Strade dell’EST: l’arte di WIKTOR SADOWSKI

Wiktor Sadowski - Polish MoviePoster

Wiktor Sadowski – Il Ritratto di Dorian Gray – Locandina teatrale

WIKTOR SADOWSKI nato nel 1956 segue le orme dei suoi geniali coetanei Pagowski e Walkuski.

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“Giochi nell’Acqua” “L’Ultima Tempesta” “I Misteri del Giardino di Compton House” Peter Greenaway

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“Naked” Mike Leigh – “Lo Zoo di Venere” “The Baby of Macon” Peter Greenaway

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“Zelig” Woody Allen – “Picnic a Hanging Rock” Peter Weir

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“Blow the Storm” Viktor Turov – “Confession” Marek Nowicki – Non-Divine Comedy poster teatrale

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“Le Relazioni Pericolose” Stephen Frears – “La Caduta degli Dei” Luchino Visconti “Passaggio in India” David Lean

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GHINZU – i coltelli musicali venuti dal belgio

Le piatte lande del nord Europa sono spesso la fucina della migliore musica indie. I belga Ghinzu sono ottimi rappresentanti di questa scena. Il loro sound ricorda i primi Muse e i Deus senza, però, scadere mai nelle imitazioni. Animali da palcoscenico sono delle superstar in Francia, ma poco conosciuti in Italia. Solo i fan di “Ex-Drummer” (il cinico e squallido film tratto dall’omonimo romanzo di Herman Brusselmans) si ricordano di loro grazie al bellissimo brano “Blow” inserito nella colonna sonora.

Electronic Jacuzzi - Ghinzu

Electronic Jacuzzi – Ghinzu

Nati nel 1999 esordiscono con “Electronic Jacuzzi” che allora non si filò nessuno. Solo la perseveranza degli scatenati membri della band e la serie incessante di concerti li portarono a farsi conoscere e amare da un vasto pubblico. La notturna “Dolly Fisher” apre confondendo ogni ignaro ascoltatore con una ritmica inusuale. John Stargasm canta di una strana bambola voodoo regalata a Natale di nome Dolly per poi sussurrare filastrocche non-sense in “Dragon“. La musica cambia più volte registro senza mai perdere un’atmosfera da noir francese. “Rotten Star” è un piacevole caos senza capo né coda. Il batterista Fabrice George (che verrà sostituito dal meno fantasioso Tony «Babyface» Poltergeist) nel bel branoThoughts Behind The Scenebilancia abilmente la melodia del piano con un soffuso e incessante rumore di treno fino al crescendo finale. L’adrenalinica “Electronic Jacuzzi” precede la malinconica e melodiosa “Turn up the Satan“.

R2 D3“, è il fratello di R2 D2 e si sente solo e confuso con tanta voglia di uccidere tutti, per fortuna nel brano successivo arriva un sussurrante “Dracula Cowboy” molto fashion avido di cocaina, pillole, vodka e sesso. Inutile dirlo uno dei pezzi più riusciti dell’album. “Get Up” scomoda noiose melodie orientali in una canzone che stratifica troppe stranezze per piacere, seguito da un puro divertissement strumentale.Il romanticismo malato dei Ghinzu esplode nella bellissima “One shot Ballerina“. Chiude “Bingo it’s Heaven” come un idilliaco epitaffio.

Blow - Ghinzu

Blow – Ghinzu

Nel 2004 pubblicano il loro capolavoro: “Blow” ricco di sperimentazioni e audacia compositiva. La (brutta) copertina originale in cui un John Stargasm decapitato canta al microfono fu censurata perché troppo violenta e sostituita dall’immagine dei due cavalli abbracciati. La migliore canzone dei Ghinzu dà il nome a questo secondo lavoro. Parte della colonna sonora del già citato “Ex-Drummer“, è un brano oscuro con improvvise esplosioni di suoni. Epica e sommessa si insinua come il buio nel giorno. Impossibile non amarla.

