BLACK PANTHER di Don McGregor.

Black Panther – Saga “La rabbia della pantera” n. 16 disegnata da Gil Kane

In occasione dell’ennesimo cinepanettone della Marvel, “Black Panther”, vanno rispolverati i fumetti di chi reinventò il personaggio del supereroe africano: Don McGregor, uno sceneggiatore innovativo molto apprezzato e allo stesso tempo poco amato, in parte per scelte editoriali che lo resero impopolare agli occhi degli altri fumettisti, in parte per lo stile verboso e molto politico che fu in anticipo sui propri tempi.

Black Panther – Saga “La rabbia della pantera” una splash page sexy disegnata da Billy Graham e colorata da Glynis Wein

Nato dalla fervida immaginazione di Jack Kirby nel 1966, Black Panther  fu il primo supereroe di colore. Le sue avventure iniziarono a essere pubblicate regolarmente nel 1973 sull’albo Jungle Action. McGregor prese le redini del personaggio creando due cicli di storie (“La rabbia della pantera” e “La pantera contro il Klan”) strutturati in episodi autoconclusivi, ma collegati tutti fra loro. Oggi “La rabbia della pantera” viene considerata la prima graphic novel nel mondo dei supereroi.

Black Panther – Saga “La rabbia della pantera”. Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

LA RABBIA DELLA PANTERA

Black Panther, dopo essere stato membro dei Vendicatori e essere apparso accanto a Devil e Fantastici 4, torna nel Wakanda, suo paese natale, per ricoprire il ruolo di Re ponendo fine alla sanguinosa guerra civile in atto. Il Wakanda è il paese più ricco e tecnologicamente sviluppato dell’Africa grazie a una preziosa risorsa mineraria: il vibranio. Ma è anche un paese schiavo di superstizioni e di leggi tribali. Il ritorno in patria del re, accompagnato dalla fidanzata statunitense, non è visto bene. T’Challa è considerato un traditore o un vigliacco. Dovrà riconquistare la fiducia del suo popolo e dei suoi alleati, combattere i suoi nemici e fermare la guerra, fare i conti con il suo passato e con la sua coscienza. La mini saga è un esempio di fumetto adulto ante litteram sia per le tematiche che per le scelte visive. La saga infrange diversi tabù non scritti del fumetto. Per la prima volta compaiono in un fumetto due personaggi omosessuali, ma, soprattutto, la violenza fu rappresentata in maniera realistica.

Black Panther - Saga "La rabbia della pantera". Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

Black Panther – Saga “La rabbia della pantera”. La disperazione di Kantu. Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

Black Panther - Saga "La rabbia della pantera". Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

Black Panther – Saga “La rabbia della pantera”. Il dolore di Taku. Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

Pantera Nera soffre in ogni combattimento, sanguina e la sua tuta viene fatta a brandelli, una cosa mai vista prima, che stravolge il concetto di invulnerabilità del supereroe. In uno degli episodi più drammatici (n.17 “Rabbia e furia  – Of shadowds and rages”) un bambino corre inutilmente verso casa con gli occhi pieni di lacrime per evitare che il suo villaggio venga distrutto in una struggente sequenza cinematografica. Nel finale a sorpresa della saga lo stesso bambino si vendicherà uccidendo il temibile Killmonger capo dei rivoluzionari, salvando Pantera Nera da morte certa. Nel n.11 (“Quando uccidi il drago  –  Once you slay the dragon”) è la volta di un altro bambino che, durante una battaglia, resta ucciso per errore. I personaggi secondari spesso portano avanti sottotrame inaspettate, intime e drammatiche come la fine della relazione fra il consigliere di T’Challa e sua moglie. L’assenza di altri personaggi dell’universo Marvel e in generale l’assenza di bianchi rappresentò una saga fuori dagli schemi che generò varie incomprensioni e frustrazioni per McGregor.

Black Panther - Saga "La rabbia della pantera". Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

Black Panther – Saga “La rabbia della pantera”. Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

Black Panther - Saga "La rabbia della pantera". Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

Black Panther – Saga “La rabbia della pantera”. Disegni: Billy Graham. colori: Glynis Wein

I disegni Billy Graham e l’originale impostazione delle tavole compensano il prepotente uso delle didascalie di McGregor. Indimenticabile l’uso dei titoli dei singoli episodi che si fondono graficamente con il paesaggio della vignetta. Un grande contributo alla diversità di questo fumetto rispetto agli altri fu dato dal contributo del colorista Glynis Wein, felice di sperimentare soluzioni cromatiche calde per ricreare l’ambientazione africana. Tramonti rosa, cieli rosso cupo, tante tonalità di verde, e l’onnipresente coloratissima luna definiscono le atmosfere del Wakanda.

