PUNK in SIBERIA parte 5(5)

  1. PERMAFROST PUNXSiberia YakutskEcco l’ultima puntata di “PUNK in Siberia“: un resoconto dei  Kalashnikov collective sulla sconosciuta scena Punk russa dai suoi melodrammatici esordi, al loro concerto del 2015 in una delle più remote e inaccessibili città siberiane: Yakutsk. Sul loro sito si può leggere il diario del loro tour in Russia ricco di aneddoti e fotografie, mentre sulle frequenze di Radio Onda d’Urto potete ascoltare la loro trasmissione “La casa del disastro” con lo speciale “Punk in Islanda“.

Nel 2015 abbiamo fatto un tour che ha toccato alcune città particolarmente impervie della federazione russa. In quel frangente siamo finiti a suonare a Yakutsk nell’estremo est. Un posto davvero lontano. Per darvi l’idea, Yakutsk si trova alla stessa longitudine di Seul, ma mooolto più a nord. La regione della Yakuzia è nota per essere il luogo abitato più freddo del mondo. D’inverno le temperature scendono a -60°. Come se non bastasse il clima a renderla invivibile, va aggiunto che Yakutsk è il non plusultra dello squallore architettonico sovietico. A Yakutsk tutto ha un aspetto polveroso e trasandato, ma è normale considerando che ci troviamo in una delle località più remote del mondo, dove il gelo stacca l’intonaco dalle case e fracassa i serramenti delle finestre; il disgelo lascia dietro di sé coltri di fango e strade dissestate. Come altre città siberiane, Yakutsk è caratterizzata da caseggiati tetri e spartani, ed è solcata dalle tubature del gas a vista, che corrono da abitazione ad abitazione disegnando strane traiettorie in corrispondenza di ostacoli come strade o negozi: non è possibile interrarle, perché sotto la superfice della terra c’è il ghiaccio eterno, il permafrost.

Detto questo, la Sacha Yakuzia, malgrado una condizione geografica e climatica davvero estreme, a seguito della colonizzazione industriale operata dei comunisti ai tempi del socialismo e di un’economia basata sull’estrazione e la lavorazione delle immense risorse del sottosuolo siberiano (diamanti ed altri minerali), rientra nel novero delle società post-industriali dove si è sviluppato un certo “benessere economico” (parlare di benessere in Siberia può suonare strano…) e condizioni sociali atte a far attecchire la cultura punk DIY.

Tant’è che ad un certo punto i punk di Yakutsk ci hanno invitati lì a suonare e noi, benché increduli di fronte alla schermata di googlemaps, abbiamo accettato con entusiasmo. Siamo sbarcati in Sacha dopo un viaggio aereo di circa 18 ore da Murmansk a Mosca e poi da Mosca a Yakutsk, in una tiepida primavera siberiana di due anni fa. Il termometro faceva 12 gradi e faceva fortunatamente ancora troppo freddo per  i pestiferi tafani siberiani che affliggono l’umanità indigena nel periodo estivo. I punx della Sacha Yakuzia ci hanno ospitato per tre giorni in un liceo della città (nel bel mezzo delle lezioni!) e messo a disposizione lo scuolabus con l’autista: un pomeriggio ci è venuta una certa sete e l’autista ci ha accompagnati al bar con lo scuolabus; ci ha aspettati fuori e ci ha recuperati dopo un paio di birre. Assurdo, ma in perfetto stile vetero-sovietico!

Abbiamo suonato in un locale chiamato Sherwood (come la foresta di Robin Hood), una casetta di legno ai bordi della città. Chiunque incontrassimo ci chiedeva una foto e un autografo (l’autografo è una pratica molto diffusa in tutta la Russia, anche nella scena punk DIY!). Metà del pubblico si è presentata al concerto già completamente ubriaca. Quella sera, hanno aperto il concerto alcuni gruppi locali, tra questi gli incredibili e spaventosi Charm SS. Il loro set fu un attacco sonico slabbrato, scoordinato, cieco. Raw punk sparato alla velocità della luce senza l’ombra di una melodia, suonato come se fosse l’ultima volta prima della fine del mondo… Se esiste uno spirito del punk nella sua più pagana e primigenia manifestazione lo abbiamo incontrato qui, in questo pacchiano bar di Yakutsk! Petja, il cantante degli Charm SS, si è presentato al locale con una vistosa fasciatura al braccio, ma, mentre si dimenava con un forsennato sul palco, della spalla slogata non sembrava interessargli affatto, come del resto della sua incolumità fisica. Come tanti cantanti punk russi non aveva i denti davanti.

In queste lande, dove la popolazione nativa ha gli occhi a mandorla e il piatto tipico è il pesce congelato, il punk è arrivato a metà anni ’90 e si è timidamente protratto fino al presente. Gli Charm SS sono rappresentativi del Sacha-sound odierno: un punk rock ultra-saturo, scordato e caratterizzato da una vocalità disperata. Altre band che adottano questo stile sono le Zhenskaya disgarmoniya (le donne della disarmonia), gli Oblaka (punk rock fangoso e cavernicolo), i Dead Biebers (h.c. brutale e slabbrato) i Wormed Apple (dark punk lo-fi); ma in Sacha ci sono anche punk band – diciamo – un po’ più accessibili a livello sonoro, come i suggestivi ФИЛОСОФИЯ (Filosofia, che suonano post-punk con sintetizzatori davvero cheap) i Frozen East (un poderoso gruppo ska-core – a  dire il vero un po’ fuori moda per i nostri standard) e i Карамельный Узникк (Caramella prigioniera, punk band melodica, forse il gruppo di questa regione più vicino agli standard occidentali). E poi ancora: Годы Спустя (Gli anni dopo), Притон (Tana), Громозека e ИЗБИЕНИЕ ЦЕПЬЮ (catene che sbattono).

Negli anni novanta i pionieri del punk in Sacha sono stati i Хоббит Убитый Йодом (il nome suona più o meno come “Hobbit ucciso dallo iodio”; il chitarrista e fondatore di questa band muore suicida nel 2001), gli Акустическая Свобода (Libertà acustica), i Нейтральный Автопилот (Il pilota neutrale). Grandi band adolescenziali in continuità con il sound siberiano di Grazdanskaya Oborona, Instrukzya Po Visivaniu e Bomshk! Molte di esse ci hanno lasciato registrazioni davvero spartane, in taluni casi per voce e chitarra acustica; perché, all’epoca, in Sacha-Yakuzia non era semplice reperire amplificatori e strumenti elettrici, per il costo prima di tutto, ma anche perché – banalmente – scarseggiavano sul mercato.

Negli anni zero, ad animare la scena punk della Sacha ci hanno pensato i Nekromant (una buffa metal band con un sound simile agli Orgasm Nostradamusa, leggendario gruppo punk nichilista di Ulan Ude, altra cittadina del misterioso oriente russo), i Kroniki Karont e i Всенаоборот.

 

  1. RUSSIA TERRA DI ESPERIMENTI

Giunti all’estreme propaggini del territorio russo, in quell’est desolato e misterioso, chiudiamo questo speciale sul punk siberiano. E lo facciamo con un tributo ad una persona che abbiamo incrociato da quelle parti solo per poche ore, ma che difficilmente dimenticheremo. E’ Volodja il bassista degli Charm SS che incontrammo al concerto di Yakutsk. Ce lo ricordiamo nelle foto con indosso la maglietta del nostro gruppo, aveva vent’anni o giù di lì. Bene, Volodja è morto tre mesi dopo, di tubercolosi. La domanda che è più banale, ma anche più ovvio farsi è: perchè? Perchè la Siberia è un posto dove – come abbiamo raccontato – si muore facilmente. Non solo perchè fa freddo, o non si mangia che carne bollita e patate, o si beve troppo. Ma anche perchè queste condizioni ambientali così crudeli portano le persone a doversi confrontare con sentimenti e moti dell’animo altrettanto eccessivi, violenti, autodistruttivi, che ti fanno pensare che forse non sia così importante guarire dalla tubercolosi.

Osservare gli sterminati e spogli orizzonti siberiani, al crepuscolo nella periferia di Yakutsk ci ha fatto nascere dentro un senso di destino ineluttabile che fino a quel momento ci era estraneo. La morte non solo aleggia nell’aria, ma sta anche sotto i piedi, nella terra. Perché buona parte di quello che esiste qui è stato costruito sulle ossa dei deportati, intorno a quell’industria della morte che erano i Gulag di Stalin. E’ normale che qui i concetti di vita, morte e destino assumano un significato molto lontano dal nostro.