Ex Drummer

La locandina del film Ex Drummer di Koen Mortier

Si è esausti già dopo il primo brano, ma la delicata “Jet Sex” ti trascina in un baratro di malinconia tanto che “Cockpit Inferno” è uno schiaffo in faccia con l’iniezione di anfetaminiche tastiere alla Goblin. “Do you Read Me” è il classico singolo accattivante fatto con stile. Il veloce e psicotico pezzo strumentale “Till you Faint” anticipa un’altra hit del gruppo belga “The Dragster-Wave” seguita da una quieta ballate d’amore per pianoforte: “Sweet Love”. La voce di John Stargasm corre sui veloci  crescendo di “High Voltage Queen” esaltando la bellezza del culo della sua donna. “21st Century Croonersè un intermezzo musicale in perfetta sintonia con il precedente brano. Seguono “Mine” un po’ di  psychobilly“Horse” un po’ psichedelici. Chiude la stranissima ed edonistaSea-side Friends”.

Mirror+Mirror - Ghinzu

Mirror+Mirror – Ghinzu

Mirror, mirror” del 2009 non è sicuramente all’altezza dei precedenti. Più leggero e ascoltabile, ma non per questo meno interessante. L’ottima “Cold Love” ricorda uno dei migliori pezzi dei Deus. “Take it Easy” è niente più che un brano innocuo e cantabile a cui segue un brano di atmosfera come “Mother Allegra” che sembra buttato lì giusto per essere un po’ dark. “Mirror Mirror“, “Dream Maker” e “The End Of The World” sono canzoni ben costruite, ma senza quell’originalità e quel tocco di follia a cui ci eravamo abituati. “This War is Silent” si distingue un po’ rispetto alle precedenti. Chiude un brano strumentale molto elettronico “Interstellar Orgy” con echi alla Air.

In attesa dell’annunciato quarto album firmano la poco originale colonna sonora del film “Irina Palm” e svendono qualche brano alla pubblicità. A voi riconoscerli quando li sentirete.

Qui sotto la scena finale di “Ex Drummer” in lingua originale tradotta in russo, così non ci capite in cavolo. La canzone, ovviamente, “Blow

The BONE SNATCHER – le formiche demoniache della Namibia

the bone snatcherRemake, prequel e sequel andrebbero fatti per film realizzati malissimo, non per capolavori come Alien (o Blade Runner?)! Questo “The Bone Snatcher” sarebbe un ottimo materiale. Il film fa schifo non per l’ambientazione, non per la trama (essenziale come un qualunque slasher) e neppure per il mostro. E’ solo un film senza un minimo di atmosfera, che risulta poco credibile in ogni scena, recitato in maniera pessima e sceneggiato da un’analfabeta. I dialoghi sono solo frasi campionate da mille altri film “Qui sta succedendo qualcosa di strano!”, “Solo restando uniti e con la razionalità possiamo uscire vivi da qui”, “Questo è il nido e in ogni nido c’è la sua regina”, “Ucciderà ancora e noi dobbiamo fermarlo!”, ecc. Regia da telefilm anni ’80. Effetti speciali patetici nonostante un buon budget.

Tre geologi spariscono misteriosamente nel deserto della Namibia. Alla loro ricerca partono i trucidi colleghi del campo base, insieme a un giovane scienziatello che non si capisce come sia finito lì da Vancouver. (Il film è coprodotto dal Canada, spiegherebbe le scene iniziali ambientate nella città nordamericana). Lì li aspetta un demone della tradizione africana che li ammazzerà tutti, tranne i belli.

Allora che c’è di buono in questa noia? Il mostro assassino, degno di entrare nella mitologia dei migliori incubi cinematografici accanto a Alien, Frankenstein, Predator, Pinhead e tutti gli altri. Il demone è un’orda di formiche cannibali che, raccogliendo le ossa delle vittime, si manifesta in un essere dalle sembianze animali. In base alla quantità di carcasse che trova, il suo aspetto cambia di volta in volta.
Le potenzialità del film? Innumerevoli: il deserto e la sua natura mortale, le superstizioni locali, l’odio fra bifolchi bianchi e scaramantici africani, la paura di attacchi da parte di bande di mercenari e predoni. La presenza stessa dei geologi in Namibia sarebbe stata da approfondire: i diamanti. Per i diamanti si può uccidere e i geologi, inizialmente, credono più a questa pista piuttosto che a quella demoniaca. Tutti aspetti completamente ignorati o trattati in modo assolutamente infantile.

Una visione vivamente consigliata solo a chi volesse dirigerne il seguito o il remake.

