicissimo di sfogare tutto il suo narcisismo e la sua follia recitativa per la gioia di un regista a caccia di attori eccessivi. Ottimi anche Fabio Testi  (un “paparazzo” che immortala le debolezze e i vizi altrui al soldo di loschi e laidi personaggi) e Romy “Principessa Sissi” Schneider (un’attrice e una donna sul viale del tramonto, incapace ad amare – forse un’anticipazione del suo tragico futuro).

Zulawski -  PossesionÈ il 1981 quando “Possesion” segna definitivamente la fama negativa di Żuławski. Regista dannato e incomprensibile, insostenibile per attori e spettatori (leggenda narra che Isabelle Adjani fu a un passo da impazzire durante le riprese e guardando la sua recitazione ci crediamo!) Ovviamente è uno dei capolavori del regista e uno dei migliori film maledetti mai realizzati. Censurato e tagliato quasi fossimo stati in Polonia, circola la versione da 80 e 90 minuti da evitare come la peste, e quella migliore (ma non uncut) da 127.  Se cercate in questo spazio delle illuminazioni su questo film così oscuro, avete sbagliato di grosso. Limitatevi a immergervi nel delirio. Entrate nel decadente appartamento in cui Anna incontra il suo satanico amante. Subite i reciproci ricatti isterici di una coppia in crisi. Smascherate il mistico rivale in amore di Mark. Aiutate il povero Bob a barcamenarsi fra i doppioni di sua madre e suo padre. E, ultima cosa, evitate la terza guerra mondiale.

Nel 1984 tocca alla bellissima Valérie Kaprisky spogliarsi, non solo fisicamente, nella nuova controversa opera del regista franco/polacco: “La Femme Pubblique”. Un’ingenua e sbandata giovane tenta la via del cinema. Viene scritturata per la riduzione cinematografica de “I Demoni” di Dostoyevsky. Manipolata, usata e violentata da tutti gli uomini che incontra non sa più distinguere fra vita reale e finzione. Un po’ un “L’Importante è Amare” 10 anni dopo. Scene bellissime e struggenti come sempre dai titoli di testa (la camminata della Kaprisky per una squallida stradaripresa poi in “La Sciamana”), alle famose scene di ballo in cui l’attrice si concede nuda all’occhio lascivo del fotografo in uno squallido scantinato.

Zulawski - La Femme Publique

Zulawski - La Femme Publique

Zulawski - amour braqueUn anno dopo scivola in un film pretenzioso come “Amore Balordo” ispirato sempre a Dostoyevsky (“L’Idiota”). Il fatto che sia un film poco riuscito non significa che non sia un opera significativa. In questo noir  Żuławski lavora sul linguaggio. L’unico a parlare un corretto francese è “l’idiota”, mentre i logorroici criminali usano un meta-linguaggio sputacchiante, non sense, sudato, spesso in rima. L’idiota è straniero al linguaggio comune di questa gente che non lo capisce e continua a definirlo idiota. Così lui non capisce queste persone che per amore finiranno per uccidersi l’un l’altro. Il linguaggio, forse, è il fulcro del film, tema che sarebbe stato caro a Burroughs. Tutto questo è stato polverizzato dai doppiaggi (italiani e non) che hanno ignorato completamente questo ambizioso sforzo.

Zulawski le mie_notti_sono_pi_belle_dei_vostri_giorniAnche nella commedia nera “Le Mie Notti sono Migliori dei Vostri Giorni” il linguaggio è importante tanto che i due innamorati parlano una loro lingua diversa da tutti gli altri personaggi. Blanche (un’attrice-veggente che si esibisce nei più ricchi alberghi d’Europa) parla solo in rima mentre svela la vera anima degli spettatori fra uno scherzo e un gioco di prestigio. Lucas (il suo amante) a causa di un cancro al cervello inizia a dimenticare le parole o il loro significato e si esprime solo per logorroiche associazioni di idee. La parola è, forse, un inganno e mentre il senso del linguaggio si sfalda emerge la purezza dell’azione: l’amore per Blanche.

L’unico elemento degno di essere citato per “La Nota Blu” del 1991 è la terza interpretazione consecutiva di Sophie Marceau nei film del marito.

