MALTA – Malta (2013 – Messico)

Ok, siamo in Messico, ma siamo anche nella città meno messicana in assoluto: Città del Messico, Mexico City per gli anglofoni, dove succede l’impossibile, basti pensare che la sua area metropolitana ospita quasi 25 milioni di abitanti…

In un ambiente del genere si può trovare di tutto e cercando bene, spuntano fuori i MALTA.

Malta sono una band hard rock che riscuote un discreto successo nella propria città (espressione che fatico a figurare perché “discreto successo” in una città enorme come Mexico City potrebbe equivalere ad un successo estremo in altri paesi, con concerti che riempiono gli stadi). Scopro anche il nome “MALTA” è in voga nel paese, infatti, sono almeno tre le band con questo nome sud del Rio Bravo (Cit.). Ma allora perché parlare di questi “Malta”?

Perché il loro sound ha il potere di riportarti nel passato, negli anni gloriosi del rock mediterraneo. Il loro effetto è più efficace di una De Lorean a 88 miglia orarie! Siamo catapultati nella primissima metà degli anni ’90: la struttura dei pezzi è tipica del periodo ed anche la composizione del disco non è da meno, con pezzi hard, veloci, ballate miscelate a dovere, votato alla vendita. In quel periodo magico da noi scoppiava il fenomeno Litfiba trascinandosi appresso i cugini iberici, gli Heroes del Silencio (sebbene quest’ultimi godessero di un prestigio maggiore in patria rispetto agli analoghi nostrani). Dopo ripetuti ascolti appare evidente la somiglianza con un altro gruppo che andava forte in quel periodo, i più provinciali Timoria. Ecco, proprio loro, la somiglianza in alcuni tratti è più che accentuata, dalla serie…separati alla nascita!  In alcuni passaggi si rischia addirittura di confonderli, un mix tra hair metal latino e hard rock anglosassone: pennate metal con testi introspettivi e strappa lacrime, ma funziona  e devo ammettere che sentire cantare in spagnolo qualcosa che non sia il solito tormentone estivo rievocante una sessualità arcobaleno è come prendere una boccata d’aria fresca, edificante.

Fuego Etèreo” ne è l’esempio perfetto: parte come la più classica delle ballads, prova più volte a partire alzando il tiro ma tracolla nel romanticismo rock, ma va bene così, dopo “Alèjate”  bisogna prendere fiato. il secondo pezzo è il più heavy del disco (EP, 6 tracce) ed è questo che intendo con il termine ben strutturato perché si parte in quarta con “Hacia el sòl” e si prosegue dritti e solo con la ballad in questione si riprende fiato. Veramente difficile riuscire a contestualizzare il disco, Malta riescono a tenerti incollato all’ascolto, complice anche la durata del disco (21 minuti, divenuti ormai uno standard), è un attimo ritrovarti a canticchiare le schitarrare di “Quiero desaparecer” e, più canticchio più mi rendo conto che questo disco è uscito da una sorta di capsula del tempo: la struttura vede un pezzo veloce, uno hard ed una ballad alternarsi per due volte. Vorrei dire che non mi stancherei mai di ascoltarli, ma non è così perché a differenza di molte altre volte lo stupore e la meraviglia lasciano il posto a disagio e inadeguatezza. Indosso vestiti non miei, come se girassi per il centro in auto in canotta con il finestrino abbassato ed il braccio fuori ascoltando Malta a tutto volume, mi sento come Massimo Ceccherini nel film di turno di Pieraccioni. E’ possibile che ciò che mi ha colpito solo pochi giorni fa ora mi abbia già stancato?

No, no mi ha stancato, ma è finito l’effetto nostalgia dei tempi che furono e quel che resta è solo un disco ben fatto ma nato vecchio (almeno per noi europei), non c’è che dire: bel compitino, ma consegnato in ritardo…di 25 anni!

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Articolo di PAOLO PALETTI

 

 

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LA FEMMINA E’ MERAVIGLIOSA. Vita impaziente di Andrea Pazienza – Tony Di Corcia

Donna è la mia ragazza, donna è mia madre e ti dico che riposare una testa sconvolta in un grembo conosciuto e amato è quanto di più bello sia dato da vivere a un uomo. La femmina è meravigliosa.Andrea Pazienza

Andrea Pazienza è stato uno dei più grandi artisti e scrittori italiani. Un grandissimo del disegno e dell’illustrazione, dotato di una capacità di riprodurre in segno la realtà come pochissimi. Vittorio Giardino ha detto in un’intervista che mai nella vita gli è capitato di conoscere un artista che, come Pazienza, sembrasse capace di tutto, nel disegno, senza dare l’impressione di averlo mai imparato. Insomma, una mano straordinaria e un segno straordinario. Mano e segno di grande artista e scrittore, dicevo. Perchè Andrea Pazienza è stato massimamente uno scrittore. Scrittore per immagini e scrittore per parole. Esplosivo, camaleontico, riconoscibile sempre, debordante di idee di racconto, di inquadratura, di ritmo e nello stesso tempo un inventore di gerghi, di parole, di lingue, un giocatore di frasi e toni, un cercatore di parlate, di tic verbali, un visionario della parola che sapeva scrivere come pochissimi in italia negli anni settanta/ottanta secondo il più profondo spirito del tempo il dolore, la solitudine, la gioia, l’eplosione dei sensi, la confusione, la violenza, la droga.

Scatti di Vanni Natola

Le sue opere, da “Penthotal e “Zanardi al suo capolavoro estremo “Pompeo, con in mezzo tante storie brevi indimenticabili, hanno saputo raccontare l’Italia di quegli anni come la letteratura e il cinema rarissimamente hanno fatto. Ma nello stesso tempo sono sempre vive e fortemente contemporanee, nella loro forza e nella loro autenticità. Anche se sono passati trent’anni da quando ha posato per l’ultima volta la matita su una pagina bianca, da riempire a mezzanotte, come sempre, per consegnarla la mattina dopo.

