Vermilion Sands – 9. I MILLE SOGNI DI STELLAVISTA – James G. Ballard

Illustrazione di Karel Thole per "Il Sesto Palazzo" di Robert Silverberg

Illustrazione di Karel Thole per “Il Sesto Palazzo” di Robert Silverberg

A Vermilion Sands il boom dell’edilizia psicotropica aveva spinto gli architetti a costruire case completamente reattive: assemblate con materiale bioplastico (plastex), “avevano incorporato una tale quantità di sensocellule, riecheggianti ogni mutamento di umore e atteggiamento degli inquilini, che vivere in una di esse era come abitare nel cervello di un altro”.
Adesso non si costruiscono più edifici così: è stato trovato il giusto compromesso fra la struttura psicotropica reattiva e quella inerte delle abitazioni del passato. A Vermilion Sands, però, c’è ancora chi le compra, affascinato dalla personalità di inquilini famosi che hanno lasciato tracce del loro passaggio impresse nel memodisco dell’abitazione. I prezzi variano a seconda del pedigree, cioè della storia di chi le ha abitate. Le case, infatti, sono pervase dalle emozioni, dai desideri, dalle frustrazioni e dai traumi che le pareti hanno assorbito come spugne.
Un avvocato e la sua giovane moglie ne cercano una a prezzo medio, che risuoni “della passata allegria di famiglie felici, della placida armonia di un matrimonio riuscito”, ma a Vermilion Sands sembra che non se ne trovino con questo pedigree. L’agente immobiliare, infatti, mostra loro una casa appartenuta, fra gli altri, a un compositore pazzo, che aveva organizzato un party per la sua festa di suicidio.
La facciata è così bizzarra che “avrebbe sconvolto persino un surrealista della vecchia guardia imbottito di eroina”. Una volta all’interno, l’agente immobiliare attiva il memodisco e le pareti in plastex si ritraggono insospettite di fronte ai nuovi ospiti: mostrano segni di nervosismo e paura. Le stanze si agitano: il soffitto si dilata e si contrae, i muri, in alcuni punti danneggiati, accrescono la fenditura delle crepe e si attorcigliano in sgradevoli nodosità. “In quella casa doveva aver vissuto qualcuno che a lungo aveva girovagato colmo d’angoscia, torcendosi le mani.” Forse il compositore pazzo, che “traboccante di odio per se stresso si era arrecato una lesione spaventosa”. Ma non il suicidio, che aveva rimandato, visto che nessuno degli invitati si era presentato al party.
L’agente immobiliare mostra alla coppia un’altra villa, a forma di orchidea, anche questa intrisa di traumi perché appartenuta a una famosissima attrice che aveva ucciso lì il marito architetto. La villa è in ottimo stato di conservazione e la cucina colpisce positivamente la moglie, che però percepisce il disagio che aleggia fra le stanze e vorrebbe subito uscire. L’avvocato, invece, è incuriosito dalla personalità della precedente proprietaria. Dieci anni prima, infatti, l’aveva conosciuta durante il processo, aveva contribuito a difenderla e a farla assolvere, si era in qualche modo infatuato di lei, del suo volto di ghiaccio impenetrabile, ma non era mai riuscito a cogliere la sua vera personalità. Decide, così, di acquistare la villa contro il parere della moglie.
L’attrice, ritiratasi forzatamente dalle scene, aveva ecceduti in alcol e stupefacenti. Ricoverata in vari ospedali psichiatrici, era morta cinque anni prima. La casa aveva assimilato tutte le sue emozioni più nascoste e l’avvocato vede in essa una sorta di sacrario, a cui attingere per scoprire chi era stata veramente quella donna.
I primi mesi la coppia riesce ad ambientarsi nel nuovo immobile, ma il marito incomincia subito a trascurare la moglie, affascinato dalla presenza dell’attrice defunta che aleggia nell’aria, dalla sua personalità nascosta in ogni anfratto dell’abitazione. Le sensocellule della casa sono calibrate così bene che si adeguano senza sforzo all’umore del nuovo proprietario e alle sue proiezioni romantiche. La casa non mostra difetti caratteriali, è sempre calma e controllata, non fa trapelare gli antichi traumi di cui è stata testimone, ma sono proprio questi tratti dolci e femminili che impensieriscono la moglie e la rendono gelosa. E’ lei che decide di manipolare il memodisco per escludere la presenza della donna dall’abitazione. Così facendo, però, fa emergere una personalità maschile che altera completamente l’atmosfera della casa: si tratta dell’architetto ucciso fra quelle mura a colpi di pistola.

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Illustrazione di Karel Thole per “I mostri all’angolo della strada” di H. P. Lovecraft

A causa di questo, i litigi della coppia si fanno sempre più accesi e vengono accentuati dal rancore dell’architetto. E’ la sua ira che deforma la disposizione delle pareti, inonda il soffitto di un colore simile all’ardesia e lo fa tremare di rabbia. Ormai la sua presenza è dominante.
Anni prima quella collera nevrotica si era riversata sull’attrice, che, esasperata, gli aveva sparato. Adesso quel carattere furioso sta contagiando l’avvocato.
Durante una delle tante liti, la casa si incupisce, assume i colori di una tempesta e il soffitto del soggiorno si abbatte sul divano, dove siede la moglie dell’avvocato. Il marito riesce a liberarla, ma lei se ne va, stanca delle sue scenate e delle reazioni violente della casa impazzita.
Rimasto solo, l’avvocato si accorge che ormai l’abitazione ha assunto un’esistenza autonoma.
Settimane dopo, quando riceve dalla moglie la richiesta di divorzio, riversa il suo umore furibondo contro le pareti della camera da letto. Questo fa riemergere nella casa il trauma dello sparo che aveva ucciso l’architetto dieci anni prima.
La reazione è devastante. La casa si contorce fra le convulsioni. Le pareti si deformano, convergono l’una contro l’altra. Il soffitto palpita, riecheggiando gli ultimi respiri della vittima dopo che il proiettile gli aveva trapassato il petto.
Intrappolato nella camera da letto, l’avvocato cerca di fuggire, per non venir soffocato dalla stanza che si sta comprimendo. Il pavimento si è accartocciato, fracassando il letto. La finestra è incastrata e non può più aprirla. L’unica possibilità che gli è rimasta è dare fuoco alla casa con il suo accendino. L’impianto antincendio, infatti, spegne le fiamme e blocca le sensocellule. Ora tutta la villa è immobile, cristallizzata in una posa disarticolata. Dall’esterno appare “come un fiore torturato”.
L’avvocato è salvo.
Dopo l’interrogatorio della polizia, il tenente della pattuglia dichiara frustrato che non può “arrestare una casa per tentato omicidio” e l’agente immobiliare constata che adesso “occorre uno psichiatra per rimetterla in sesto”.
L’avvocato, però, non sembra turbato dai danni e decide di continuare a vivere lì, fra le stanze deformate. Adesso la casa è inerte, ma prima o poi lui la riattiverà.
Subisce ancora il fascino di quella donna, la cui personalità è racchiusa nei corridoi contorti della villa. Non vuole abbandonarla, pur sapendo che ha tentato di ucciderlo. Ormai è un’ossessione. Conviverà con lei, anche se questo potrebbe portarlo alla follia.

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