LA FAMIGLIA MEZIL – I Simpson ai tempi del Patto di Varsavia

La famiglia Mezil” è una divertente e geniale serie televisiva ungherese a cartoni animati degli anni ‘70 che ebbe un discreto successo anche all’estero. In Italia venne trasmessa agli inizi degli anni ‘80 sulla RAI. I Mezil sono una famiglia popolare ungherese composta da Sandor, un padre bonaccione e incapace, Paula, una madre apprensiva che rimpiange gli amanti che non ha sposato, Cristina,  una figlia adolescente alle prese con le ansie della sua età, e Aladar, il piccolo genio incompreso. Personaggi ricorrenti sono Maris, lo scontroso vicino di casa e il cane parlante di Aladar. A prima vista sembra di vedere gli antenati dei “Simpson”, ma i Mezil vivono in Ungheria, hanno pochi soldi, non possono permettersi il pesce né il parrucchiere, si arrangiano come possono, i vicini sono impiccioni  (ma, per vedere la TV, si va da loro), i locali sono squallide cantine dove si suona musica beat e si fuma qualche canna. La vita ai tempi del Patto di Varsavia non è certo brillante come per i loro simili statunitensi.

La famiglia Mezil” è divisa in tre stagioni di 13 puntate l’una.

Nella prima i Mezil, grazie a un esperimento scientifico di Aladar, entrano in contatto via radio, con un pronipote che vive nel XXX secolo. Sandor in ogni puntata approfitta della tecnologia futura per farsi riparare o regalare qualcheapparecchiatura fantascientifica che, regolarmente, gli procura più guai che benefici. Gli oggetti provenienti dal futuro vengono recapitati via posta luce rompendogli in ogni puntata la finestra. Bellissima la prima puntata in cui il papà si fa riparare il televisore direttamente dal futuro. Peccato che nelle istruzioni di montaggio inviate nel trentesimo secolo si sia poggiata una mosca. Il pronipote Er Zi Trem costruisce così un mostruosa mosca TV.

Er Zi Trem generalmente è scocciato dalle continue richieste provenienti dal passato e insulta o prende in giro Sandor con gran divertimento del figlio.

La famiglia Mezil seconda stagione

Se la prima serie è basata, fondamentalmente, su divertenti sketch familiari, con l’aggiunta grottesca del rapporto conflittuale con il parente del XXX secolo, la seconda racconta i fantastici viaggi spaziali di Aladar su mondi lontani. Il bambino ha inventato un’astronave gonfiabile che tiene sotto al letto. Dopo la scuola, che mal sopporta, si mette in camicia da notte e si chiude nella sua stanza per evitare che i familiari si accorgano delle sue fughe in astronave insieme al suo fidato cane che ha acquistato la parola.  Questa serie è meno divertente della prima, ma è assolutamente folle. I mondi che Adlar esplora sono pazzeschi: si passa dal mondo a due dimensioni, graficamente eccezionale, al divertente mondo alla rovescia, al pianeta rapido in cui la gente vive a velocità sorprendente tanto da invecchiare a vista d’occhio, al pianeta della musica i cui abitanti parlano solo in rima, al pianeta folle in cui vigono abitudini sciocche e surreali. Imperdibile per gli amanti della fantascienza bizzarra.

Nella terza stagione la famiglia Mezil, insieme all’antipatico vicino Maris, si reca in Australia su invito di un vecchio spasimante di Paula. Arrivati in Australia scoprono che l’amico è sparito ed è braccato dalla polizia. La ricerca dell’amico porterà alla famiglia una serie di noiose avventure intorno al mondo. Privata degli elementi fantascientifici che la contraddistinguevano quest’ultima serie è piuttosto brutta. Ricordo che da piccolo queste vicende, che vedevano la famiglia dormire sotto i ponti o imbarcarsi come clandestini su una nave, mi mettevano solamente tristezza.

Una fine trascurabile per una serie particolarmente originale.


La radio con cui Aladar comunica con il futuro.

La serie fu ideata e disegnata dal geniale duo József Nepp (1934 – 2017) e Ternovszky Béla (1943), creatori di numerose serie di successo come le avventure di “Gusztáv”.

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DARK ALLEY DOGS – Dark Alley Dogs (2018 – U.S.A.)

