WATERCRISIS – Sleeping Sickness (2017 – Afragola- Italia)

Anche questa volta usciamo dagli schemi e lo facciamo in un modo insolito: parliamo di una band italiana… WaterCrisis.
Ok, devo ammettere che il fatto che siano italiani ha veramente poca importanza, anche perché ho scoperto le origini della band solo dopo aver deciso di scrivere qualcosa sul loro “Sleeping Sickness” e la cosa non mi è dispiaciuta affatto, anzi, la trovo curiosamente intrigante. Non ho mai avuto il piacere di parlare di una band italiana per B Sides Magazine ma credo sia giunto il momento di farlo.
Non sono il tipo di persona che giudica i libri dalla copertina, ma gli album sì, e lo faccio perché la mia esperienza mi ha insegnato che spesso nelle piccole produzioni (come questa) la copertina anticipa molto su quello che è effettivamente l’album e sinceramente mi aspettavo qualcosa di diverso: un ritmo più veloce ed incalzante, sonorità più trash, sostanzialmente mi aspettavo più casino; invece ho trovato un lavoro ben curato, ascoltabile anche dai non puristi del metal, perché in un paio d’occasioni (forse più) mi sono chiesto se fosse veramente metal ma alla fine non interessa a nessuno, le etichette servono solo a quelli che vendono dischi per catalogarli sugli scaffali.


Resto affascinato dalla voce di Caterina Salzano, così acuta, graffiante, quando canta la sua voce si trasforma rendendola irriconoscibile rispetto al parlato. Ci dev’essere della stregoneria dietro questa voce perché trasuda rabbia e lo dice lei stessa in un’intervista a MetalZone su RadiAction (web radio) quando afferma che : “le uniche sensazioni che conosciamo sono disagio e rabbia”. Lo dice ridendo, ma le credo perché tutto l’album parla di disagio, paure e introspezioni negative e, per chi sa leggere tra le righe ne suggerisce anche un modo per superarle. Ci vuole coraggio per produrre un concept album su questi argomenti. Sono temi che non puoi raccontare per sentito dire, non ti puoi essere portatore di voce altrui, le devi vivere e ci vuole coraggio per parlarne apertamente, per esternare per ridicolizzarle, come se parlarne togliesse loro il potere che hanno su di noi.


Se fossimo negli anni ’90 e fossimo a Seattle tutto questo si avrebbe un nome preciso, ma a noi le etichette non piacciono…
Gli altri membri della band (oltre Caterina) sono Antonio Castaldo al basso, Francesco Coppeta alla chitarra e Roberto Gocas alla batteria.
L’album è un crescendo e concordo pienamente con il conduttore di MetalZone quando usa il termine “STONER”: si parte con la strumentale “Check-in” e poi ogni pezzo è una sorpresa, la prima è la voce di Caterina che ha molto da dire (e lo farà certamente nelle prossime produzioni). Le pennate della chitarra di Francesco sono decise e precise e l’assolo in “The Hostesses die alone” dura troppo poco, ma si rifà in “Slaugther”, scambiandosi il ruolo con il besso, come in una corsa automobilistica dove i contendenti si sorpassano continuamente tenendo alta la tensione.

It drives you so mad” spicca il ritmo della batteria di Roberto che come un martello picchia dritto anche quando il pezzo subisce un’influenza diciamo “orientale”, una virata molto ben realizzate che arricchisce l’arrangiamento. “Another day like the other” è la rivincita del basso di Antonio che finalmente entra a piè pari, distorto come si usava non troppo tempo fa, profondo e deciso danza con la batteria regalando un tappeto di facile appeal per la voce.
Sleeping sickness” è la degna conclusione di un lavoro che stento a credere non appartenga ad un gruppo mainstream. Completo e accattivante, mentre lo riascolto per l’ennesima molta, quasi canticchio i pezzi mentre osservo con più attenzione la copertina che inizia a parlarmi delle mie “Sleeping sickness” andando ben oltre quello che fino a poco fa consideravo solo un ottimo lavoro di grafica.