In questo racconto in tre puntate abbiamo cercato di trasmettere il perchè la musica dei punk siberiani ci abbia colpito così tanto, da quando una decina d’anni fa l’amico Maksim di Mosca, alla nostra domanda: ma esiste un punk veramente russo? Ci ha passato un disco dei Grazdanskaya Oborona. E ne siamo rimasti folgorati, perchè quella rabbia e quella negatività che colavano fuori dai solchi avevano qualcosa di anomalo, di terribilmente autentico.

Chiudiamo con una delle canzoni più nere e affascinanti dei Grob: un pezzo del 1988 che dura 13 minuti e si intitola “Русское поле экспериментов” (“Russia: terra di esperimenti“)….

La geografia dell’abiezione
L’ortografia dell’odio
Le scuse di ignoranza
La mitologia dell’ottimismo
Le leggi sulla decenza
Una splendida festa di prudenza

Attraverso le bocche dei bambini parlano le fosse
Attraverso le bocche dei bambini parlano i proiettili

l’Odore di petrolio prevarrà in eterno
l’Odore di petrolio prevarrà in eterno

risate compassionevoli, come gelo,
risate compassionevoli, come gelo,

come la neve,
che intanto cade, e cade e cade…

Russia: campo di esperimenti

Articolo di Stiopa & Sarta
Kalashnikov collective

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FINE AGOSTO ALL’HOTEL OZON – Jan Schmidt (1966)

Una mano conta i cerchi di un tronco d’albero abbattuto. La voce fuori campo cerca di abbinare uno dei suoi cerchi all’anno in cui scoppiò la guerra nucleare.
All’inizio molti sopravvissero” racconta. “Poi iniziarono a morire gli animali e le piante.
Di cerchio in cerchio la voce racconta i fatti salienti della sua vita. La voce appartiene a un’anziana donna a capo di un gruppo di ragazze, alcune sono sue figlie altre raccolte lungo la strada. Le adolescenti sono crudeli e pratiche: la necessità di sopravvivere e non aver conosciuto il mondo prima della catastrofe le ha cresciute dure. L’ultimo maschio del gruppo, invece, è stato sbranato dai cani randagi anni fa. Loro sono le ultime persone rimaste in vita sulla terra. Dopo di loro l’umanità si estinguerà.
Il gruppo girovaga nei boschi in cerca di cibo fino a incontrare per caso un altro sopravvissuto: un maschio. L’uomo, però, è un vecchio che vive di ricordi nella sua casetta ricolma di cimeli. Le donne si fermano a casa dell’uomo. L’anziana è commossa e confusa: rivive con lui un passato che le giovani, nate dopo la catastrofe nucleare, non riescono a comprendere e nemmeno lontanamente a immaginare.
Una sera l’anziana viene stroncata da un infarto. Il dramma porterà in breve tempo a conseguenze imprevedibili. La ragazza più risoluta prende il comando e, dopo aver studiato brevemente il vecchio, lo uccide. Uccide l’unico maschio adulto che abbia mai conosciuto.

Fine agosto all’hotel Ozon” (Jan Schmidt – 1966 – Cecoslovacchia) è uno dei migliori film di fantascienza sovietici. Girato in un poetico e scarno bianco e nero è un’opera amara e pessimista che ricorda molto Tarkovskij.
Indimenticabili le scene in cui le ragazze esplorano i resti di una cattedrale diroccata.

La genesi del film è piuttosto curiosa: la pellicola fu prodotta dall’esercito, il regista Jan Schmidt era un militare che si occupava di cinegiornali e documentari. Le riprese furono girate vicino a Karlovy Vary (Repubblica Ceca) in zone di esercitazioni militari dove si trovavano villaggi abbandonati, chiese distrutte e bunker ricoperti di erbacce. Il film venne distribuito solo un anno dopo in piccoli cineclub, ma nel 1969 le pellicole furono confiscate e bruciate. Grazie a una telefonata anonima, Jan Schmidt riuscì a salvare le copie migliori. In vie misteriose, come racconta lo stesso regista nel booklet del prezioso cofanetto “Stelle Rosse”, “Fine agosto all’hotel Ozon” approdò al Festival del Nuovo Cinema di Pesaro e al Festival Internazionale di Fantascienza di Trieste. In Italia il film ricevette un premio da parte del Vaticano che mise in imbarazzo il regista in qualità di cittadino di una repubblica socialista e come rappresentante dell’esercito cecoslovacco. Jan Schmidt ha oggi 81 anni, il suo ultimo film è del 1995. Il soggetto è di Pavel Juráček.

 

FANTASOVIET – CINEMA

STALKER – Andrej Tarkovskiji

Nell’ex Unione Sovietica la fantascienza non fu mai considerata un genere infantile, anzi proprio dalla fantascienza nascono filosofie come il “cosmismo”: una corrente artistico/scientifica che identificava nel progresso tecnologico e soprattutto nella conquista dello spazio l’alba di un’eroica era di pace. Importanti registi russi hanno affrontato senza alcuna vergogna la fantascienza, utilizzandola per disquisire di etica, sociologia, politica, scienza, ecologia, oppure come escamotage per aggirare la dura censura sovietica o per fare propaganda anti-americana o, semplicemente, come genere adatto a esprimere la propria visione poetica.

Andrej Tarkovskiji, con i capolavori “Solaris” e “Stalker“, è l’esempio più conosciuto. Il primo, tratto da un romanzo del polacco Stanislaw Lem, racconta l’intimo mutamento di un piccolo gruppo di astronauti venuti a contatto con un pianeta senziente. Il pianeta concretizza i sogni degli astronauti fra cui la “resurrezione” della moglie del protagonista. Nel secondo, tratto da un romanzo dei fratelli Strugackij, un poeta e uno scienziato si fanno accompagnare illegalmente da una guida in una zona le cui leggi fisiche sono cambiate dopo l’incomprensibile visita di entità aliene. Al centro della Zona si racconta esista un manufatto che possa realizzare i desideri più intimi e segreti. Lo scienziato vuole distruggerlo, il poeta vuole comprenderlo.
Anche Aleksandr Sokurov si ispirò allo stesso romanzo (“Picnic sul ciglio della strada”) per il suo film “I giorni dell’eclisse” (1988). Il risultato è nettamente inferiore, ma comunque fortemente suggestivo. Grandi spazi e lunghi silenzi accompagnano questa pellicola esistenzialista poco conosciuta.

Oltre a questi pochi capolavori non emergono altre grandi pellicole. Non esistono i corrispondenti russi dei caposaldi del cinema di fantascienza statunitense, che hanno forgiato in maniera indelebile il nostro immaginario e da cui, ancora oggi, risulta difficile scostarsi. Non sono mai stati prodotti film come “2001 Odissea nello spazio”, “Blade runner”, “Alien”, “Guerre stellari” o “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. La povertà degli effetti speciali è stata sicuramente un handicap, ma i difetti più evidenti nei film fantastici sovietici sono un eccesso di retorica e una scarsa attenzione nel costruire personaggi profondi e affascinanti.
Eppure gli esordi del cinema fantastico sovietico insegnarono molto a livello tecnico e scientifico proprio ai registi occidentali che girarono, a distanza di anni, quei capolavori. Pavel Klushantsev (1910 – 1999) con pochi film e una sterminata cultura scientifica insegnò i trucchi fotografici e gli effetti speciali per rendere credibili passeggiate in assenza di gravità, tute spaziali, astronavi, stazioni orbitali, atterraggi su pianteti esotici. George Lucas e Stanley Kubrick studiarono i suoi film. “Il pianeta delle tempeste” (1962) fece a lungo parte del piano di studi nelle scuole di cinema statunitensi. La scena dell’hostess spaziale che in “2001 Odissea nello spazio” cammina a testa in giù in assenza di gravità è palesemente copiata dalle ottime intuizioni visive di Klushantsev. Pavel nei suoi film, così come nei suoi racconti per bambini, abbina materiale didattico scientifico e elementi di fantasia che abbracciano i dogmi del “cosmismo”.