DARK ALLEY DOGS Rock’n’Roll. Volendo potrei anche finire così, basterebbe questa frase. Se dovessi necessariamente identificare i D.A.D. in un cluster musicale sarebbe tutto molto più facile, ma a noi le cose facili non piacciono molto. Scopro che il gruppo è giovanissimo, si è formato solo quest’anno, ma è chiaro che i cinque membri siano musicisti capaci e non sprovveduti, infatti, in pochissimo tempo escono con il lavoro di debutto, un self title, che ha molto carattere (ben dieci tracce, quando la moda del momento è un EP di 5 o la massimo 6 tracce, cosa che personalmente apprezzo molto).

DARK ALLEY DOGS

Ritmi incalzanti e schitarrate “vecchia scuola” mantengono la tensione alta ed il risultato ottimo, un pezzo dopo l’altro ed il disco finisce in un attimo. Cerco di trovare un contatto con il gruppo per avere maggiori info e, devo dire, molto velocemente (cosa inusuale) ricevo la risposta del batterista, Ray Garcia, il quale mi dice che in pochissimo tempo i D.A.D. si sono fatti conoscere e sono diventati protagonisti della scena di San Diego, California. Ma non solo, ricevo anche delle foto ed un comunicato stampa che dissipa ogni mio dubbio: DARK ALLEY DOGS fanno sul serio.  I numeri ci sono tutti perché sono in grado di fare musica  attuale ma al contempo mantenendo dei chiari riferimenti al sound anni ’50 e ’60, non farò paragoni ma lo stile è proprio californiano del sud con la voce, quella di Brane Chile, grave, rotta come se si fosse appena ripreso da una sbronza colossale (Road), incazzato al punto giusto e questo è solo un esempio.

La chitarra di Jason DeCorse ha carattere ma non è mai troppo invadente, si concede qualche assolo (“Haunting on me” o” Box of Rocks”, su tutte) se mai dilagare e risultare estenuante, raramente sotto i riflettori (“Reboot”) regala a un fondo perfetto per la voce. Il basso di Matt Weaver è forse la parte più “old school”, per tutto il disco segue linee rock’n’roll per diventare, di fatto, il vero collante con le sonorità più classiche. La batteria di Ray mantiene per tutto il disco un ruolo di primaria importanza con il suo pestare rock, forse perché ha un volume insolitamente alto, sicuramente è un effetto voluto(riuscito) in fase di mixaggio per mantenere alta la tensione per l’intero lavoro. In fine ma non da meno c’è la chitarra ritmica di Tony All, lei  ha un posto tutt’altro che secondario danzando con le linee di basso mentre la chitarra solista prende il largo, anch’essa molto “Old School” la si può apprezzare a pieno in quel balletto che è “The Rules” vero inno della band, tanto da citarne il ritornello del comunicato stampa (ottima mossa), e che riassume un po’ tutto quello che è la chiave di lettura dei DARK ALLEY DOGS, cioè il dualismo tra classico e moderno regalandoci un tiro alla fune musicale che dal vivo dev’essere spettacolare.

DARK ALLEY DOGS

Disco fresco e frizzante, primo passo di una carriera che auguro fortunata.

Rule #1 Have fun!  Have fun!

Rule #2 Gotta be true you!

Rule #3 Let yourself be free!

VIVA PERROS CALLEJEROS!!!

DARK ALLEY DOGS

SERGEJ PARAJANOV e i mille colori del remoto folklore.

Sergej Parajanov
Sergej Parajanov

Sergej Parajanov (1924 – 1990) è il più raffinato fra i registi sovietici. Il regista nato in Georgia, ma di origini armene, nei suoi film esplora con uno sguardo surrealista le tradizioni popolari di varie etnie, ispirandosi a favole locali o semplicemente mostrandone i loro gesti, i colori, le superstizioni, le usanze. I tessuti in particolar modo ricoprono un ruolo importante nelle sue opere. Tappeti, decori e vestiti tradizionali con i loro colori sgargianti e i fantasiosi ricami sono la principale scenografia. Nelle frequenti inquadrature fisse i drappi, gonfiati dal vento, sembrano animarsi rubando la scena agli attori.  

Parajanov si potrebbe accostare come personaggio e come visione artistica a Pasolini. Fu perseguitato dal regime sovietico e costretto nell’arco della sua vita a scontare 4 anni di campi di lavoro e vari mesi di prigionia per svariati motivi. Durante i periodi di detenzione Parajanov sfogava il suo estro creativo costruendo piccole sculture simili a bambole, disegnando o componendo complessi collage. I collage ricordano molto l’arte di Dave McKean anche se non mi risulta che il bravissimo disegnatore inglese abbia ammesso di conoscere l’arte del regista armeno. La maggior parte di questa produzione veniva regolarmente sequestrata e distrutta dai suoi sadici carcerieri.

