DHALGREN – Bellona brucia, gli scorpioni ballano.

Dhalgren - Samuel R. DelaneyCos’è accaduto alla città di Bellona?
Non lo sappiamo. Era una metropoli, adesso è una città quasi completamente disabitata e isolata dal resto del mondo.
Perché stanno bruciando i suoi edifici?
Non lo sappiamo. Vediamo solo gli effetti del fuoco: il cielo sopra la città è una cappa di nubi di fumo che salgono incessanti da diversi edifici perennemente in fiamme. Per le strade circolano autobus fantasma.
Molti sono fuggiti. Qualcuno è rimasto fingendo di continuare a condurre una vita normale, mentre altri si sono riorganizzati in comunità hippie, più libere e creative, oppure hanno formato bande di teppisti che scorrazzano di notte (gli scorpioni), usando proiettori olografici che li fanno apparire mostruosi.
Personalità di spicco, come un poeta famoso e un vecchio astronauta, sono arrivate qui, incuriosite dal cataclisma sociale che ha scosso la città.
La città è diventata una sorta di laboratorio umano dove gli abitanti reagiscono agli eventi sperimentando nuovi tipi di aggregazione sociale, nuove possibilità di convivenza.
L’apparente e quasi surreale tranquillità di una famiglia dell’alta borghesia, che vive rinchiusa nel proprio appartamento, riuscendo a mantenere ugualmente i normali rapporti umani con gli amici e con i vari intellettuali della città (prima che un evento drammatico spezzi questo fragile equilibrio) è in forte contrasto con la violenza che deflagra fuori, nelle strade, e che culmina in un feroce assedio vandalico a un supermercato.
Chi vive nelle comuni sembra sperimentare rapporti di convivenza più sereni e appaganti. Curioso, però, che l’icona di questi invidiabili “laboratori sperimentali” sia un negro gigantesco e violento, conosciuto da tutti perché accusato di stupro.
Non sapremo mai se lo stupro è stato davvero commesso o è una delle tante voci che circolano senza fondamento per la città. Le voci diventano in fretta realtà, mentre i fatti che credevamo oggettivi vengono spesso contraddetti da eventi successivi.

Le informazioni sono destabilizzanti e si diffondono in modo bizzarro: in città c‘è un quotidiano che continua a venir pubblicato, ma con date immaginarie, senza una successione cronologica razionale (si può andare da luglio 2022 a dicembre 837); c’è una raccolta di poesie che, grazie al passaparola, diventerà una sorta di best-seller fra gli abitanti della città e verrà anche pubblicata, ma noi non riusciremo a leggerne neanche un verso (conosciamo soltanto il titolo della raccolta); c’è un quaderno di appunti in cui sembrano già riassunti, anche se in modo confuso e frammentario, gli avvenimenti che avverranno, come se fossero già avvenuti e la storia si ripetesse sempre uguale, però non proprio identica.

In effetti il romanzo è costellato di sottili, ma continui spostamenti della percezione: inaspettatamente ci accorgiamo che non solo i rapporti sociali si trasformano, ma anche gli oggetti, la segnaletica stradale, gli edifici cambiano inaspettatamente la loro posizione, mettendo in crisi il nostro senso dell’orientamento e insinuando il dubbio che la nostra memoria non sia attendibile.
Accadono poi dei mutamenti macroscopici (come l’apparizione in cielo di due lune o di un sole gigantesco) che destabilizzano e spaventano, ma sono così incomprensibile che vengono velocemente assimilati senza cercare una spiegazione razionale a ciò che è avvenuto. La nuova realtà diventa presto la normalità, come se tutto fosse sempre stato così, e nasce il dubbio che forse è sempre stato davvero così, solo noi abbiamo altri ricordi frutto della nostra fantasia.