“LUNA” – Pavel Klushantsev

“…Dopotutto, nello spazio, che piaccia o no, è necessario lavorare insieme per risolvere le sfide globali, complesse ed universali… Lo spazio è romantico. L’uomo si nutre di sentimenti forti, altrimenti soffoca e s’intorpidisce nel vecchio e famigliare mondo conosciuto. L’uomo ha bisogno di rischio, di ricerca, di esplorazione di nuovi mondi, della scoperta dei segreti.” Pavel Klushantsev

Road to the stars” (1957) è un fanta documentario che rappresenta in modo molto realistico l’esplorazione dello spazio. Il film è diviso in due parti: una prima didattico scientifica in cui si ripercorrono le principali scoperte missilistiche prendendo a esempio il lavoro del grande scienziato e scrittore cosmista Konstantin Tsiolkovsky (a cui il film è dedicato). Con le immagine del lancio dello Sputnik inizia la seconda parte ambientata su una stazione orbitale in cui biologi, meteorologi e scienziati studiano la vita della Terra e allo stesso tempo si preparano all’esplorazione spaziale. Il film termina con il primo allunaggio. Gli astronauti lasciano le prime impronte sulla Luna e poi osservano con gioia il meraviglioso paesaggio.

Il pianeta delle tempeste” (1962) definisce tutti gli elementi avventurosi del genere: l’astronave in avaria, l’atterraggio di fortuna, il robot di bordo che si rivolta contro gli astronauti, i mostri che popolano il pianeta, la fauna ostile agli astronauti, i resti di una civiltà distrutta da qualche cataclisma, l’eruzione di un vulcano. Il film fu un enorme successo in Unione Sovietica, mentre Roger Corman ne acquistò i diritti di distribuzione e inserì numerosi spezzoni nei film della sua “factroy”. In molti B-Movie statunitensi c’è un po’ di Klushantsev.
Luna” e “Marte” sono strutturati come “In viaggio verso le stelle”: una prima parte scientifica e la seconda che immagina la colonizzazione della luna o la presenza di vita su Marte. Emblematici sono i finali dei due film: nel primo la famiglia in tuta spaziale che guarda con commozione lo sviluppo della colonia lunare; nel secondo l’astronauta con cagnolino che scruta l’alba marziana come nel quadro “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar Friedrich.

"MARTE" - Pavel Klushantsev

“MARTE” – Pavel Klushantsev

Il film di fantascienza più lungimirante e scientificamente accurato non è, però, di Klushantsev, ma un film muto del 1935 diretto da Vasily Zhuravlev: “Cosmic Voyage” per la cui realizzazione fu consultato proprio il geniale scienziato Konstantin Tsiolkovsky. Nel film si vede il primo prototipo di un razzo spaziale a vettori dotato di cabine di decompressione che decolla da una rampa di lancio (all’epoca concetti all’avanguardia). Gli astronauti nello spazio si muovono in assenza di gravità mentre sulla Luna saltellano in maniera realistica grazie a brevi animazioni. Pure le scenografie lunari sono molto veritiere e più di una scena ricorda “2001 odissea nello spazio”. Stupisce come “Cosmic Voyage” fosse in anticipo sul proprio tempo.

“COSMIC VOYAGE” – Vasily Zhuravlev

Aelita

Aelita

Anziché le scoperte scientifiche i temi principali di due importanti film dell’epoca del muto sono la lotta di classe: “Aelita” e “Il raggio della morte”.”Aelita” (1924) è il primo kolossal fantascientifico sovietico e rappresenta la versione di “Metropolis” in chiave marxista in cui la lotta di classe extraterrestre culmina con l’epica scena del fabbro che forgia con sudore e fatica le armi della rivoluzione: la falce e il martello.
Il raggio della morte” (1925) di Lev Kulecov è, invece, una storia di spionaggio che ruota intorno a una fantomatica arma segreta in grado di vincere ogni guerra. Un film che oggi appare confuso e banale agli spettatori, ma che fu tecnicamente molto innovativo per l’utilizzo del montaggio. Kulecov fu il primo regista a comprendere a fondo l’importanza del montaggio e come il significato di un’immagine possa cambiare completamente a seconda dell’immagine che la precede o che la segue (effetto Kulecov).

Nei vari sottogeneri del cinema fantastico vanno citati: la favola romantica “Amphibian man” (Vladimir Chebotaryov e Gennadi Kazansky – 1962), famosa per le spettacolari scene subacquee girate in Crimea, il fanta-horror “Zaveshchaniye professora Douelya” (Leonid Menaker – 1984), in cui la testa di un famoso chirurgo morto insegna al giovane e avido allievo come beffare la morte, il fanta-fantasy “The Witches Cave” (Yuri Moroz – 1989) in cui una spedizione interplanetaria studia un pianeta simile alla terra al tempo dell’età della pietra,  “Chelovek-nevidimka” (Aleksandr Zakharov – 1984), in cui l’invisibilità del protagonista diventa metafora della disgregazione della personalità.

Escape of Mr. McKinley

Escape of Mr. McKinley

Il futuro distopico è ben rappresentato dal film “Begstvo mistera mak-kinli” (“Escape of Mr. McKinleyMikhail Shvejtser – 1975). In futuro la popolazione sarà angosciata, aggressiva e schizofrenica. La prospettiva di un domani migliore è riservata a un’élite di benestanti che può farsi ricoverare in modernissime cliniche in grado di ibernarli in attesa di un futuro migliore. Il protagonista è disposto a tutto pur di farsi ibernare, anche uccidere, ma il suo risveglio sarà tragico. Il protagonista di questo moderno “Delitto e castigo” (lo stesso di “Solaris”) vive prima in un mondo grottesco e cupo e poi in una desolata landa postapocalittica dilaniato dai rimorsi. Curioso un breve e surreale inserto animato.

Altro tema caro alla fantascienza è l’antagonismo fra robot e uomini. Possono delle macchine sostituire completamente gli umani in ogni situazione anche quelle impreviste? Secondo il film “Pilot Pirx’s Inquest” (Marek Piestrak – 1978) no. Il capitano di un’astronave viene, a sua insaputa, mandato in missione con un equipaggio di soli robot. A causa di un incidente solo l’uomo sarà in grado di risolvere la situazione grazie al suo pensiero trasversale. Nella realtà odierna, invece, è meglio non mettersi in competizione con computer quantici e algoritmi intelligenti per non fare brutte figure.

“Mechte Navstrechu”

Il primo incontro con visitatori extraterrestri è fra gli argomenti principali del genere. Nelle pellicole statunitensi, prima di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” e di “E.T.”, gli alieni sono invasori da combattere, che vogliono schiavizzare la razza umana privandola dei propri sentimenti, come nel film di Don Siegel “L’invasione degli ultracorpi”, una chiara metafora del terrore comunista. Nelle pellicole sovietiche, invece, gli alieni provengono generalmente da civiltà tecnologicamente evolute e, soprattutto, moralmente più elevate, il cui interesse primario è salvare il pianeta Terra. Si propongono di condividere con noi la loro conoscenza e far evolvere l’umanità, come nel film “Il silenzio del dottor Ivens” (Budimir Metalnikov – 1973) in cui, però, tre extraterrestri, delusi dai sentimenti ostili degli umani, tornano sul loro pianeta convinti che i terrestri non siano ancora pronti per un contatto con civiltà aliene.
Le fantasiose ambientazioni extraterrestri sono, invece, il punto di forza del film “Un sogno che si avvera” (“Mechte Navstrechu” – Mikhail Karzhukov – 1963); anche in questo caso molte scene furono cannibalizzate da Roger Corman per i film da lui prodotti.