IL FASCINO DELLA TRADUZIONE – intervista a MAURIZIO NATI, il traduttore italiano di DHALGREN

Samuel Ray Delaney

Samuel Ray Delany

B-SIDES
Grazie per aver accettato l’intervista.
Lei è conosciuto soprattutto per aver tradotto l’opera omnia di Philip K. Dick, oltre a numerosi romanzi e racconti di autori storici di fantascienza come Richard Matheson, John Wyndham, Philip José Farmer… e di scrittori venuti recentemente alla ribalta come China Miéville.
Affrontare la traduzione di un romanzo monumentale, affascinante e complesso come Dhalgren di Samuel Delany per lei è stata una sfida inaspettata o era un sogno che coltivava da anni? Sempre che Dhalgren sia un sogno per un traduttore e non una maledizione.

MAURIZIO NATI
Be’, inizialmente è stata una sorpresa. Conoscevo di fama il romanzo, pur non avendolo letto, e quando Fanucci mi propose la traduzione, ormai quasi dieci anni fa, non me l’aspettavo affatto e lì per lì ne fui spaventato. Mi domandai se sarei stato all’altezza del compito e chiesi tempo per dare una risposta. Dopo qualche giorno decisi di accettare la sfida, perché di sfida in un certo senso si trattava, confortato anche dal fatto che esisteva una Delany-list molto attiva e che lo stesso Chip (il soprannome di Dealany N.D.R.) mi aveva offerto la sua collaborazione via email. Chiesi quindici mesi di tempo, mi armai di coraggio e mi misi al lavoro.
Ovviamente avevo sottomano la precedente traduzione, quella di Roberta Rambelli per la Libra: seppure piena di errori, di travisamenti e di qualche omissione, era pur sempre una base di partenza. Del resto lei aveva lavorato in un periodo in cui non esisteva ancora Internet, con tutte le sue meraviglie, e dunque il suo lavoro può considerarsi sostanzialmente riuscito, almeno in parte.
Nel corso dei mesi sono entrato pian piano nel mondo di Dhalgren. Non è solo un modo di dire: della mailing list facevano parte persone molto preparate e molto disponibili che mi hanno poco per volta aiutato a capire la struttura del romanzo e le sue numerose chiavi di lettura. Ma l’aiuto maggiore l’ho ricevuto proprio dall’autore, un uomo di squisita sensibilità e intelligenza che ha saputo suggerirmi, più che spiegarmi, l’approccio giusto. E’ stato prodigo di consigli, mi ha mandato del materiale critico, indirizzato nella direzione giusta per così dire. Il resto l’ho fatto io, mettendoci molta umiltà e molto impegno, e anche una quantità di ricerche su Internet. Alla fine quella che sembrava una missione impossibile si è trasformata in un’avventura esaltante e il romanzo mi si è come dischiuso, offrendomi tutti i suoi tesori. Più andavo avanti e più la traduzione sembrava farsi più semplice, più spontanea, più veloce. Ho concluso in sorprendente anticipo sul termine che mi ero prefissato, e nel tempo rimasto ho effettuato più di una revisione, limando e migliorando, ma mi sono reso conto che ero riuscito a cogliere la vera essenza di un’opera straordinaria e straordinariamente complessa.
A tutt’oggi sono molto orgoglioso del risultato, anche se sono convinto che forse si potrebbe migliorare ancora qualcosa. Ma questi sono lussi che ci si può concedere solo con l’Ulysses di Joyce.
In ogni caso Dhalgren rimane una delle tappe fondamentali della mia carriera di traduttore, un’esperienza irripetibile che mi ha arricchito
e, in certe occasioni, commosso. Aspetto con ansia un’altra esperienza come quella, anche se la traduzione di “La città & la città di Miéville” ci si è avvicinata molto.

Alcuni romanzi tradotti da Maurizio Nati

B-SIDES
Dhalgren affronta tematiche complesse come il concetto di aggregazione sociale, di identità e di mutamento, il ruolo della parola, della poesia, dell’informazione… E’ un’opera così ricca di chiavi di lettura e di commistioni letterarie che può davvero essere associata all’Ulysses di Joyce.
Nonostante queste premesse, sono rimasto colpito dalla “leggibilità” del romanzo: dalla fluidità con cui Delany passa da atmosfere misteriose, mitologiche, liriche a scene realistiche, drammatiche, violente, alternando vivide descrizioni dei personaggi a riflessioni autoreferenziali sulla scrittura.
Se il lettore italiano viene catturato non solo dalla trama del romanzo (piuttosto “aperta”, come direbbe Umberto Eco), ma anche dallo stile sfaccettato di Delany, è grazie alla sua traduzione “spontanea”, coinvolgente e senza forzature. Ma per arrivare a questo risultato avrà dovuto “limare”, fluidificare, rimodellare ogni frase (ogni parola?).