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Articolo di PAOLO PALETTI

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GENERATION P – Victor Ginzburg (2011)

Mosca anni ’90. Eltsin è al potere e la Russia vive un’epoca di confusione e corruzione. Il sogno occidentale fa irruzione nella cultura russa prosperando sulle macerie sovietiche.
Il poeta Babylen Tatarsky dopo il crollo dell’Unione Sovietica deve lasciare l’università per lavorare in un chiosco di sigarette gestito della mafia cecena.
Babylen scopre di possedere un innato talento per inventare slogan simili a quelli occidentali, ma adatti alla cultura sovietica. Grazie all’interessamento di un amico riesce a entrare nel nascente e spietato mondo della pubblicità e a scalarne le più alte gerarchie.

Generation P - Victor Ginzburg (2011)

Generation P – Victor Ginzburg (2011)

Inizialmente Babylen cerca di comprendere le forze che determinano i desideri consumistici. Per farlo abusa di sostanze lisergiche e funghetti allucinogeni. Più la sua mente sonda il lato oscuro dei desideri più trova uno schema ricorrente legato alle antiche divinità mesopotamiche. Più si droga, più ottiene rivelazioni esoteriche e più scala i vertici del mercato televisivo russo.
La pista mesopotamica lo porterà inaspettatamente ad entrare in una setta religiosa adoratrice della dea Ishtar che trasformerà l’ingenuo idealista nel principale manipolatore mediatico/politico della scena russa.

Generation P” È un film rocambolesco dal ritmo scoppiettante lontanissimo dagli stereotipi del cinema sovietico e russo di nuova generazione.

Il film critica apertamente sia la politica russa, rappresentata come un teatrino mediatico interpretato da fantocci, sia lo stile di vita consumistico, governato da un cinico apparato pubblicitario che sfrutta le debolezze e i desideri umani, specie quelli del popolo russo affamato di oggetti da possedere. L’uomo post-sovietico, infatti, a causa di una privazione durata diverse decadi, si presta alla perfezione a esperimenti mediatici in grado di manipolarlo. Alcuni influenti personaggi in realtà non esistono. Esiste solo la loro immagine televisiva e una rete di agenti segreti infiltrata in ogni ceto della popolazione che conferma, con aneddoti più o meno surreali, i fatti descritti in televisione.

Nella Russia post comunista e pre capitalista il denaro è l’unica cosa reale. Emblematica la scena della pomposa mostra d’arte in cui vengono esposti i prezzi delle opere d’arte battuti dalle case d’asta anziché le opere d’arte stesse. I famosi quadri in questione quasi nessuno li ha mai visti.

Generation P - Victor Ginzburg (2011)

Generation P – Victor Ginzburg (2011)

Il film abbonda di scene sarcastiche e originali come i mezzi poco ortodossi utilizzati da Babylen per immergersi nel mondo creativo/paranormale: da un mandala di cocaina a una tavoletta ouija con cui si mette in contatto con lo spirito di Che Guevara. Sarà proprio lo spirito del Che a introdurlo alla demenziale teoria del WOWismo che distrugge lo spirito dell’uomo.
I miti della cultura pop occidentale convivono con la dea Ishtar sullo sfondo di assurde teorie complottistiche.

Diretto nel 2012 da Victor Ginzburg e basato sul romanzo di Victor Olegovich Pelevin del 1999,
Il film è stato distribuito in Russia, nonostante la graffiante satira politica ed è stato finanziato anche grazie al product placement di tutti quei marchi di cui Babylen Tatarsky si fa apertamente beffe con le sue pubblicità astruse e di dubbio gusto.

Da segnalare anche una colonna sonora di tutto rispetto fra cui spiccano compositori come Alexander Hacke e Sergey Shnurov (quest’ultimo presente anche nella colonna sonora di “Ogni cosa è illuminata”).

COMUNQUE UMANI – Guido Ferraro, Isabella Brugo

Comunque Umani

Non spaventatevi leggendo quella parola (semioantropologia), forse mostruosa come il suo stesso oggetto di indagine! Questo libro non è un saggio illeggibile per i soli addetti ai lavori. È un saggio bene e chiaramente scritto che può essere letto da chiunque abbia una certa curiosità (questa sì, è sempre un requisito necessario) nei confronti dei personaggi e delle figure mostruose del nostro immaginario.

Di cosa si occupa questo libro? Attraverso cinque capitoli dedicati ai diversi ambiti del fantastico cerca di esplorare ed analizzare le numerose modalità attraverso cui la cultura abbia rappresentato il mostruoso, incarnandolo in personaggi estremi che fanno riferimento alle figure archetipiche dell’orco, del vampiro, dell’alieno, del morto che torna in vita. Ed è un viaggio emozionante ed illuminante perché cerca di connettere le numerose epressioni artistiche e folkloriche in un unico discorso, prodotto nei secoli dalla cultura dell’uomo sul mostro. Non è un libro a tesi, benchè ci siano due idee che lo guidano, una a premessa e una a conclusione.