"Pompeo" di Andrea Pazienza

“Pompeo” di Andrea Pazienza

Perchè questo straordinario scrittore, questo osservatore, questo testimone è morto a 32 anni. Pazienza è morto nel 1988 ed è morto di overdose. E già prima di allora la sua personalità, il suo stile, la sua vita è l’ha trasformato in mito. È stata l’unica rockstar del fumetto. E dopo la sua morte, come per nessun artista italiano, c’è stata un’esplosione d’amore e di passione, di dolore e di desiderio di appropriazione. E così la sua vita si è fusa con la sua opera. Non si riesce proprio a distinguere una dall’altra. Sarebbe necessario e di fatto tecnicamente si può. Ma il sentimento confonde le capacità critiche di analisi. È possibile che, passati trentanni, io ancora non riesca ad accettare che le sue storie siano finite, per una notte sbagliata? E come me tanti, moltissimi lettori, sono qui ancora incazzati con la vita (con la morte), con la sua debolezza, per quel giorno del 1988, per quel 16 giugno? Uno sforzo critico è necessario ma è un grande sforzo se per esempio io fatico a chiamare Pazienza per cognome ma il desiderio, da venticinque anni almeno, sarebbe quello di chiamarlo Andrea, tanto lo sento vicino.

Scatti di Vanni Natola

Su di lui sono stati scritti molti libri, tra critica e biografia tra cui non posso non citare “Vita da Paz. Storia e storie di Andrea Pazienza di Franco Giubilei e “Fumetti di evasione. Vita artistica di Andrea Pazienzadi Oscar Glioti, tutti e due riediti recentemente.

"Pompeo" di Andrea Pazienza

“Pompeo” di Andrea Pazienza

Questo libro di Tony Corcia non è solo l’ultimo libro a lui dedicato. Semplicemente è il libro più dolce, bello e lieve che mi sia capitato di leggere su Pazienza. Un libro di ricordi solo al femminile, tranne qualche testimone maschio come Renato De Maria. Voci di amiche, ragazze che lo hanno amato, la voce dolcissima, lucida e straziante della madre. La voce di Elisabetta Pellerano, la Betta che Andrea trasformò nella più grande musa della storia del fumetto. La voce della vedova Marina Comandini. Tutte donne che ora ricordano Andrea con parole piene di sentimento, scaturite da ricordi d’estati irripetibili, di incontri, di goliardie, di scherzi, di notti e giorni sempre in giro a Bologna, a dormire in case sempre diverse, di malinconie, di lettere, di momenti eterni. Perché Pazienza senza le donne sarebbe inconcepibile tanto posto hanno nella sua personale mitologia, nella sua opera come nella vita.

Scatti di Vanni Natola

È un libro di cui avevo bisogno ma di cui necessitiamo tutti, per avvicinarsi ancora una volta a lui e alla sua vita nel modo più caldo e coinvolgente possibile, e soprattutto per ripensare al Pazienza più bello, gioioso e vitale. Senza che a parlarne siano gli artisti, scrittori, colleghi. Sarà forse l’ultimo libro sulla sua vita? Forse no, forse non riusciremo mai a giudicarlo solo dalla sua opera, senza pensare al suo viso, ai suoi atteggiamenti, alla sua fine, alla sua voce (quanto è bello riascoltarlo nella storica intervista di Red Ronnie ma anche in quella, tra le più ricche, a Radio Radicale del 1987). Ma se fosse questo l’ultimo libro sul Pazienza privato sarebbe il miglior libro possibile.

http://www.cairoeditore.it/component/option,com_jbook/Itemid,124/catid,85/id,1033/task,view/

Scatti di Vanni Natola

Scatti di Vanni Natola

Tony di Corcia è nato a Foggia nel 1975. Ha iniziato la sua attività professionale nel 1990 e ha scritto per le redazioni pugliesi di Repubblica e del Corriere della Sera. Nel 2010 ha pubblicato “Gianni/Versace: lo stilista dal cuore elegante” seguito nel 2012 da “Gianni Versace. La biografia” con una prefazione di Giorgio Armani. Nel 2013 sono usciti “Valentino: ritratto a più voci dell’ultimo imperatore della moda” e “Burberry: storia di un’icona inglese, dalla Regina Vittoria a Kate Moss“. Nel 2015 ha pubblicato “Alda Merini e Michele Pierri. Un amore tra poeti“.

Si ringrazia Vanni Natola autore degli scatti.

"Zanardi" di Andrea Pazienza

“Zanardi” di Andrea Pazienza

 

La femmina è meravigliosa
Vita impaziente di Andrea Pazienza

Tony Di Corcia
Cairo Editore – Collana Storie
2018 – pp.142 – € 14
ISBN 9788860528988

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Articolo di STEFANO RIZZO

Target – Aleksandr Zeldovich

Anno 2020. La Russia vive un inusuale momento di stabilità e benessere. Un ristretto gruppo di ricchissimi e annoiati moscoviti decide di visitare uno sperduto paese sui monti Altai vicino agli sconfinati deserti mongoli alla ricerca dell’eterna giovinezza. Lì vicino, infatti, giacciono semisepolti nel terreno i resti di una segretissima base scientifica sovietica dismessa negli anni 90. Si racconta che le radiazioni emesse dai resti della strana struttura arrestino l’invecchiamento e rinvigoriscano le persone. Tornati a Mosca i benefici non tardano a mostrarsi. Il rovescio della medaglia è un lento, ma inesorabile atrofizzarsi dei sentimenti che conduce a un pericoloso deterioramento morale.

