Vermilion Sands – 5. SUL MARE DI SABBIA / L’UOMO DEL RITRATTO – James G. Ballard

Illustrazione di Karel Thole per

Illustrazione di Karel Thole per “Il Vampiro del Mare” di Charles Eric Maine – Urania 513

Il protagonista salpa con il suo piccolo yacht della sabbia e s’inoltra, solitario, sul lago fossile di Lagoon West. Va a caccia di mante che, nella stagione estiva, volteggiano bianche al largo delle scogliere di quarzo. Dopo ore di navigazione avvista uno stormo di mante della sabbia, ma lo pneumatico di tribordo si fora e l’imbarcazione s’inclina su un fianco. E’ costretto a fermarsi e ad ammainare le vele. E’ solo nel deserto, a trenta chilometri dalla costa, e le sue scorte di sopravvivenza consistono solo in una bottiglia quasi vuota di Martini. Vede la carcassa di uno yacht abbandonato a meno di un chilometro dal suo e s’incammina sotto il sole cocente, nella speranza di recuperare dal relitto una pompa per gonfiare la gomma bucata. Però la sabbia è come polvere di vetro che gli tagliuzza la suola delle scarpe e gli ferisce i piedi. Dopo seicento metri desiste e ritorna, lasciando orme insanguinate dietro di sé. Seduto all’ombra dell’albero maestro, con la pianta dei piedi tagliata, osserva il cielo, sorseggiando il Martini, ormai caldo. Una grossa manta delle sabbie da diversi minuti volteggia in cerchio sopra di lui. Stanco, prende il fucile a fiocina e la abbatte (proprio come era accaduto all’albatros descritto da Coleridge nella “Ballata del Vecchio Marinaio”). Nel primo pomeriggio, una goletta si affianca al piccolo yacht in panne e l’equipaggio issa a bordo il protagonista. Proprietaria della goletta è una pittrice, donna dalla bellezza pallida e spigolosa, dai capelli opalescenti, chiari come l’argento antico, e dagli occhi neri come magnolie scure. Il suo sguardo malinconico è sempre rivolto verso il deserto, come se stesse aspettando qualcuno. Offre ospitalità al naufrago, portandolo a Lizard Key, isoletta di famiglia, che si staglia nel deserto, sopra le onde termiche, come se fosse avvolta nella nebbia. Il giorno dopo, il piccolo yacht in panne viene riparato e ormeggiato al pontile di Lizard Key. La pittrice passa sull’isola tutte le estati, insieme al fratellastro e alla giovane segretaria. Il fratellastro e la segretaria sembrano due “cospiratori di palazzo, con un ricco campionario di scherzi privati e sguardi segreti”. Non si mostrano particolarmente ospitali. La pittrice, invece, chiede al protagonista di fermarsi sull’isola e posare per lei, in biblioteca. Il fratellastro, quasi per ripicca, convince la sorella a posare per lui e pone le due tele una accanto all’altra, intuendo che fra lei e il nuovo ospite nascerà presto una relazione. Cosa che avviene. Ma la pittrice ha sempre la testa altrove, lo sguardo rivolto al mare di sabbia, nella speranza di avvistare uno yacht all’orizzonte. Ogni mattina salpa, attorniata da uno stormo di razze della sabbia, che sguinzaglia sopra le dune alla ricerca di un marinaio scomparso o, forse, del suo fantasma. La sera il protagonista sale in biblioteca per osservare i ritratti che si vanno componendo. A Vermilion Sands, infatti, i quadri non vengono più dipinti dall’artista, che si limita a spargere sulla tela pigmenti fotosensibili accuratamente selezionati. Sono i pigmenti ad amalgamarsi e a disporsi da soli, giorno dopo giorno, fino a formare un’immagine somigliante al modello. Procedono “ricapitolando a ritroso, come bizzarri embrioni, l’intera filogenesi dell’arte moderna, passando in rassegna tutte le principali scuole del Ventesimo secolo”: i rivoli di colore liquido in movimento ricordano in un primo momento l’arte cinetica, poi lo stile astratto di Jackson Pollock e degli artisti hard-edge; via via l’immagine si fa più nitida, ma distorta, come una fantasia anatomica surrealista, cubista o futurista, per poi approdare all’impressionismo di Renoir o ancora più indietro. Quello che più affascina, però, è