King Kong (1933) di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack

La prima è che, se ci fosse ancora bisogno di ricordarlo, il fantastico (sia cinematografico sia letterario) è un ambito culturale degno di studio e foriero di ricca e riflessione sull’umano e sul reale almeno quanto quello appartenente al “realistico” (ma già distinguere tra realismo e fantastico sembra non solo molto difficile ma fondalmentalmente inutile). E, come corollario, che le produzioni di letteratura (o cinema) popolare sono oggetti che uno studioso di qualunque branca non può ignorare in quanto spesso ancora più utili allo studio di una cultura.

La seconda idea, e la sua evidenza sarà massima dopo aver letto il libro, è che il mostro, che dovrebbe essere radicalmente non-umano, alieno e incomprensibile, è in realtà uno strumento tra i più preziosi per comprendere ciò che siamo e i nostri sistemi culturali, etici, psicologici e sentimentali. A questo proposito mi sento di consigliare agli interessati uno straordinario saggio di antropologia di David Oldman del 1983 (“Making Aliens: Problems of description in Science Fiction and Social Science“) che analizza i vari tentativi della narrativa di fantascienza di creare l’alieno, ovvero un essere non-umano, dis-umano e come questo tentativo abbia, in ultima analisi, sempre incontrato il fallimento in quanto non è possibile per l’uomo uscire dal proprio sistema mentale di comprensione della realtà e di qualunque “essere”, nonchè dalle categorie del linguaggio e della logica.

Ian Miller – Dragons

Il viaggio degli autori parte, giustamente, dalle fiabe classiche. Gli esempi su cui hanno lavorato non sono sempre celebri e ciò è positivo perchè ci fa scoprire veri e propri tesori della nostra tradizione. Ad esempio le “Sessanta novelle popolari montalesi” raccolte da Gherardo Nerucci nel 1880 (attualmente fuori catalogo, ultima edizione Bur, 1998), considerate straordinarie da Italo Calvino ed effettivamente eccezionali anche da un punto di vista letterario, danno modo a Ferraro e Brugo di individuare, attraverso gli intrecci per nulla prevedibili delle favole pistoiesi, gli elementi fondamentali e le dinamiche, i tabù e i valori della nostra cultura. Tra questi anche quelli che, per chi non ha studiato antropologia sembrano secondari: avreste detto che tra il cibo crudo e il cibo cotto passasse una rivoluzione culturale che determina un diverso tipo di essere umano? E che tra l’arrosto e il bollito sta il confine tra l’uomo selvatico e l’uomo civilizzato, come affermava già Marcel Détienne nel 1977 nel suo “Dioniso e la pantera profumata (Laterza)“? Ecco solo uno degli esempi delle piccole e grandi illuminazioni che le analisi di questo libro possono offrire.

Non solo di favole, pur fondative di una cultura, si occupa questo libro. Sono molte le pellicole fondamentali per uno studio del “mostruoso”: “Aliendi Ridley Scott e “Nosferatudi Murnau, ad esempio. Molto interessante e profonda è l’analisi del mitico “King Kong del 1933 di Ernest B. Schoedsack e Merian C. Cooper ed è naturale, essendo in ultima analisi un film che pone il problema fondamentale della modernità, ovvero il modo in cui la nostra cultura può entrare in contatto con un patrimonio di credenze fuori dal tempo, con cui è necessario rapportarsi per poterci comprendere a nostra volta. Se vi interessa King Kong (forse tra i film più ricchi di implicazioni culturali ed antropologiche della storia del cinema) vi consiglio, oltre a questo libro, che vi dedica ben 40 pagine, anche la fondamentale monografia edita nel 2005 a cura di Roberto Chiesi per Gremese.

Bela Lugosi Dracula

E per la letteratura, come non trattare le figure di Dracula e Carmilla? Qui il massimo esperto è Franco Pezzini di cui vi consiglio di leggere i libri su queste due figure fondamentali. Ma anche le pagine dedicate da Ferraro e Burgo sono molto gustose.
È da segnalare anche la attenta analisi di come il concetto di spazio venga declinato diversamente dalle varie figure di “mostro” prese in esame dal libro: per ognuno c’è un rapporto con esso specifico perché è anche attraverso la concezione di spazio che viene delineata una cultura (opposizione bosco/villaggio, ad esempio o il peculiare rapporto con lo spazio di Dracula).