La storia non è particolarmente originale, ma il film, oltre ai pregi tecnici di regia, fotografia e recitazione, è ricco di dettagli e sfumature affascinanti tanto da rendere il film di Aleksandr Zeldovich una pregiata e bizzarra visione.

Target (2011) – L’escursione alla base militare dismessa

Il regista, insieme al fidato sceneggiatore Vladimir Sorokin, crea un credibile futuro prossimo influenzato dalla cultura e dall’economia cinese. Indice di prestigio è parlare un cinese perfetto (i cinque protagonisti, durante il viaggio, fanno sfoggio a chi lo parla meglio).

Le città sono tappezzate di pubblicità in cinese e le autostrade sono percorse incessantemente da file di camion che vanno e vengono attraverso il confine russo verso la Cina. Uno dei protagonisti (Vitaliy Kishchenko) svolge un lavoro simile a un doganiere su un’autostrada a 10 corsie percorsa da questi giganteschi camion svolgendo le sue mansioni in un micromondo di frontiera che cresce ai margini della carreggiata. L’implacabile doganiere zigzaga con il suo mezzo della polizia fra i bisonti della strada a caccia di clandestini e merce di contrabbando. Una visione estremamente ballardiana.

Target (2011) – I giganteschi monumenti

Curiosa, anche se un po’ criptica, la sottotrama che segue il declino sociale di Andrej (Anton Khabarov) il ricchissimo ministro delle risorse energetiche russe sposato alla bella e annoiata moglie Zoe (Justine Waddell). Andrej è ossessionato da una nuova tecnologia cinese che permette grazie a dei particolari occhiali di distinguere la materia che emette energie positive da quella che ne emette di negative. In un delirio filosofico che ricorda gli approcci positivisti dei cosmisti sovietici, cercherà di imporre questa nuova dottrina anche sul lavoro attirando lo sconcerto dei suoi colleghi e il conseguente licenziamento.

Target (2011) – l’autostrada percorsa dai tir con codice a barre.

Belle le macerie della base segreta: un enorme disco di metallo semisommerso dal deserto che sembra un’installazione di land art di Richard Long o di Robert Smithson, sulla cui superficie si riflettono le nuvole. Al centro si trova una grata che dà su un pozzo che sembra non avere fondo; in fin dei conti il pozzo dei desideri del 2020. I cinque moscoviti dovranno calarsi nel pozzo e dormire una notte intera su questa grata sospesa sul vuoto. Un momento visivamente molto originale, ma ben poco sfruttato.

Target (2011) – La maschera di bellezza

Nel complesso il film eccede in lunghezza e manca un po’ di ritmo, ma questo difetto mette ancor più in risalto le inaspettate esplosioni di violenza come l’omicidio nel ristorante cinese sull’autostrada o lo stupro di Zoe durante una festa.

Poco comprensibili per un pubblico occidentale alcune sfumature sui programmi televisivi dai gusti molto kitsch il cui conduttore è uno dei fortunati “immortali”. Dovrei conoscere meglio la storia russa e le divisioni culturali di quella sterminata nazione per capirlo a pieno.

Probabilmente sono l’unico che ha trovato eccessiva e non sempre adatta l’imponente colonna sonora che quasi accompagna il film in tutta la sua lunghezza (2 ore e 40 minuti) composta da uno dei più importanti compositori russi contemporanei: Leonid Desyatnikov.

Target (2011) : gli occhiali

Target (2011) – Il ristorante sull’autostrada

 

RANCHO BIZZARRO – Mondo rancho (2018 – Italia – Argonauta Records)

Rancho Bizzarro

Il sole è alto nella Valley, le ruote girano macinando chilometri, l’aria calda mischiata alla sabbia sferza il mio viso mentre sulla strada si alternano carcasse di animali e di automobili. Ho bisogno di dissetarmi, il deserto uccide ed io non voglio essere la sua prossima vittima, anche se gli avvoltoi che pazientemente girano alti sulla mia strada non la pensano allo stesso modo. In lontananza, finalmente, trovo una Roadhouse. Parcheggio la moto ed entro scrollandomi la sabbia dai vestiti…

Se quello che ho appena descritto fosse un film, quello che vi presento ora ne sarebbe la degna colonna sonora: “MONDO RANCHO” è il secondo EP dei RANCHO BIZZARRO e ne sono rimasto folgorato. Lavoro evocativo, una cartolina della musica “Desert” che comprende sonorità tipicamente Stoner, cambi di ritmo e distorsioni che in alcuni casi rimandano alla psichedelia più pesante dando al suond un tipico stile anni settanta, la Golden Age de rock. Voglio un peyote, una Charger del ’69 e Rancho Bizzarro a tutto volume per sfrecciare a mille all’ora verso nessuna meta. Questo che quello che provo anche dopo molti ascolti.

Torniamo a parlare del disco, non prima di aver aggiunto con orgoglio che questi quattro ragazzi sono toscani (penso che questa sia la cosa forse più anomala).

RANCHO BIZZARRO sono un gruppo strumentale, scelta audace ma fortunata data del fatto di non voler “caratterizzare troppo i brani con la voce, lasciando l’ascoltatore libero di muoversi attraverso le note così che possa farsi un suo viaggio”. Missione compiuta ragazzi!
Per mantenere un tipico carattere anno ’70, il disco è stato registrato live al “The Cage Theatre” di Livorno in un take di 30 minuti, proprio come si usava un tempo.
Un altro punto degno di nota è senza dubbio la scelta di dare alle canzoni dei titoli che rimandano chiaramente a delle pietanze, come se fosse un menù di una roadhouse. Anche la grafica (cosa mai in secondo piano in un album), che evoca atmosfere alla Motorpsycho di Russ Meyer, è in linea con la musica, creando la giusta atmosfera e regalando all’ascoltatore un buon incipit.