MAURIZIO NATI
Effettivamente, soprattutto in sede di revisione, ho dovuto effettuare un certosino lavoro di manzoniana “risciacquatura” lessicale in cerca del termine che meglio esprimesse, anche dal punto di vista sonoro, quel certo concetto in quel certo contesto.
In alcune parti del romanzo (penso in particolare alla prima parte del capitolo settimo, uno dei più complessi) il lavoro è stato ancor più difficile (ma anche più intrigante) per via delle numerose correzioni,cancellature, glosse, oppure perché l’autore fa ricorso a una forma di scrittura libera che privilegia la musicalità alla comprensione. Però devo aggiungere che la lingua italiana è così ricca, dal punto di vista lessicale, che mi ha offerto un’ampia varietà di soluzioni.
Quanto alla “leggibilità” (meglio “scorribilità”) del testo, è ciò che mi sforzo sempre di offrire al lettore. E’ in sostanza ciò che vorrei
trovare io in un libro.

B-SIDES
La punteggiatura è sicuramente importante. Ricordo una scena di Dhalgren in cui il protagonista senza nome (ribattezzato “il Kidd”), dopo aver composto una poesia, la vede trascritta e si accorge che nel testo manca una virgola (o si convince che quella virgola doveva assolutamente esserci). La mancanza di quella virgola lo irrita e, in alcuni momenti, lo esaspera al limite della paranoia. Possiamo leggere la presenza/assenza di una virgola come una metafora, ma per uno scrittore (soprattutto quando parliamo di Delany) l’attenzione ossessiva per la punteggiatura potrebbe essere anche reale, e nel romanzo viene estremizzata solo per esigenze narrative. Nella traduzione, la punteggiatura va in qualche modo adattata per adeguarsi alla musicalità della lingua in cui si sta traducendo? O la punteggiatura originale va rispettata il più possibile, tenendo  però presente il piccolo avvertimento di Delany: “Cercare la precisione è rischiare la goffaggine” (pag. 809)?

MAURIZIO NATI
Se il testo è normale, per così dire, anche la punteggiatura è normale. Delany è maestro di bello stile, e assecondarlo in italiano non è difficile, purché non si perda di vista il suo rigoroso modo di
scrivere, dove le parole e a volte anche i punti e le virgole hanno effettivamente un loro peso specifico. Quando si passa a un registro più alto (lo “stream of consciusness“, per esempio, o le parti già citate del diario corretto e annotato), allora la punteggiatura cambia, o segue regole tutte sue o manca del tutto. In quel caso il lavoro del traduttore si fonda molto sul rispetto della fluidità e dell’armonia interna, e deve rispettare l’architettura impazzita che nelle intenzioni dell’autore sostituisce quella tradizionale. Non vorrei ripetermi, ma tradurre opere di questo livello comporta necessariamente una “full immersion” emotiva, dimenticare la propria parte razionale e abbandonarsi a quella più istintuale: diventare in sostanza un filtro cha da una parte prende materiale e dall’altra lo restituisce manipolato, pronto a essere fruito da un pubblico nuovo.

Samuel Ray Delany – “Vice Versa” copertina di Moebius – “Babel 17” – “I Gioielli di Aptor” copertina di Karel Thole

B-SIDES
Delany è sicuramente un “maestro di stile”, ma nel mondo dell’editoria questa caratteristica a volte viene vista come un… ostacolo.
Delany stesso riferisce in un’intervista alla Minnesota Review (autunno 2006) che molte case editrici (anche famose) rifiutano la pubblicazione delle opere di esordienti, motivando così il rifiuto: “Siamo spiacenti. Questo libro è scritto troppo bene per noi.” Confesso di aver riso parecchio, però Delany sembrava serio. Lei riscontra anche in Italia questa diffidenza degli editori nei confronti delle opere stilisticamente ben scritte, soprattutto se vengono etichettate come romanzi di genere?

