SGUARDI sul CINEMA di ANIMAZIONE parte 2: Le STAR – In ITALIA – Le NOVITÀ

Heinz Edelmann

Heinz Edelmann il creatore di “Yellow Submarine” dei Beatles

Breve storia del cinema di animazione: i primi cartoni animati,  i maestri della stop motion, i capolavori dimenticati, gli artisti, nuove frontiere dell’animazione.

LE STAR – i cartoni animati di successo.
Nonostante i film che analizziamo rimangano una nicchia per appassionati, alcuni progetti hanno goduto di grande successo. Il più conosciuto e citato è sicuramente “Yellow submarine” di George Dunning, un esperto di animazione, che si ispirerà all’immaginario del mitico illustratore tedesco Heinz Edelmann (art director del film). L’arcinota celebrazione dei Beatles racconta le avventure dei Fab Four impegnati a liberare il felice e allegro paese di Pepperland caduto in mani dei bigotti e ottusi biechiblu. Ad aiutarli il giovane Fred sul suo sottomarino giallo e l’uomo inesistente (Nowhere man). Il sottomarino giallo attraversa paesaggi psichedelici, i Beatles ballano con creature impossibili mentre lisergiche icone hippy colorano un film immortale come le canzoni del quartetto.

Nel 1972 debutta Bakshi, un autore di rottura che lancia un nuovo filone di cartoni animati politicamente scorretti. Il suo lungometraggio d’esordio è lo scandaloso (per i valori di allora) “Fritz the cat” ispirato alle goliardiche avventure del fumetto di Rober Crumb, indiscusso idolo Underground. Il film rimane tutt’ora il film d’animazione indipendente di maggior successo nella storia del cinema.

heavy metal the film - cover

heavy metal

E in tema di Underground negli anni 80 vengono portati sul grande schermo i fumetti e gli eroi della rivista francese Metal Hurlant (tradotta negli Stati Uniti in Heavy Metal). Il risultato, alla fine, è mediocre e non va oltre un divertente intrattenimento. Ma è un buon riassunto delle energie che erano in campo allora. Dan O Bannon scrive il prologo e l’episodio degli aviatori zombi durante la seconda guerra mondiale che fu, originariamente, la prima bozza della sceneggiatura di Alien. L’ultima puntata (la migliore) della pellicola è palesemente ispirata a Arzach di Moebius, mentre un’altra, meno riuscita, al superdotato (in ogni senso) Den di Richard Corben. Il tassista dell’episodio hard boiled ispirerà il personaggio di Bruce Willis nel Quinto Elemento. La colonna sonora è affidata alle sonorità metal cotonate anni 80: Blue Öyster Cult, Black Sabbath, ma anche i Devo. In Italia non godette di grande successo contrariamente agli USA, ma nel giro di poco divenne un cult poco reperibile, anche a causa di alcune discordie legali che, probabilmente, ne ritardarono l’uscita in VHS. Da tanto si mormora di un possibile Heavy Metal 2, ma finora le informazioni restano poche e contraddittorie.

il pianeta selvaggio

Renè Laloux + Roland Topor

Il pianeta selvaggio” di Renè Laloux (1929-2004) e Roland Topor (1938-1997) è l’esempio più colto e di successo nel cinema di animazione per adulti di cui parleremo in seguito. Palma d’oro a Cannes nel 1973.

Bill Plympton illustratore e animatore nato a Portland nel 46 è noto per disegnare a mano ogni singola tavola delle sue opere. Sesso e violenza trattati in maniera grottesca sono elementi tipici dei suoi lavori. Nonostante resti una delle poche teste calde indipendenti, è coccolato e conteso nel campo della pubblicità. Le sue copertine sono richieste da tutti i giornali e la Disney lo voleva scritturare come collaboratore. Richiesta rifiutata per non omologarsi ai disegni preconfezionati della Major. Del 2007 il suo ultimo irriverente film “Idiots and Angels”.