Ok, ma il nome perché Rancho Bizzarro?
Rancho, in onore del mitico “Rancho de La Luna” di Joshua Tree (quello delle mitiche Desert Sessions e moltissimi altri, per chi non sa di cosa stiamo parlando…  3 “Ave Maria” e 4 “ Padre Nostro”).
Solo per questa citazione i Rancho guadagnano mille punti, mentre per la parola “Bizzarro” non c’è stato un motivo particolare se non  la buone assonanza del nome completo, mentre il titolo dell’album mi ricorda i mondo movie di Jacopetti.
Comunque hanno fatto centro: l’evocazione di panorami desertici e post western è assolutamente azzeccata. In sostanza devo dire che fortunatamente non ci sono sorprese, quello che ti aspetti di sentire corrisponde effettivamente a quello che ascolti.
Merita sicuramente attenzione anche il loro lavoro d’esordio datato 2017: “Rancho Bizzarro” (self title), dai contenuti magari un po’ meno Desert ma più Stoner ed è anche più generoso come numero di contenuti.

Grazie RANCHO BIZZARRO!

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Articolo di PAOLO PALETTI

 

 

977 – Nikolay Khomeriki (2006)

Nell’URSS degli anni ottanta una villa sperduta nei boschi è adibita a laboratorio segreto per un esperimento parapsicologico: cercare di spiegare matematicamente la sfera emozionale e spirituale dell’essere umano. Un gruppo di volontari si presta a fare da cavia a una serie di test. Il gruppo di volontari è rinchiuso nell’edificio con gli scienziati. Gerarchie e ruoli sono spesso infranti a causa di amori passeggeri e rivalità lavorative soprattutto dopo l’arrivo di un giovane scienziato a capo del progetto. I test sono noiosi e inconcludenti, ma, effettivamente, qualcosa, talvolta, capita soprattutto ogni volta che un apparecchio registratore si blocca sul valore 977.

L’esordio cinematografico del regista Nikolay Khomeriki ricorda troppo le atmosfere sospese presenti nei film di Andrej Tarkovskij, ma anche lo stile di Aleksey German nelle soggettive e nei piani sequenza. Nel complesso il film non coinvolge quasi mai e si perde nelle solite dissertazioni filosofiche dei personaggi che sembrano appartenere a pellicole di qualche decennio precedente.

Nel 2006 fu presentato a Cannes nella sezione Un certain regard senza raccogliere grandi entusiasmi.

THE RAILWAY (Zheleznaya doroga) – Aleksey Fedorchenko (2007)

The Railway

Il direttore di una scuola  con un amico e suo figlio autistico decidono di rubare il monumento storico di uno sperduto paesino siberiano: la vecchia e gloriosa locomotiva a vapore. L’assurdo piano dei due ladri improvvisati è riempire la locomotiva di carbone, anche questo rubato in una miniera a cielo aperto, e attraversare la Siberia barattandolo con beni necessari per la scuola semi diroccata del loro paesino. Il viaggio sarà ricco di inconvenienti, di avventure e di incontri surreali. La locomotiva attraversa lentamente la desolata steppa siberiana post sovietica facendosi largo fra le erbacce che crescono sulla linea ferroviaria dismessa e fra le persone che cercano di ostacolarne il passaggio per i più svariati motivi.

THE RAILWAY (Zheleznaya doroga) – Aleksey Fedorchenko (2007)

The railway” (“Zheleznaya doroga” – 2007) di Aleksey Fedorchenko è un surreale e malinconico road movie che invece dell’automobile (tipica icona statunitense) ha come “protagonista” una vecchia, pesante e lentissima locomotiva a carbone. L’improvvisato gruppo di ladri/benefattori attraversa la solitaria steppa russa in un viaggio che confonde la realtà con il sogno. Driver (il padre del bambino autistico) lo affronta anche con un secondo scopo: ritrovare la moglie che è scappata con una compagnia circense. I suoi sogni di vendetta e di autoumiliazione lo accompagnano nella ricerca di un amore perduto e di una felicità che sa di non poter offrire  a suo figlio Misha.Incapace di spiegare a Misha il motivo dell’abbandono, racconta continuamente delle bugie sulla scomparsa della madre, inventando delle morti assurde. Il bambino rielabora le menzogne con la sua fantasia cambiandone il tragico epilogo in scene divertenti e commoventi allo stesso tempo. Per esempio salva la madre dalla caduta dall’aereo facendola atterrare su un soffice cuscino, o la libera dalle fiamme con il suo innaffiatoio, o evita un tragico incidente con l’intervento dei suoi giocattoli.

The railway” è un’opera poetica e malinconica girata con estrema eleganza da Fedorchenko, regista conosciuto più per il suo film precedente, “First on the moon” (2005), un divertente mockumentary del  primo sbarco sulla luna avvenuto  a opera dei Sovietici, e per il suo film successivo, “Silent souls” (2010), che riprende il tema del viaggio attraverso il desolato e magnifico territorio russo.

THE RAILWAY (Zheleznaya doroga) – Aleksey Fedorchenko (2007)

MONDO TECHNO – Andrea Benedetti

Se c’è un genere musicale trascurato dalla critica e dagli studiosi italiani di musica questo è la techno. Credo che tutti coloro che denigrano questa musica non ne conoscano la vera natura e le origini. Le ragioni sono molteplici: svalutazione del ballo come pratica superficiale, dell’elettronica in quanto non-musica, della pratica del DJ che (apparentemente) creò la crisi della musica dal vivo nei locali, difficoltà a capire la fondamentale importanza della ripetizione, l’identificazione del genere con i prodotti più commerciali a scapito della grande parte sperimentale underground, le critiche sul fenomeno rave. Questo intrecciarsi di pregiudizi tra le altre conseguenze ha fatto sì che, a parte pochissimi spazi sui giornali e riviste, siano stati solo tre i libri pubblicati su questo genere e tutti in anni recenti (dal 2006 al 2011).