Sergei Parajanov, The Colour of Pomegranates – The Culturium

Numerosi artisti internazionali compresero immediatamente il suo genio e molti di loro protestarono e si mobilitarono per farlo rilasciare e permettergli di girare nuovamente. Fra questi i registi Michelangelo Antonioni, Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Jean-Luc Godard, François Truffaut, Luis Buñuel, Andrej Tarkovsky, Mikhail Vartanov, Dodo Abashidze, lo sceneggiatore Tonino Guerra, i poeti surrealisti francesi Louis Aragon e sua moglie Elsa Triolet, lo stilista Yves Saint Laurent, la scrittrice Françoise Sagan. Quasi tutti i suoi progetti cinematografici successivi al bellissimo “Le ombre degli avi dimenticati” trovarono grandi difficoltà distributive o furono addirittura bloccate senza ragione come “Affeschi di Kiev”: una rievocazione surrealista della nascita di Kiev e una dura critica alla distruzione degli affreschi delle sue chiese.

La prima moglie (Nigyar Kerimova) fu assassinata dai suoi parenti per aver abbandonato la religione musulmana per convertirsi al cristianesimo ortodosso del marito.

Sergej Parajanov muore nel 1990. E’ sepolto nel Pantheon di Komitas il curioso cimitero monumentale della capitale armena Erevan in cui sono sepolti i più importanti personaggi nazionali.

Con soli quattro film Parajanov reinventò il surrealismo e venne consacrato regista di culto. Fu solo dopo aver visto il film “L’infanzia di Ivan” diTarkovsky, che Parajanov iniziò a girare i quattro capolavori per cui è giustamente ricordato. La sua filmografia precedente a “Le ombre degli avi dimenticati” fu giudicata dal regista stesso spazzatura.

“Le ombre degli avi dimenticati”
“Le ombre degli avi dimenticati”

Le ombre degli avi dimenticati(1964) è ambientato in una piccola comunità dei Carpazi (gli Hustili ucraini). Il giovane Ivan è innamorato di Marichka, una relazione osteggiata da entrambe le famiglie che finisce tragicamente con l’assassinio del padre di Ivan. Nonostante questo Ivan decide di sposare Marichka, ma lei morirà affogata scivolando in un fiume. L’addolorato Ivan si riduce a un mendicante fino a quando la giovane Palagna lo seduce. Palagna è innamorata di Ivan, ma lui pensa solo alla sua prima moglie defunta tanto da vederne il fantasma. Delusa e rifiutata Palagna si dedica alla stregoneria e si trova un amante che ucciderà il povero Ivan. Bellissime e molto originali le scene iniziali in cui cade un albero travolgendo un boscaiolo. La scene è vista dalla prospettiva dell’albero. Curiose le usanze matrimoniali documentate nella lunga sequenza dello sposalizio. Il film assume addirittura tinte horror verso la fine, nelle scene di stregoneria di Palagna o nella psicotica veglia funebre: al piano di sotto giace la salma, mentre al piano di sopra il funerale si tramuta in una festa sguaiata.

“Il colore del melograno” (1969)
“Il colore del melograno” (1969)

 “Il colore del melograno” (1969), considerato il capolavoro di Parajanov, è la biografia di Sayat-Nova (1712 –1795) il più importante poeta e cantore armeno. Il regista crea immagini molto metaforiche simili a quadri. La sua estetica visionaria rievoca le allegoriche e delicate poesie di Sayat-Nova tramite l’utilizzo dei colori e dei contrasti. Famoso il grappolo d’uva schiacciato e il vino colato che ricordano schizzi di sangue. Un film denso che tuttora viene considerato una delle vette insuperabili della settima arte.

“La leggenda della fortezza di Suram” (1984)
“La leggenda della fortezza di Suram” (1984)

Ne “La leggenda della fortezza di Suram” (1984) Parajanov reinterpreta un’antica leggenda georgiana che narra della strana sorte della fortezza di Suram: ogni volta che la fortezza viene ricostruita, le mura crollano. Inutili i tentativi di ingegneri e santi e stregoni. Solo un sacrificio ben più grande potrà rendere indistruttibili le mura della fortezza di Suram. Quando il popolo troverà un giovane disposto a farsi murare vivo nella fortezza, questa fortezza e questo popolo diventeranno invincibili. Il film è “Dedicato alla memoria dei guerrieri georgiani che diedero la vita per la libertà della patria.”