E perché non mettere in questa sezione anche “The Wall” il film di Alan Parker tratto dal concept album dei Pink Floyd. Le immagini visionare di Gerald Scarfe, anche se sono poche rispetto alla durata del film, caratterizzano in maniera indelebile la pellicola e la musica dei Pink Floyd. Scarfe è un illustratore satirico molto attivo, ma le collaborazioni cinematografiche non andranno molto oltre a questo film. Per saper più su di lui vi rimando al suo sito.
Va ricordato il video di “Welcome to the machine”.


IN ITALIA – gli sconosciuti cartoni animati italiani
In italia il panorama è desolante come sempre.
Solo la bravura di Bruno Bozzetto e la genialità di Cavandoli (inventore de “La linea”) resistono al tempo e alla polvere. Ma in questo spazio desidero ricordare il simpatico Pino Zac: illustratore e vignettista satirico e anticlericale. Famoso per le strisce di “Kirie & Leison“, fondatore, insieme a Vauro, della rivista “Il male” e, successivamente de “L’anamorfico”. Nel 1970 gira con tecnica mista il curioso “Il cavaliere inesistente“, tratto dall’omonimo romanzo di Italo Calvino. Un film in parte animato, in parte girato con attori e scenografie vere; una sorta di “Chi ha incastrato Roger Rabbit” nostrano e troppo in anticipo sui tempi. Il risultato visto oggi è senza dubbio naïf, ma non per questo va scordato.
Chi volesse vedere chi era questo scapestrato, Pino interpreta la parte di Armando Cafè: un divertente e sgangherato giornalista/fotografo napoletano troppo impegnato a guadagnare per potersi permettere di lavorare, nel film di Monicelli “Vogliamo i colonnelli”.
Altro vignettista che si lanciò nel cinema con scarsi risultati fu Gibba con il pessimo cartone animato erotico “Il nano e la strega” del 1973.
Unica speranza italiana del cinema di animazione per adulti è Toccafondo Gianluigi (classe 1965)
Le animazioni di questo giovane talento sono in genere brevi e molto poetiche, legate alla pittura più che al cinema. Forme e colori si fondono, si allungano morbide ed esasperate e si contrastano l’un l’altra. “sarà sua l’animazione per la celebre campagna televisiva della Sambuca Molinari, così come il logo e la sigla della casa di produzione cinematografica Fandango e le copertine dei libri della casa editrice annessa, nonché alcune sigle per noti programmi televisivi come Avanzi e Tunnel. Accanto a questa produzione ne esiste però un’altra meno conosciuta. Si tratta di sette cortometraggi d’animazione, opere d’autore che il pubblico ha poche occasioni di vedere.”
(Wikipedia)

LE NOVITÁ – dal rotoscopio alla computer grapghic
Novità si fa per dire.
MirrorMask” (2005) come altri titoli di questa sezione sono già vecchi, ma hanno comunque rinnovato in qualche modo il genere. Quel genio di Dave McKean, come capita prima o poi a tutti i disegnatori quando raggiungono il massimo nel campo del fumetto, prova a lanciarsi in questo ambizioso progetto insieme al suo amico di sempre Neil Gaiman. Visivamente il film è un tripudio della migliore computer graphic. I fondali dipinti di McKean creano atmosfere estremamente visionarie, ma l’universo parallelo in cui sprofonda l’attrice protagonista, è un overdose di suggestioni. Gaiman imbastisce solo una favola minimalista e citazionista per adolescenti e sciupa l’energia del suo compagno di avventure. Un vero peccato, ma assolutamente da vedere.

