JOHN CALE – Concerto a teatro

Teatro Grande di Brescia

Teatro Grande di Brescia

Guardando le persone che attendono di entrare al Teatro Grande di Brescia per sentire John Cale, ho l’impressione di aver sbagliato concerto. Piú che assistere allo spettacolo di un’icona del rock sembra di dover partecipare a un evento mondano. Vero è che da etichetta, a teatro, è prevista l’eleganza, ma l’abito, in quest’occasione, è inversamente proporzionale alla conoscenza della musica. I pochi che sfoggiano magliette dei Velvet Underground attendono in disparte.

Ciò che stupisce positivamente è, però, la partecipazione. Sarà la raffinata location, o una sapiente “effetto evento” creato per l’unica data italiana del tour di Cale 2010, ma il concerto è sold out. Pensare che solo pochi anni prima i suoi concerti furono tristemente deserti.

La serata prevede una prima parte in cui viene riproposto l’album “Paris 1919” degli anni 70 in versione integrale e orchestrata. La seconda con alcuni inediti e altri brani di repertorio. Affiancano il cantautore la sua band e l’Orchestra da Camera di Brescia.

Cale si presenta vestito completamente di bianco, raffinato, ma con un approccio diretto, ancora punk, lontano dai perfezionismi dell’ex compagno Lou Reed e, appena entrato in scena, inizia subito a suonare le tastiere. La voce forte e sicura, calda e nasale. L’orchestra si amalgama perfettamente con le melodie pop decadenti delle canzoni. “Paris” non fa sentire i suoi anni e i suoi 40 minuti di durata passano veloci, talvolta leggeri, talvolta maestosi.

Dopo l’intervallo è la volta degli inediti che dimostrano, ancora una volta, la vitalità del non più giovane cantante. In “What d’ya mean by that” ottimo il connubio fra la band e il bravo e sconosciuto suonatore di trombone dell’orchestra capace di improvvisare atmosfere alla Ceht Baker.

Il bis si fa soffrire, per poi concederci un estenuante medley fra “Gun” e “Pablo Picasso”. L’animo rock irrompe inaspettato nel teatro e i martellanti e ipnotici riff fanno sognare i Velvet Underground. Cale, visibilmente soddisfatto, saluta il pubblico per poi suonarci “Fear (is a man’s best friend)” .

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2 commenti

  1. Per andare controcorrente a me ha un po’annoiato. Se non vivesse del suo mito non ci sarebbe stata una canzone valida nel suo repertorio.

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    • ‎”Paris 1919″ è così come l’hai sentito, i lavori di Cale sono molto differenti uno dall’altro. Forse avevi solo delle aspettative diverse.

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