Zulawski -  la SciamanaLa Sciamana”, del 1996, con “Possesion” è il film più folle e bizzarro del nostro regista. Dopo aver spogliato tutte le più belle attrici francesi, Żuławski torna in Polonia, incontra per strada la meravigliosa e psicopatica Iwona Petri e le confeziona attorno un capolavoro.
Michal, un docente di antropologia, sta studiando il corpo mummificato di un uomo, risalente a più di tremila anni prima, rinvenuto in un cantiere di Varsavia. Da un analisi dei tatuaggi presenti sul cadavere scopre essere appartenuto a uno sciamano. Il professore, invasato dagli studi, instaura una relazione extraconiugale distruttiva con una studentessa universitaria incontrata lo stesso giorno del ritrovamento della mummia. I due amanti sprofondano in una violenta passione le cui posizioni durante gli amplessi assumono posizioni alchemiche, indifferenti a un mondo in disfacimento che ruota attorno a loro. La moglie di Michal si suicida a causa dell’indifferenza del marito, l’amante rifiutato della ragazza sceglierà di schiantarsi in moto contro un camion, uno degli studenti di Michal, per arrotondare, inizia un commercio clandestino di uranio dalle conseguenze disastrose e inaspettate. Lo sciamano sembra reincarnarsi nella figura della ragazza, ma durante un’allucinazione del professore la mummia gli confessa essere stato ucciso da una donna. Lo sciamano, forse, è Michal stesso che decide di farsi prete alla fine del film e per questo farà una brutta fine. Tutto immerso in una metropoli grigia, fredda e tetra su cui risuonano ipnotici i ritmi industrial della colonna sonora di Andrzey Korzynski.

Zulawski - La Sciamana

Zulawski - La Sciamana

Tante le scene memorabili come quelle girate nell’altoforno, o le scene di sesso a forma di croce, o il disgustoso finale con un banchetto a base di cervello durante l’apocalisse.
Iwona Petri recita come una vera squilibrata e altra leggenda vuole che Żuławski abbia praticato riti voodoo contro la sua volontà per farla entrare meglio nella parte. Unica cosa certa che la poveretta ha poi abbandonato il cinema, peccato.

L’ultimo film del regista risale al 2000 “La Fidélité” altro film inutile tantto quanto “La Nota Blu

Żuławski è sempre stato coerente nel suo modo di intendere il cinema, fin troppo. È proprio a causa di questa coerenza che ottimi film si ingarbugliano in storie sconclusionate recitate in modi improbabili. Ma il suo universo resta sempre estremamente colto e virtuoso, mai scontato e tutt’ora unico. Nonostante questo viene ricordato solo come il regista che ha fatto recitare nude le più belle attrici francesi.

 

STRADE dell’EST: il regista polacco Andrzej Żuławski part-1

Żuławski  - PossesionIl settantenne Andrzej Żuławski è il più folle dei registi polacchi che hanno trovato rifugio a Parigi. Ricordato unicamente per l’ermetico horror “Possession”, oggi, scandalosamente, viene poco menzionato e giudicato improponibile, visto che i suoi film sono quasi impossibili da etichettare. Probabilmente molti registi hanno attinto al suo immaginario senza, però, riconoscerlo. Anche se si tratta di stili molto differenti, molte le analogie con David Lynch, a partire da dettagli inquietanti o dagli ambigui personaggi marginali (il cameriere nano di “Le Mie Notti sono Migliori dei Vostri Giorni”- 1989 – sembra uscito da “Twin Peaks” -1990). La violenta rapina in banca vestiti da Topolino, Paperino e Pippo di “Amore Balordo” è stata ripresa in “Killing Zoe”, ma forse ha ispirato anche “Point Break”, ecc.

L’approccio del regista è sempre teatrale, tanto che in quasi tutti i suoi film appare una compagnia di attori mentre allestisce qualche spettacolo: dei saltimbanchi in “Diabel”, una compagnia teatrale in “L’Importante è Amare” e in “Amore Balordo”, la riduzione cinematografica dei “Demoni” di Dostoevskij in “La Femme Publique”.

 Żuławski - La Femme Publique - Valérie Kaprisky

Żuławski - La Femme Publique - Valérie Kaprisky

Żuławski, discepolo degli insegnamenti teatrali eccessivi di  Jerzy Grotowski, ama spremere i suoi attori e strappare a loro recitazioni improbabili e iper melodrammatiche che spesso mettono a dura prova lo spettatore. La telecamera si appiccica a loro pedinandoli, ruotando freneticamente, o penetrando i volti.
Gli attori si muovono in un delirio anfetaminico, si torcono gli uni sugli altri, strattonandosi, picchiandosi. Gli abbracci si trasformano improvvisamente in esplosioni di violenza. Distruggono, con non curanza, tutto quello che li circonda in preda a eccessi di furia o di gioia.