Black Panther – Saga “La pantera contro il Klan”. Disegni: Billy Graham.

LA PANTERA CONTRO IL KLAN

In questa seconda saga, che purtroppo non potrà essere conclusa, Don McGregor si spinge più in là. L’ambientazione non è più in Africa, ma negli Stati Uniti e la Pantera dovrà scontrarsi niente meno che con il Ku Klux Klan. Razzismo, poliziotti violenti, un suicidio, un’impiccagione e ovviamente i cappucci bianchi del Klan. Una realtà che esiste veramente. Uno shock per i giovani lettori di allora, abituati a storie fantasiose e a nemici soprannaturali. Il clou della saga è l’indimenticabile crocifissione di Pantera Nera sul rogo, nelle sequenze altamente spettacolari di Billy Graham.

Black Panther - Saga "La pantera contro il Klan". Disegni: Billy Graham.

Black Panther – Saga “La pantera contro il Klan”. Disegni: Billy Graham.

Dopo l’uscita di scena di McGregor, l’albo fu preso in mano da un disinteressato Kirby che scioccamente ignorerà completamente tutto il lavoro del predecessore per inventarsi una storia mediocre, ma dai fantasiosi disegni.

Jack Kirby, nonostante la sua solita bravura, vanifica tutto il lavoro di scrittura di McGregor e torna a scrivere storie infantili per la Pantera Nera.

Jack Kirby, nonostante la sua solita bravura, vanifica tutto il lavoro di scrittura di McGregor e torna a scrivere storie infantili per la Pantera Nera.

Occorrerà aspettare il  1989 per il ritorno di McGregor con due nuove miniserie “Panther’s quest” disegnata da Gene Colan  e “Panther’s pray” disegnata da Dwayne Turner.

Panther’s quest” è la degna continuazione di “La rabbia della pantera” in cui il tormentato T’Challa torna in Wakanda alla ricerca della madre ritenuta erroneamente morta. Apartheid, squadroni della morte, militari bianchi assassini e stupri sono i forti temi della saga, magistralmente disegnata da Colan. Un fumetto molto notturno e violento.

Black Panther - Saga "Panther's quest". Disegni: Gene Colan.

Black Panther – Saga “Panther’s quest”. Disegni: Gene Colan.

Il nemico di Black Panther nella successiva mini saga “Panther’s quest” è apparentemente più convenzionale: un supercriminale alato che traffica in droga, ma il vero interesse della serie sono le sottotrame intimiste, caratterizzate dal tipico stile verboso di McGregor.

Nel 2016 il mito della pantera torna di moda grazie a un’acclamata saga firmata dal pluripremiato giornalista Ta-Nehisi Coates e dal bravo disegnatore Brian Stelfreeze. Il risultato, però, è solo una brutta copia di “La rabbia della pantera” condita con la fastidiosa necessità di tirare le fila di tutto il passato del supereroe all’interno dell’universo Marvel. Questo giustifica le sconvenienti apparizioni di Ororo (sua ex fidanzata) e degli X-Men e tutte le citazioni che rimandano a saghe ormai concluse come lo scontro col Dottor Destino o l’inondazione causata da Namor. Una saga puramente supereroistica dalle pretenziose ambizioni sociali e politiche.

Il bravo disegnatore Brian Stelfreeze crea un look super cool alla Pantera Nera in previsione del cinepanettone Marvel.

 

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MAVROSKELETO – The Warlock (2018 – Costa Rica)

MavroskeletoUsciamo dagli stereotipi mentali che ci legano a idee predefinite, spesso errate.
Siamo in Costa Rica, ma non parliamo di musica caraibica, reggaeton o salsa. Parliamo di elettro dark. Sì, ho detto ELETTRO DARK, scena in grande espansione nei paesi latinoamericani.

