GIAPPONE ISOLA SADICA: il cinema dell’estremo

Imprint - masters of horror -Takashi Miike

L’insostenibile tortura del mediometraggio “Imprint – Masters of Horror” (2006) Takashi Miike

Il Giappone è l’icona geografica del sadismo. Sarà per i brutali rituali di suicidio dei samurai (“seppuku”), per l’arte di legare le persone con le corde (“shibari”: nato per immobilizzare i prigionieri e trasformatosi in una pratica sessuale), per la tolleranza delle perversioni (incesto e pedofilia, se trattati in modo soft, non sono argomenti tabù come in occidente) e per un’ampia gamma di feticismi. Terra di grandi contraddizioni, orgogliosamente isolata, ha sviluppato un concetto di obbedienza/rispetto basato sulla tortura e sull’umiliazione applicata in svariate forme.
L’arte in Giappone ha sempre esplorato questi territori così ambigui, disinteressandosi dell’aspetto morale, ma indagando, piuttosto, sul piacere di torturare o essere torturati e sulle relazioni fra vittima e carnefice.
Pittura, fotografia, manga e cinema hanno creato il senso “dell’estremo” lontano anni luce dai compiaciuti prodotti occidentali che scambiano il disgusto con il turbamento.
La settima arte ha prodotto numerose pellicole dai contenuti altamente scioccanti, qualitativamente e artisticamente spesso insignificanti, ma talmente brutali e sadiche da risultare indimenticabili.

Shogun's Sadism

“Shogun’s Sadism” – Yûji Makiguchi

E’ il caso di “Shogun’s Sadism” (1976 – Yûji Makiguchi) un film in due episodi, piuttosto malato, ambientato nel Giappone dell’era Edo. Nel primo un sadico feudatario si dedica alla tortura e all’uccisione di cristiani nella sua giurisdizione. Gli inquisitori cristiani dall’altra parte del mondo sembrano dei dilettanti nei suoi confronti. Immersioni in calderoni di acqua bollente, gambe divaricate a forza dai buoi fino a essere strappate, impalamenti e accecamenti con ferri roventi si alternano alla violenza psicologica a cui il potente padrone sottopone un suo funzionario violentandogli di continuo l’amante sotto i suoi occhi. La dolorosa storia d’amore e un breve gesto eroico finiranno con una bella crocefissione di massa.
Il secondo episodio smorza apparentemente i toni macabri del primo, introducendo uno squinternato e buffo ladruncolo che, non avendo i soldi per pagare il bordello in cui aveva passato una notte di spensieratezze, è costretto a lavorarci come servo. Si innamorerà di una prostituta salvandola da morte certa dopo un aborto indotto a calci e ferri. I due scapperanno insieme, ma ben presto saranno catturati. Il castigo che li attende e il disquisire della natura umana da parte del ladruncolo sembrano opera di DeSade. La scena più sconcertante del film è la decapitazione lenta del ladro con una sega, tortura realmente esistita in quel periodo in Giappone. Un rituale che poteva protrarsi per giorni!

Flowers and Snakes 1974

“Flower and Snake” – Masaru Konuma

Flower and Snake” (1974 – Masaru Konuma) è un film piuttosto noto di uno dei più prolifici autori di Pinku Eiga (soft-porno prodotti dalla Toei e dalla Nikkatsu. Visto che in Giappone non è consentita la rappresentazione dell’atto sessuale al cinema, questi film non sfociano mai nell’hard, ma spesso sono dei contenitori di inaudite e fantasiose pratiche feticiste e sado/masochiste).

Un potente industriale giapponese, per evitare il divorzio, fa sequestrare la moglie da un suo impiegato che avrà l’obbligo di educarla all’obbedienza e renderla sessualmente sottomessa. Il devoto dipendente è impotente a causa di un trauma infantile, ma sua madre gli insegnerà numerose pratiche per sottomettere la bellissima moglie del capo. Fra bondage, frustate, clisteri e vermi introdotti nel culo, l’operazione è un successo, tanto che nell’ultima scena la moglie, rivolgendosi alla giovane cameriera preoccupata del suo nuovo stato, le chiede se è sicura che non possa piacerle essere dominata e se intenda provarlo. La scena clou al limite fra Freud e il ridicolo si svolge in una cabina telefonica pubblica. L’impiegato impotente riesce a rimuove il trauma che lo assillava e si mette a fare sesso con la moglie del capo mentre parla con la madre al telefono. Il filo della cornetta strangola entrambi, diventando una scena bondage mentre i passanti guardano attoniti.

perfect education SAGA

Perfect Education Saga: n.1 regia: di Ben Wada – n.2 regia: Yôichi Nishiyama – n.3 regia: Sam Leong – n.4 regia: Toshiyuki Mizutani – n.5 regia: Masahiro Kobayashi – n.6 regia: Kōji Wakamatsu – n.7 regia: Kenta Fukasaku

L’argomento rapimento/sottomissione è ricorrente in tanti film giapponesi tanto da essere il tema della saga “Perfect Education” (1999-2010) composta da sette episodi slegati fra loro. Anche molti grandi registi lo hanno affrontato come Koji Wakamatsu con il bellissimo “The Embryo Hunts In Secret” (1966) e Yasuzô Masumura con il surreale “Blind Beast” (1969).