Żuławski - La Femme Publique - Valérie Kaprisky

Żuławski - La Femme Publique

Si balla sempre molto nei suoi film, ma non è un ballo di grazia o bellezza. È un atto isterico, epilettico e compulsivo (come in “La Femme Publique”) utile solo scrollarsi di dosso rancori e disgrazie. Sembra che i gesti mostrino l’ansia fisica di liberarsi dal peso delle proprie esistenze disperate.

 Żuławski - L'importante è amare - Romi Schneider

Żuławski - L'importante è amare

La donna è l’elemento cardine che scatena un dolore infinito in chi la insegue, nell’illusione di raggiungere l’amore. Tutti i personaggi dei film sono alla ricerca disperata dell’amore, ma si risolve sempre in possesso, meschinità, violenza, sesso puramente carnale. Così Fabio Testi pur di avere la bella Romy Schneider condurrà suo marito al suicidio in “L’Importante è Amare”. Ne “La Sciamana” il collega di lavoro di Iwona Petri, quando la vede felice col suo amante, decide di schiantarsi in moto contro un camion, nel disinteresse dei due protagonisti. La rassegnata e triste Sophie Marceau di “Amore Balordo” porterà tutti i suoi contendenti a uccidersi per possederla in maniera esclusiva, per poi suicidarsi a propria volta. Drammatico e struggente l’inizio di “L’Importante è Amare” ambientato in un set cinematografico in cui la regista incalza furiosa fuori campo l’attrice (Romy Schneider) incapace di pronunciare “ti amo” con sentimento. Amare significa distruggere o distruggersi.

Zulawski - Il Diavolo

Zulawski - Il Diavolo

Non  è un caso che sia il fuoco un altro elemento ricorrente. Il fuoco divora le case (Le Diabel), i criminali di “Amore Balordo” bruciano vive le persone con il lanciafiamme, Iwona Petri lavora in un altoforno (“La Sciamana”).
Fiamme che cancellano senza purificare in un mondo squallido, decadente, amorale e intriso di violenza. Che si tratti della Parigi del XX secolo, di Varsavia durante il comunismo, o di un paese saccheggiato nel 1700 gli scenari sembrano sempre devastati da una folle guerra.
Żuławski è il Dostojewski del cinema.

Zulawski - La Sciamana

La Sciamana - Iwona Petri mentre mangia il cervello del suo amante

Sul Concetto di Volto nel Figlio di Dio – L’ARTE e LA MERDA

Sul concetto di volto nel Figlio di Dio - Romeo Castellucci

Una pièce teatrale su un vecchio incontinente.
Polemiche infuocate.
Tafferugli in fronte al teatro.
Botta e risposta del Vaticano.
Potevamo, forse, farci mancare la visione di “Sul Concetto di Volto nel Figlio di Dio” del bravo Romeo Castellucci?
NO! Infatti, evitati i comizi di Forza Nuova (sempre presente se c’è da fare andar le mani), mostrato il biglietto dello spettacolo ai poliziotti in tenuta antisommossa che chiudevano via Vasari e scampato ai rosari di un picchetto di estremisti cattolici (Militia Christi, ecc.), entro con sollievo nell’accogliente teatro milanese. Certo, le preghiere/maledizioni sparate alle spalle prima di entrare, mi fanno sentire un po’un peccatore recidivo, ma un bicchiere di vino al foyer, sciacqua qualunque ansia.

Antonello da Messina - Salvator Mundi - Sul concetto del volto nel figlio di Dio - Romeo Castellucci - Societas Raffaello Sanzio

Antonello da Messina - Salvator Mundi

In attesa dello spettacolo, ammiro la meravigliosa scenografia. Allestimento di un interno (soggiorno: divano, TV; cucina: tavolo, due sedie, camera da letto) completamente bianco, al cui centro campeggia una gigantografia del volto di Gesù. Il dipinto è un particolare del “Salvator Mundi” di Antonello da Messina, un quadro eccezionale in cui Cristo osserva lo spettatore benedicendolo. Il particolare del volto mette in risalto uno sguardo ambiguo, talvolta sereno, altre rassegnato. La linea della bocca a destra tende al sorriso e a sinistra è rigida e impassibile. Impossibile scappare ai suoi occhi indagatori, forse, addirittura, accusatori.