la misteriosa capacità dei pigmenti di mostrare anche i lati nascosti o inaspettati dei soggetti ritratti e di ciò che li circonda. Grande è lo stupore del protagonista quando vede apparire nel ritratto della donna una figura maschile, inizialmente nebbiosa come quella di uno spettro. Nei giorni successivi la figura prende sempre più consistenza e il protagonista lo associa al marinaio scomparso, che la pittrice cerca ossessivamente scrutando il deserto. Diventa geloso. E’ la donna a raccontargli che quel marinaio era stato il suo amante e che la loro relazione si era conclusa in modo violento. Non entra nei dettagli, ma gli mostra la giubba bianca che lui indossava, con un foro di proiettile e del sangue rappreso intorno. Forse il marinaio è stato ucciso. Forse è stata proprio la donna a ucciderlo. Adesso lei vuole che sia lui a indossare quella giubba, come se il marinaio fosse tornato, “rimodellato dalla sabbia” con le fattezze del suo nuovo amante. “Il mare di sabbia ci porta strani sogni”, dice la pittrice, e la villa sembra ammantarsi di illusioni. Come sotto un incantesimo, i volti dei ritratti che si stanno autodipingendo si fanno grotteschi: quello del protagonista si deforma nel muso di un maiale, i capelli della donna diventano di un biondo finto e volgare appiccicati sopra un teschio impomatato; alle sue spalle, si staglia un veliero fantasma. Tutto sembra prendere una deriva allucinante, fra i sorrisi sarcastici del fratellastro. Una notte il protagonista viene svegliato dagli schiamazzi delle razze della sabbia che volano in cerchio quasi impazzite. Si accorge che un veliero bianco è ormeggiato nelle vicinanze dell’isola. Il suo rivale è tornato. Scende per andare ad affrontarlo, ma una luce dalla biblioteca lo distrae. Due macabre figure in pose oscene stanno officiando una sorta di messa nera proprio di fronte alle tele dei ritratti. Una indossa la tonaca scura di un prete e ha in testa la maschera di un maiale. L’altra ha una parrucca bionda e il volto incipriato. Interrotte nel loro gioco, scappano dalla villa e s’inoltrano nella notte, fra le dune. Inseguendole, il protagonista trova abbandonate nella sabbia la parrucca bionda, la tonaca da prete e la maschera da maiale. Gli attori di quella patetica pantomima sono ormai lontani. Un’altra figura, invece, appare davanti al protagonista: è il marinaio scomparso, che lo osserva irritato. Poi uno sparo frantuma i vetri della porta finestra della biblioteca. I due uomini accorrono alla villa e trovano la pittrice davanti ai quadri, con in mano una pistola. Sulla tela, i pigmenti fotosensibili sembrano in ebollizione: martoriano il ritratto di lei con bolle di colore simili a pus, “come se la carne stesse andando in putrefazione”. La donna, “con gli occhi freddi come ghiaccio”, spara al suo ritratto e osserva i rivoli di pittura colare dal foro della pallottola, macchiando il pavimento. Il volto spettrale dai capelli gialli incomincia a dissolversi. Quando si accorge della presenza del suo vecchio amante, la pittrice, con uno sguardo vuoto, privo di emozioni, si volta e spara anche a lui, ferendogli il polso. Poi prende la mira per colpire il protagonista, che indossa, come un bersaglio, la vecchia giubba bianca del marinaio, con il foro che rievoca un altro sparo. Forse sta ripetendo quanto già accaduto. I due uomini riescono a salvarsi. Fuggono dalla villa, mentre risuonano nel deserto gli ultimi spari. Salpano con il veliero del marinaio, lasciando la donna “sola ormai… per sempre”. Ancora oggi, nel cuore della notte, lei salpa “in cerca di una nave bianca dalla bianche vele”. Anche altri personaggi misteriosi solcano il deserto: il fratellastro e la segretaria, “mascherati da prete folle o arpia, sirena o strega delle dune, percorrono il mare di sabbia secondo le proprie regole”. A volte, quando passano vicino allo yacht del protagonista, si sentono ridere.

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