In conclusione, un libro che vi consiglio per tre motivi, in sostanza. Primo, fa venire voglia di leggere alcuni dei titoli indicati in bibliografia, per approfondire qualche argomento o spunto (e questo è qualcosa che fanno solo i buoni libri). Secondo vi costringe a guardare a figure, come quella del Drago o dell’Orco, forse appiattite nella loro apparente monodimensionalità in maniera diversa, in modo da scoprirne la grande complessità.
Terzo perché è assolutamente necessario ribadire quanto di Noi sia presente nell’Altro, archetipo della non-umanità che anzichè essere frutto di fantasia o di invenzione (popolare o artistica) ci rappresenta, nella sua differenza e per rovesciamento, forse ancora più perfettamente e potentemente.

Il libro è ordinabile in tutte le librerie. Se volete ordinarlo on-line vi consiglio di passare dal sito della casa editrice.

Sergio Toppi: Sharaz-de

Guido Ferraro insegna Semiotica, Teoria della narrazione e Semiotica dei consumi e degli stili di vita all’Università di Torino. È stato presidente dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici. Tra le pubblicazioni recenti: Fondamenti di teoria sociosemiotica. La visione “neoclassica” (2013) e Teorie della narrazione. Dai racconti tradizionali all’odierno storytelling (2015).

Isabella Brugo è semiologa, studiosa di folclore e usi tradizionali nell’alimentazione; insegna all’Istituto Alberghiero di Novara. Con G. Ferraro, C. Schiavon e M. Tartari ha scritto Al sangue o ben cotto (1998). Ha pubblicato il volume collettivo Oggetti Novecento e Duemila (2010).

COMUNQUE UMANI
Storie di mostri, alieni, orchi e vampiri: un’analisi semioantropologica
Guido Ferraro, Isabella Brugo
Linee – I saggi
2018 – pp.250 – € 20
ISBN 9788883537851

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Articolo di STEFANO RIZZO

 

 

BACON TORPEDO – Bacon torpedo (2018 – Norvegia)

Bacon Torpedo

Bacon Torpedo

Ok, il sound anni ottanta è tornato prepotentemente alla ribalta e ce ne siamo accorti, iniziando dall’avanguardia elettronica (anche se può sembrare un ossimoro) fino ad arrivare alla più commerciale musica pop ma non solo, anche la moda ammicca in modo evidente a quel decennio…  Poi ci sono i BACON TORPEDO, il loro sound è corposo ed energico come si usava nei tempi d’oro del rock, gli anni ruggenti, quelli della rabbia cotonata, del petto villoso e delle frange fluorescenti delle giacche. Non è un caso se ad un primo ascolto viene spontaneo associare Bacon Torpedo al hair metal, ma c’è di più, c’è molto di più…

Energia pura concentrata, questo EP racchiude molte delle positività che caratterizzano le “vecchie glorie” come se fosse una sorta di riassunto: velocità, arpeggi della seconda chitarra e urla, solo per fare alcuni esempi, portano lo stile Bacon Torpedo lontano anni luce dalla negatività pessimistica  e dalla lettura introspettiva del testo che hanno caratterizzato la musica rock  degli anni novanta, ma contemporaneamente acquisisce alcune peculiarità della musica moderna, una su tutte, la durata delle canzoni: molto brevi, evitando così il pericolo di apparire anacronistiche, imprigionate in un periodo storico ormai lontano.

Bacon Torpedo dura pochissimo, e lo dico seriamente, quattro pezzi che ti lasciano con la voglia di altro “Bacon Torpedo”. La voce urlata di Andreas ti agita, vuoi fare stage diving, ma di palchi non ce ne sono e resti gasato, catapultano in un video glam rock o in un party da confraternita universitaria. Sono molti i tasselli che compongono i pezzi ed è inutile sprecarsi in paragoni e parallelismi con band famose, la verità è che sono forti. “WORK SUCK”  è una cannonata, le pennate sulla chitarra sono come i colpi di una mitragliatrice, così lontano dallo standard attuale e allo stesso tempo moderno, ed è solo l’inizio…

I cori in “MEDICINE GIRL” sono un contrappeso alle urla estreme del cantante, come se le corde vocali gli uscissero dalla gola per vibrare di rabbia, ma c’è spazio anche per un bridge che porta ad un finale elettrico… voglio le borchie e le frange, oltre che la permanente.