Inizia la spettacolo. Un vecchio malato viene accompagnato e fatto sedere sul divano da due infermieri. Poco dopo entra in scena il figlio. Azioni e dialoghi ordinari. Il giovane controlla medicine e ricette prima di andare al lavoro, ma, improvvisamente, il padre ha un attacco di dissenteria. Pazientemente il figlio lo pulisce, lo accudisce e lo consola. Ma il vecchio continua a stare male. Ogni volta che viene fatta un minimo di pulizia il malato se la fa ancora addosso, imbrattando, piano, piano, tutto il set. Dopo 40 minuti entrambi sono esasperati e sporchi di merda. Il figlio si abbandona alla rabbia e alla disperazione, mentre il padre, sconfortato e umiliato, singhiozza. Il giovane si avvicina alla gigantografia del Cristo e in fronte alla sua bocca cerca, in vano, una risposta, poi esce di scena.
È il volto di Gesù il vero protagonista ora. Il set viene sgombrato velocemente da ogni oggetto, mentre sulla gigantografia inizia a colare inchiostro fino ad oscurarne completamente il disegno.
La tela, ormai nera, inizia a essere fatta a pezzi, mostrando una scritta luminosa: “You are (not) my Shepard”.

Diversamente dagli altrettanto contestati spettacoli parigini, manca la scena in cui un gruppo di bambini fa ingresso sul palco tirando contro il dipinto dei gavettoni di “inchiostro”. Scena decisamente fuori luogo e di cattivo gusto. Castellucci si vanta di non essersi autocensurato, ma, semplicemente, la struttura del teatro non permetteva questa variante.

Societas Raffaello Sanzio - Orestea

Societas Raffaello Sanzio - Orestea

Lo spettacolo merita essere visto. Attori molto bravi capaci di trasmettere tristezza, tenerezza, divertimento, nausea, esasperazione e rabbia. Gli errori sono proprio del regista che gioca più sulla furbizia della provocazione che con i nobili intenti dichiarati.

La Teodicea del Libro di Giobbe, il salmo 22, il salmo 23, i Vangeli. Il libro della Tragedia appoggiato su quello della Bibbia. L’azione teatrale vuole essere una riflessione sulla difficoltà del 4° comandamento se preso alla lettera. Onora il padre e la madre. Un figlio, nonostante tutto, si prende cura del proprio padre, del suo crollo fisico e morale. Crede in questo comandamento e fino in fondo il figlio sopporta quella che sembra essere l’unica eredità del proprio padre. Le sue feci. E così come il padre anche il figlio sembra svuotarsi del proprio essere e della propria dignità. Questo spettacolo è una riflessione sul decadimento della bellezza, sul mistero della fine...”
…Questo spettacolo mostra, nel suo finale, dell’inchiostro nero di china che emana dal ritratto del Cristo come da una sorgente. E’ tutto l’inchiostro delle sacre scritture qui pare sciogliersi di colpo, rivelando un’icona ulteriore: un luogo vuoto fatto per noi, che ci interroga come una domanda… Romeo Castellucci
…allora perché non mostrare le parole delle Sacre Scritture che si sciolgono, sporcando il volto di Gesù? Un’immagine di grande impatto probabilmente. Troppo poco intellettuale essere così esplicito nella realizzazione? Meglio fare vedere colate scure che infangano il dipinto rischiando di associarle agli attacchi di dissenteria a cui si è assistito per più di mezz’ora?

Societas Raffello Sanzio - Giulio Cesare - Romeo Castellucci

Societas Raffello Sanzio - Giulio Cesare

Una scelta furba per far parlare di sé (anche se sono certo della buona fede del regista che certo non immaginava reazioni così spropositate). Peccato.

 

Si accendo le luci, gli spettatori applaudono, qualcuno no, qualcuno lo fa solo per non passare per uno dei contestatori.