Andrea Benedetti

Andrea Benedetti

Io che ho sempre provato attrazione per questo genere, sono stato molto contento di ricevere dalla sempre attiva Stampa Alternativa la nuova edizione del primo di questi libri: “Mondo techno” di Andrea Benedetti! In due parole: libro consigliatissimo! È stato davvero molto bello ricordare certi musicisti e dischi e scoprire finalmente certi nomi fondamentali dietro musiche spesso famose ma nello stesso tempo sconosciute.

Ma questa volta, oltre a quel libro così ben scritto, col cuore e con il cervello, c’è una sorpresa. Oltre ad una preziosa e suggestiva postfazione di Claudia Attimonelli (che ha scritto il secondo libro italiano sulla techno, di cui attendo la nuova edizione, prevista per fine estate) questo libro ha visto la collaborazione dell’autore del terzo libro italiano sulla techno! Sto parlando di Christian Zingales, che conoscerete come fondamentale collaboratore di Blow Up e autore di numerosi e personalissimi libri, tra i critici più dotati, un vero e proprio scrittore, uno dei giornalisti rock dalla lingua più selvaggiamente creativa che siano mai apparsi in Italia. Zingales ha preso il testo e lo ha REMIXATO! Attraverso un editing a tratti leggero e a tratti pesante ha sostanzialmente ridato una nuova patina al libro creando un prodotto editoriale senza precedenti.

 

Ritengo questo libro importantissimo sia per chi già ama questa musica ma soprattutto, direi, per chi non la ama ma magari ha quel tanto di apertura mentale necessaria alla scoperta di un universo enorme eppure sommerso.
E quindi ho voluto assolutamente contattare l’autore per fare un po’ di chiacchere su molte cose.

Andrea Benedetti (anche conosciuto come Sprawl) è DJ, produttore, distributore e collezionista di dischi. È una figura fondamentale nella scena techno romana.
Con le sue etichette Sounds Never Seen, Plasmek ha pubblicato dischi di numerosi artisti: Lory D, Jollymusic, Mat 101, Raiders of the Lost Arp e altri. Grazie alla sua enorme cultura sul groove nella musica moderna è la voce dalla quale possiamo ascoltare la grande storia di un genere davvero unico.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

Ciao Andrea e grazie per avermi concesso quest’intervista! Mi fa molto piacere parlare con te perché il tuo libro, senza girci tanto intorno, è davvero molto bello e consigliatissimo a chi si interessa di elettronica, entusiasmante nel comunicare l’importanza e la potenza della techno degli anni 1985-1995 e preziosissimo con le sue playlist di 12” di Detroit e Roma e i 50 dischi essenziali, cose che non si trovano da nessuna parte in rete (i libri devono essere così, oggi!). Meritava davvero di ritornare in libreria (a dodici anni dalla prima edizione) perché c’è ancora molto bisogno di trattare in maniera seria e competente questa musica che forse, come ha detto qualcuno, è la rivoluzione musicale più significativa avvenuta dopo il Punk.

Mi interessano molto i temi che il tuo libro solleva. In primo luogo quello della storica avversione italiana nei confronti della musica elettronica. Potrebbe essere la solita vecchia storia dell’antiscientismo italiano? Della subordinazione della cultura scientifica a quella umanistica? Andando più nello specifico penso che solo in Italia ci siano persone che denigrano questa musica negando a coloro che la creano e suonano addirittura lo status di “musicisti”. Che ne pensi?

Il tuo è un discorso molto complesso e non so se ho la competenza per farlo bene come meriterebbe. Posso dirti che quando ero adolescente ed ho ricevuto input esterni, dai libri, ai fumetti, alla musica, ho cercato sempre di scegliere ciò che mi piaceva aldilà di ciò che mi circondava che non era certo il massimo in termini di offerta. E l’ho fatto girando continuamente, sia che fosse la manopola della mia radio per cercare le trasmissioni giuste che le edicole, le librerie o i negozi di dischi della mia città. Alla fine, con difficoltà ho trovato qualcosa e quel qualcosa mi ha portato avanti nella mia ricerca, facendomi trovare altre cose come in un puzzle infinito ancora da completare. Quella che ho sempre riscontrato in questa ricerca, soprattutto agli inizi degli anni ‘80, è stata una grande diffidenza per l’elettronica e per ciò che sapeva di nuovo e quindi di futuro. Credo che il nodo, per come la vedo io, sia nella ritrosia di chi aveva abbracciato la cultura di rivolta giovanile anni ’70 che tante cose importanti aveva apportato nella società italiana, nell’accettare queste nuove proposte che spesso non venivano neanche analizzate, ma semplicemente rifiutate a priori perché magari viste come effetto di un cambiamento pericoloso, consumista e disumanizzante. Penso alla musica da ballo di cui veniva solo evidenziato l’aspetto edonista invece di quello del riscatto sociale. Si parlava solo di Studio 54 e dei suoi VIP e mai del Loft di Mancuso o del Gallery di Nicky Siano. Nessun giornalista si prese la briga di fare le stesse ricerche fatte per altri generi musicali. Magari se qualcuno lo avesse fatto si sarebbe parlato della storia del clubbing mettendo in risalto ad esempio la rivalsa di tante persone ghettizzate dalla società americana, dai neri, agli ispanici, agli italiani, ai gay o magari la si sarebbe potuta analizzare musicalmente e invece poco o niente o perlomeno nulla che arrivasse a tutti come avveniva per altri generi musicali su tante riviste specializzate. Lo stesso avveniva con molta fantascienza ed i fumetti tralasciando le importanti idee rivoluzionarie che questi generi e medium portavano, dalla lotta alla discriminazione ad una visione realista sul futuro. Lo stesso è poi avvenuto con la techno e l’house, ridotti a meri generi dance, se non ad upgrade edonista della visione Studio 54 di cui sopra. Per cui direi non solo avversione della musica elettronica, se non quella colta, ma anche e soprattutto del ballo e implicitamente della liberazione del corpo a scapito di una visione puramente intellettuale dell’essere umano, quando le due cose a mio parere devono convivere.

