Le putte di VIVALDI

FABIO BIONDI - IL DIARIO DI CHIARA

Nel Settecento, a Venezia, dilagava la prostituzione.
I figli illegittimi e i neonati indesiderati venivano abbandonati davanti alle porte degli ospedali. Questi istituti, fin dal Sedicesimo secolo, si occupavano di crescere gli orfanelli con “l’alto e nobile obiettivo di farne esseri utili alla società con scopi pratici o artistici”.
Questo scrive Fabio Biondi – il famoso direttore dell’orchestra barocca “Europa Galante” – nella presentazione del “Diario di Chiara”.

Chiara (anche conosciuta come Chiaretta e poi come Chiara del Violin), lasciata nel 1718 all’età di due mesi sulle scale del pio istituto della Pietà di Venezia, divenne una brillante violinista. Brillante come tutte le altre “putte della Pietà”: orfanelle famose in tutta Europa per la loro voce e il loro talento di strumentiste (figlie di coro, venivano chiamate).
Per tenerle lontane dalle tentazioni e dai comportamenti impudichi, venivano segregate nell’istituto come monache di clausura. Le uniche persone fuori della Pietà con cui potevano avere contatti erano gli insegnanti di musica, che le istruivano con grande dedizione.
Gli ospedali erano diventati veri e propri conservatori. I loro maestri erano i migliori e più famosi compositori veneziani del tempo. Alla Pietà si sono susseguiti Giovanni Porta, Antonio Martinelli, Andrea Bernasconi… e naturalmente Vivaldi.

Le “putte” si esibivano in chiesa, durante le varie ricorrenze religiose, separate da grate che impedivano loro qualunque contatto, anche visivo, col pubblico. Il pubblico stesso non poteva commentare o applaudire quelle mirabili esecuzioni: per manifestare apprezzamento, gli ascoltatori si ingegnavano di muovere un poco le seggiole o di schiarirsi la gola. E questo era sufficiente. Le orfanelle sapevano di essere al centro dell’attenzione: quegli scricchiolii, quei colpi di tosse equivalevano a un fragoroso battimano.
Erano vere e proprie star, chiamate a esibirsi in occasione della visita di importanti nobili europei che non potevano lasciare Venezia senza prima averle ascoltate. Per più di un secolo furono il fiore all’occhiello della Serenissima, citate dai grandi estimatori di musica sia a Vienna sia a Londra.

Chiara Piccolo - IL DIARIO DI CHIARA

Chiara Piccolo – IL DIARIO DI CHIARA

Il loro fascino cresceva con il loro mistero. Se qualche nobiluomo, tormentato da struggente desiderio per una voce di donna di cui poteva solo immaginare il corpo, chiedeva in sposa una delle talentuose orfanelle, lei doveva impegnarsi formalmente a non dedicarsi più alla musica. Guadagnava così una dote, ma perdeva tutta la sua arte, tutta la sua fama.

Non successe a Chiara, che passò la sua vita nell’istituto della Pietà. Fu allieva di un’altra figlia di coro (Anna Maria, a sua volta allieva di Vivaldi) e raggiunse una fama considerevole grazie al mirabile virtuosismo con cui suonava il violino. Vivaldi stesso compose “per la sig.ra Chiara” un impegnativo concerto per violino e orchestra. Quando, con grande rammarico delle “putte”, Vivaldi andò a Vienna e non fece più ritorno a Venezia, un altro quotato insegnante, Antonio Martinelli, compose per Chiara (ormai quarantenne) bellissimi concerti per viola d’amore. E Chiara divenne una virtuosa anche della viola d’amore.
Quando la moda cambiò e i Veneziani s’invaghirono del canto napoletano e dello stile galante, si dimenticarono di Vivaldi e dei suoi epigoni, ma non di Chiara e del suo talento.
Purtroppo la consapevolezza di questo talento portò Chiara e le altre figlie di coro a scontrarsi con l’insegnante napoletano di quegli anni, ritenuto (ingiustamente) un mediocre compositore in quanto “non cantante”. Per orgoglio assunsero loro la direzione del coro della Pietà, ma questo non riportò l’ospedale ai fasti della prima metà del secolo. Il pubblico affluente, diminuito irrimediabilmente dopo il 1750, divenne solo un ricordo.