Richard Linklater si inventa un nuovo tipo di fusione fra cartoni animati, disegno e attori in carne e ossa: nascono così il filosofico “The Waking Life” (2001) e “A Scanner Darkly” (2006) una delle poche dignitose trasposizioni dei libri di Dick. “L’intero film è stato girato usando video digitale su cui successivamente una squadra di artisti – tramite computer – ha disegnato linee stilizzate e colori per ogni fotogramma. Questa tecnica (chiamata Rotoshop) è simile in certi aspetti allo stile di rotoscope del regista Ralph Bakshi, stile inventato a sua volta negli anni venti.” (Wikipedia)
Entrambi i film seppur completamente diversi, non sono semplicemente delle sterili sperimentazioni. Questa tecnica è funzionale alla storia: in “Scanner Darkly” descrive l’universo alienato e dissociato dalla realtà di un gruppo di tossicodipendenti, mentre “Waking Life” si interroga in varie maniere se la realtà non sia un sogno lucido in cui ci si accorge di sognare. Il giovane protagonista ne discute con vari personaggi e ogni riflessione sembra un episodio a sé stante. A seconda dell’interlocutore lo stile cambia, più astratto in uno, più onirico nell’altro. I personaggi discutono del senso della vita, di etica, di esistenzialismo, di umanesimo e del saggio di Philip K. Dick, “Come costruire un universo che non cada a pezzi due giorni dopo”. Sicuramente un film ostico, difficile da approcciare, ma di rara bellezza per questi anni bui.

E proprio in questi anni resiste l’opera del dissacratore Phil Mulloy, che, anche grazie a festival intelligenti come il Nightmare film festival di Ravenna, riemerge ogni tanto con qualche nuovo blasfemo lavoro come “Goodbye Mr. Christie” del 2010.

È tramite le pagine della mitica rivista Nocturno che vi segnalo questo importante lavoro di animazione serbo del 2009 di Aleksa Gajić: Tecnotise-Edit i ja.
http://www.technotise.com/
Storia in perfetto stile cyberpunk. Belgrado 2047, una svogliata, studentessa di psicologia per passare un esame, si fa installare un microchip militare al mercato nero high tech. Il microchip interagirà in maniera inaspettata con i segreti custoditi della mente di un genio matematico autistico, sviluppando nella protagonista (Edit) una personalità parallela che cercerà di prendere il sopravvento sulla sua umanità. Niente brilla di originalità né la trama, né i disegni: un mix fra Akira e le animazioni USA, ma il prodotto è confezionato egregiamente, la sceneggiatura è avvincente e alcune scene come la gara di air-surf sono da manuale.
Visto i tanti sponsor si spera in una sua distribuzione televisiva, per ora è visibile interamente si youtube in lingua originale.

Attivi da ormai 30 anni i fratelli Quay restano coerenti con il loro cinema d’autore, ermetico, cupo, quasi mai dialogato, spesso senza un senso determinato, ma aperto a libere interpretazioni. I loro lavori sono basati su suggestioni quasi subliminali. Paragonati a Svankmajer (anche se conobbero la sua opera quando la loro arte era già matura) le creature dei gemelli Quay sono bambole, marionette, materiali organici che si animano per vivono esperienze tragiche e inquietanti. I primi video dei Tool (tipo “Sober”) sono un chiaro omaggio (per non dire plagio) dell’arte dei Quay.
“Street of Crocodiles” del 1986 è considerato da Terry Gilliam come uno dei dieci migliori film d’animazione di tutti i tempi.

Per chiuder vanno menzionati anche l’olandese Michael Dudok De Wit che alla sua indiscussa bravura sa abbinare benissimo il senso degli affari. E il talentuoso belga Sylvain Chomet. De Wit viene dalla pubblicità  e sa come farsi piacere. Father and daughter è il suo lavoro più completo vincitore nel 2001 come miglior cortometraggio d’animazione.La bambina che aspetta il padre che torni dalla guerra, stagioni che scorrono lungo i canali olandesi, le biciclette, le età della vita tutto disegnato con un elegante acquarello.

Chomet, al contrario, è amore smodato per il cinema degli anni d’oro. Ottime le sue ricostruzioni storico-malinconiche. “Incontro a Belleville” il suo successo, ma recentissimo “L’Illusionista” (2010)

Anche se fuori luogo aggiungo anche “Il segreto di Kelles” per lo sforzo europeo (irlandese per l’esattezza) di fare un film disneyano, ma con un tratto stilistico che cerca di riappropriarsi di una sua identità, come riuscì tanto bene a Michel Ocelot con i due riuscitissimi film di Kirikù.

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