“Asik Kerib – Storia di un C innamorato” (1988)
“Asik Kerib – Storia di un C innamorato” (1988)

Asik Kerib – Storia di un ashug innamorato” (1988). Asik Kerib è un giovane menestrello che canta ai matrimoni. Quando si innamora di Magoul, la figlia di un ricco commerciante, Asik decide di partire per un lungo peregrinaggio a caccia di fortuna, sperando di tornare sufficientemente ricco da poterla sposare.

GUAZZABUGLIO (przekładaniec) – andrzej wajda (1968)

Dopo un disastroso incidente d’auto lo sfortunato pilota di rally Richard Fox viene sottoposto a un avanguardistico intervento di trapianto. Ora il suo corpo è composto in parte dai suoi organi originari e in parte da quelli del fratello deceduto nell’incidente. Legalmente l’assicurazione non vuole pagare perché considera il fratello non completamente defunto, in quanto vive ancora in Richard. E, proprio per questo, la cognata pretende che Richard venga riconosciuto padre dei figli di lei. Sommerso dai debiti il pilota accetta di correre ancora, ma l’incidente si ripete. Il suo corpo viene nuovamente ricostruito, questa volta, però, con parte degli organi della cognata, di quelli di una spettatrice, di alcuni creditori e di un cane. Gli eredi reclamano ognuno un pezzo di Richard Fox, ma ormai è impossibile determinare chi sia veramente.

GUAZZABUGLIO (przekładaniec) - andrzej wajda (1968)
GUAZZABUGLIO (przekładaniec) – andrzej wajda (1968)

Guazzabuglio” (Przekładaniec – 1968) è un grottesco cortometraggio diretto da Andrzej Wajda e tratto da un racconto di Stanislaw Lem. Divertenti tutti i personaggi del cortometraggio: dal chirurgo playboy, allo psicologo santone, agli hippy donatori d’organi. “Guazzabuglio” è una folgorante visione di un futuro tecnologico spersonalizzante, terreno fertile per avvocati cinici e santoni eccentrici.

UNDER ELECTRIC CLOUDS – Alexey German (2015)

Under electric cloudsAlexey German Jr

E’ il 2018 (il film è stato girato nel 2015) quasi 100 anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Tutti in Russia si aspettano una guerra imminente. La globalizzazione non è riuscita a unificare il mondo. E’ una nuova era molto confusa che guarda verso il futuro, ma non riesce a liberarsi del suo passato. In questo scenario vivono i personaggi del film “Under electric clouds”, diretto da Alexey German Jr (figlio di Alexey German). “Un dramma impressionista sugli uomini inutili e superflui” come viene presentato dal regista stesso.

Stilisticamente simile ai suoi precedenti lavori (e ai capolavori del padre) il film è costruito da numerosi piani sequenza e inquadrature fisse in cui i personaggi entrano ed escono a piacimento. I paesaggi sempre crepuscolari e nebbiosi sono egregiamente fotografati da Sergey Mikhalchuk. Solo le insegne pubblicitarie, con i loro colori fluo, ravvivano le spettrali atmosfere tipiche degli inverni nordici. In questo paese “crocifisso tra passato e presente” si intrecciano le storie di vari personaggi che orbitano intorno a un avveniristico grattacielo rimasto incompiuto.

Il film è diviso in 7 capitoli:

Cap 1. Un barbone che non parla una parola di russo girovaga nel cantiere del grattacielo cercando di farsi comprendere.

Cap 2 “The hires”. I due fratelli Sasha e Danya tornano in Russia per la morte improvvisa del ricchissimo padre. Lo zio accoglie i due figli dell’oligarca nell’enorme e fredda casa in cui il robot domestico continua a svolgere inutilmente le sue funzioni. I suoi scopi non sono molto trasparenti, come non lo erano gli affari del padre di Sasha e Danya che devono districarsi fra il peso dell’eredità, l’avidità dei parenti e le accuse di frode da parte del governo.

Cap 3 “Long dream of a real estate lawyer”. Un uomo continua a sognare la sua infanzia.