I Bacon Torpedo danno l’idea di divertirsi molto mentre suonano e questo divertimento permea l’ascolto lasciandomi con la voglia di suonare, contagiato dalla voglia di baldoria. Adesso prendo il basso e riprendo la linea di “I DONT WANT YOUR MONEY, HONEY” (bello!), ma non c’è tempo perché inizia “IKNOW YOU WANT TOO” e cerco un amico che, offrendomi una birra si fermi a cantare a squarciagola il ritornello con me.

Questi quattro ragazzi norvegesi (ricordo che la Scandinavia è sempre stata  in prima fila per quanto riguarda la musica rock e metal) partono come Cover Band di brani delle “loro canzoni preferite anni ’70 e ‘80” per poi evolvere, definendo il proprio stile musicale con chiari riferimenti  al passato, per cominciare dal nome…

E’ lo stesso Andreas a confessarmi che il nome deriva da una strofa di “Eat the rich” dei Motorhead:

“Come on baby, and eat the rich
Sitting here in a hired tuxedo
You wanna see my bacon torpedo

(sono deluso da me stesso per non averlo capito da solo. scusa Lemmy!).

Grazie Bacon Torpedo.

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Articolo di PAOLO PALETTI

 

 

LE VISIONARIE – FANTASCIENZA, FANTASY E FEMMINISMO – a cura di Ann e Jeff VanderMeer

Fra fiaba, surrealismo, metafora e fantascienza, la “speculative fiction” ci ha regalato molti racconti sociologici che affrontano da diverse angolazioni le tematiche femministe (o anche solo femminili). Ann e Jeff VanderMeer li hanno raccolti nella bella antologia “Sisters of Revolution”, tradotta in italiano con il titolo “LE VISIONARIE – FANTASCIENZA, FANTASY E FEMMINISMO”, pubblicata da Nero Editions nella collana Not.
Molto apprezzabile la scelta delle curatrici italiane (Claudia Durastanti e Veronica Raimo) di far tradurre ogni racconto da una traduttrice diversa.
 Splendidi i racconti delle veterane del genere (Ursula K. Le Guin e Angela Carter, Octavia E. Butler, Alice Sheldon – in arte James Tiptree Jr. – e Joanna Russ, Pamela Sargent e Tanith Lee).

Ursula K. Le Guin – SUR

Nove esploratrici sudamericane raggiungono in segreto il Polo Sud nel 1909, a insaputa di Amundsen.

 

Angela Carter – L’ASCIA OMICIDA DI FALL RIVER

Lizzie Borden uccide con l’ascia la famiglia: rilettura di un truculento fatto di cronaca del 1892 e una brillante analisi sociologica del Massachusetts di fine Ottocento.

 

Octavia E. Butler – LA SERA, IL GIORNO E LA NOTTE

Una nuova patologia genetica, di cui non si conosce la cura, provoca aggressività nei pazienti che possono autoinfliggersi gravi mutilazioni e vengono additati dalla società come pericolosi e, per questo, segregati in ospedali che li lasciano in balia di sé stessi. Forse la causa della malattia è nei geni di alcune donne, che però portano in sé anche la possibile cura.

 

James Tiptree Jr. – LA SOLUZIONE DELLA MOSCA

Nella mentalità maschile occidentale si fa strada l’agghiacciante convinzione che uccidere le donne sia un bene per l’umanità, una necessità, un volere divino.

Pamela Sargent – PAURE

Una società dove le donne devono camuffarsi da uomo e prendere una guardia del corpo per visitare il centro della città nella speranza di non essere riconosciute.

 

Joanna Russ – QUANDO CAMBIO’

In un pianeta colonizzato per secoli da sole donne la minaccia è rappresentata dall’arrivo inaspettato di astronauti maschi.

 

Tanith Lee – LA REGINA MANGIA LA TORRE

Racconto fantasy, in cui la protagonista, fra lo sdegno e lo scherno dei cavalieri maschi sconfitti, riesce a spezzare l’incantesimo che avvolge il castello grazie a un’interpretazione “letterale” della maledizione.