MAURIZIO NATI
Non saprei. Di certo al giorno d’oggi gli editori tendono a seguire le mode finché tirano e sono pochi quelli disposti a scommettere su autori nuovi di qualità. Quando lo fanno sembrano privilegiare quelli che “si scrivono addosso”, come li chiamo io, cioè gente che sa mettere bene insieme le parole, ma in realtà non ha nulla da raccontare. Oppure vanno alla ricerca di nomi esotici spesso lontanissimi dalla nostra sensibilità. I romanzi di genere vanno bene se appartengono a un genere che al momento piace: i vampiri, per esempio, o le saghe fantasy, ma una volta passata la moda anche quelli cadranno nel dimenticatoio. Quanto alla fantascienza, invece, sembra che soffra di una crisi ormai di lunga data, eppure oltre oceano ci sono decine di ottimi romanzi che nessuno
si sogna di pubblicare da noi. Unica eccezione l’editore Delos Books che sta facendo un ottimo e coraggioso lavoro.

Samuel Ray Delany - La trilogia delle torri.

Samuel Ray Delany – La trilogia delle torri: “La Città Morta” “Le Torri di Toron” “La Città dai Mille Soli”

B-SIDES
In effetti Delos Books ci ha fatto conoscere autori del calibro di Ted Chiang, Cory Doctorow, Charles Stross, Ian McDonald… Nel 2008 anche Stampa Alternativa aveva pubblicato un’ottima antologia di Ted Chiang,e nel 2009 “Newton Compton” un importante romanzo di Cory Doctorow.

MAURIZIO NATI
Per rimanere nell’ambito che conosco un po’ meglio trovo che Fanucci, pur cercando di strizzare l’occhio a tematiche di successo, a suo modo faccia ogni tanto anche delle scelte coraggiose: non solo il Delany di Dhalgren e quasi tutto Miéville, ma anche Walter Mosley e David Levien, scrittori solidi e pieni di idee innovative.

B-SIDES
Negli anni 70 e 80 la casa editrice Fanucci proponeva fantascienza di qualità, con attenzione a opere sperimentali e di avanguardia, che richiedevano necessariamente delle traduzioni all’altezza. Per esempio mi vengono in mente romanzi importanti come “Jack Barron e l’eternità” di Norman Spinrad, “334” di Thomas Disch, l’antologia di racconti “I segreti di Vermillion Sand” di James G. Ballard…  credo tutti tradotti da Roberta Rambelli, bravissima traduttrice di quegli anni, che, come lei ha ricordato prima, aveva tradotto anche Dhalgren con i pochi mezzi allora a disposizione. Più recentemente, merito di Fanucci è stato riproporre dopo una lunghissima assenza un’altra opera importante di Delany: “Una favolosa tenebra informe”, anche conosciuta come “The Einstein Intersection”. Però la trilogia delle Torri (“The Falls of the tower”), che meriterebbe una nuova e più adeguata traduzione, sembra scomparsa perfino dalla bibliografia italiana di Delany. Eppure ci sono parti della trilogia che, secondo me, anticipano temi poi sviluppati in Dhalgren, come la sperimentazione linguistica, la poesia, la violenza metropolitana…

MAURIZIO NATI
Sono scelte editoriali dettate da ragioni che spesso a noi sfuggono, e che cambiano col cambiare dei tempi. Personalmente a me Fanucci (Sergio) sembra piuttosto umorale, insegue le nuove tendenze cercando di anticiparle, e a volte ci riesce (pensiamo per esempio al genere avantpop), ma poi non sempre sa o vuole dare un seguito a quelle scelte.
Quanto alla vecchia gestione Fanucci (quella paterna) ha avuto molti meriti, ma bisogna considerare che allora (anni 70) c’era un patrimonio sterminato di opere a costi accessibili fra le quali scegliere, e c’era anche un pubblico in Italia pronto a recepire una fantascienza più matura e stilisticamente più accurata. Insieme alla Nord ha certamente
proposto il catalogo più interessante di quegli anni, entrambi aiutati da giovani critici competenti e appassionati.

B-SIDES
“Critici competenti e appassionati”. Ricordo di quegli anni Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, Sandro Pergameno, Giuseppe Lippi (l’attuale direttore di Urania)…

MAURIZIO NATI
E Vittorio Curtoni, recentemente scomparso. Ottimo traduttore e critico, lo conoscevo fin dai tempi della prima “Robot”. E’uno che ha fatto davvero molto per la fantascienza italiana.

Robot - Rivista di Fantascienza

Robot – Rivista di Fantascienza

B-SIDES
In quegli anni lei ha collaborato con Carlo Pagetti, uno degli studiosi più importanti nel campo della fantascienza inglese e americana. Ricordo le introduzioni di Pagetti ai romanzi di Philip K. Dick pubblicati dall’Editrice Nord: erano veri e propri saggi.