Non a caso citi la fantascienza e i fumetti, tra i miei interessi da sempre…tra le connessioni tra la techno e la SF ci sono molte tematiche dei pionieri del genere, il rapporto uomo macchina, un’utopia liberatrice attraverso la tecnologia ma anche un legame visivo, le straordinarie copertine di Abdul Qadim Haqq che possiamo vedere qui sotto.

 Dentro la grande e ormai lunga storia della musica elettronica un grande capitolo lo occupa la musica techno. Sono davvero emozionanti i tentativi, alcuni dei quali citati nel libro, di definire questo genere musicale. Una delle più efficaci è forse «La techno è George Clinton e i Kraftwerk chiusi insieme in ascensore» del grande Derrick May, che del resto è anche autore di un pezzo il cui titolo si presta bene per chiudere subito il discorso: “It is what it is (Rhythm is rhythm)“. Io non credo alle definizioni assolute, come fossero teoremi, ma credo che riflettere sulla natura di una musica sia utile per apprezzarla ancora di più. Tu hai cercato una definizione?

  Anni fa facevo un programma a Radio Città Futura e mi piaceva dare questa definizione “La zona grigia fra dance e sperimentazione”. Ecco credo che si possano far convivere queste due esigenze e cioè ballare e quindi liberare il corpo e sperimentare. Il ballo è risposta istintuale al groove, al beat. Se ci affianchiamo delle variazioni dagli schemi conosciuti aggiungiamo una parte di riflessione durante il ballo che fa comunicare i nostri due emisferi cerebrali, rendendo completa l’esperienza del ballo o dell’ascolto della musica. Questa è per me la chiave di interpretazione migliore del termine techno.

 Quanto è presente la cultura nera nella techno? In che modo è possibile declinare questo genere al di fuori di quella cultura?

 La musica nera è parte della cultura di Detroit dove è nata la Techno: il soul della Motown e il funk dei Funkadelic erano la colonna sonora di questa città negli anni ’60 e ‘70. La Techno è il risultato del clash culturale fra quella cultura musicale e l’incontro con la musica che faceva parte della cultura musicale bianca come la new wave e l’italo disco con in sottofondo la disfatta industriale dell’industria automobilistica che era la colonna portante economica della città. Questa situazione economica ha creato un degrado sociale e urbano che per fortuna, grazie ad alcuni ispirati musicisti e dj, invece di generare pura ribellione ha creato una musica fisica, non escapista, ma propositiva che rappresentava il futuro ideale che la realtà non poteva offrire. Per cui le due istanze per me sono una parte dell’altra seppure apparentemente non udibili. Senza una non sarebbe avvenuta l’altra. Tutto questo in Europa è avvenuto molto meno proprio perché non avevamo quel background musicale funk e soul così insito nei nostri geni, anche se ci sono stati artisti europei che lo hanno compreso.

Il tuo libro è sostanzialmente diviso in due: U.S.A. (con Detroit a farla da padrona) e Italia (e qui è Roma a dominare). Cosa distingue l’Italia dagli U.S.A.? Esiste un mood italiano, una via italiana all’elettronica e alla techno che sia possibile identificare?

 Per tutto quello che ho detto prima l’Italia si distingue dagli USA per la sua storia musicale pregressa. Noi non abbiamo mai avuto una profonda cultura soul, funk o elettronica. Chi ha fatto queste scelte in Italia lo ha fatto prendendo dall’esterno per cui il nostro mood è meticciato al massimo e piuttosto derivativo, ma per questo molto originale. E infatti gli esempi di musica elettronica e techno italiana hanno una loro, magari piccola, ma importante parte della scena mondiale, dalla funk wave dei Gaznevada o i N.O.I.A. alla proto house e proto techno di Alexander Robotnick o la new wave dei Pankow per poi arrivare alla scena techno romana, da Lory D a Leo Anibaldi o dai D’Arcangelo a Marco Passarani.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

 Techno è musica da ballare. Nessuno sarebbe così pazzo da negarlo. Però a me è sempre sembrato che nei migliori esempi fosse anche una musica da ascolto, magari per orecchie un po’ anomale come le mie, ma ho spesso percepito in alcuni musicisti una forte tendenza alla sperimentazione che non può essere fruita in un club o una discoteca.

 Sono assolutamente d’accordo. Tutta la scena più melodica della techno, dalle prime produzioni di Carl Craig e Derrick May per poi passare alle controparti europee come B12, Kirk Degiorgio, Black Dog, Terrace e la successiva scena cosiddetta IDM come Aphex Twin, Autechre, Plaid, Boards of Canada ed altri come i nostri D’Arcangelo e Passarani, sono esempi di un approccio più musicale alla composizione sia ritmica che melodica. Si tratta di artisti che partiti dalla techno come incontro fra groove e sperimentazione hanno poi sviluppato un genere che può dirsi a sé stante e che ancora non ha una sua esatta collocazione musicale, ma che ha ispirato sia a livello melodico che ritmico, magari involontariamente, molti altri artisti come Moderat/Apparat, Nicholas Jaar o James Blake.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

 Brescia, la mia città, è molto conosciuta per le discoteche pionieristiche del lago di Garda e per alcune etichette discografiche storiche come la Media Records. Per quello che è la mia esperienza però, dal punto di vista della qualità musicale e soprattutto della ricerca non mi sembra ci siano state le eccellenze di Roma e Napoli. Insomma, un Lory D a Brescia non c’era… Dato che sei romano e sei stato protagonista di quella scena non so quanto puoi essere obiettivo ma vorrei una tua opinione.