Prima di parlare di “The Warlock” bisogna introdurre Mavroskeleto, il suo autore.
Si tratta di un progetto di Jonathan Q. Salazar, un suo sinistro alter ego che si diletta in produzioni (eccellenti) in chiave elettronica.
Mavroskeleto nasce nel 2012 quando Jonathan inizia a sperimentare con produzioni industrial tradizionali. Più il progetto prende forma, più la sua voglia di sperimentazione cresce a braccetto con le sonorità dark. Mavroskeleto inizia a delinearsi, a insinuarsi tra le sfumature di ogni singolo lavoro fino a diventare (artisticamente parlando) predominante.
Ci sono voluti tre anni di sperimentazione intensa per arrivare alla produzione del disco di debutto: “Unshadow”. E il risultato è ottimo: suoni minimali, atmosfere evocative e distorsioni ben bilanciate rendono giustizia alla difficile parola “dark”. Un’autoproduzione riuscita.  Tra le dieci tracce proposte, spicca “MY STRANGLER”, decisamente la più inquietante, dal testo nichilista e autodistruttivo. Spiega molto bene le dinamiche di un rapporto, sia fisico che psicologico, di sudditanza e interdipendenza che si può creare tra vittima e carnefice. Se lo scopo è destabilizzare l’ascoltatore, l’obiettivo è raggiunto.

Durante la realizzazione del suo primo album, Mavroskeleto si è isolato completamente dalla società, dandosi alla vita “monastica”, evitando qualunque tipo di contatto, di interferenza, di contaminazione, e concentrandosi esclusivamente sul suo lavoro.
In “Unshadow” le vocalità gravi e il basso numero di BPM costituiscono una griglia sonora su cui è facile appoggiarsi per costruire atmosfere cupe. I pattern anni ’80 che compongono lo scheletro del suo sound sono particolarmente adeguati allo scopo. Il risultato è maledettamente attuale.

The Warlock” è uscito il 12 gennaio 2018. Ha solo 4 tracce (3 + un’intro) e un attacco ancora più dark di “Unshadow”. E’ un lavoro introspettivo e maturo dove i pattern che caratterizzano il sound dell’autore sono ancora più marcati e decisi.
In questo lavoro Mavroskeleto parla di sé. “The river” tratta della sua paura di annegare. Lui stesso dice che “ho sempre avuto nella mia testa la visione mentre annego in acque profonde In effetti, ascoltando il brano, è facile immaginarsi alle deriva in balìa delle acque, e sentirsi abbandonati.
Anche la tiltle track, “Warlock”, parla di lui. Non di paure, ma di passioni. Passione per la stregoneria, per le arti oscure di epoca medievale. Il video della canzone è molto calzante con le tematiche della traccia. L’idea stessa di utilizzare un vecchio film come “Häxan” (del 1922 diretto dal regista Benjamin Christensen, il film preferito del musicista) è azzeccata. Un editing capace rendere giustizia a un progetto ben riuscito.
La terza traccia, “Solitud”, è degna delle precedenti. Ci regala un’atmosfera più moderna, che sfora nella dance, ma senza esagerare, e resta comunque coerente con il progetto originale.

Attualmente Mavroskeleto sta riguardando e riproducendo alcuni dei suoi vecchi lavori. Noi lo aspettiamo!

SALJUT 7 – Klim Shipenko (2017)

salyut-posterSaljut 7 è il nome della stazione spaziale russa rimasta in orbita quasi dieci anni (dal 1982 al 1991). Nel 1985 fu perso ogni contatto con la stazione orbitale in quel periodo disabitata. La stazione fuori controllo rischiava di cadere su centri abitati causando numerose vittime o peggio cadere in mani statunitensi in piena guerra fredda. Qualcuno sicuramente si ricorderà ancora le notizie confuse e allarmanti che rimbalzavano su telegiornali e giornali occidentali dell’epoca come la preoccupazione di un disastro causato dell’impatto, la paura che la stazione venisse usata come un’arma e la psicosi che contenesse armamenti nucleari. Il governo sovietico inviò due cosmonauti (Vladimir Dzhanibekov e Viktor Savinykhnel) nel disperato tentativo di riparare l’avaria. Un’operazione ricordata ancora oggi come una delle più difficili e rischiose missioni spaziali della storia, a partire dalla la procedura d’attracco manuale alla stazione orbitale, stazione fuori controllo e in costante rotazione sui suoi assi. Dopo l’attracco i due cosmonauti riuscirono a individuare l’avaria: un sensore rotto incaricato di far ricaricare le batterie solari. Dopo l’intervento di Dzhanibekov e Savinykhnel la Saljut 7 restò in orbita ed efficiente ancora per 6 anni.