"The-Embryo-Hunts-In-Secret"

Una scena tratta da “The Embryo Hunts In Secret” di Koji Wakamatsu

Sex and Fury

“Sex and Fury” – Norifumi Suzuki

Sesso, ma soprattutto violenza sono il marchio di fabbrica di Norifumi Suzuki regista amato e copiato da Tarantino. “Kill Bill” non esisterebbe senza il suo “Sex and Fury” del 1973 (il combattimento nella neve di “Kill Bill vol 1” è un omaggio a quello di “Sex and Fury”) La pellicola di Suzuki è stilisticamente eccezionale. Basta vedere i caleidoscopici titoli di testa in cui carte da gioco e fiotti di sangue colorano la scenografia. Il sequel “Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture” sarà girato nello stesso anno da Teruo Ishii.

Suzuki

“Terrifying Girls’ High School: Lynch Law Classroom” e “Girls Boss Guerrillia” – Norifumi Suzuki

Violenza e sadismo sono, però, i perni di altri due film culto diretti da Norifumi Suzuki: “Terrifying Girls’ High School: Lynch Law Classroom” (1973) ambientato in un liceo frequentato da sole ragazze e gestito da soli maschi (sconcertante la scena iniziale in cui un gruppo di studentesse mascherate di rosso, per uccidere una coetanea, praticano una flebotomia. La sfortunata riesce a scappare all’operazione forzata, ma finisce per essere buttata dalla terrazza della scuola) e “Girls Boss Guerrillia” (1972) una variazione sul tema delle gang di motociclisti al femminile.

Negli anni ’80 la serie di film horror “Guinea Pig” (ne parlammo qui) cambiò definitivamente le regole del buon gusto, dopodiché effetti speciali e mero voyeurismo splatter prendono il sopravvento, definendo nuovi sottogeneri degni di interesse, ma mai così inusuali e malsani come i loro predecessori.

La produzione di film sado/malati/splatter è infinita e passa da catastrofiche idiozie come “Red Secret Room” (1999) un mix fra il “Grande Fratello” e il gioco della bottiglia, a “Battle Royale” (2000) di Kinji Fukasaku (altro regista idolatrato da Tarantino). Da citare “Flower and Snake” (2004) remake stiloso e noioso dell’omonimo film del 1974, “Grotesque” (2009) uno scontato torture porn tuttora censurato in Inghilterra, “Naked Blood” (2009) in cui tre cavie umane sperimentano a loro insaputa una droga che tramuta il dolore in piacere.

Men_Behind_the_Sun_SAGA

Men behind the Sun Saga

Menzione a parte per una delle saghe più fastidiose del cinema: “Men Behind the Sun”. I quattro film che la compongono sono, infatti, una produzione di Hong Kong con capitali cinesi che, sfruttando il successo del filone occidentale degli Eros Svastica (“Ilsa la belva delle SS”, “L’Ultima Orgia del III Reich”…), fanno una dura propaganda contro il paese del Sol Levante. La storia, più o meno sempre uguale tranne per l’ultimo capitolo, è ambientata durante la seconda guerra mondiale nell’Unità 731 dislocata in Manciuria. Questa unità segretissima (realmente esistita) nata ufficialmente per svolgere operazioni di purificazione dell’acqua, era a tutti gli effetti un campo di concentramento in cui i detenuti venivano usati come cavie per praticare inumani esperimenti medici e testare armi chimiche e batteriologiche. L’Unità 731 fu responsabile di efferati crimini di guerra. Pochi pagarono per questi crimini, molti membri vennero assoldati da case farmaceutiche internazionali e le atrocità del campo di concentramento furono quasi dimenticate. “Men behind the Sun” contribuì a non fare cadere nell’oblio questo orrore. I film sono conditi di scene estreme al limite dell’inguardabile e le leggende, altrettanto fosche, si sprecano. L’autopsia del bambino è vera, così come la brutta fine del gatto sbranato da un’orda di ratti, i ratti poi saranno bruciati vivi. Le scene di finzione non scherzano. Si va dall’uomo che caca fuori l’intero intestino in una camera iperbarica, alla donna a cui sfilano la carne delle braccia come un guanto dopo un processo di congelamento, al becchino che brucia quotidianamente i numerosi cadaveri (storicamente nessuno dei prigionieri del campo è uscito vivo).

Black Sun: The Nanking Massacre” (1995) l’ultimo episodio della serie diretto dallo stesso regista del primo “Men Behind the Sun“, ripercorre un altro atto disumano commesso dai giapponesi in suolo cinese durante la seconda guerra mondiale: il massacro di Nanchino (300.000 civili morti in tre mesi di assedio) in cui fu commesso ogni tipo di insensata atrocità. Lo stile è lo stesso, anche se più documentaristico e girato meglio.

philosophy of a knife

Uno stomachevole fotogramma tratto da “Philosophy of a Knife” di Andrey Iskanov

Sullo stesso argomento “Philosophy of a Knife“: un film russo di Andrey Iskanov che, con la pretesa di essere un documentario sull’Unità 731, mostra quattro ore di atrocità. Filmati d’epoca e testimonianze si alternano a parti recitate. Lo scopo del film è solo quello di entrare nella top 5 dei film più disturbanti mai realizzati. Ci riesce. Visione consigliata a malati di mente.

Film discutibili, forse, per l’eccesso di efferatezze mostrate, ma che, almeno, mantengono vivo il ricordo di stragi poco note perché lontane dal nostro quotidiano.

Sex and Fury

Fotogramma tratto dall’incipit di “Sex and Fury” del 1974

Extreme Japanese Movie Poster

Extreme Japanese Movie Poster: “Battle Royale” Kinji Fukasaku – “Flowers and Snakes” Takashi Ishii – “Red Secret Room” Daisuke Yamanouchi – “Naked Blood” Hisayasu Satō – “Grotesque” Kôji Shiraishi

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