Chiara, maestra di violino della Pietà, morì nel 1791, a 73 anni. Da povera orfanella venne elevata a virtuosa strumentista, conosciuta in tutta Europa e rinomata come una rockstar; nonostante la sua vita monastica, si ritrovò al centro delle rivoluzioni musicali che scossero il Settecento; fu protagonista della ribellione contro l’autorità negli anni in cui veniva contestato il ruolo dell’insegnamento; fece parte dell’autogestione di uno storico e rinomato conservatorio veneziano; passò gli ultimi anni della sua vita come una maestra in declino, che ricorda i bei tempi passati, i suoi successi e le sue sconfitte.

Oggi il conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia custodisce il diario di Chiara, un quaderno di spartiti su cui la grande violinista si esercitava. Si tratta di composizioni a lei dedicate dai suoi maestri.
Fabio Biondi ha voluto renderle omaggio, incidendo con la sua orchestra Europa Galante nove concerti del repertorio che l’avevano resa famosa e reso grande l’istituto della Pietà.
Biondi, inoltre, ha prodotto una breve fiction, allegata al CD, diretta da Lucrezia Le Moli e sceneggiata da Amedeo Guarnieri (partendo da un’idea dello stesso Biondi), che ha per protagonista Chiara: la giovane violinista, che racconta gli anni dei suoi successi, e la matura maestra, che fa il bilancio della sua vita.

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L’AFFARE VIVALDI – Franco Maria Sardelli

L'Affare Vivaldi

Antonio Vivaldi morì a Vienna nel 1741. Era sul lastrico. A Venezia lasciò agli eredi una consistente mole di debiti, pari soltanto alla mole di spartiti composti in tutta la sua vita.
Il fratello e le due sorelle cercarono in qualche modo di salvare le sue composizioni, prima che i creditori si avventassero su di loro. Di nascosto, si sforzarono di vendere in blocco gli spartiti, affinché non andassero perduti. Non fu facile. In Italia per quasi due secoli il nome di Vivaldi venne dimenticato. Solo negli anni Venti i suoi manoscritti tornarono alla luce.
La storia rocambolesca di come questi manoscritti furono salvati e di come la Biblioteca Nazionale di Torino riuscì ad acquisirli (in modo insperato), è raccontata con grande verve da Federico Maria Sardelli nell’”Affare Vivaldi”, un romanzo dall’intreccio complesso, ricco di intrighi e colpi di scena, ma che è anche un saggio, dato che “i fatti narrati sono, per la grandissima parte, realmente accaduti”. E sono fatti documentati, ma tutti degni di una fiction, avvincente e satirica, con dialoghi brillanti ispirati, per ammissione dell’autore, al teatro di Goldoni (per le scene ambientate a Venezia nel Settecento) e a Camilleri (per quanto avvenuto ai tempi del Fascio).

La storia si snoda fra Venezia, Genova e Torino e abbraccia tre secoli: dal 1740 al 1938.
Ciò che oggi colpisce è che Vivaldi, ancora in vita, stava venendo dimenticato dai suoi stessi contemporanei, la sua fama eclissata dagli astri nascenti della musica napoletana (Scarlatti).
Il primo salvataggio degli spartiti si deve a una frase dell’ambasciatore italiano di Vienna che, in visita a Venezia, cita Vivaldi. Grazie a lui, chi considera quei manoscritti il frutto scadente di un musicista minore scopre che a Vienna il ricordo di Vivaldi e del suo talento è ancora vivo e che quegli spartiti possono avere un valore (anche economico).
Una figura becera la fanno anche i padri salesiani del Monferrato, a cui viene donata nel 1925 un’intera biblioteca di volumi antichi e pregiati, fra cui gli spartiti di Vivaldi. I Salesiani si aspettavano una donazione in denaro e, vedendosi arrivare una montagna di carta inutile e ingombrante, la delusione e l’irritazione sono tali che stipano tutte quelle scartoffie in solaio, senza nemmeno farne un inventario. E’ documentato che i preziosi manoscritti della collezione Durazzo furono caricati su “un carretto adibito per il letame” e poi “scaricati senza ritegno sulla terra nuda” di fronte al Collegio salesiano.
Solo quando il “monsignore in carriera” del Collegio salesiano scopre che potrebbe trarre profitto dai manoscritti di quello sconosciuto compositore veneziano, viene coinvolta per la stima la Biblioteca Nazionale di Torino. E qui si innesca la caccia a tutto ciò che resta dell’archivio personale di Vivaldi.

 

Sardelli non si limita a stoccate feroci sulla cupidigia clericale (in questo non risparmia neanche Padre Pio), ma fa un ritratto sarcastico e impietoso dell’intellettuale americano e delle sue altolocate amicizie romane: il poeta Ezra Pound, musicologo dilettante che ostenta un’arroganza pari soltanto alla sua ignoranza musicale.
Il libro però è dedicato ai misconosciuti eroi di questa vicenda: Luigi Torri, compositore e musicologo, direttore della Biblioteca Nazionale di Torino, e Alberto Gentili, musicologo, direttore d’orchestra e compositore, docente di storia della musica all’Università di Torino.