Under electric cloudsAlexey German Jr

Cap 4 “Site for developement”. E’ un passo indietro nella cronologia degli eventi. Un uomo, considerato eroe di guerra perché combattè al fianco di Boris Eltsin, ora è impegnato in una nuova battaglia: evitare che un museo venga distrutto per poter costruire l’avveniristico grattacielo. L’uomo fa la guida del museo e non vuole che la storia e la memoria vengano rase al suolo.

Cap 5 “The hostage”. Nei pressi del cantiere del grattacielo vive una comunità di tossici e delinquenti. Due di loro saranno testimoni del rapimento di una bambina.

Cap 6 “The architect”. Lo zio di Sasha e Danya è riuscito a convincere fratello e sorella a vendere il terreno. Ora è libero di far demolire il grattacielo incompiuto. L’architetto che progettò l’edificio discute del suo lavoro con un amico e collega povero e disoccupato reso disperato per l’assenza di un futuro.

Cap 7 “The landlady Sasha” Prima della demolizione Sasha allestisce una mostra con le statue che avrebbero dovuto abbellire l’opera architettonica (probabilmente acquisite dalla vendita del museo precedente). Enormi busti di Lenin incompiuti o semi demoliti campeggiano nel sito in ricostruzione come in un film di Fellini. Ad ammirare le sculture Sasha trova la bambina rapita che era riuscita a liberarsi. Entrambi provano a ricominciare una nuova vita.

Under electric cloudsAlexey German Jr

Under electric clouds” è un film complesso che mette in scena la confusione, il nichilismo e la stanchezza delle “persone superflue”: quelle che non fanno la storia, ma la subiscono. Lo spirito della rivoluzione d’ottobre 100 anni dopo è congelato e assomiglia allo scheletro futuristico dell’edificio: un cantiere abbandonato, qualche reliquia inutile e molte persone che vogliono distruggerlo.

I personaggi sembrano ossessionati dai libri: Danya vuole andare a vivere a New York per diventare uno scrittore come Neil Gaiman. Nel terzo capitolo una lunga scena fissa inquadra la contrattazione del ragazzo a un bancarella alla ricerca di autori come Zelazny, Harrison, Burroughs e Simenon. Una giovane rampante conosciuta dall’architetto legge libri fino a poco tempo fa all’indice perché considerati di estrema destra.

Il film di Alexey German Jr è considerato pretenzioso e sconclusionato. Al contrario io lo considero l’opera più matura e intellettuale del regista russo che non fa assolutamente rimpiangere le opere del padre, anzi sembrano dirette dalla stessa mano. Impeccabili molte scene che omaggiano, senza risultare irritanti, Federico Fellini (il settimo capitolo) o Theodoros Angelopoulos (penso a tutte le scene in cui appaiono le statue smembrate di Lenin che ricordano scene di “Paesaggio nella nebbia”).

Un film non convenzionale fiore all’occhiello del cinema russo.

NOVEMBER – Rainer Sarnet (2017)

Nell’Estonia medievale vive una piccola comunità di contadini ai margini di un bosco. Le condizioni di vita sono dure: devono affrontare il gelo e la fame. Per farlo rubano, stringono patti col diavolo e ricorrono ai rimedi della strega del posto. Il cristianesimo, imposto dalla dominazione tedesca, è poco più che una superstizione tanto che pure il prete diventerà succube di un maleficio. Reali, invece, sono i morti che per una notte all’anno tornano in vita per far visita ai parenti, farsi una bagno, mangiare qualcosa e informarsi se i loro tesori nascosti sono ancora ben custoditi. Reali sono gli oggetti animati dal diavolo (i Kratt) che aiutano i contadini nel lavoro. E reale è il diavolo stesso che vive a un incrocio di sentieri nel bosco: un essere ignorante e rozzo come gli stessi abitanti del villaggio, facile da ingannare, ma rancoroso.  E’ reale la peste che prende la forma prima di una bella donna e poi di un cinghiale e con cui è necessario stipulare un patto per evitare che la comunità sia sterminata dall’epidemia. La gente vive in miseria e semplicità considerando ordinario questo miscuglio di tradizioni, riti e avvenimenti soprannaturali.

La giovane Liina è innamorata perdutamente di Hans, che, però si è invaghito della baronessa tedesca che vive nel castello vicino. Liina sfoga le sue pulsioni trasformandosi la notte in lupo e cercando in ogni modo di far tornare a sé l’amato. Hans, a sua volta, vende la sua anima per costruire un Kratt che possa rapire la baronessa. Questi esseri elementari costruiti con utensili, terra o neve, però, non possono eseguire simili ordini. Il Kratt di Hans, allora, insegnerà al suo padrone il linguaggio della poesia e dell’amore per conquistare il cuore della giovane nobile.