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SALJUT 7 – Klim Shipenko (2017)

Il film del 2017 diretto da Klim Shipenko ripercorre questa avventura dimenticata.Saljut 7” corrisponde al film “Apollo 13” del 1995 di Ron Howard: eroismo, sentimenti e grande spettacolo. Narrativamente il film è, infatti, vecchio di vent’anni intriso di scelte di sceneggiatura scontate e retoriche, ma visivamente è di un’accuratezza esemplare a partire dell’incipit della passeggiata spaziale dei due cosmonauti. Tante le scene indimenticabili come il lancio della nave di soccorso (con un uso intelligente dello split screen), al disgelo all’interno della stazione orbitale, alle divertenti bevute di globi di vodka.

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SALJUT 7 – Klim Shipenko (2017)

Immancabile l’atteggiamento di critica nei confronti del governo sovietico, ma di difesa degli ideali comunisti.

Il film è stato premiato come migliore film russo del 2017 e presentato in anteprima in Italia al Trieste Science+Fiction Festival.

 

CINEBIBLIOFILIA, CHE BELLA MALATTIA! – I migliori film della nostra vita

 

Sono da sempre e sempre sarò un sostenitore dei libri di cinema, sul cinema, per il cinema, intorno al cinema. Mi batterei per essi e fonderei un partito per la loro difesa e la loro diffusione. Perché, nonostante gli sciocchi che sostengono che il cinema basta vederlo da soli, i libri sono assolutamente fondamentali. Se lo sono per qualunque cosa, dall’arte alla filosofia alla letteratura, perché quando si tratta di cinema non andrebbero letti? Forse qualcuno ritiene il cinema, a differenza degli oggetti di studio più alti, troppo evidente, facile, diretto, per necessitare di un testo che lo analizzi?
Discorsi futili, forse, per chi abbia scoperto, capito, approfondito, aumentato il piacere del cinema e i film grazie ai grandi critici e studiosi, da Daney a Chion, da Brunetta, Tinazzi e Farassino a Pauline Kael, da Bordwell & Thompson a Vogel, da Bazin a Truffaut e Godard, da Eisenstein a Deleuze. Con grande piacere do il benevenuto nella mia e nella vostra biblioteca ad una nuova collana varata da Gremese: I migliori film della nostra vita.

"I gioielli di Madame de…" di Max Ophüls - poster

“I gioielli di Madame de…” di Max Ophüls – poster

Dietro la parafrasi di un celebre titolo (ricordiamolo, di un film di William Wyler con Myrna Loy e Fredric March, non della canzone di Renato Zero…) si cela il progetto di una ricchissima collezione di testi in cui in ogni volume un esperto di cinema presenterà il suo film della vita analizzandolo con l’occhio del critico e raccontando le proprie ragioni più personali e sottili con il cuore dell’appassionato.
La collana, diretta da Enrico Giacovelli, ha pubblicato per ora cinque volumi:

Giampiero Frasca: “I cancelli del cielo” di Michael Cimino
Piero Spila: “Aurora” di Friedrich Wilhelm Murnau
Jean-Max Méjean: “L’Atalante” di Jean vigo
Dominique Delouche: “I gioielli di Madame de…” di Max Ophüls
Roberto Chiesi: “” di Federico Fellini

Collana I migliori film della nostra vita - Gremese Editore

Collana I migliori film della nostra vita – Gremese Editore

Sono volumetti agili, chiari, illustratissimi (almeno cento immagini tra fotogrammi e altro). Il volume che ho in mano, “I gioielli di Madame de…” di Max Ophüls, scritto da Dominique Delouche è rappresentativo della collana: l’autore, regista di cinema e teatro poco conosciuto in Italia anche se fu assistente di Fellini per “La Dolce Vita”, ha potuto conoscere da giovane il maestro Ophüls, ne è stato grande appassionato fin da ragazzo, anche contro la critica del tempo. È quindi mediando tra cuore (del cinéphile) e cervello (del critico) che Delouche percorre la storia realizzativa del film tratto dal romanzo di Louise de Vilmorin e, nel cuore del libro, ne studia al microscopio ogni sequenza, arricchendo l’analisi con aneddoti, citazioni, ricordi. Ogni opera viene quindi trattata secondo molteplici punti di vista: storico, stilistico, tecnico, poetico, filosofico…e da quello dell’amore per il cinema.

Dopo aver letto e riflettuto su questi libri si ha la voglia di rivedere i film, che rinascono davanti ai nostri occhi, ora più ricchi di conoscenza ma ancor più desiderosi di guardare.