MAURIZIO NATI
Pagetti è da molti anni uno degli studiosi più acuti e sensibili dell’opera dickiana. In effetti i suoi contributi (per lo più introduzioni ai romanzi) costituiscono a questo punto un imponente
corpus critico che ha anche il pregio non indifferente della chiarezza e che libera lo scrittore californiano dalle pastoie di una lettura confinata all’interno del genere, inquadrandolo nel più grande panorama della letteratura americana del secondo novecento.

B-SIDES
E’ curioso che uno dei detrattori di Dhalgren sia stato proprio Philip K. Dick. In fondo la domanda tipica di Dick – “cos’è reale?” – emerge leggendo anche Dhalgren. Certo, Delany lascia aperte al lettore molte possibili risposte e offre un finale circolare che non è un vero è proprio finale, mentre  Dick sorprende il lettore con colpi di scena inaspettati, all’interno di una trama solida, ben costruita, che porta a un finale evidente, anche se spiazzante.  In fondo, è come se entrambi gli autori denunciassero l’ambiguità della realtà, ma con tecniche narrative così diverse fra loro da sembrare incompatibili (incomprensibili per Dick?).

MAURIZIO NATI
Non ho letto tutto di Delany, ma i due scrittori mi sembrano abbastanza diversi fra loro. Delany è un lucido e raffinato intellettuale che sa quasi sempre di cosa parla, Dick è un geniale dilettante che almeno all’inizio va un po’ per tentativi. Delany ha un approccio più sociologico e politico alla lettura della realtà, Dick più filosofico e religioso. Si potrebbe dire che il primo è più interessato alla società, il secondo più all’uomo. Quello che li accomuna è l’utilizzo della fantascienza come strumento, si potrebbe dire come pretesto, per raccontare le loro storie. Indubbiamente, però, la Bellona di Dhalgren ha una qualità visionaria che ricorda il Dick impasticcato di “Ubik“. E di
certo entrambi sono vigorosamente contro il potere e le sue manipolazioni.

Samuel Ray Delany Books

Samuel Ray Delany Books

B-SIDES
Oltre a Dick e Delany, vuole ricordare qualche altro autore che ha tradotto con soddisfazione?

MAURIZIO NATI
Oh, sono tanti, praticamente tutti quelli che contano. Però mi piace ricordarne alcuni di cui ho apprezzato la disponibilità e la grande umanità. A parte Delany (e non lo dico per piaggeria, ma perché mi è stato incredibilmente vicino) vorrei ricordare Nancy Kress, Robert, Sawyer, Robert Wilson, Norman Spinrad, Joe Lansdale, David Levien e China Miéville. Con tutti questi ho avuto dei rapporti epistolari splendidi. Un altro è Michael Moorcock, di cui ho tradotto un paio di romanzi che però sono in attesa di pubblicazione, e che è davvero un personaggio incredibile, ancora vitalissimo.

B-SIDES
Concludo con una domanda su di lei e sul suo lavoro. Nadia Fusini ha ricevuto un premio per la bella traduzione delle “Onde” di Virginia Woolf. Lei ha ricevuto dei riconoscimenti? O almeno degli apprezzamenti da parte dei critici, degli appassionati di fantascienza, dei fans…?

MAURIZIO NATI
Mai ricevuti riconoscimenti di sorta. Ma nell’ambito degli appassionati, soprattutto quelli di Dick, godo di qualche considerazione, se non altro per la lunga militanza e per qualche buona iniziativa di cui sono stato protagonista insieme a Sandro Pergameno nel lontano 1976: la mitica rivista Fantascienza Ciscato che molti ancora ricordano con interesse. Fantascienza Ciscato è stata una straordinaria esperienza finita male. Ciscato era una persona strana. Geniale, a suo modo, e pieno di sacro fuoco. Ancor oggi non so bene cosa gli sia successo, credo nulla di buono, ma se dovessi rifare una rivista la rifarei così. Anche se allora erano davvero altri tempi. C’è anche da dire che l’attività di traduttore per me è stata secondaria in quanto ho sempre avuto un altro lavoro che mi dava da vivere. La mia attività lavorativa si è svolta all’interno di archivi e biblioteche (Ministero beni culturali), e sempre con grande soddisfazione.
Ho cominciato a tradurre nella prima metà degli anni settanta perché ho avuto la fortuna di conoscere Fanucci padre e perché ero un grande appassionato di sf (nonché laureato in lingue e letterature straniere), poi ho continuato con Armenia e Nord, infine di nuovo con Fanucci (figlio). Tradurre è stato un hobby, diciamo così, e adesso che sono in pensione posso coltivarlo con maggior tempo libero a disposizione.
Tradurre è davvero un’attività creativa senza pari ed è di per sé sufficiente a darmi un grande piacere.

fs ciscato

Copertine della rivista “Fantascienza Ciscato”

DHALGREN – Bellona brucia, gli scorpioni ballano.

