CONFESSIONS – adolescenze perdute

Confessions Tetsuya Nakashima CONFESSIONS è un film complesso.
La professoressa Moriguchi, dopo la morte di sua figlia, decide di abbandonare la scuola dove insegna. Durante la sua ultima lezione spiega ai suoi disinteressati studenti i motivi di questa decisione: dopo un breve preambolo in cui racconta la sua storia, le difficoltà matrimoniali e le piccole gioie della vita, descrive le dinamiche dell’omicidio della figlia e, soprattutto, rivela l’identità dei due assassini. Due alunni che la stanno ascoltando. Prima di lasciare l’aula annuncia quale sarà la sua lenta vendetta nei loro confronti.
Come molti film post Pulp Fiction anche Confessions è diviso in capitoli a seconda del protagonista. I successivi capitoli puntano l’attenzione prima suo uno dei baby assassini poi sull’altro.
Raccontare la storia significherebbe rovinare un susseguirsi di colpi di scena alcuni geniali, altri eccessivi. Il film di Tetsuya Nakashima procede per accumulo di informazioni e di sgradevolezze, fino a uno zabriskiano epilogo (spettacolare, ma eccessivamente esplicativo come un tipico film statunitense).
Lo scenario è un sistema scolastico iper competitivo che preme sulle vite di ragazzini annoiati e disillusi il cui gioco preferito è il bullismo più crudele. La necessità disperata di emergere li fa sprofondare in una pericolosa solitudine. I genitori sono troppo impauriti per capire le dinamiche adolescenziali.

Tetsuya Nakashima Tutto si muove frastagliato con continui flashback, flashfoward, rallenty e cambi inaspettati di punti di vista.  L’insistentenza di un’estetica fin troppo ricercata spesso pecca di arroganza, ma, stranamente per un film giapponese, la storia non si perde e si viene a capo, in maniera brillante, di ogni sfumatura della sceneggiatura.
Confessions avvince, sa essere lieve e poetico, cambiare tono e diventare splatter.

Presentato a Stiges 2010 e al Far East Festival 2011  di Udine ha riscosso un grande successo di critica e di pubblico. Selezionato agli Oscar 2011 come miglior film straniero, poi scartato a causa dei suoi temi troppo oscuri per un’America perbenista.

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