Samuel Rey Delaney

Samuel Ray Delany

Anche il concetto di identità viene messo in crisi.
Non è un caso che il protagonista sia un ragazzo che ha perso la memoria. Arriva in città da chissà dove, senza un nome e senza ricordi. Viene chiamato semplicemente “the kid” (il ragazzo), poi viene battezzato Kidd (forse per un fraintendimento) e infine Kid. Probabilmente neanche William Dhalgren è il suo vero nome, ma soltanto l’unico che il ragazzo ricorda fra quelli presenti in un elenco che non riesce più a trovare (sempre che quell’elenco sia mai esistito).
Anche l’identità sessuale di Kid è piuttosto vaga (o molteplice), visto il numero di accoppiamenti etero e omo che si susseguono, fra cui un rapporto a tre, con la sua ragazza (si è messo insieme a lei poco dopo il suo arrivo in città) e un ragazzo quindicenne affiliato alla banda dei teppisti di strada. Banda di cui Kid diventerà casualmente il leader, come prima era diventato casualmente un poeta ed era diventato inaspettatamente famoso.
Ma forse il più clamoroso cambiamento di percezione è nel finale, quando il flusso di coscienza di Kid dilaga fra le pagine, ripercorrendo quanto è già avvenuto (e quanto era già descritto negli appunti del quaderno), utilizzando le medesime parole, ma con un punto di vista nuovo, davvero… diverso: sembra che Kid sia una ragazza!

Mikeah Ernest Jennings in "Bellona destroyer of cities" fotografia di Carrie Mae Weems

Mikeah Ernest Jennings in “Bellona destroyer of cities” fotografia di Carrie Mae Weems

L’ultima frase del romanzo non ha un punto, e si riallaccia alla frase di apertura del romanzo, che incomincia senza una maiuscola (come “Finnegans Wake” di James Joyce). Sembra così che il cerchio si chiuda: tutto riprende da capo. Però non proprio in modo identico. Chi entra in città all’inizio del romanzo (il Kid) è un ragazzo (un “kid”), mentre chi sta per entrare in città alla fine del romanzo (avvenimento descritto più o meno con le stesse parole) sembra una ragazza.
Gli eventi si ripetono, ma cambia l’angolazione.
Del resto anche gli appunti del quaderno che era stato consegnato al “kid” all’inizio del romanzo, sembrano stati scritti proprio da lui, ma prima del suo arrivo in città: è un paradosso temporale o il suo arrivo è un ritorno e tutto si ripete sempre uguale, come un loop?
Però il punto di vista di chi ha scritto gli appunti è leggermente diverso da quello del Kid. Alla fine del romanzo, se rientrerà in città come una ragazza, il suo punto di vista cambierà ancora. Si ritorna al punto di partenza, ma di un altro romanzo, un romanzo forse uguale negli avvenimenti, ma diverso nel modo di percepirli.
Non ci troviamo di fronte a una “circolarità chiusa”, ma a uno “strano anello”, che può essere simboleggiato da una spirale più che da un cerchio: la spirale ti riporta all’inizio, ma a un livello superiore.
Delany sembra volerci suggerire molteplici chiavi di lettura, per questo costella la narrazione di riferimenti mitologici, artistici, metaletterari… e nel romanzo cita, anche se di sfuggita, il maestro delle geometrie impossibili: Maurits Cornelis Escher. Però non dà risposte: lascia aperte al lettore tutte le possibili interpretazioni. A noi la scelta.

A New York, nel 2010, è andata in scena “Bellona, Destroyer of Cities”, una pièce teatrale di Jay Scheib ispirata al romanzo di Delany.

Samuel Ray Delany (chiamato “Chip” dagli amici) è uno dei più colti e raffinati intellettuali di New York. Anche se a New York sembra che tutti siano degli intellettuali, Delany spicca fra loro perché è di colore, è omosessuale ed è marxista. Viste queste premesse, è difficile capacitarsi di come abbia fatto a sopravvivere negli Stati Uniti e a diventare famoso.

In Italia, Umberto Eco è da decenni un ammiratore di Delany e Antonio Caronia ha scritto un breve, ma importante saggio su Dhalgren.

Nel prossimo numero pubblicheremo un’intervista a Maurizio Nati, il traduttore italiano di Dhalgren (Fanucci Editore, 2005).

Dhalgren:
1. Prisma, specchio, lente
2. Le rovine del mattino
3. La casa dell’ascia
4. In tempo di epidemia
5. Creature della luce e delle tenebre
6. Palinsesto
7. Gli anatemi: giornale dell’epidemia

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