 Io ho sempre avuto grossi problemi con la scena dance italiana e con etichette tipo la Media perché fondamentalmente non ho mai visto in questi progetti grande sincerità musicale che per me è fondamentale. Cioè puoi anche fare la musica più diversa da quella che mi piace, ma se dietro c’è una vera passione, alla fine ti rispetto. Ognuno fa il suo. Punto. Invece la scena dance italiana ha sempre avuto questa dinamica derivativa e opportunista nell’usare generi pre-esistenti, dal funk alla disco negli anni ‘70/’80 per poi passare agli anni ’90 ad house e techno. Se ciò è anche normale non avendo avuto noi una grande scena elettronica e funk come ho detto prima, la cosa che ho sempre trovato limitante è stata quella di usare questi generi solo per cavalcare l’onda e invece non come punto di partenza per andare oltre e in questo credo che la scena romana sia stata un ottimo esempio.

 Oggi, a più di trentanni dall’avvento della techno questa musica forse non è più territorio di sperimentazioni e di sogni di un futuro sconosciuto. Parallelamente a questo alcuni grandi DJ come Derrick May o Carl Craig suonano insieme ad orchestre in teatri prestigiosi o si dedicano a rielaborare brani di musica classica con la Deutsche Grammophon. Questo fenomeno è una sorta di musealizzazione della techno, musica che, come è accaduto al rock, ad esempio, inevitabilmente ha perso la sua forza deflagrante. Sembra proprio che ci sia stata una parabola che ha avuto il suo culmine nel decennio 1985-1995 e poi ha incontrato una crisi. O forse è solo il tempo che è passato a farci vedere le cose in questo modo? Insomma, c’è qualche musicista o disco che ritieni necessario anche oltre quel decennio?

 Questo è un discorso molto complesso perché la natura insita della musica elettronica dovrebbe essere quello dell’evoluzione in funzione anche degli strumenti a disposizione, mentre invece oggi assistiamo ad una sempre maggiore carenza di idee rispetto invece alla grande quantità di software e strumenti a disposizione rispetto a trent’anni fa. Credo che ci siano due elementi da sottolineare. Il primo è che il musicista elettronico ha ancora un complesso di inferiorità nei confronti della musica suonata, sia classica o pop, che lo porta poi a fare scelte tipo quelle di cui parlavi te che, se potevano essere interessanti se realizzate come esperimento (penso al primissimo live con orchestra di Mills oppure al progetto di Craig con Deutsche Grammophon che citavi), in alcuni casi si sono rivelati repliche di progetti simili avvenuti negli anni ’80 con il rock e l’orchestra, alcuni veramente kitsch. Poi alcune cose possono avere senso ovviamente. Tipo ‘Strings of life’ può risultare una bella sfida a livello musicale con un’orchestra, ma certi brani di Mills molto meno ad esempio. Insomma va bene come esperimento se ha un senso, ma non come ideale punto di arrivo di una carriera o come sottomissione alla musica delle sette note perché io non vedo questa dicotomia, ma semmai un viaggiare in parallelo.

Il secondo punto è che per me non si è storicizzato a sufficienza, invece, quello che sarebbe stato utile storicizzare e cioè la storia della genesi della techno, le sue radici nere, il rapporto con alcuni specifici strumenti, le modalità di registrazione e composizione così diverse dalla musica suonata, insomma cose che ad esempio sono state fatte per altre musiche popolari come il rock. Alcuni mi hanno detto che, ad esempio, la storicizzazione del punk lo ha sostanzialmente ucciso, ma è anche vero che la storia e l’ideologia del punk è più o meno chiara a tutti, mentre la techno resta per molti ancora un contenitore indefinito in cui stanno tanto Carl Cox che Underground Resistance o i Chemical Brothers e Robert Hood. E se sembra esagerato, perché magari la vediamo da un punto di vista ristretto legato alle nostre amicizie o alla nostra bolla su Facebook, in realtà se si esce fuori da quei confini, e mi è capitato tante volte durante le presentazioni del libro sia nella prima edizione che in questa, ci si rende conto che c’è ancora molta ignoranza, nel senso proprio del non sapere. Parlo ovviamente dell’Italia e, anche se rispetto a tanti anni fa il numero dei giornalisti che hanno le giuste info basilari è molto cresciuto, secondo me c’è ancora molto da fare.

Riguardo i musicisti o produttori dj da considerare o perlomeno da seguire ce ne sono tanti: Mark Flash, Nomadico, Shawn Rudiman, Michael Dehnert, Dave Tarrida, Gary Martin, per dire i primi che mi vengono in mente, ma bisogna cercare molto e spulciare su Bandcamp, Soundcloud e i vari negozi, fisici ed online.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

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 Un elemento molto interessante e pochissimo studiato della musica techno è la fortissima aspirazione utopica di molti dei musicisti e quindi dei pezzi, spesso intrecciata con la letteratura di fantascienza. Quali sono gli elementi più evidenti di questa influenza?

È vero ed è una cosa poco sottolineata. Tantissimi artisti e dj che ho conosciuto amavano la fantascienza sia a livello di romanzi che di fumetti o graphic novel. Magari è più evidente a livello grafico con riferimenti a mondi futuri, robot e altro come il lavoro fatto da Abdul Haqq, ma c’è sicuramente un riferimento anche teorico. Sicuramente il concetto di utopia in generale è stato molto evidente agli inizi per poi lasciare spazio alla distopia. Siamo passati da Asimov a Dick in sostanza e credo che invece dovremmo recuperare più autori alla Le Guin. Il nichilismo è ormai mainstream per cui la vera sfida è essere propositivi e utopisti senza essere necessariamente moralisti, religiosi o conformisti.