Oggi pressoché nessuno sa che dietro alla possibilità di ascoltare Vivaldi c’è il lavoro di questi due grandi uomini.
Se oggi conosciamo Vivaldi lo dobbiamo al loro fiuto, alla loro intelligenza e al loro infaticabile sforzo per assicurare quel tesoro allo Stato e quindi alla fruizione pubblica.

Purtroppo Alberto Gentili fu vittima dell’epurazione fascista: essendo ebreo, nel 1938 venne cacciato dall’Università di Torino e fu costretto a fuggire dall’Italia. Il magnifico rettore che lo allontanò dalla sua cattedra si chiamava Azzo Azzi. E questo dice tutto.

 

 

Curiosa figura di intellettuale e di artista eclettico, Franco Maria Sardelli (classe 1963).
E’ responsabile del Catalogo Vivaldiano e membro del comitato scientifico dell’Istituto italiano Antonio Vivaldi.
E’ flautista e direttore d’orchestra del gruppo Modo Antiquo, che suona musica antica e barocca.
E’ anche pittore e fumettista, ma forse è più conosciuto al grande pubblico per la sua collaborazione con “Il Vernacoliere”, “mensile di satira, umorismo e mancanza di rispetto” fondato a Livorno nel 1982.

 

I più importanti interpreti di Vivaldi, in Italia:

  • Fabio Biondi e l’ensemble Europa Galante

Trascinanti le loro esecuzioni di Vivaldi (“Le quattro stagioni”, “L’estro armonico”, “La stravaganza”…). Per vivacità e potenza, l’Estate di Vivaldi ha la forza di un concerto rock.

  • Giovanni Antonini e l’orchestra da camera Il Giardino Armonico

Eleganti le loro esecuzioni di musica barocca. Bellissima la raccolta di concerti di Vivaldi per violoncello e orchestra. Indimenticabile anche l’esecuzione della Follia di Geminiani.

  • Federico Maria Sardelli e il gruppo di musica antica e barocca Modo Antiquo

Importante la loro riscoperta del teatro musicale di Vivaldi e delle sue opere cantate.

Da non perdere anche le esecuzioni di violinisti brillanti come Giuliano Carmignola e Uto Ughi.

Poster cinematografici italiani. L’arte di PIERO ERMANNO IAIA

 

"Billy Jack" (1971) Tom Laughlin

Piero Ermanno Iaia: “Billy Jack” (1971) Tom Laughlin

IAIA COLLAGE

Piero Ermanno Iaia Italian movie poster

Piero Ermanno Iaia Italian movie poster: "Anima Persa" di Dino Risi

Piero Ermanno Iaia: “Anima Persa” (1977) di Dino Risi

GOLTZIUS AND THE PELICAN COMPANY – Peter Greenaway (2012)

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Con il film “Goltzius and the Pelican Company” (2012 distribuito in Italia nel 2014) Peter Greenaway torna a esplorare la pittura fiamminga attraverso l’occhio cinematografico.
Lo aveva già fatto con “Nightwatching” (2007), dove esplorava e reinventava il celebre dipinto di Rembrandt La Ronda di Notte“, un quadro maledetto che segnò, in maniera inspiegabile, il declino economico e sociale del più rinomato autore fiammingo dell’epoca.
Nell’arco dei secoli, l’opera ha subito numerosi sfregi: nel ‘700 due ampie porzioni della tela furono tagliate per adattarla ai locali del municipio in cui andava esposta, nel ‘900 fu sfregiata due volte a coltellate e una terza con dell’acido solforico.

Nightwatching” è una serie di impressionanti tableaux vivants caratterizzati dalla forte contrapposizione di luci e ombre, tipica dei dipinti di Rembrandt.
Nel film di Greenaway, il pittore olandese dissemina il quadro di messaggi criptati che denunciano la corruzione del XVII secolo, l’abuso di potere sulle caste più povere e, addirittura, un losco traffico di pedofilia.

Henrick Goltzius (1558-1617) fu un pittore e incisore olandese tutt’ora ricordato per il suo virtuosismo tecnico. Poiché le sue opere abbondano di dettagli, è stato spesso paragonato a uno dei suoi maestri: Albrecht Dürer (1471–1528).