"I gioielli di Madame de…" di Max Ophüls

“I gioielli di Madame de…” di Max Ophüls

I gioielli di Madame de…” è sicuramente tra i capolavori del cinema, ma di quel cinema che alcuni prendono per superficiale, per frivolo. Non voglio riassumere la trama (che si discosta dal romanzo) ma è bello notare che proprio uno dei personaggi del film dice alla sua signora: “La nostra felicità coniugale solo superficialmente è superficiale”. Max Ophuls chiese alla sua attrice e musa Danielle Darrieux: “Il Vostro compito, cara Danielle, sarà duro. Voi dovrete, armata del vostro charme, della vostra bellezza e intelligenza che tutti ammiriamo, incarnare il vuoto, l’inesistenza. […] Diverrete sullo schermo il simbolo stesso della futilità passeggera spogliata di interesse“. Ed è proprio un film sulla leggerezza, sull’aria, sul vuoto, su ciò che passa. Un film che tratta appunto di gioielli, ovvero della futilità assoluta, e del loro ritornare continuamente nelle mani della donna che se ne vuole sbarazzare e che ha nel ballo (straordinaria la prima sequenza) la più forte metafora dell’imprendibilità dell’esistenza, del peso insopportabile del gioco dei sentimenti.

"I gioielli di Madame de…" di Max Ophüls

“I gioielli di Madame de…” di Max Ophüls

Sicuramente sarete curiosi, come lo sono sempre io in fatto di future pubblicazioni, di conoscere quali altri film usciranno in questa collana. Ecco tutte le informazioni in mio possesso:

Prossime uscite:
Alessandro Baratti: “Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide” di Jean-Pierre Melville
Roberto Lasagna: “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick
Alfredo Rossi: “Splendore nell’erba” di Elia Kazan

In preparazione:
Ennio Bispuri: “Gli uomini, che mascalzoni…” di Mario Camerini
Valerio Caprara: “Il laureato” di Mike Nichols
Giulia Carluccio e Matteo Pollone: “Casablanca” di Michale Curtiz
Roberto Chiesi: “Sussurri e grida” di Ingmar Bergman
Giulio D’Amicone: “Il silenzio è d’oro” di René Clair
Roberto Donati: “C’era una volta il West” di Sergio Leone
Ilaria Feole: “C’era una volta in America” di Sergio Leone
Enrico Giacovelli: “La Ronde” di Max Ophüls
Roberto Lasagna: “Kill Bill” di Quentin Tarantino
Nuccio Lodato: “Au hazard, Balthazar!” di Robert Bresson
Jean-Claude Mirabella: “Bella di giorno” di Luis Buñuel
Luca Pacilio: “Lo zoo di Venere” di Peter Greenaway
Fabio Pezzetti Tonon: “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder
Jean-François Pioud-Bert: “Baci rubati” di François Truffaut
Giorgio Sangiorgio: “Mon oncle d’Amérique” di Alain Resnais
Patrick Saffar: “Boudu salvato dalle acque” di Jean Renoir
Paolo Speranza: “Riso amaro” di Giuseppe De Santis
Piero Spila: “Il Gattopardo” di Luchino Visconti
Piero Spila: “Luci della città” di Charlie Chaplin

Max Ophüls

Max Ophüls

Titoli diversi tra loro, grandi classici e meno celebri (“Boudu salvato dalle acque” merita assolutamente la visione!) ma quasi tutti capolavori e per tutti, se non erro, mancava una monografia dedicata.
In attesa poi di sapere chi si occuperà di “La maschera del demonio” di Mario Bava e “Sotto i tetti di Parigi” di René Clair (che sono citati in una recensione su «Il Cinematografo») non possiamo che rinnovare il mio benvenuto ad una collana che, dopo l’interruzione di Universale film edita da Lindau, va a colmare un grande vuoto del catalogo editoriale italiano. Viva il cinema! Viva i libri di cinema!

I volumi attualmente pubblicati sono acquistabili in tutte le librerie nonché a questo indirizzo: http://www.libreriagremese.it/default/gremese-editore/i-migliori-film-della-nostra-vita.html

 

Collana I migliori film della nostra vita
Gremese Editore – 2017 – € 14
Ciascun volume: cm 13,5 x 19
128 pp. con 100 foto a colori o bianco e nero (a seconda della pellicola)

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Articolo di STEFANO RIZZO

 

STORIA DEL POPOLO AMERICANO – Howard Zinn

 

Rise like Lions after slumber
In unvanquishable number –
Shake your chains to earth like dew
Which in sleep had fallen on you –
Ye are many – they are few.