“Per Aspera Ad Astra”

“Per Aspera Ad Astra”

Curiosi un film avventuroso e innocuo come “Mosca-Cassiopea” (Richard Viktorov – 1974, ma, soprattutto, dello stesso regista, “Per Aspera Ad Astra” (1981). Nelle intenzioni del regista quest’ultimo doveva essere un kolossal ricco di effetti speciali, ma i pesanti tagli di budget ne ridimensionarono le aspirazioni. Riguardato oggi è un film terribilmente ingenuo e incapace di creare il pathos necessario nei tanti colpi di scena della pellicola.
Il film inizia con uno dei più noiosi incontri con gli alieni: siamo nel XXIII secolo e un’astronave terrestre incontra il relitto di una navicella aliena, al cui interno saranno rinvenuti i corpi di numerosi umanoidi senza vita. Solo uno di questi è restato in vita: una donna. L’umanoide femminile non si ricorda nulla e sembra un vegetale. Dopo la più improbabile delle presentazioni fra l’aliena e un gruppo di scienziati, politici e militari lei verrà indirizzata a casa di un ricercatore, con il fine di farle ritornare la memoria in un ambiente casalingo e benevolo. Quando il film sembra virare su versanti romantici ed esistenzialisti, la bella umanoide ricorda da dove viene e la sua missione: salvare il suo pianeta da un folle dittatore. In brevissimo tempo viene allestito un manipolo di eroi che andrà sul suo pianeta a salvare tutti. Nonostante questo, il film va, comunque, visto per più ragioni: l’androgina umanoide interpretata dalla magrissima modella Yelena Metyolkina, decisamente credibile nei panni di un’aliena, la curiosa colonna sonora di Alexey Rybnikov, le ambientazioni del pianeta extraterrestre girate nell’aridissima Isfara nel Tagikistan (località valutata da Tarkovskiji per girare Stalker)… La pellicola fu anche premiata al festival di fantascienza di Trieste nel 1982.

“Konets vechnosti”

“Konets vechnosti”

Curioso vedere come registi russi interpretino i racconti dei grandi scrittori di fantascienza americani come Ray Bradbury o Isaac Asimov.
La fine dell’eternità” (“Konets vechnosti”), tratto dall’omonimo romanzo del 1955 e diretto nel 1987 da Andrei Yermash, adatta le tematiche di Asimov alla cupa e controllata realtà sovietica di quei decenni. Il protagonista del film è Andrew Harlan una “sentinella del bene” il cui ruolo è eliminare dai flussi temporali ogni evento destabilizzante in modo da garantire un presente di pace e progresso. Il consiglio dei saggi “Eterni” gli affida il compito di osservare il 48° secolo della storia umana, ma il giovane tecnico si innamora di una donna contravvenendo alle rigide leggi dei suoi tutori. Un film claustrofobico girato solo in interni con la colonna sonora di Eduard Artemyev compositore di musica elettronica che scrisse la colonna sonora anche di “Stalker”. Le splendide scenografie e la cura dei costumi di scena fanno dimenticare la lunghezza e la lentezza tipica dei film sovietici.

Veld

Veld

Veld” (Nozim To’laho’jayev  – 1987) è, invece, l’adattamento dell’omonimo racconto di Bradbury. Il pauroso prologo cita un altro racconto dello scrittore, “The dragon” (1955), per poi dirottare sulla trama principale: un bambino trascurato dai genitori si rifugia nelle fantasie di una nursery virtuale in cui riproduce la selvaggia savana. I genitori sono preoccupati dai sogni mortiferi del bambino e gli proibiscono l’accesso, ma finiranno sbranati dai leoni.
Lo stesso regista adattò nel 1984 un altro racconto di Bradbury: “There Will Come Soft Rains”, un cortometraggio animato molto poetico che mostra la quotidianità delle case domotiche di un prossimo futuro, sopravvissute ai loro proprietari, morti a causa di una guerra.

Negli anni ‘80 la psicosi di un’imminente guerra nucleare fra le due superpotenze USA e URSS popolò gli incubi di una generazione. Nel 1983 negli Stati Uniti fu trasmesso in televisione “The day after”, un film molto popolare che racconta le vite degli abitanti di una regione rurale statunitense pericolosamente vicina agli arsenali strategici militari all’alba della terza guerra mondiale. Nel 1986 in Inghilterra esce al cinema il cartone animato “When the wind blows”, la vita domestica di un’ingenua coppia di anziani è sconvolta da un bombardamento nucleare. Il fallout radioattivo, la fame e la speranza che qualcuno li salvi uccideranno lentamente, ma inesorabilmente l’anziana coppia. Nello stesso anno in Russia viene proiettato “Letters from a dead man” (distribuito in Italia con il titolo “Quell’ultimo giorno”) di Konstantin Lopushansky, un regista specializzato in cupi film di fantascienza apocalittici. “Quell’ultimo giorno”, al contrario di “The day after”, fu accolto molto favorevolmente dalla critica. Nei due film l’approccio alla catastrofe è completamente diverso: poetico e verboso il primo (URSS), spettacolare e stereotipato il secondo (USA). Due caratteristiche che contraddistinguono e differenziano la cinematografia delle due nazioni.

“Letters from a dead man”

“Letters from a dead man”

Nel film di Lopushansky la catastrofe nucleare è già avvenuta. Il regista è interessato a descrivere la vita nei bunker, le malattie, l’inverno nucleare, la mancanza di cibo, le relazioni fra i sopravvissuti, la solitudine e la rassegnata disperazione. Vivendo sottoterra il tempo non ha più una ciclicità, i libri vengono usati solo per generare un po’ di calore, i sopravvissuti sono certi della propria estinzione. Uno scienziato vive nei sotterranei di un museo con la moglie agonizzante e, nella sua mente, scrive lettere a suo figlio disperso. Dopo la morte della moglie per caso scoprirà un gruppo di militari che prova a ibernare dei selezionati superstiti che possano risvegliarsi in un mondo meno contaminato. I criteri di selezione disgustano lo scienziato a tal punto da rifiutare questa opportunità e tornate nel suo bunker-museo a prendersi cura di un gruppo di bambini. Nelle ultime struggenti scene si vedono questi bambini brancolare fra le macerie smarriti. Lo scienziato è evidentemente morto e nessuno si occuperà più di loro.

“A Visitor to a Museum”

“A Visitor to a Museum”

“A Visitor to a Museum”

“A Visitor to a Museum”

Nel successivo film del regista, “A Visitor to a Museum” del 1989, il protagonista attraversa un mondo devastato da una catastrofe nucleare per recarsi in pellegrinaggio a un museo semisommerso visitabile solo per pochi giorni all’anno quando la marea si ritira. Qui incontrerà altri sopravvissuti, alcuni normali, altri resi dementi dalla catastrofe. Lopushansky usa la catastrofe per girare un film filosofico che ricorda i film del suo maestro Andrei Tarkovsky. Visivamente ricco di scene affascinanti (come l’epica sequenza del mare in burrasca, o quella in cui il protagonista si aggira nel deserto di rifiuti) e alcuni virtuosismi registici.
Più piatto, ma curioso, “Ugly swans” (2006) tratto dall’omonimo libro dei fratelli Strugackij. Degli alieni occupano una scuola e rieducano un gruppo di bambini. Quali siano i loro veri scopi è difficile dirlo. Il protagonista non sa se combatterli o comprendere i cambiamenti che vogliono generare.

kin-dza-dza

Di tutt’altro genere il popolare “Kin-dza-dza!” (1986) un film di fantascienza surreale e grottesco di Georgij Danelija in cui si narrano le disavventure di due umani che si teletrasportano per errore su un arido pianeta sconosciuto dalle strane usanze. Gli umanoidi che lo abitano sono divisi in due caste e comunicano telepaticamente (anche se questo non impedisce loro di mentire) e la loro lingua parlata si riduce a poche parole fra cui il nome del padrone del mondo che tutti dichiarano spassionatamente di amare. Più che il film è molto bella la versione animata del 2013 dello stesso regista insieme a Tatyana Ilina. I suoi punti di forza sono l’ambientazione desertica, le decadenti rovine degli edifici e i fantasiosi e arrugginiti apparecchi volanti. L’ottima animazione rende piacevole la visione di questo curioso film nonostante la lentezza.

Negli anni ’90 la fantascienza viene abbandonata. L’interesse di quel decennio è più orientato su un genere allora quasi sconosciuto in Unione Sovietica: l’horror. Poche le pellicole di fantascienza interessanti. Fra queste “Posrednik”  (Vladimir Potapov – 1990), un film dalle atmosfere thriller su una silenziosa invasione aliena.

La nuova generazione di registi russi dimostra di avere imparato molto bene le dinamiche dei loro rivali statunitensi. I recenti film di fantascienza non sono più lenti, verbosi o filosofeggianti, bensì ricchi d’azione e di effetti speciali adeguati. Se da un lato le pellicole ne guadagnano in fruibilità, dall’altro perdono quel fascino che li caratterizzava. Le caratteristiche comuni a questi film commerciali sono la smodata presenza di armi e il pesante uso della color correction che evidenzia il tipico gusto russo per i colori pastello.

