Vermilion Sands – 8. STUDIO 5 / LE STELLE – James G. Ballard

 

Illustrazione di Karel Thole per "Terra Bruciata" di J. G. Ballard

Illustrazione di Karel Thole per “Terra Bruciata” di J. G. Ballard

A Vermilion Sands, il direttore di una rivista di poesie d’avanguardia vede riversarsi sulla terrazza del suo studio lunghissime stelle filanti portate dal vento. Sono veline colorate, sottili e soffici come petali di rosa che svolazzano fra le dune del deserto e, prese in mano, si sfaldano fra le dita fino a dissolversi. Sulle veline sono stati scritti dei versi, tratti da opere di Shakespeare, Keats, Pound, Eliot…
Secondo l’opinione comune, trascrivere le liriche di autori classici viene ormai considerato privo di senso, come scrivere poesie originali senza l’aiuto di adeguati programmi informatici. I poeti, anche i dilettanti, non compongono più i loro versi aspettando l’ispirazione, ma si affidano a un raffinato software che produce sonetti perfetti. Un tempo, per “padroneggiare il suo mezzo espressivo un poeta doveva fare non pochi sacrifici”. Ora “l’abilità tecnica è semplicemente questione di premere un pulsante, scegliere metro, rime e assonanze”.
Il direttore della rivista è fra i fautori di questa tendenza. Trova inutili le veline policrome che svolazzano nel deserto ed è irritato dalla quantità di stelle filanti che finiscono per accumularsi dentro e fuori il suo studio. Sa che provengono tutte dalla villa accanto, ma ogni volta che cerca di lamentarsi con la sua misteriosa vicina non riceve risposta, come se la villa fosse disabitata.
Sopra l’abitazione volteggiano le pericolose mante della sabbia, dal corpo purpureo, con la punta bianca dell’aculeo velenoso che sporge dalla cresta cranica.
Sul viale che porta alla villa, l’autista della giovane donna pulisce la Cadillac El Dorado rosso ciliegia. E’ un uomo gobbo e scorbutico, dai capelli ricci e dagli occhi di fuoco, con il piede equino, simile al dio Pan. Non risponde mai quando gli viene rivolta la parola, al massimo estrae dal cruscotto il suo piccolo flauto (una siringa di pan) e suona degli “accordi acuti e irritanti”.
Una notte il protagonista vede casualmente la bellissima donna che cammina sola nella sabbia, come in trance, e preoccupato dalla vicinanza delle mante che le svolazzano intorno le si avvicina e cerca di svegliarla. La donna si riprende dal suo sogno a occhi aperti e lo allontana sgarbatamente. Il giorno dopo, però, lo invita ad andare a trovarla nella villa. Fanno così conoscenza.
Lei ritiene che gli attuali poeti siano dei “semplici meccanici” perché non scrivono più con l’anima, ma con le macchine. Pubblicano “tre poesie e sessanta pagine di istruzioni per l’uso”.
Si identifica in Melandria, la Musa della poesia, e sogna la rinascita di quella nobile arte, affascinata dal mito greco di Coridone, il poeta che si sacrificò per lei in nome della creatività. Sulle pareti della stanza, in penombra, una serie di fregi raffigura la Musa, che ha gli stessi lineamenti della donna: occhi neri, volto sottile, pelle grigia e levigata come quella di una maschera di marmo.
Nei giorni successivi il direttore della rivista riceve da lei diverse poesie, tutte stampate su pergamena. Lui le trova orrende: oscure, bizzarre e impubblicabili. Seccato, le risponde con varie lettere di rifiuto, invitandola a rivolgersi ad altri editori.
Viene assalito da forti emicranie, le sue notti si riempiono di sogni sempre più assurdi e, quando trova una grande manta della sabbia morta sulla sedia della terrazza, inizia a temere che si tratti di una minaccia.
Mantiene, però, il suo proposito e manda in stampa la bozza definitiva della rivista senza nessuna delle poesie della donna. Tuttavia, quando riceve le copie dalla tipografia, si accorge allibito che quel mese sono state pubblicate soltanto le poesie che aveva rifiutato. Infuriato, chiede alla tipografia di distruggere l’intera tiratura, poi dà fuoco alle sue copie, mentre in piedi sul tetto della villa, vestita di bianco, la donna lo osserva silenziosa.