Levatevi come leoni dopo il torpore
in numero invincibile,
fate cadere le vostre catene a terra come rugiada
che nel sonno sia scesa su di voi.
Voi siete molti, essi son pochi.

Percy Bysse Shelley
Da La mascherata dell’anarchia (1819)*

Questo di Howard Zinn non è un libro come gli altri. Non è solo un saggio storico straordinariamente organizzato e ben scritto che analizza la storia di un paese. “The People’s History of the United States of America, uscito per la prima volta nel 1980 e poi aggiornato più volte e ripubblicato in molte versioni è stato scritto da uno storico e attivista radicale che per decenni si è battuto per i diritti fondamentali. È un libro che ha davvero scardinato l’impostazione dei libri di storia negli Stati Uniti e che ha influenzato enormemente la cultura americana. Sono davvero pochissimi i testi che hanno avuto questa importanza e forza nel secolo XX. Secondo Noam Chomsky è «il capolavoro più duraturo di Howard Zinn e ha letteralmente cambiato la coscienza di una generazione».

Howard Zinn

Howard Zinn

È necessario ricordare che, per la gran parte, i testi su cui gli studenti americani conoscevano la storia del loro paese fino agli anni ottanta e oltre non facevano cenno né al vero e proprio genocidio (ad Haiti e nelle Bahamas per esempio) perpetrato dai coloni spagnoli fin dall’arrivo di Colombo, né al seguente massacro del popolo indiano, né tantomeno alle condizioni di vita degli schiavi, dei poveri, delle donne, degli operai, dei minatori.
Se qualche riferimento esisteva, era comunque relegato a qualche riga, annegata nella retorica del grande esploratore Colombo e poi nel mito del progresso che poteva giustificare qualunque massacro, nelle leggende di patriottismo che mascheravano le enormi disparità sociali, razziali e di genere del paese.

Lo stesso Colombo scrisse nelle relazioni per il Regno di Spagna che la pacifica popolazione arawak (ovvero gli indigeni dai Caraibi all’Argentina) poteva essere ridotta facilmente in schiavitù con poco sforzo. E così venne fatto, ad esempio per il lavoro nelle miniere, con incredibili perdite umane. Devastati dallo sfruttamento e dalle torture gli arawak cominciarono a suicidarsi in massa con un veleno derivato dalla manioca. Uccidevano anche i loro figli neonati per impedire che potessero essere torturati dagli Spagnoli. Un numero imprecisato ma difficilmente inferiore al milione di persone morì a causa delle guerre, dei massacri, delle malattie, del lavoro disumano. Bartolomé de Las Casas autore della “Storia delle Indie scriveva già a metà del 1500: «I mariti morivano nelle miniere, le mogli morivano sul lavoro e i bambini morivano per mancanza di latte […] e in breve tempo questa terra che era così grande, possente e fertile […] fu spopolata […]. I miei occhi hanno veduto questi atti così estranei alla natura umana e ora fremo mentre scrivo». Questo è ciò che si legge solamente nelle prime pagine ma il libro sconvolge ad ogni capitolo e anche chi conosce i lati oscuri di quel paese a livello politico e sociale non può restare indifferente. Non solo per la ricchezza, la forza e l’originalità delle fonti ma anche per la scrittura appassionata e una chiarezza che l’hanno fatto diventare uno dei libri di storia più venduti in assoluto.

Navajo

Howard Zinn ha scritto un libro che ha operato una vera e propria rivoluzione copernicana nel punto di vista da cui guardare alla storia degli U.S.A. Colombo, Washington, Lincoln, Roosevelt o Bush non hanno il diritto esclusivo a raccontare la storia della nazione. Anche perché per Zinn è proprio il concetto di nazione come comunità a dover essere messo in discussione e insieme ad esso il concetto di interesse nazionale. Le leggi del Congresso, le sentenze, l’espansione territoriale, lo sviluppo del capitalismo, l’istruzione e i mass media non sono, secondo Zinn, espressione dell’intera comunità ma di una minoranza, di un’élite che riesce ad imporre il proprio volere e il proprio interesse ad un popolo. Se per Kissinger «la Storia è la memoria degli Stati» per Zinn è invece necessario ribaltare il piano e raccontare la Storia dal punto di vista del popolo, la scoperta dell’America dal punto di vista degli arawak, la Costituzione da quello degli schiavi, la Guerra civile secondo gli irlandesi a New York, l’avvento dell’industrialismo dal punto di vista delle giovani operaie tessili, del New Deal con gli occhi dei neri di Harlem. Sono proprio i nativi americani a parlare, gli schiavi neri a testimoniare, le donne a denunciare, le minoranze (che a volte contano milioni di persone) a gridare, gli sconfitti e i dissidenti a protestare, schiacciati da quella che viene cantata come la Land of opportunities.