Dhalgren - Samuel R. DelaneyCos’è accaduto alla città di Bellona?
Non lo sappiamo. Era una metropoli, adesso è una città quasi completamente disabitata e isolata dal resto del mondo.
Perché stanno bruciando i suoi edifici?
Non lo sappiamo. Vediamo solo gli effetti del fuoco: il cielo sopra la città è una cappa di nubi di fumo che salgono incessanti da diversi edifici perennemente in fiamme. Per le strade circolano autobus fantasma.
Molti sono fuggiti. Qualcuno è rimasto fingendo di continuare a condurre una vita normale, mentre altri si sono riorganizzati in comunità hippie, più libere e creative, oppure hanno formato bande di teppisti che scorrazzano di notte (gli scorpioni), usando proiettori olografici che li fanno apparire mostruosi.
Personalità di spicco, come un poeta famoso e un vecchio astronauta, sono arrivate qui, incuriosite dal cataclisma sociale che ha scosso la città.
La città è diventata una sorta di laboratorio umano dove gli abitanti reagiscono agli eventi sperimentando nuovi tipi di aggregazione sociale, nuove possibilità di convivenza.
L’apparente e quasi surreale tranquillità di una famiglia dell’alta borghesia, che vive rinchiusa nel proprio appartamento, riuscendo a mantenere ugualmente i normali rapporti umani con gli amici e con i vari intellettuali della città (prima che un evento drammatico spezzi questo fragile equilibrio) è in forte contrasto con la violenza che deflagra fuori, nelle strade, e che culmina in un feroce assedio vandalico a un supermercato.
Chi vive nelle comuni sembra sperimentare rapporti di convivenza più sereni e appaganti. Curioso, però, che l’icona di questi invidiabili “laboratori sperimentali” sia un negro gigantesco e violento, conosciuto da tutti perché accusato di stupro.
Non sapremo mai se lo stupro è stato davvero commesso o è una delle tante voci che circolano senza fondamento per la città. Le voci diventano in fretta realtà, mentre i fatti che credevamo oggettivi vengono spesso contraddetti da eventi successivi.

Le informazioni sono destabilizzanti e si diffondono in modo bizzarro: in città c‘è un quotidiano che continua a venir pubblicato, ma con date immaginarie, senza una successione cronologica razionale (si può andare da luglio 2022 a dicembre 837); c’è una raccolta di poesie che, grazie al passaparola, diventerà una sorta di best-seller fra gli abitanti della città e verrà anche pubblicata, ma noi non riusciremo a leggerne neanche un verso (conosciamo soltanto il titolo della raccolta); c’è un quaderno di appunti in cui sembrano già riassunti, anche se in modo confuso e frammentario, gli avvenimenti che avverranno, come se fossero già avvenuti e la storia si ripetesse sempre uguale, però non proprio identica.

In effetti il romanzo è costellato di sottili, ma continui spostamenti della percezione: inaspettatamente ci accorgiamo che non solo i rapporti sociali si trasformano, ma anche gli oggetti, la segnaletica stradale, gli edifici cambiano inaspettatamente la loro posizione, mettendo in crisi il nostro senso dell’orientamento e insinuando il dubbio che la nostra memoria non sia attendibile.
Accadono poi dei mutamenti macroscopici (come l’apparizione in cielo di due lune o di un sole gigantesco) che destabilizzano e spaventano, ma sono così incomprensibile che vengono velocemente assimilati senza cercare una spiegazione razionale a ciò che è avvenuto. La nuova realtà diventa presto la normalità, come se tutto fosse sempre stato così, e nasce il dubbio che forse è sempre stato davvero così, solo noi abbiamo altri ricordi frutto della nostra fantasia.