La campagna d'odio nei confronti dello spettacolo

STRADE dell’EST: il regista polacco Roman Polanski

muro di berlinoSe durante la Guerra Fredda la competizione fra i due grandi blocchi internazionali contribuì a un’evoluzione della società tecnologica, nel campo del cinema il Patto di Varsavia formò l’immaginario e la poetica di numerosi talenti nell’Est Europa. L’oppressione, la censura, il clima di controllo, influenzarono caratteri ribelli e trasversali poco inclini all’omologazione. Vite in bilico fra l’esilio e il conformismo forzoso.

Registi Polacchi Polanski, Żuławski, Borowczyk, Skolimowski.

Polanski, Borowczyk, Skolimowski, Żuławski.

Fra gli anni 60 e 70, Parigi offrì “rifugio” a quattro grandi registi polacchi dal passato comune le cui ossessioni segnarono il percorso artistico: Roman Polanski (1933), Andrzej Żuławski (1940), Walerian Borowczyk (1923–2006), Jerzy  Skolimowski (1938).
Se il primo è famoso (forse più per gli scandali della sua vita personale), la cinematografia degli altri tre scivola, ingiustamente, sempre più in un limbo di invisibilità. Żuławski viene ricordato solo per la sua follia, Borowczyk è conosciuto come poco più di un erotomane,  Skolimowski snobbato, come dimostra la mancata distribuzione del bellissimo “Essential Killing” del 2010 con Vincent Gallo.

Polanski - Cul de Sac - Repulsion

Cul de Sac - Repulsion

Di Polanski si sa molto, fin troppo forse.
Una ventina di film di cui noi amiamo particolarmente il primo periodo piuttosto che le stucchevoli raffinatezze intellentuali di “Carnage” (2011).
L’incubo psicoanalitico di “Repulsion” (1965), il grottesco e claustrofobico “Cul de Sac” (1966),  il diabolico “Rosmery’s Baby” (1969) e l’inquietante horror “L’inquilino del Terzo Piano” catapultano il regista nell’universo dei più visionari maestri dell’angoscia.
Ma è la sua vita, forse, la migliore e più drammatica sceneggiatura.
Separato dai genitori (entrambi deportati nei campi di concentramento) e cresciuto con il ricordo delle persecuzioni naziste nel Ghetto di Varsavia. All’apice del successo professionale la sua vita viene travolta dalla follia della Famiglia Manson che nel 1969 trucida la moglie Sharon Tate (all’ottavo mese di gravidanza).

sharontate

Sharon Tate

Nel 1977 abbandona gli Stati Uniti per evitare il processo per violenza ai danni di una minorenne, dopo aver scontato 40 giorni di prigione, in accordo con quanto patteggiato fra gli avvocati.
Si costruisce una nuova vita in Francia grazie anche all’amore delle bellissime Nastassja Kinski (prima) e Emmanuelle Seigner (dopo).
Fra alti e bassi la carriera cinematografica continua fino a un nuovo scandalo legato al suo passato. Nel settembre del 2009, mentre si recava al Zurigo Film Festival per ricevere il premio alla carriera, viene arrestato su richiesta delle autorità statunitensi. L’arresto fu poi commutato con gli arresti domiciliari durati quasi un anno, e una cauzione di 4,5 milioni di franchi svizzeri. Un’operazione avida e mediatica, più che una  necessità di fare giustizia. Fra botta e risposta legali, il settantottenne Polanski fa i conti nuovamente con le ombre del suo torbido passato, reagendo come meglio sa fare: facendo film, “L’Uomo nell’Ombra” (2010) e “Carnage” (2011).

Rosmary's Baby - What - Il Coltello nell'Acqua Polanski

Rosmary's Baby - What - Il Coltello nell'Acqua

B-SIDES n.18 – STRADE DELL’EST: Il cinema polacco: Polanski, Żuławski, Borowczyk, Skolimowski.

B-SIDES 18

STRADE DELL’EST: Il cinema di Polanski, Żuławski, Borowczyk, Skolimowski.

B-SIDES la raccolta stampata del 2011

B-SIDES ANNO II
Le nostre fatiche di un anno sono state raccolte in questa pubblicazione, disponibile su richiesta.
B-SIDES Raccolta 2011

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La CHIESA della PAURA – L’arte di Christoph Schlingensief

Das-deutsche-Kettensaegenmassaker- Christoph SchlingesiefIl premio nazionale della Biennale d’Arte di Venezia 2011 è stato assegnato al Padiglione Tedesco dedicato a un personaggio molto discusso e controverso: Christoph Schlingensief (1960-2010)

Per alcuni l’enfant terribile dell’arte tedesca contemporanea, per altri soltanto un provocatore.