Howard Zinn durante una protesta contro la guerra in Viet Nam. 12 aprile 1967

La rivoluzione che ha reso questo libro uno dei più importanti,  emozionanti e più venduti libri di storia mai scritti è già nel suo titolo originale. Non è The History of the People ma The People’s History. Il popolo è l’oggetto dell’opera ma non solo. Zinn ha lavorato affinchè fosse anche il soggetto. È il popolo a parlare, a raccontare. Per la prima volta uno storico ha utilizzato tutta quella letteratura che già esisteva, quei dati, quei carteggi, quelle testimonianze trascurate, per ignoranza ma soprattutto per precisa scelta ideologica, che raccontavano un’altra storia degli Stati Uniti.

Festeggiamo quindi con grande felicità questa nuovissima edizione integrale e aggiornata in libreria dall’11 gennaio. Chiunque desideri aprire i propri occhi sui genocidi che sono stati la vera origine e il vero fondamento degli Stati Uniti, sulla storia sotterranea, sul contraltare dell’America del mito della libertà, deve leggere questo libro. Ma quest’opera non interesserà solo gli appassionati di storia. Questo libro è per tutti. Perché le voci delle preziose e poco conosciute fonti di Zinn sono uniche, potenti e straordinarie, e le loro parole non dovrebbero rimanere inascoltate. Chiunque voglia capire la storia, oltre che ascoltare i Presidenti, i membri del Congresso o i giudici della Corte Suprema deve ascoltare le mille testimonianze raccolte in questo libro e conoscere l’altra America. Nonostante Zinn abbia chiaramente preso una posizione (come ogni storico è costretto a fare, che se ne renda conto o meno) non è cieco sui limiti del suo punto di vista. Come scrive lui stesso: spesso «il grido dei poveri non è giusto», si rivolge contro altri poveri, non sa riconoscere i veri responsabili. Ma, se non si è in grado di ascoltarlo, «non si saprà mai che cos’è la giustizia».

N.B. Come compendio alla Storia del popolo americano è consigliabile, per approfondire, anche il libro “Voci del popolo americano. Dalle rivolte dei primi schiavi alla guerra al terrorismo che Zinn e il collaboratore Anthony Arnove hanno pubblicato nel 2004 e che rappresenta l’archivio di testi, lettere e documenti sul quale ha costruito la sua opera principale. In Italia possiamo leggerlo sempre grazie al Saggiatore. Da molti anni è tra i  migliori editori italiani e pubblica libri straordinari, a volte coraggiosi, in edizioni esteticamente stupende che sono anche bellissime da guardare e toccare.

 

*Questa poesia, o meglio, questo brano di Shelley è citato da Zinn nella postfazione. È diventato celebre per la sua valenza politica. È stato recitato anche da Jeremy Corbyn il 27 giugno 2016 nell’ultimo comizio prima del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea.

 

Storia del popolo americano
Howard Zinn
Traduzione di: Erica Mannucci, Alessandro Vezzoli, Paolo Ortelli
Editore: Il Saggiatore – La cultura
2018 – pp. 754 – ISBN 9788842823582

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Articolo di STEFANO RIZZO

 

CHURCH OF THE COSMIC SKULL – Is Satan real? (2016 – UK)

OK, innanzi tutto, si definiscono non solo un rock band ma anche un movimento spirituale (inquietante). Credo che sia uno scherzo, un’operazione di marketing ben riuscita, ma più apprendo qualcosa di CHURCH OF THE COSMIC SKULL e più prendo coscienza che i ragazzi ci credono veramente, ma facciamo un passo per volta. Preferiscono essere chiamati “the church”, LA CHIESA e questo è veramente inquietante, che ha lo scopo di “diffondere la luce dell’arcobaleno cosmico in questo pianeta e anche oltre” (?), i loro testi non vanno al di là del buona musica d’autore internazionale, trattando il rapporto uomo-spiritualità senza grosse novità o rivelazioni trascendentali e allora, dove sta la novità? La novità è nel modo di presentarsi, nell’atteggiamento, ottima strategia di marketing e presentazione del disco.