Samuel Rey Delaney

Samuel Ray Delany

Anche il concetto di identità viene messo in crisi.
Non è un caso che il protagonista sia un ragazzo che ha perso la memoria. Arriva in città da chissà dove, senza un nome e senza ricordi. Viene chiamato semplicemente “the kid” (il ragazzo), poi viene battezzato Kidd (forse per un fraintendimento) e infine Kid. Probabilmente neanche William Dhalgren è il suo vero nome, ma soltanto l’unico che il ragazzo ricorda fra quelli presenti in un elenco che non riesce più a trovare (sempre che quell’elenco sia mai esistito).
Anche l’identità sessuale di Kid è piuttosto vaga (o molteplice), visto il numero di accoppiamenti etero e omo che si susseguono, fra cui un rapporto a tre, con la sua ragazza (si è messo insieme a lei poco dopo il suo arrivo in città) e un ragazzo quindicenne affiliato alla banda dei teppisti di strada. Banda di cui Kid diventerà casualmente il leader, come prima era diventato casualmente un poeta ed era diventato inaspettatamente famoso.
Ma forse il più clamoroso cambiamento di percezione è nel finale, quando il flusso di coscienza di Kid dilaga fra le pagine, ripercorrendo quanto è già avvenuto (e quanto era già descritto negli appunti del quaderno), utilizzando le medesime parole, ma con un punto di vista nuovo, davvero… diverso: sembra che Kid sia una ragazza!

Mikeah Ernest Jennings in "Bellona destroyer of cities" fotografia di Carrie Mae Weems

Mikeah Ernest Jennings in “Bellona destroyer of cities” fotografia di Carrie Mae Weems

L’ultima frase del romanzo non ha un punto, e si riallaccia alla frase di apertura del romanzo, che incomincia senza una maiuscola (come “Finnegans Wake” di James Joyce). Sembra così che il cerchio si chiuda: tutto riprende da capo. Però non proprio in modo identico. Chi entra in città all’inizio del romanzo (il Kid) è un ragazzo (un “kid”), mentre chi sta per entrare in città alla fine del romanzo (avvenimento descritto più o meno con le stesse parole) sembra una ragazza.
Gli eventi si ripetono, ma cambia l’angolazione.
Del resto anche gli appunti del quaderno che era stato consegnato al “kid” all’inizio del romanzo, sembrano stati scritti proprio da lui, ma prima del suo arrivo in città: è un paradosso temporale o il suo arrivo è un ritorno e tutto si ripete sempre uguale, come un loop?
Però il punto di vista di chi ha scritto gli appunti è leggermente diverso da quello del Kid. Alla fine del romanzo, se rientrerà in città come una ragazza, il suo punto di vista cambierà ancora. Si ritorna al punto di partenza, ma di un altro romanzo, un romanzo forse uguale negli avvenimenti, ma diverso nel modo di percepirli.
Non ci troviamo di fronte a una “circolarità chiusa”, ma a uno “strano anello”, che può essere simboleggiato da una spirale più che da un cerchio: la spirale ti riporta all’inizio, ma a un livello superiore.
Delany sembra volerci suggerire molteplici chiavi di lettura, per questo costella la narrazione di riferimenti mitologici, artistici, metaletterari… e nel romanzo cita, anche se di sfuggita, il maestro delle geometrie impossibili: Maurits Cornelis Escher. Però non dà risposte: lascia aperte al lettore tutte le possibili interpretazioni. A noi la scelta.

A New York, nel 2010, è andata in scena “Bellona, Destroyer of Cities”, una pièce teatrale di Jay Scheib ispirata al romanzo di Delany.

Samuel Ray Delany (chiamato “Chip” dagli amici) è uno dei più colti e raffinati intellettuali di New York. Anche se a New York sembra che tutti siano degli intellettuali, Delany spicca fra loro perché è di colore, è omosessuale ed è marxista. Viste queste premesse, è difficile capacitarsi di come abbia fatto a sopravvivere negli Stati Uniti e a diventare famoso.

In Italia, Umberto Eco è da decenni un ammiratore di Delany e Antonio Caronia ha scritto un breve, ma importante saggio su Dhalgren.

Nel prossimo numero pubblicheremo un’intervista a Maurizio Nati, il traduttore italiano di Dhalgren (Fanucci Editore, 2005).

Dhalgren:
1. Prisma, specchio, lente
2. Le rovine del mattino
3. La casa dell’ascia
4. In tempo di epidemia
5. Creature della luce e delle tenebre
6. Palinsesto
7. Gli anatemi: giornale dell’epidemia