TRIESTE S+F FILM FESTIVAL. Poca fantascienza, ma tante inquietudini.

"La leggenda di Kaspar Hauser" Davide Manuli

“La leggenda di Kaspar Hauser” Davide Manuli

A ridosso del fatidico 21.12.2012, carico di sciagure Maya, si è svolto a Trieste il “Science + Fiction Festival” nato nel lontano 1963 e, fra uno spritz e un po’ di bora, qualche film non me lo sono fatto mancare.

SF Trieste Film Festival

SF Trieste Film Festival

Il noir di fantascienza “Looper” del regista americano Rian Johnson, è il film di apertura di quest’anno. Nel nostro futuro i viaggi nel tempo sono possibili, ma illegali. Chi ne fa uso è la criminalità organizzata. Quando deve far sparire qualche personaggio indesiderato spedisce indietro di trent’anni il soggetto. Ad attenderlo, ad una determinata ora in un preciso posto, dei sicari chiamati “looper” pronti a freddarlo. Questi “looper” fanno la bella vita, ma da contratto, fra trent’anni, saranno rispediti a loro volta indietro nel tempo chiudendo il cerchio. Quando giunge la tua ora non sei mai molto felice di rispettare alla lettera simili clausole, soprattutto se ti sei appena innamorato e se sei Bruce Willis. Con un escamotage (tanti cazzotti) Willis torna indietro nel tempo per cercare di modificare il corso degli eventi pur di mantenere integra la sua storia d’amore, ma deve fare letteralmente i conti con se stesso (Joseph Gordon-Levitt nella versione giovane di Willis). Lasciando perdere la meccanica del paradosso temporale, che non torna completamente, il film è un piacevole intrattenimento ricco di trovate geniali e sostenuto da un ritmo serrato e ben calibrato.

Cosa potrà mai dire, invece, di fantascientifico l’amato Harmony Korine nel film a episodi “The Fourth Dimension”? Niente, era quasi ovvio. Korine inventa un attore in declino (Val Kilmer) reinventatosi predicatore da centro commerciale in una desolata periferia americana. Nel corso dei sui imbarazzanti “convegni” invita un branco di perdenti creduloni a prendere tutte le loro paure e spararle nella quarta dimensione. Nel successivo episodio, diretto dal russo Alexey Fedorchenko (autore del bel film “Silent Soul” presentato a Venezia nel 2010), uno scienziato un po’ miserabile inventa un apparecchio in grado di vedere brevemente nel passato. La geniale invenzione non serve poi a molto, specie se la si usa solo per capire perché la moglie l’abbia abbandonato anni prima. L’ultimo episodio di Jan Kwiecinski segue un gruppetto di giovani sbandati che fa baldoria in un villaggio abbandonato in attesa venga spazzato via da un’inondazione colossale.

FS Trieste 2

Errors of Human Body” di Eron Sheean (presente al Festival anche come sceneggiatore di “The Divide” di Gens e vincitore del Festival di Trieste di quest’anno) è un fanta thriller ambientato nell’Istituto di Ricerca Scientifica di Dresda. Il fascino del film è proprio l’ambientazione gelida e asettica del centro ricerche e l’incontro con i suoi “abitanti”: ricercatori dai caratteri forti, ambigui e competitivi. L’inquietudine crescente del film sta nelle domande che rimangono a margine della storia: “fino dove si è disposti a sperimentare pur di ottenere un risultato?”, “l’etica è un ostacolo per la ricerca?”, “le cure che ci aiutano a vivere meglio a che prezzo sono state ottenute?”.

Resolution” dei simpatici Justin Benson e Aaron Scott Moorhead è una pellicola atipica. Più ci si ripensa e più piace. Impossibile inquadrarla in un genere o definirne la trama. Michael tenta un ultimo disperato tentativo di salvare il suo migliore amico Chris dalla tossicodipendenza. Michael è il bravo ragazzo a cui la vita sorride che, certo della sua “missione”, ammanetta Chris, l’amico d’infanzia depresso che ha trovato nel crack gli unici momenti di felicità. Le fantasie paranoiche di Chris sono quelle tipiche di un tossicodipendente, quelle che si fanno strada nell’annoiato Michael sono ben più strane. Inizia a vedere cose bizzarre, conoscere personaggi inquietanti, incontrare delinquenti indiani e forze soprannaturali. Bravissimi gli attori a mantenere un tono da commedia credibile, quasi mai drammatico, anche nelle situazioni più folli.

FS Trieste 1

The Butterfly Room” di Jonathan Zarantonello è un altro thriller piuttosto malsano confezionato per la mitica Barbara Steele nel ruolo di una glaciale e cattivissima vecchietta adescatrice di bambine. Zarantonello è molto bravo a mostrare il lato oscuro di ogni personaggio, soprattutto delle diaboliche bambine, ma la scelta di piani temporali sfasati confonde inutilmente.

Venerdì è una giornata di decisioni: purtroppo scelgo il pessimo film “Doomsday Book” al posto del post-apocalittico “Mia” di Fulvio Ottaviano e all’antiepico documentario sulla conquista dello spazio in chiave femminista “No Gravity” di Silvia Casalino, entrambi interessantissimi prodotti italiani.

Doomsday Book” è, invece, un inutile film coreano a episodi: il primo col solito virus zombificante che infetta Seul, nel secondo il robot buddista che raggiunge l’illuminazione avrebbe annoiato anche Asimov settant’anni fa, il terzo almeno fa ridere: una bambina ordina la palla da biliardo n.8 su uno strano sito. Le sarà recapitata dopo qualche mese sottoforma di un gigantesco meteorite in rotta di collisione con la Terra. Cosa ci faccia alla fine il controllore di “Galaxy Express 999” lo sa solo il regista. Un citazione pop colta alla Murakami? Forse è ora di guardare un po’ meno l’Asia e guardare di più cosa creiamo in Italia fra mille difficoltà. E’ il caso de “La Leggenda di Kaspar Hauser” del bravo Davide Manuli (scelto a scapito di “Antiviral” di Cronenberg figlio). Film molto bello sostenuto dal carisma di Vincent Gallo, dalla bravura di Silvia Calderoni (dei Motus) e dalle musiche elettroniche di Vitalic. Silvia interpreta un inedito e tarantolato Kaspar Hauser perso in un ballo perenne. C’è chi lo scambia per un messia, chi lo considera una minaccia, chi gli insegna a fare il dj. Una pellicola surreale e visionaria, quasi un’esperienza da ballare più che da subire seduti in una poltroncina del cinema.

"La leggenda di Kaspar Hauser" Davide Manuli

“La leggenda di Kaspar Hauser” Davide Manuli

Forse i film più interessanti del festival li perdo: “Holy Motors” del grande Carax, “John Dies at the End” di Don Coscarelli capace di alternare grandi idiozie a cult epocali e il curioso “Baikonur” girato in un piccolo villaggio della steppa russa i cui abitanti raccolgono detriti spaziali considerandoli quasi sacri.

Alla festa di inaugurazione i “The Mothership” iniziano il loro concerto leggendo la prima pagina di “Dune” di Frank Herbert. Mentre raccontano il concepimento di Paul Atreides da parte di una Bene Gesserit, mi accorgo che mi manca qualcosa da questo Festival: qualche sana saga spaziale come quelle che riempiono ancora i ricordi più libidinosi di tutti i fanta nerds come me. Basta virus, zombi e inner space! Ridateci almeno “Starcrash” di Cozzi!

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