 

 

IS SATAN REAL ?” è il loro disco d’esordio ed è partito con il botto: la serata di presentazione ha fatto sold out a Nottingham, casa loro, e la prima stampa del vinile autografata (mi aspettavo anche la firma di Satana in persona sul disco, ma nemmeno io, dopo molti ascolti del disco, ho capito se esiste realmente) è andata esaurita in poche ore e la ristampa vende ancora benissimo. La conferenza stampa si è svolta in una sala addobbata come per un rituale religioso di una confessione religiosa fittizia, falsità scenica che è proseguita per tutta la durata della stessa con una liturgia quasi religiosa.

Loro, i “Church”, sono in sette elementi, come le tracce del disco e inizio a dubitare che sia un caso. Appaiono sul palco e nei video completamente vestiti di tuniche banche, il rimando alle sette religiose che vivevano in comuni negli anni ’60 e ’70 è esplicito, anche il sound richiama a quel periodo ed i live show sono teatrali e la critica li osanna. Il loro sound è psichedelia forte e nonostante siano autoprodotti la cura nei dettagli è maniacale, altamente professionale. I ragazzi sono ambiziosi lo si capisce, “Black Slug” abbina l’organo Hammond ad esplosioni metal eccellenti.

Church of the Cosmic Skull

Church of the Cosmic Skull

il disco si apre con  “Mountain Heart”, pezzo furbo: una dichiarazione d’intenti sulle sonorità Sixties e una melodia orecchiabile ed accattivante che incuriosisce, invita a proseguire l’ascolto. Capisco subito che dietro c’è la mano di qualcuno “del giro” che intende produrre qualcosa d’impatto, che non passi inosservato.

Movements in the sky” ha un’intro sacrale, per un attimo si ha l’impressione di assistere a qualche rito religioso, ma poi arrivano i cori, quasi ancestrali e ti chiedi se veramente stai assistendo a qualcosa che non capisci, trasportato dalla durata estrema del pezzo perdi il senso del tempo, ma poi arrivano le distorsioni e ti tranquillizzi, ok è solo rock! Recitano un parte e lo fanno veramente bene, Le progressioni si sprecano, i cambi veloci e inaspettati tagliano i brani in parti quasi eccentriche, assoli infiniti dalla durata d’altri tempi ti lanciano in viaggi mentali.

La title track: “Is Satan Real?” è un concentrato di progressione psichedelica che inizia con un coro che ben poco c’entra con quello che arriva dopo : un riff strumentale coinvolgente e cresce, cresce fino ad esplodere e quando sembra spegnersi, parte il cantato e ritorni sulla terra. Blasfemia sussurrata.

Church of the Cosmic Skull

Church of the Cosmic Skull

Non a caso la traccia successiva è “Watch it grow” ottimo pezzo di puro rock con non troppo espliciti riferimenti al pezzo precedente, il gioco prosegue e non si capisce veramente più da che parte si schieri la setta “la setta”: se il disco sia la pantomima di una celebrazione religiosa, una rappresentazione grottesca della follia a cui la cieca devozione porta  oppure, sia una subdola evocazione dei poteri oscuri, avallata dalla scelta (audace) di utilizzare effige di capricorno nelle stampe e nel merchandising.

Il disco si conclude con “Evil in your eye” che sfonda il muro degli 11 minuti (grazie all’inclusione di una ghost track) roba veramente d’altri tempi, è l’apice della liturgia di questo rituale, la degna conclusione di un lavoro che farà parlare di sè.

I ragazzi sono giovani ma hanno in cantiere un progetto ambizioso: un tributo ai Pink Floyd con la Magnetic Eye Records intitolato “The Wall Red

  1. Mountain Heart – 0:00
    2. Black Slug – 6:02
    3. Movements In The Sky – 11:06
    4. Answers In Your Soul – 14:36
    5. Is Satan Real? – 18:33
    6. Watch It Grow – 22:51
    7. Evil In Your Eye – 26:50

Church of the Cosmic Skull

 

 

Dal cosmo al cinema. Tsiolkovsky, Zhuravlev e Klushantsev.