“Attraction”

“Attraction”

Ne è un esempio il recente “Attraction” (2017) in cui un’astronave aliena si schianta rovinosamente su Mosca. Il regista Fyodor Bondarchuk è abituato a girare film spettacolari di puro intrattenimento: aveva già diretto i due deludenti capitoli della saga fantascientifica “The Inhabited island” (2008-2009), tratto da un racconto dei fratelli Strugackij, e il kolossal “Stalingrad” (2013). Fyodor è anche uno scaltro produttore di film di grande spettacolo e intrattenimento.  “August 8th” (Dzhanik Fayziev – 2012) racconta due diversi punti di vista della seconda guerra in Ossezia: quello di una madre che attraversa coraggiosamente un conflitto per salvare suo figlio e quella del bambino che interpreta la guerra come scontri fra super robot. Un film che, nonostante alcune premesse, è orrendo.
Branded” è talmente copiato da “They live” (John Carpenter -1988) da poter essere considerato il suo ridicolo remake, ma, anziché alieni scheletrici, i cattivi di turno sono megacorporazioni che intendono rendere i cittadini del mondo una massa di ebeti consumatori. Sceneggiatura quasi completamente incomprensibile e uso del CGI a caso.

Ottimi, invece, i due capitoli dei “Guardiani del giorno e della notte” (Timur Nuruachitovič – 2004 – 2006) tratti dall’omonimo best seller internazionale di Sergej Luk’janenko. Un fantasy dalle forti tinte horror, spettacolare, ma ben fatto. Un antico accordo fra le forze delle tenebre e quelle della luce, perennemente in conflitto fra loro, rischia di essere rotto a causa di un eletto che dovrà scegliere da che parte stare, sbilanciando il potere delle due fazioni.
Egregiamente confezionati, anche se non certo originali, due recenti film: “Target” (Alexander Zeldovich – 2011) e “Terra nova” (Aleksandr Melnik  – 2008). Nel primo, ambientato in una Russia senza più problemi socio/economici, un gruppo di annoiati benestanti scopre per caso quello che sembra essere l’elisir dell’eterna giovinezza. Il futuro di “Terra nova” è ben diverso: l’abolizione della pena di morte ha come conseguenza il sovraffollamento delle carceri. Un gruppo di prigionieri viene deportato su un’isola ghiacciata per effettuare degli esperimenti sociali.

Restiamo in attese di vedere in anteprima al Trieste SCIENCE+FICTION Festival lo spettacolare “Salyut-7″ (2017) di Klim Shipenko, un film che sembra un incrocio fra “Apollo 13” e “Gravity” condito con un po’ di tamarraggine russa, sperando abbia una distribuzione anche in Europa. “Salyut-7″ racconta l’audace missione di salvataggio di una stazione spaziale russa realmente avvenuta nel 1985.

 

PUNK in SIBERIA parte 4(5)

  1. UN REGALO PER I PIU’ DEBOLI

La fine del socialismo reale ha portato ai punk siberiano, come a tutti gli altri, una maggiore libertà di espressione e movimento, ma anche  disoccupazione, povertà, precarietà esistenziale e morte. Sì, morte, perchè la storia delle punk band siberiane continua anche dopo l’epoca comunista questo macabro leit motiv… i morti sul campo.

chernozem

Chernozem

Chernozem

Parliamo ad esempio dei Chernozem (Terra Nera) che nascono alla fine degli anni ’80 a Tyumen.

La loro musica è inizialmente un punk rock disperatamente scassato: i loro primi concerti si tengono in casa, ma gli spettatori scarseggiano: durante uno di questi ritrovi gli amici hanno così fretta di andarsene che addirittura uno si dimentica di mettersi le scarpe per uscire. Insomma un disastro. I primi demo della band sono, come dire, a scadenza, nel senso che vengono incisi su una bobina con un vecchio registratore. Non potendo trasferire le registrazioni su altro formato, il demo viene ascoltato un po’ di volte, poi quando la band ha pezzi nuovi li registra sopra quelli vecchi, perchè la bobina è una sola.

I Chernozem sono inizialmente Eugene Kokorin (chitarra, voce), Dimitri Kolokolov (basso, testi), e Vadim Zuev (batteria). Ma la Russia degli anni 90 è un posto pericoloso così Zuev muore nel 1994 a Mosca, in circostanze misteriose e altrettanto misteriosamente, nel 1997 Dimitri Kolokolov sparisce: il suo corpo decapitato viene rinvenuto sui binari della ferrovia nei pressi di Tyumen.

Nel 1994 I Chernozem conoscono Igor Gulyaev che entra nel gruppo come chitarrista; tuttavia, di lì a poco viene chiamato per il servizio militare; sono gli anni della prima Guerra Cecena, così Igor finisce al fronte. Là però, stranamente, non muore. Ad ucciderlo ci penserà, un attacco cardiaco al suo ritorno a casa, proprio una settimana prima della pubblicazione del primo album dei Chernozem che si intitola Podarok Dlya Samogo Slabogo (Regalo per i più deboli)

I pezzi dei Chernozem evocano in modo strano e cristallino la fragilità e la precarietà dell’esistenza di questi anni bui della storia della Russia, nei quali morire era così semplice.

Teplaya Trassa

Duecento chilometri a sud di Novosibirsk si trova la cittadina di Barnaul. Dopo la seconda guerra mondiale Barnaul diventa una grande città industriale: vi vengono impiantati stabilimenti mecca-nici, chimici, tessili, radiotecnici. La maggioranza delle imprese si orientano al comparto bellico. Durante la Guerra Fredda Barnaul è una città popolosa perchè centro nevralgico della produzione militare sovietica. Poi la guerra fredda finisce e di tutte quelle fabbriche di armi e attrezzature militari nessuno sa più che farsene, molte quindi vengono smantellate e Barunaul sprofonda nella crisi più nera. In questi anni di depressione si formano i Teplaya Trassa (pista calda), la prima punk band di Barnaul, che potremmo definire la provincia della provincia della siberia.

Orgasm of Nostradamus

Orgasm of Nostradamus

Orgazm Nostradamusa

La musica dei punk siberiani continua a trasudare astio, paranoia e disfatta anche nel nuovo secolo.  Tra i punk più genuinamente nichilisti della siberia post-comunista ci sono gli ОРГАЗМ НОСТРАДАМУСА, gli “Orgasmo di Nostradamus”, che definiscono il loro punk amorale e provengono da cittadina di Ulan-Ude,  situata nella parte meridionale della Siberia, a pochi chilometri dal confine con la Mongolia, famosa soltanto perché nella piazza principale ha sede la più grande testa in pietra di Lenin mai scolpita in Unione Sovietica.

Sui retroscena della vita della band, le leggende si sprecano: pare che i componenti del gruppo facciano parte di una specie di congrega di poeti reietti che si ritengono estranei alla società. I membri della congrega sono soliti ritrovarsi nei cimiteri o nei pressi di discariche di rifiuti, condurre un’esistenza parassitaria caratterizzata dagli eccessi alcoolici e allucinogeni ed esplorare derive psicopatologiche autoindotte per fustigare e mortificare la propria spiritualità.

Nel 1996 gli Orgazmus Nastradamusa compaiono su un’emittente televisiva siberiana. Durante l’esecuzione di un pezzo nello studio uno di loro si taglia le vene con una lametta e si accascia in un lago di sangue. Una classica performance del punk siberiano. Si è trattato di una farsa, ma la performance è così realistica che lascia tutti sgomenti.

Anche grazie a queste macabre trovate Tra la fine dei 90 e nei primi anni zero gli Orgazm Nostradamusa diventano una piccola celebrità underground della provincia russa, e lo resteranno fino al loro scioglimento, avvenuto nel 2003 in seguito alla morte di due componenti: Arkhip, il chitarrista, avvelenato da alcuni naziskin e il cantante Ugol, soffocato nel suo vomito dopo aver ingerito un mix di vodka e pillole (un suicidio, si pensa). La musica degli Orgazm Nostradamusa trasuda sociopatia da ogni nota ed è del tutto estranea a qualsiasi contenuto di carattere politico o sociale, risultando tanto repellente quanto affascinante…

Orgasm of Nostradamus

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Articolo di Stiopa & Sarta
Kalashnikov collective

PUNK in SIBERIA parte 3(5)

  1. BARBAROSSA ROCK’N’ROLL

Il punk in Siberia negli anni ottanta non fu solo Egor Letov con i suoi Grazdanskaya Oborona, ma coinvolse molti altri personaggi e band, altrettanto interessanti ed originali. Per esempio…

Instruktciya Po Vyzhivaniy

Instruktciya Po Vyzhivaniy

Instruktciya Po Vyzhivaniy

Da Tyumen provengono gli Instruktciya Po Vyzhivaniy (Istruzioni per la Sopravvivenza). Il gruppo nasce nel 1985 con il supporto del locale Komsomol (l’organizzazione giovanile del Partito Comunista dell’Unione Sovietica) che aveva tra l’altro il compito di valutare i gruppi e i musicisti – diciamo – emergenti. Naturalmente, quando i funzionari del Komsomol si degnano di ascoltarne la musica, gli Instruktciya po Vyzhivaniy vengono decretati fuorilegge e i componenti della band spediti nell’esercito.