 Belli anche i racconti di Nnedi Okorafor (di origine nigeriana) e di Nalo Hopkinson (di origine jamaicana) che mettono in ridicolo (più o meno celatamente) atteggiamenti, convinzioni e usanze radicate sia nel cuore dell’Africa sia nei Caraibi.

Nnedi Okorafor – LA BANDITA DELLE PALME

Come le antiche tradizioni patriarcali possono
inaspettatamente cambiare.

 

 

Nalo Hopkinson – IL TRUCCO DELLA BOTTIGLIA

Maschilismo strisciante che sfocia nell’horror.

 

Spiazzanti i racconti di scrittrici poco conosciute in Italia come Catherynne M. Valente e Pat Murphy.

Catherynne M. Valente –
TREDICI MODI DI CONCEPIRE LO SPAZIO-TEMPORivisitazione surreale, al limite della parodia, dei miti della creazione, in cui il racconto mitologico si intreccia al linguaggio scientifico dell’astrofisica, della meccanica
quantistica, della biologia e della genetica, e fa affiorare,
per analogia, anche i ricordi autobiografici.
Pat Murphy – L’AMORE E IL SESSO FRA GLI INVERTEBRATI

Ragni, scorpioni, usignoli… e la fine del genere umano vista
come la fine dei dinosauri.
Dopo l’esplosione atomica resteranno solo le macchine, aggiustate
dall’unica donna ancora in grado di farlo.
Quando anche lei sarà morta, a cosa somiglierà l’amore
e il sesso fra queste macchine?

 Alla curiosità del lettore scoprire anche gli altri racconti.

 

Ann e Jeff VanderMeer

Ann è redattrice della famosa rivista horror americana WEIRD TALES.
Jeff è uno scrittore molto conosciuto in Italia per la trilogia dell’AREA X, da cui il regista Alex Garland ha tratto il film “Annientamento” (2018).

Entrambi hanno curato importanti antologie di genere fantastico.
A loro si deve il termine NEW WEIRD per definire quelle opere fantasy dalle spiccate contaminazioni horror o fantascientifiche.

Le visionarie (antologia)
A cura di Ann e Jeff VanderMeer
Traduzione (coordinamento): Claudia Durastanti e Veronica Raimo
NERO EDITIONS – Collana Not
2018 – pp 536 – € 25

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Articolo di SERGIO BECCARIA

 

HALFTONES – Brda Sna (2018 – Serbia)

Gli Halftones sono il riassunto di molti generi musicali, il loro background è importante quanto eterogeneo e si presentano con questo “Brda sna” (colline dei sogni), loro quarto lavoro e primo in lingua serba. Gli Haltones  esordiscono nel 2013 con “Halftones is my band” (ripubblicato l’anno seguente con l’aggiunta di quattro inediti), un album molto internazionale (prodotto e mixato a Londra da Rory Attwell), molto occidentale con dei chiari riferimenti psichedelici, grazie anche alla voce di Suzana Sumrah e l’elettronica, mai invadente e ben dosata. Nel 2015 producono il loro secondo album, da soli ed il risultato è buono, il suono è pieno e pulito in netto contrasto con la voce di Suzana ed anche se l’elettronica è un po’ più presente è ben dosata abbracciando pienamente l’idea di psichedelia moderna.

Veniamo all’EP in questione, sicuramente è un disco che “rompe” la continuità con i precedenti: nonostante la matrice sia la stessa e lo stile affine ci sono delle grosse diversità, una su tutte l’uso della lingua serba. Suzana è molto chiara nel dirmi che l’uso del serbo è servito per approcciare il pubblico del bacino ex-Jugoslavo, lasciato fin ora in secondo piano. Come se avessero detto: “ok, facciamo musica internazionale (di qualità, n.d.r.) ma le nostre origini sono queste”. Quattro tracce che parlano di temi importanti come sessismo, fascismo, razzismo e burocrazia il tutto in chiave psichedelica, non sfacciatamente, in modo molto velato , infatti ad un primo ascolto  trovo difficoltà a dare un senso così profondo al testo, ma con il susseguirsi di ascolti la nebbia si dirada e il senso della canzone appare più chiaro. Il messaggio profondo è sotto i nostri occhi, ma non bastano due ripetizioni fugaci per farcelo vedere, in somma, c’è molta profondità mascherata da “rumore”.