In questo libro sei riuscito ad unire tutte le tre persone che si sono occupate seriamente di techno con un libro: Claudia Attimonelli (il cui saggio techno: Ritmi Afrofuturisti tornerà a breve in libreria per Meltemi) e Christian Zingales che è autore di una sorta di remix editoriale del tuo libro!

Sì! Questa è una delle più grandi soddisfazioni di questa nuova edizione del libro ed è ampiamente condivisa anche dagli altri due autori.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

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 Come sempre quando intervisto qualcuno su un argomento specifico mi piace concludere uscendo dall’argomento. Quali sono i tuoi musicisti preferiti al di fuori della techno? E al di fuori della musica elettronica?

Io amo tanto il funk che la musica più intimista come l’ambient. Per me la musica è lo specchio delle mie emozioni per cui sarebbe ridicolo ridurla a due o tre stili o autori visto che noi viviamo tantissime differente emozioni ogni giorno. D’altra parte è difficile trovare un artista che mi piaccia sempre al 100% per cui sento tantissime cose. Magari di un’artista mi piace solo una traccia. Ad esempio c’è un produttore di Los Angeles che si chiama Gunjack che fa sia hip hop che della strana techno da cui ogni tanto pesco pezzi bellissimi. Poi ho trovato alcune belle cose funk nuove su tre etichette, la Neon Finger di Madrid, la MoFunk di Los Angeles e la R2 di Londra. Invece a livello ambient la mia preferita resta la romana Glacial Movement che ha fatto uscire uno dei dischi ambient più belli del 2017 ovvero “Epilogues for the end of the sky” di BVDUB e con cui uscirò entro il 2018 con un album ambient a nome Frame, un progetto multimediale che avevo con Eugenio Vatta, mio grande amico e grandissimo musicista.

E per uscire ancora di più dall’argomento e per approfondire i tuoi gusti e tensioni ecco la domanda fatidica quali sono i tuoi libri, film e fumetti preferiti? Sono molto curioso…

 Non è facile fare una lista esaustiva perché si lascia sempre fuori qualcosa come un dj set da un’ora. Ci provo. Quando ero più piccolo sono cresciuto con alcune serie TV come “Il prigioniero” con Patrick McGoohan, “Zaffiro e Acciaio” con David McCallum e Joanna Lumley e “Ai confini della realtà” oppure film come “Rollerball” di Norman Jewison, “Blade Runner” di Ridley Scott, “L’australiano” di Jerzy Skolimowsky, “Quinto Poteredi Sidney Lumet e ovviamente “2001” di Stanley Kubrick. Recentemente ho amato molto “Westworld” (ero innamorato anche del primo film di Crichton), “Annhilation”, “Black Mirror” e anche alcuni episodi di “Electric Dreams”. Per quanto riguarda i libri quelli che mi hanno colpito da ragazzo sono stati “La nausea” di Sartre, “Blade Runner storia di un mito” di Sammon  e “Ubik” di Philip Dick. Ultimamente sto leggendo alcuni libri dell’economista Ernesto Rossi, Mark Fisher, l’autobiografia di Marco Pannella, Susan Sontag e “Post Punk” di Reynolds. A livello di fumetti la situazione è complessa perché sono troppi. Il mio mito da ragazzo era Jack Kirby e la saga della bomba della follia e delle battaglie del Bicentenario per Capitan America mi colpirono tantissimo come anche il lavoro di Jim Steranko su Nick Fury e Capitan America o Neal Adams sugli X-Men. John Buscema è stato un riferimento per anni e il suo lavoro per Silver Surfer resta una delle vette inarrivabili del disegno popolare. Poi ho amato tutta la ventata innovativa degli autori inglesi da Alan Moore a Grant Morrison o Peter Milligan come anche autori iconoclasti come Warren Ellis (“Trasmetropolitan” oppure “Trees”) o Garth Ennis (“Preacher”). Ultimamente ho amato molto “All Star Superman” di Morrison e Quitely che per me è il disegnatore più iconico di questo millennio, ma anche autori come Rick Remender, Jonathan Hickman e Jeff Lemire e disegnatori come Nick Dragotta, John Cassaday, David Aja, Stuart Immonen, Dustin Nguyen, Goran Parlov, Mike Allred e il nostro Lorenzo LRNZ Ceccotti.

Beh, trovare tanti nomi presenti anche nel mio sancta-sanctorum personale è davvero un piacere…

Un’ultimissima domanda, quella definitiva che forse è banale ma è sempre da fare: qual è il futuro della techno? Ci sarà mai la possibilità di reincontrare una musica così sperimentale e popolare insieme? Questa musica che era il futuro forse oggi non può rinascere proprio perché è lo stesso futuro, inteso come tensione e speranza, ad essere scomparso dal nostro orizzonte?

Negli anni ’90 il futuro era in divenire, mentre ora il futuro è il presente ed i cambiamenti sono in tempo reale. È quindi più difficile dare una sensazione di futuro, ma ci sono tanti artisti che continuano a farlo e io ho deciso di dare loro spazio. Da Settembre farò un nuovo programma su U-FM – www.u-fm.it – in cui presenterò ogni settimana un artista e la sua musica. Ci saranno tanti nomi italiani, ma anche stranieri ed alcuni nomi veramente importanti. E ci saranno tante ragazze che stanno facendo un lavoro meraviglioso in questa scena

Grazie di questa bellissima intervista e grazie per tutto quello che hai fatto e stai facendo, con la serietà e la sincerità con cui lo fai!

 

Mondo Techno” di Andrea Benedetti è acquistabile in tutte le librerie e online (anche dal sito della casa editrice).

 

MONDO TECHNO.
Christian Zingales Remix
Andrea Benedetti
Stampa Alternativa – Sconcerto (nuova serie)
2018 – pp. 152 – € 15
ISBN 9788862226219

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Intervista a cura di STEFANO RIZZO