Il sound di questi punk intellettualoidi di Tyumen è un po’ più allegro di quello dei classici gruppi punk siberiani. Suonano come una specie di Buzzcocks in cirillico con la drum machine. I loro pezzi hanno titoli nichilisti piuttosto notevoli come “Pugnalato alla schiena” e “Siamo tutti alla fine” o “Sindrome afgana“, che ora ascoltiamo, e che racconta della guerra in Afganistan, il viet-nam sovietico…

Promyshlennaya Arkhitektura

Nato a Novosibirsk nel 1964, Dmitriy Alekseevich Selivanov è sicuramente il personaggio più misterioso ed incompreso della scena underground siberiana.

Inizia a suonare nella metà degli anni ’80 come chitarrista di una band folk-rock chimata Kalinov Most (che poi sarebbe diventata una delle più celebri e durature rock-band russe, ancora oggi in attività) che lascia quasi subito per dedicarsi al punk entrando in alcune band tra cui i Grazdanskaya Oborona di Egor Letov.

Promyshlennaya Arkhitektura

Promyshlennaya Arkhitektura

Nel 1988 Dimitri dà vita ad un suo personale progetto, i Promyshlennaya Arkhitektura (Architettura Industriale), nel quale suona la chitarra, compone e si occupa delle parti vocali. L’esordio discografico si intitola “Любовь и Технология” (Amore e Tecnologia): si tratta di un indiscusso capolavoro di post-punk siberiano. Grandi titoli come “Orgasmo industriale“, “Ospedale per bambini“, “Non c’é dio“, “Determinismo” e “Truppe di frontiera“. L’interpretazione vocale di Dmitry é sofferente e beffarda allo stesso tempo, nel solco della grande tradizione sibi-punk, i testi sono freddi e lineari come il taglio di un bisturi. Un anno dopo aver registrato il disco, il ventidue aprile del 1989, Dmitry si suicida impiccandosi con una sciarpa ad un tubo delle condutture dell’acqua. Le sue ultime parole sono state: “vado in fondo al corridoio a fare una cosa…”

Бомж

Qual è stato il primo gruppo punk siberiano ad esibirsi in pubblico? Pare siano stati i Бомж (Barbone) di Novosibirsk ad un festival di musica giovanile presso l’Università locale nell’ottobre del 1985. I Bomx erano nati l’anno prima e suonavano una specie di rock cupo e scassato,  caratterizzato dai vocalizzi stralunati e i testi fuori di melone del cantante Eugene “Dzhonik” Solovyov. La sua abitudine di utilizzare molti termini tedeschi nei testi, come Javol! O Kaputt! che ricordano i soldati nazisti nei film di guerra e i continui riferimenti al nazismo e alla seconda guerra mondiale rendevano i testi dei Bomx assolutamente sinistri e di certo invisi alla polizia sovietica.

L’esibizione dei Bomx al festival rock di Podolsk nel 1987 è ricordato come una delle cose più “disturbanti e sgradevoli” per la sensibilità da educande dei critici musicali dell’epoca. La band ha intrattenuto il pubblico con una mezz’ora di garage rock sferragliante e monotono, Dzhonik ha tenuto banco con movenze scimmiesche e dementi, e sangue finto che gli colava dalla bocca e dagli occhi. Il concerto si è aperto con “Barbarossa Rock’n’roll”, un pezzo che rievoca l’operazione Barbarossa  ovvero l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica durante la 2° guerra mondiale. Chi ha confidenza con la Russia, sa che in ogni angolo di quell’immenso paese in epoca sovietica è stato eretto almeno un monumento alla Grande Guerra Patriottica, come i russi chiamano la 2° guerra mondiale, perchè considerato un capitolo splendete e vittorioso della Russia comunista. Nel pezzo “Barbarossa Rock-‘n’roll” i Bomx sembrano dire: “Ehi sfigati! il punkrock sta arrivando in Unione Sovietica e  come una banda di nazisti violenterà le vostre orecchie! E questa volta non l’avrete vinta!”. Insomma, roba da fucilazione sul palco!

Putti

Putti

Putti

Se i Bomx furono i primi punk siberiani a suonare in pubblico, probabilmente i Putti di Novosibirsk  furono i secondi In effetti il loro esordio risale anch’esso al 1985, ad un festival rock ufficiale. Che i Putti fossero un gruppo assurdo pare chiaro dal fatto che per l’occasione si presentarono malamente truccati da Kiss.  Assurdo é anche l’album in cassetta pubblicato clandestinamente nel 1985, intitolato “Rezinovyy baobab”.

Un disco registrato con un mangiacassette, pieno di errori, rumori di fondo, tagli sbagliati e di risate beffarde del cantante Aleksandr Chirkin, che oggi, pluritatuato e cinquantenne, é ancora in attività sotto lo pseudonimo di Putti.

Putti

Putti

Nik rock’n’roll

Nik rock’n’roll ovvero Nikolai Kuntcevich nasce nel 1960 e trascorre la sua infanzia a Orenburg una città industriale, nel sud della Russia, sul confine con il Kazakistan.

Qui, a 16 anni Nikolai fonda la sua prima band  “i Masochisti” più dedita al teppismo e all’autodistruzione che alla musica. I “Masochisti” girano per le strade della città vestiti da punk (o almeno come credono che si vesta un punk), sono pieni di alcol e ciascuno di loro ha un temperino arrugginito in tasca. Danno fuoco a quello che capita, rompono vetri, fanno a botte. Una quotidianità alla deriva, erosa dalla noia siberiana. I “Masochisti” non durarono molto, uno dei componenti viene arrestato, un altro si suicida.

Nikolai  litiga con i suoi genitori e si trasferisce a Chelyabinsk in Siberia per studiare letteratura, ma la sua vita da studente non dura molto… il punk è la sua passione.

Ovunque vada, risse scandali, polizia e altri problemi. Il comportamento di Nick è sempre oltre il limite: subisce accuse di ogni genere: teppismo, nazionalismo, fascismo. Entra ed esce da ospedali psichiatrici e celle delle prigioni sovietiche. Al festival di Podolsk nel 1987, Nick si esibisce con la sua band e si taglia le vene sul palco: è da lì che la gente inizia a definirlo l’Iggy Pop sovietico.

Dopo la caduta del comunismo, approda a Vladivostok nell’estremo est dove fonda la band Koda e conquista una certa notorietà con il disco “Uomini in ritardo”. Il pezzo d’apertura scritto molti anni prima  è un classico del rock anti-sovietico e s’intitola “Veselis’, Starukha” (“Gioisci vecchia“).

Ancora oggi, quasi sessant’enne, Nikolai dedica la sua vita al punk rock, portando avanti, tra un sorso di vodka e l’altro, mille iniziative legate alla musica che ha sempre amato.

Nik rock’n’roll

Nik rock’n’roll

Pishchevyye otkhody

Dei Pishchevyye otkhody (i rifiuti alimentari)  di Novosibirsk si sa poco. Registrarono un po’ di cassette tra la fine degli anni 80 e l’inizio diei 90 in condizioni molto precarie come si er soliti fare all’epoca. I loro pezzi suonano un po’ più educati rispetto alla media, questo forse denota una certa passione per la musica rock occidentale. Detto questo ascoltiamo la Sud’ba idiota (il destino dell’idiota).

Spinki Menta

Spinki Menta è una band un po’ goliardica formata Dimitri Kuzmin(voc,guitar), Ronik Vachidov(bass) and Andrej Budanov (drums) che ha animato la scena punk di Novosibirsk negli anni ’80. Il loro primo nastro registrato con l’aiuto di Egor Letov nel 1987 si intitola “l’erezione del luogotenente Kireyeva”.