Come detto, il background del gruppo è eterogeneo: sono in quattro ed ognuno arriva da percorsi musicali diversi creando un miscuglio eterogeneo dando una nota di imprevedibilità formando così un mix esplosivo: non sai mai cosa accadrà, la struttura della canzone muta continuamente ma il carattere balcanico è forte in questo lavoro pur restando  comunque internazionale, contaminazioni piacevoli nel delirio psichedelico, una su tutte è “Radio Kabul” di cui anche il video è disarmante nella sua semplicità, si vede una ragazza che balla ed esprime tutta la sua libertà in uno scantinato, quasi lo facesse di nascosto, come per sciogliersi in netto contrasto con il testo che parla del  della voglia di vedere il mare, le stelle, praticamente di libertà e poi… quel nome nel testo: “Kabul”, tutto ha un senso.

Anche gli altri tre pezzi dell’Ep trattano i loro argomenti in modo maturo, a partire da “Brda sna” (hills of dreams), il pezzo che apre il lavoro, forse quello dalle sonorità più originali e locali dei quattro, probabilmente quello con il testo forse più poetico, dove cercare per forza un senso non è poi così importante, ritmo incalzante e divagazioni sonore fanno il resto incorniciando questo disco che è a tutti gli effetti un dipinto della nuova scena dell’est europeo, dove nulla è scontato e il forte carattere locale marca indelebilmente ogni singola traccia.  Voglio riportare la definizione che gli Halftones hanno dato a loro stessi, perfettamente calzante: “Halftones are psychedelic, avant-pop, art band from Belgrade. They use imagination and its importance to life, to express there opposition to  everyday gloom and absurdity throughout all the layers of their music and poetry. Halftones have no rules in their music, they tear them apart and put them together again in each new song and performance

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Articolo di PAOLO PALETTI

TUTTO QUEL BUIO – Cristiana Astori

Chi ama qualcosa come la letteratura, il fumetto o il cinema (ma vale per qualunque cosa, l’ho sempre pensato), non si accontenta di quello che trova in libreria, in videoteca, sul web, sulle bancarelle, insomma, nel mondo reale. Gli amanti del cinema cercano continuamente nuovi film, autori, personaggi, atmosfere…e anche se è impossibile “vedere tutti i film” ad un certo punto sentono il bisogno di uscire dal recinto delle pellicole esistenti per entrare nel campo dell’impossibile, del potenziale, ovvero dei film perduti o addirittura mai realizzati (ma forse magari c’è una sequenza, c’è un solo rullo, ci sono dei rushes!).
È proprio in questo eccitante territorio che si muove il personaggio creato da Cristiana Astori: Susanna Marino è appunto una cercatrice di pellicole perdute. Che bel lavoro! E che bel personaggio, quando finisco un suo romanzo già mi manca…

Alcuni dei precedenti libri di Cristiana Astori

Ho scoperto Susanna nel 2011 quando uscì il primo romanzo per i Gialli Mondadori. L’aveva consigliato Nocturno, credo in un breve articoletto a firma Davide Pulici. È stata una folgorazione. Quella ragazza squattrinata, che soffre di narcolessia, insicura ma coraggiosissima, paurosa ma sempre pronta a gettarsi nelle più folli avventure sempre intorno al cinema che amo, mi è rimasta nel cuore. E “Tutto quel nero, fin dal titolo, era proprio roba per me! Che appunto leggo Nocturno da sempre (ma leggevo anche il mitico Nosferatu nei primi ‘90!), che amo l’horror italiano degli anni d’oro, che amo King, Straub e Barker (e molto altro), che amo i fumetti (tutti!). Da allora non mi sono perso un romanzo della Astori, sempre per i Gialli Mondaori distribuiti in edicola. “Tutto quel rosso” del 2012 (forse il mio preferito, grazie anche alla presenza di un luogo che personalmente mi inquieta al massimo grado: un collegio femminile!) e “Tutto quel nero” (2014) non mi hanno deluso, facendomi affezionare a Susanna (e alla sua autrice) come solo la serialità più riuscita sa fare.
Da tanto tempo invocavo lo sbarco in libreria di Susanna e l’ho scritto più volte alla stessa autrice che, giustamente, manteneva uno scaramantico riserbo!
Ma adesso finalmente possiamo festeggiare! Cristiana Astori pubblica il suo quarto romanzo con Susanna per l’ottima Elliot!
La mia felicità è intensa perchè davvero la Astori non ha deluso neanche stavolta e forse ha fatto un ulteriore passo in avanti con un romanzo leggibile da chiunque non l’abbia seguita nella collana Mondadori e anche un po’ più corposo del solito.