November” è una bellissima favola nera tratta dall’omonimo racconto di Andrus Kivirähk, uno dei più popolari scrittori contemporanei estoni. Girato in un rigoroso bianco e nero, passa dalle atmosfere horror alla favola romantica con grande dimestichezza. Tante le scene visionarie di grande suggestione come il cinghiale che giura sulla Bibbia dopo aver stretto il patto con il vecchio del villaggio, le apparizioni del diavolo o gli interni delle baracche illuminate dal fuoco dei camini.

Un film delicato e violento che, con i suoi 115 minuti, ti fa lentamente immergere nei boschi medievali dell’Estonia così carichi di magia.

ACID FROG – Acid frog (2017 – Italia – Trieste)

Continua il viaggio di Bsidesmagazine all’interno del mondo delle nuove proposte italiane con l’ambizioso compito di contribuire alla fine del “medio evo” musicale nel quale siamo prigionieri da troppo tempo, ed è con piacere che incontro (in senso lato) gli Acid Frog.

La giovane band triestina debutta con un EP decisamente psichedelico che trae ispirazione dalle sonorità della Bay area di metà anni ’60 fino ad arrivare al più conosciuto stile funky anni ’70, non male per “soli” 5 pezzi. La vocazione psichedelica della band è evidente (non solo dal nome), l’uso dell’organo Hammond è un carattere dominante in tutto il disco, tranne che per “STONED AGE”, l’ultimo pezzo che è molto rock, quello della golden age, o meglio STONER AGE (non per tutti) ed evidenzia ulteriormente la versatilità ed il carattere di una band che ha molto da dare. Ma, partiamo del principio.

 

Il brano di apertura è “SUN SUN SUN”  e mi catapulta al Monterey POP Festival, in quella estate del ’67, aiutati da una linea melodica accattivante e da dei cori quasi eterei, gli Acid Frog ci regalano quella che un tempo sarebbe stata una hit (dico un tempo per un discorso puramente di tendenze musicali in voga al momento), una canzone che entra nella testa per uscirne a fatica, con una line di basso malinconica ed una lead voice algida, quasi malinconica. Colpisce e fa centro.

Tutt’altra musica è invece “FUNKY SABBATH” che fa un salto quasi un decennio più tardi, stento quasi a credere che sia lo stesso disco. L’assenza della voce non è pesante, anche se in alcuni frangenti il brano la “chiama”. In realtà c’è, ma solo nei cori. Quasi a metà i toni cambiano, l’Hammond entra di prepotenza ricontestualizzando il brano ed è lì che parte il viaggio e capisco che la voce, a questo punto, è superflua. Resto spiazzato dalla fine, giunta all’improvviso e, che ancora, credevo lontana.

 

Arrivi amo a metà di questo EP con “FLOWERS AND RAIN”e troviamo l’apice di questo viaggio. Prepotentemente malinconica ed ipnotica, posizionata in modo furbo a metà del percorso. Il cambio di velocità aiuta ancora a dare energia al pezzo e alzare la tensione evitando l’errore della monotonia e capisco che è un’altra caratteristica del loro sound.

ORANGE SUNSHINE” è un delirio, sembra una storia da raccontare, o almeno inizia come tale, ma poi trascende in una parafrasi non facile da comprendere ma adoro una parte precisa del testo: “The acid Jesus’ preaching to the crowd Brotherhood of eternal love”. Qui hanno vinto, a mani basse: un tema delicato come il mettere in discussione un dogma religioso, accostato con un ritornello facile e leggero, come se fosse la “pubblicità delle caramelle” il tutto, condito con l’immancabile Hammond che è diventato colonna portante del carattere musicale del gruppo.

Gli Acid Frog sono attivi dal 2013, ma la svolta è arrivata solo tre anni più tardi, quando dopo ripetuti cambi di formazione, hanno trovato la stabilità entrando nel circuito live e preparando un repertorio definito. L’ispirazione per i loro pezzi arriva della più classiche Band che tutti noi DOBBIAMO conoscere, e si sente, ma i paragoni lasciamoli ai privi di fantasia.

Voglio vederli dal vivo.

nel frattempo…”LICK THE FROG, FEEL THE ACID!” (cit. Acid Frog)

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Articolo di PAOLO PALETTI