Tsentral’nyy gastronom

I Tsentral’nyy gastronom nascono nel 1985 quando due compagni di scuola Igor Yemelyanov e Vladimir Medvedev decidono di metter su un progetto musicale nella cucina della komunalka in cui abitano. Visto che sono un gruppo da cucina decidono di chiamarsi “gastronomia centrale”. Si definiscono il più famoso dei gruppi sconosciuti di Tyumen e – strano ma vero esistono ancora oggi.

Missiya: Antitsiklon

In Siberia c’erano i Gulag, cioè i campi di lavoro di Stalin e i sovietici ci mandavano i dissidenti politici e tutte le persone scomode in generale. Erano ovviamente luoghi terribili, edificati in posti ancora più terribili. Molte attuali città della Siberia si sono sviluppate proprio a partire dai gulag. Per esempio Magadan, un porto dell’estremo e desolato est russo, che sorge sul mare di Okotshk. La città è infatti nata come campo di prigionia nel 1930, in piena epoca staliniana.

Magadan è tutt’oggi una città spaventosamente isolata. Il grande centro abittato più vicino a Magadan è Jakutsk, ma dista circa 2.000 km di strade al limite dell’effettiva percorribilità. A proposito: la Strada statale P504 che collega le due città, costruita tra gli anni 30 e 40 dai deportati, è nota anche come strada delle ossa. Secondo alcune leggende la strada è stata asfaltata con una mistura di terra, ghiaia e ossa dei prigionieri morti di freddo, di fatica e di stenti durante la cosrtuzione.

A Magadan, che tutt’oggi è una città povera con una popolazione in forte calo, a metà degli anni 80 si è formata una delle più originali rock band russe, i Missiya: Antitsiklon. Non una punk band, se non nell’aspetto e nell’attitudine, ma una straordinaria band new-wave che registrò un paio di dischi per poi sciogliersi nei duri anni ’90 quando la crisi post-comunista trasformò tutto l’estremo oriente russo in un posto ancora più ostile in cui vivere.

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Articolo di Stiopa & Sarta
Kalashnikov collective

JAKABOK – Clive Barker

Jakabok - Clive Barker

Jakabok – Clive Barker

Indipendent Legion colma un vuoto colpevole dell’editoria italiana, pubblicando solo ora “Jakabok – Il Demone del Libro” (“Mr. B. Gone”) di Clive Barker. Incredibilmente, però, il romanzo del grande autore inglese di horror contemporanei si rivela una piccola delusione. Jakabok è il nome di un demonio, intrappolato nel libro che racconta la sua storia. Jakabok si rivolge direttamente al lettore chiedendogli di bruciare il libro e di non leggere le sue confessioni. Un sotterfugio narrativo molto divertente, ma che alla lunga stanca e appesantisce la lettura. La storia stessa non è particolarmente intrigante, nonostante momenti geniali come la “pesca” di Jakabok e di suo padre e il contestuale parricidio, che trasporta il demonio dall’inferno al “mondo di sopra”, catturato da un gruppo di uomini che vende reliquie demoniache. Il suggestivo nono cerchio del’inferno, dove vive il giovane demone insieme al padre alcolizzato e alla severa madre, assomiglia a una periferia degradata contemporanea, mentre il medioevo umano, in cui Jakabok compie le sue scorribande, non è minimamente descritto o caratterizzato, come se il demone rimpiangesse i luoghi infernali della sua infanzia e fosse completamente indifferente allo squallido mondo umano. Innegabile esempio di coerenza narrativa, che preclude, però, buona parte del fascino che l’ambientazione medievale avrebbe potuto dare al racconto. Divertente l’ossessione del compagno di avventure di Jakabok per le invenzioni umane, che procurano più sofferenze che benessere, e che culmina nell’incontro con Gutenberg alle prese con la costruzione della pressa da stampa: un oggetto che scatena le attenzioni di angeli e demoni. Però il misticismo della parola e il conseguente segreto, a cui accenna il demone in continuazione, non brillano certo di originalità, come ci aspetteremmo invece da un grande scrittore.

Clive Barker

Clive Barker

PUNK in SIBERIA parte 2(5)

Grazhdanskaya oborona - Egor Letov

Grazhdanskaya oborona – Egor Letov

  1. SIAMO GHIACCIO SOTTO I PIEDI DEL MAGGIORE

Alcune caratteristiche del punk siberiano? Innanzitutto, un inconfondibile suono di chitarra ultra-fuzz, con un feedback spaventoso dovuto al fatto che la maggior parte degli amplificatori e degli effetti sono costruiti artigianalmente, autoprodotti con pezzi di vecchi radio dismesse. Stesso discorso vale per la qualità delle registrazioni: essendo registrati in segreto nonché in situazioni di fortuna, gli album delle band sibi-punk non suonano esattamente come vorrebbero le vostre orecchie! Inoltre, il cantato è sempre ad un volume molto più alto del resto, per permettere di comprendere bene i testi. In effetti i testi hanno un ruolo fondamentale: sono le invettive anti-governative a determinare il successo dei Grazhdanskaya Oborona:

Grazhdanskaya oborona

Grazhdanskaya oborona

I Cambiamenti del tempo

Una sporca vergogna ha cullato la mia ira / un fischio pieno di odio ha distrutto i miei nervi / loro ti hanno comprato con un boccone appetitoso / e noi siamo stati sepolti sotto sabbia bagnata.

Ho visto perline e gemme colorate macinate nell’asfalto

Non potrò mai credere nei cambiamenti del tempo.

L’osso ti si è fermato in gola / loro ti fottono per livellare tutti quanti / come tutti finirai per stimare i tuoi capi / e ti laverai le mani prima dei pasti

Ho visto il sangue sulla guancia che hai permesso loro di sfregiare

Non potrò mai credere nei cambiamenti del tempo.

Il numero dell’autobus é sbagliato / fanculo alle previsioni del tempo / “Serrare le fila!” / “Difendere l’Afghanistan!”

Io strappo via il simbolo della pace dal mio petto e rido di voi

Non potrò mai credere nei cambiamenti del tempo.

Non potrò mai credere nei cambiamenti del tempo.

Grazhdanskaya Oborona

Grazhdanskaya Oborona

Altra caratteristica del sibi-punk è la prolificità delle band. Il carattere clandestino della circolazione dei dischi, la difficoltà nel suonare dal vivo, l’assenza totale di supporti pubblicitari, di stampa specializzata e di passaggi radiofonici, impone alle band di produrre montagne di materiale registrato, unica testimonianza della propria esistenza, ed unico modo di comunicare con il proprio pubblico. Basti pensare che, tra il 1987 e il 1989, i Grazhdanskaya Oborona pubblicano ben dieci album! Naturalmente per album s’intendono cassette duplicate in casa. Nessun disco di sibi-punk – prima ella fine del regime comunista – viene dato alle stampe ufficialmente: le cassette circolano come “magnizidat” (una versione audio del samizdat), cioè nastri clandestini che passano di mano in mano, spesso copie di copie di copie, senza copertina né titoli. Non si deve tuttavia pensare che gli album dei GROB siano restati ad appannaggio di una ristretta cerchia di fan: i Grazhdanskaya Oborona divennero vere e proprie celebrità in tutta la Russia.

Grazhdanskaya Oborona

Grazhdanskaya Oborona

Ghiaccio sotto gli stivali del maggiore

Non sappiamo che cosa sia il dolore

Non sappiamo cosa sia la morte

Non sappiamo che cosa significhi la paura

di stare in piedi da soli tra due mura tarlate

 

il maggiore vorrebbe soffocarci uno ad uno

Arriva facendo risuonare gli stivali – ma cade, perchè la strada è coperta di ghiaccio

E noi siamo il ghiaccio sotto i piedi del maggiore

 

Ridiamo con facilità, abbiamo occhi vivi

Siamo indifesi e amiamo così tanto la vita

Stiamo insieme, perchè è sempre stato così

Siamo gli ultimi che ricordano ciò che è la luce

 

E ora non abbiamo niente e stiamo morendo

E tutto quello che possiamo fare ora è di essere ghiaccio

ghiaccio sotto i piedi del maggiore

 

Quando siamo insieme, smetto di morire

Loro hanno le mani aperte e le parole colorate

Con loro fumo l’erba e non me ne frega niente di niente

ma il maggiore sta arrivando e ci ucciderà tutti

 

Fino a quando non creperemo – il terreno sarà coperto di ghiaccio arrabbiato

E il maggiore scivolerà perchè noi siamo il ghiaccio sotto i piedi del maggiore

 

 

  1. IL TEMPO DELLE PICCOLE CAMPANE

Nel 1987 Egor Letov incontra una ragazza di Novosibirsk che suona la chitarra e scrive canzoni che assomigliano alle sue. Il suo nome è Yana Stanislavovna Dyagileva, detta Yanka.