La locandina del film Drakula halála (1921)

La locandina del film Drakula halála (1921)

Dopo un film introvabile con protagonista la stupenda Soledad Miranda, una versione alternativa di “Profondo Rosso” e “L’autuomo” di Marco Masi (che alla fine è saltato fuori veramente) questa volta Susanna è alla ricerca, per conto di un inquietante collezionista di pellicole, di un film mitico e questa volta muto: “Drakula halála. La nostra amata (che vorrebbe sempre dire no, ma poi parte lo stesso per la sua avventura, nonostante i pericoli che le si prospettano) non può resistere alla tentazione di trovare questo film che fu il primo ad essere tratto dal romanzo di Stoker, ancora prima del “Nosferatu” di Murnau.
Straordinario teatro per una vicenda come al solito misteriosa ed evocativa è la città di Praga. La Astori abbandona infatti l’amata Torino per approdare, come è giusto, alla location naturale per la ricerca di una pellicola ceca. Per chi conosce il personaggio sarà piacevolissimo tornare ad osservare Susanna e fremere con lei e sperare che ce la faccia anche stavolta (ma le sue vittorie sono sempre da mettere tra virgolette). Per chi non la conosce sarà un’occasione di conoscere una bellissima anti-eroina, un tipo di personaggio di cui, a mio parere, abbiamo sempre bisogno, nella scia degli eroi controvoglia, degli eroi fragili come Dylan Dog (amato dalla Astori e di cui c’è anche un episodio breve a sua firma. A proposito, a quando una bella storia dylandoghiana lunga?). E, non ultimo, questo “Tutto quel buio” è perfetto per conoscere un’autrice che conosce la misura letteraria, che, proprio come un musicista di talento (e in questo romanzo c’è molta musica, e abbiamo l’impressione di ascoltarla!) sa evocare con pochi accenni e non suona mai una nota di troppo.

La locandina del film L’autuomo di Marco Masi

La recensione è finita ma mi mancano ancora un po’ di pagine del libro. Non ho voluto finirlo perchè sento già di poterlo consigliare senza “conoscere il finale”. Mi piace centellinare i bei libri, magari intervallandoli con altri libri. È una cosa che a volte faccio anche coi film che guardo a casa: quando sento che il film mi sta piacendo molto, lo fermo. Mi faccio una tisana, faccio altre cose. Non per distrarmi, anzi, proprio per concentrarmi meglio, per prendere il respiro, aprire gli occhi meglio, prolungare il piacere.
E adesso voglio essere da solo, come sono ora, sdraiato nel mio letto, con alcuni picoli e indecifrabili rumori che mi attorniano lievemente, con la calma della penombra della mia fioca lampada a leggere le ultime pagine di “Tutto quel buio“.
Ecco, ora incomincio…

 

Cristiana Astori

Cristiana Astori

Nata ad Asti, laureata in psicologia delle comunicazioni di massa, Cristiana Astori è scrittrice e traduttrice. La sua raccolta di racconti Il Re dei topi e altre favole oscure è il primo libro italiano a cui Joe R. Lansdale abbia dedicato una frase di lancio. Ha tradotto numerosi noir e thriller, tra cui la saga di Dexter, da cui è stata tratta la serie tv omonima, e ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il premio Adelio Ferrero per la Critica Cinematografica (1999). È autrice della Trilogia dei Colori (Tutto quel nero, Tutto quel rosso, Tutto quel blu, 2011-2014), edita nella collana Giallo Mondadori, che ha riscosso un grande successo tra i lettori. Nella Trilogia, come in questo suo nuovo romanzo, la giovane cinefila Susanna Marino va alla ricerca di misteriosi film realmente scomparsi. A volte, come la protagonista dei suoi romanzi, anche l’autrice è riuscita a ritrovarli.

 

Il libro è acquistabile in tutte le librerie o anche passando dal bel sito della casa editrice.

Tutto quel buio
Cristiana Astori
Elliot Edizioni – Collana Scatti
2018 – pp 256 – € 18
ISBN 9788869935084

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Articolo di STEFANO RIZZO