Christoph Maria Schlingensief era un regista di film e di teatro, un autore e un artista d’azione. Parlava di ciò che è sbagliato e corrotto, metteva il dito nel posto dove fa più male, insultava il suo pubblico per coinvolgerlo e svegliarlo. Gridava al mondo il suo disaccordo con la politica e con la società. Nelle sue opere teatrali faceva recitare persone handicappate o neonazisti pentiti (Hamlet). A Vienna mise in scena un “grande fratello” per immigrati: costruì un container pieno di richiedenti asilo. Il pubblico poteva votare chi doveva lasciare il container ed essere spedito nel paese d’origine e chi poteva restare e vincere la cittadinanza austriaca. Per l’elezioni del 1998 organizzò un partito politico per persone che non votano, handicappati e altre minoranze.

Già nel 2003 quest’artista aveva partecipato alla Biennale di Venezia con il progetto: Church of Fear (CoF) – la Chiesa della Paura. Il progetto itinerante consisteva nella creazione di un’associazione internazionale contro la paura e per la divulgazione della speranza. Nella piccola chiesa di legno che fu allestita, si invitava a riflettere sulle proprie paure per poterle vincere. Era possibile guadagnarsi lo stato di “santo” tramite delle gare di resistenza a chi rimaneva seduto più a lungo su un alto palo come gli antichi asceti. Uno dei “frati” della Chiesa della Paura invitò anche Berlusconi a partecipare per vincere le sue paure dei comunisti, dei giudici e degli stranieri.

Per il Padiglione Tedesco della Biennale 2011 è stato scelto nuovamente Schlingensief. Purtroppo morì di cancro ai polmoni nel 2010. L’artista puntava sempre molto sull’improvvisazione per cui non c’erano dei piani concreti. Era chiaro che i contenuti di questo allestimento sarebbero stati politici e sociali. L’idea originale era basata su un centro benessere africano con un’ampia vasca. Chiunque si immergeva nel liquido sarebbe riemerso nero. Si doveva sperimentare il sentimento del colonialismo sul proprio corpo con una prospettiva inversa.

La curatrice, insieme alla vedova, cambiò il progetto trasformandolo in un tributo all’artista.

Nel padiglione principale viene riproposta la sua opera più personale ed intima “La Chiesa della Paura – sulla Cosa Estranea Dentro di Me”: un diario pubblico senza censure sulla sua lotta contro la malattia. Si tratta di un funerale per una persona ancora viva. Nella vera e propria chiesa, ricreata nel padiglione, si ascoltano le registrazioni del flusso di pensieri dell’artista durante il progredire del cancro, mescolate a filmati di lui da bambino, alle radiografie dei suoi polmoni, a  riproduzioni dei suoi pensieri…

La scritta del padiglione è stata modificata da “Germania” in “Egomania”. Egomania è un suo film eccessivamente intellettuale del 1986. Su un’isola regna il barone “zia diavolo”, creatura simile ad un vampiro. Odio e rassegnazione regnano sull’isola. Nel momento che l’amore si introduce sull’isola, il barone lotterà senza scrupoli.

Migliori i precedenti film tipicamente Trash trasmessi nella sala dietro la “Chiesa della Paura”, B-Movie splatter che citano Herschell Gordon Lewis, Tobe Hopper. I film sono spesso ironici, ma sempre critici contro la sua nazione e la sua politica. Tra i film più famosi la trilogia tedesca: 100 anni Adolf Hitler – l’Ultima Ora nel Bunker del Führer (1989), una parodia su Hitler, “Il Massacro delle Motoseghe Tedesche” (1990) un film horror satirico sull’unione delle due Germania. Una famiglia di macellai dell’ovest massacra i tedeschi dell’est facendoli diventare dei wurstel. E l’ultimo della trilogia “Terror 2000 (1992), un film macabro sul razzismo della Germania dell’est dopo la riunificazione. Particolarmente attuale visti gli scandali scoperti recentemente in Germania.

Il suo sogno irrealizzato: la crazione di un intero paese Burkina Faso dedicato all’opera.

Addio al regista del kitsch KEN RUSSELL

Addio a uno dei più trasgressivi, visionari, originali cineasti di sempre: KEN RUSSELL

KEN RUSSEL POSTER COVER FILM

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