Yanka nel 1987 ha 21 anni e si innamora di Egor Letov. Un giorno Yanka accompagna Letov al controllo psichiatrico a cui il musicista si deve sottoporre periodicamente, a seguito del suo ricovero in manicomio di qualche tempo prima. Questa volta, Letov è sospettoso che possano decidere di rinchiuderlo di nuovo. Al termine della visita il medico lascia lo studio per andare a recuperare dei documenti ed  Egor ne approfitta: si alza, lancia uno sguardo a Yanka e i due imboccano di corsa l’uscita dell’ambulatorio. Inizia così la tormentata storia d’amore tra Yanka Dyagileva e Egor Letov, una relazione che sarà sì sentimentale, ma anche artistica. Nell’estate dell’87 i due vivono in clandestinità, conducono un’esistenza nomade, rubano cibo dai mercati e dormono dove capita: scantinati, auto abbandonate, carrozze dei treni…

YANKA

Yanka

Letov è incantato dal talento poetico di Yanka, la sprona a suonare, registrare materiale, a partecipare agli album dei Grazhdanskaya Oborona; per lei mette insieme una band, i Velikie Oktyabr (i grandi ottobri) con la quale Yanka incide il bellissimo album  “Declassirovannim elementam” nel 1988. Letov però, con il suo entusiasmo titanico e le sue cure ossessive, anziché infondere ispirazione e fiducia in Yanka finisce per adombrarla. Letov è una personalità dispotica, e la sua inesauribile produttività artistica lo rende un personaggio ingombrante. Il rapporto tra i due presto si fa duro, conflittuale, malato. In questi mesi, Yanka scivola nella depressione.

Trova conforto nell’amicizia con un cantautore di Cherepovets, Aleksander Bashlachov, uno dei poeti e dei musicisti più promettenti dell’undergorund russo, che dopo anni di concerti clandestini in casa di amici, è ormai avviato al riconoscimento ufficiale da parte del mondo discografico sovietico.

Aleksandr Bashlachev

Aleksandr Bashlachev

Le canzoni di Aleksandr Bashlachev raccontano la decadenza della Russia sovietica e della sua gioventù priva di prospettive. “Fuori Stagione” è una delle sue prime composizioni:

Toppa dopo toppa, i jeans sono diventati bianchi. I nostri modesti stipendi sono appena sufficienti per pagare gli aborti clandestini. Siamo fuori stagione. E questo è tutto ciò che abbiamo: un sogno letargico, umiliante come la vecchiaia. Cinque copechi per un cent. Mi sento inerme, e questo è più che essere stanchi...”.

Il Tempo delle Piccole Campane” è uno dei suoi pezzi più noti, diventerà una specie di inno per il rock sovietico:

Per secoli mastichiamo le maledizioni e le preghiere, per secoli viviamo con gli occhi strappati. Ciò che abbiamo costruito, ora è coperto dalle bufere. Abbiamo bevuto vodka per una settimana e abbiamo avuto il malditesta per un anno. Abbiamo maledetto la nostra pelle e cucito i bottoni sulle nostre costole“.

Sasha è circondato da amici fedeli che cercano di aiutarlo in tanti modi, sostenendolo nelle difficoltà di una vita nomade e segnata dalle ristrettezze economiche. Ad un certo punto alcuni di loro fanno anche una colletta per pagargli la sistemazione della sua dentatura disastrata (effetto tipico dell’alimentazione carente di vitamine dei russi del nord), ma lui quei soldi li spende per acquistare marjuana, di cui è diventato nel frattempo frenetico consumatore (cosa molto pericolosa nell’Unione Sovietica di quei tempi).

Sebbene conduca anch’egli una vita precaria, Sasha Bashlachov è un tipo molto diverso da Egor Letov: è fragile, introverso, incostante, solitario… Per Yanka la musica e la poesia delle canzoni di Bashlachov sono di ispirazione e conforto. Dopo averlo visto suonare e avergli parlato, Yanka ne esce animata da un profondo ottimismo e da un’ondata di creatività. Nello stesso anno in cui incontra Yanka Dyagileva, però Sasha Bashlachov conosce anche una studentessa di teatro di nome Nastya, con la quale va a vivere a Mosca, senza un soldo e senza una casa. La vita nella capitale è dura: i due vengono ospitati a turno da amici e conoscenti, ma la precarietà in cui vivono mina il loro rapporto, che ha un tracollo quando Nastya scopre di aspettare un figlio. Pochi giorni prima di diventare padre e pochi minuti prima che un dirigente della casa discografica di stato alzasse il telefono per proporgli un contratto che lo avrebbe finalmente riconosciuto e consacrato alla celebrità, Sasha Bashlachov si uccide gettandosi dalla finestra.

Yanka

Yanka

Per Yanka è un colpo tremendo. Il suicidio di Bashlachov la spoglia di tutto l’entusiasmo e l’ispirazione che lui stesso le aveva donato. Ripiomba nella depressione, come testimoniano le poche canzoni che compone in questi mesi, che sono sempre più cupe, sempre più criptiche. Ad un certo punto abbandona tutto e torna a vivere con il padre, in una casa nella campagna intorno a Novosibirsk.

Il 9 maggio del 1991 Yanka Dyagileva esce di casa diretta verso la foresta e scompare. Il suo cadavere viene trovato otto giorni dopo da un pescatore: è sulla riva del fiume, a 40 km. di distanza dalla casa di Yanka. La causa della morte non verrà mai accertata: Letov sosterrà sempre ed animatamente la tesi dell’assassinio politico, alla cui origine starebbe la fama di Yanka di artista scomoda e contro l’establishment sovietico, ma il resto delle persone a lei vicine non ha dubbi: si tratta di un suicidio.

Le canzoni di Yanka Dyagileva sono espressione di un’angoscia e di una inquietudine che hanno radici lontane nella cultura russa. Alina Simone, una cantante americana che ha pubblicato un disco nel quale reinterpreta alcuni brani di Yanka, definisce le sue canzoni “grovigli ironici di slogan comunisti, fiabe russe, inni dell’esercito sovietico e immagini apocalittiche di una nazione che sbiadisce”.

Grazhdanskaya oborona

Grazhdanskaya oborona

Letov morirà 17 anni dopo Yanka Dyagileva, a 43 anni, per un attacco di cuore.  In quei 17 anni, che si aprono con il crollo del regime sovietico, la fama di Letov e della sua band crescono enormemente: nella Russia post-sovietica Letov può finalmente suonare e registrare la sua musica  liberamente e negli anni ‘90 tiene concerti in ogni angolo del paese. Negli anni zero i Grazhdanskaya Oborona pubblicano dischi che, sebbene distanti dal punk rabbioso e pauperistico degli anni sovietici, risultano ugualmente affascinanti e geniali.

Grazhdanskaya oborona

Grazhdanskaya oborona

Dopo il crollo del regime comunista, molti personaggi coinvolti nella scena punk siberiana prendono strade disparate, alcune piuttosto discutibili dal punto di vista politico: ma il mondo intorno è cambiato dal giorno alla notte e molto di quello che rende uniche ed eroiche queste band è venuto meno.

Il personaggio di Egor Letov non smetterà di far discutere e dividere le persone nel paese, perchè negli anni di Eltsin è tra i fondatori, a fianco dello scrittore Eduard Limonov e del filosofo Aleksandr  Dugin, del partito Nazonal-Bolscevico, un movimento ancora oggi fuorilegge in Russia, caratterizzato da posizioni nazionaliste, anti-cosmopolite, che noi non faremmo fatica a definire di estrema destra, sennonché le nostre categorie politiche ed ideologiche mal si adattano ad etichettare ciò che accadde in quell’epoca confusa, negli anni del capitalismo vandalico di Eltsin, del caos sociale e politico che seguì alla dissoluzione dell’impero.

Articolo di Stiopa & Sarta
Kalashnikov collective

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