Rientrato in casa, trova che le pareti sono state ricoperte di versi poetici, incisi con una nitida calligrafia in corsivo. Anche le porte e i gradini delle scale, gli scaffali e i lampadari, perfino il bicchiere da cui sta bevendo riportano incisi frammenti di poesie. Inorridisce quando vede le sue mani e, davanti allo specchio, “la faccia ricoperta degli stessi tatuaggi, un manoscritto vivente sul quale l’inchiostro continuava a scorrere e le lettere fluivano e mutavano come se la penna le stesse ancora tracciando”.
Angosciato, corre dalla poetessa perché gli tolga l’incantesimo. In cambio è disposto a lasciarle la direzione della rivista. La donna accetta e chiede di dirigerla per un solo numero, nel quale non pubblicherà niente di suo.
Quando l’uomo ritorna nello studio, scopre che il suo computer è stato fatto a pezzi. Il giorno successivo viene a sapere che tutti i computer dei poeti di Vermilion Sands sono stati sabotati. Non riusciranno a comporre poesie in tempo per l’uscita del nuovo numero della rivista, a meno che non si affidino al loro talento e alla loro creatività: una sfida impensabile.
Soltanto uno di loro è stato risparmiato dall’atto vandalico, così viene convinto a produrre poesie il più in fretta possibile. Viene invitato a conoscere la nuova direttrice della rivista, nella speranza che la donna possa stimolare la sua ispirazione.
Fra i due nasce subito una sorta di complicità. Passano le serate insieme e, nell’oscurità, le loro voci si propagano sulla sabbia come “suoni d’una musica cristallina”.
Dopo tre giorni propongono al direttore della rivista e ai suoi due amici e collaboratori di andare a pesca di mante a Lagoon West.
Raggiungono con due auto il lago di sabbia, sulle cui scogliere si annidano migliaia di mante in letargo per la bassa stagione. Si avviano fra le vene di quarzo della scogliera, con le reti e i fucili lancia arpioni. Presto si dividono. Il protagonista segue a distanza, con discrezione, il poeta e la donna, incuriosito dalla loro relazione. In lontananza l’autista di lei incomincia a suonare il flauto di pan, che risveglia le mante dal letargo. Quel suono fastidioso e stridente viene coperto improvvisamente da uno sbattere d’ali minaccioso. Una moltitudine di mante inizia a roteare disordinatamente intorno alla donna, avvicinandosi sempre di più al suo viso. Lei urla, terrorizzata. Il poeta cerca di farle scudo e la incita a scappare. Poi le mante si avventano sui di lui, che stramazza al suolo. Il protagonista accorre, ma ormai è tardi. Le mante si innalzano in cielo, abbandonando il corpo immobile dell’uomo, disteso a terra in una posa innaturale. Il mito si è avverato: il poeta si è sacrificato per la Musa.
La donna lo osserva senza manifestare emozioni, poi si allontana. Quando raggiunge la Cadillac, l’autista dal piede equino la sta aspettando. Se ne va senza una parola. Nessuno la rivedrà più.
La notte, dalla terrazza del suo studio, il direttore della rivista vede una luce accesa nella villa accanto. Al suo interno trova il giovane poeta biondo, che credeva morto sulla scogliera. E’ vivo e sorridente: non ha mai temuto di morire perché sapeva che gli aculei delle mante sono innocui durante la stagione del letargo. Ha impersonato la parte di Coridone affinché si avverasse la profezia che tanto ossessionava la donna. Inoltre confessa al direttore che lui componeva già da tempo i suoi versi senza l’ausilio del software, quindi era la persona giusta per incarnare il mito.
Il giorno dopo, con suo grande stupore, il direttore incomincia a ricevere sonetti scritti a mano dai vari poeti di Vermilion Sands. Sono tutti dedicati alla donna. La profezia della Musa si è avverata.

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