Henrick Goltzius: Caduta di Icaro

Henrick Goltzius: Caduta di Icaro

In “Goltzius and the Pelican Company” il giovane pittore si presenta a un plausibile finanziatore (F. Murray Abraham) per realizzare un suo sogno: stampare e pubblicare una libro di illustrazioni a sfondo erotico ispirato alle più ambigue vicende del Vecchio Testamento. Il nobile è disposto a finanziare il progetto solo se Henrick e la sua compagnia teatrale riusciranno a convincerlo rappresentandole dal vivo in fronte a tutta la sua corte.
Così avviene. E alla fine di ogni rappresentazione la corte dibatte e giudica la performance con esiti inaspettati. La compagnia teatrale, con le sue idee libertine, genera molto più scompiglio di quanto si potesse immaginare nell’entourage del mecenate, fino a degenerare nel classico sanguinoso finale.
Ogni storia del Vecchio Testamento è abbinata a un vizio:

Pelican Company" Peter Greenaway - Adamo ed Eva

“Goltzius and the Pelican Company” Peter Greenaway – Adamo ed Eva

"Goltzius and the Pelican Company" Peter Greenaway - Adamo ed Eva

“Goltzius and the Pelican Company” Peter Greenaway – Adamo ed Eva

"Goltzius and the Pelican Company" Peter Greenaway - Adamo ed Eva

“Goltzius and the Pelican Company” Peter Greenaway – Adamo ed Eva

Voyerismo: Adamo ed Eva.
La scoperta del linguaggio e della sessualità per il gusto di un dio guardone.

Incesto: le figlie di Lot.
Lot, scappato da Sodoma con le figlie, si rifugia in una grotta lontano dall’umanità. Le figlie decidono di dover proseguire la progenie e, addormentato il padre con troppo vino, fanno sesso con lui. Entrambe avranno dei figli.

Adulterio: Davide e Betsabea.
Re Davide dopo aver sedotto e messo incinta Betsabea, moglie del soldato Uria, manda Uria a combattere in una battaglia senza scampo.

"Goltzius and the Pelican Company" Peter Greenaway - Davide e Betsabea

“Goltzius and the Pelican Company” Peter Greenaway – Davide e Betsabea

Pedofilia: la moglie di Putifarre e Giuseppe.
La moglie di Putifarre cerca di avere con la forza il giovane Giuseppe. Lui si rifiuta e lei lo calunnia condannandolo alla prigione.

Prostituzione: Sansone e Dalila.
Dalila vende il segreto della forza di Sansone ai filistei dopo averlo sedotto.

Necrofilia: Salomè e Giovanni Battista.

Greenaway stupisce come ai tempi de “L’Ultima Tempesta“.
I personaggi dagli sfarzosi abiti d’epoca si muovono all’interno di una fabbrica dismessa, rendendo la messa in scena ancora più teatralmente arty. Sovrapposizioni di immagini, scritte e disegni aumentano la meraviglia barocca della pellicola.
Greenaway abusa di ogni tecnica (computer graphic, animazioni, split-screen, fisheye…) senza alcun imbarazzo, come se stesse giocando, tanto che alcune sue scelte sembrano a volte fuori luogo.
Le scenografie sono stilizzate e perfettamente inglobate nelle massicce e decadenti geometrie della fabbrica dismessa tanto da ricordare i migliori film di Ken Russel (per esempio “I Diavoli“). Bellissime le gabbie sospese sopra la piscina in cui viene rinchiuso un membro della compagnia teatrale.

Goltzius and the Pelican Company" Peter Greenaway

Goltzius and the Pelican Company” Peter Greenaway

Il regista gallese è interessato ormai da anni a esplorare e sperimentare l’immagine nel suo significato più ampio, ma a scapito di ritmi cinematografici e sceneggiature brillanti. Come film Goltzius and the Pelican Company” è lento e scontato, potrebbe scivolare nell’esercizio di stile se visivamente non stupisse in continuazione e se non divertisse tramite la voce narrante di Goltzius adulto che commenta i fatti accaduti alla corte del mecenate. Questo, come “Nightwatching“, è un ibrido di cinema e videoarte che concilia la carriera di regista di Greenaway con quella di artista.


Greenaway dimostra di essere un artista colto, talentuoso e moderno, sempre alla ricerca di nuovi linguaggi espressivi.
Già nel 2008 aveva esplorato con un’installazione multimediale (presentata al Salone del Mobile di Milano) i misteri di un altro grande dipinto: “L’Ultima Cena“. Tramite mapping 3D e sovraimpressioni il capolavoro di Leonardo si animava e i caratteri dei personaggi venivano messi in risalto illuminando di volta in volta i loro gesti. Questo creava l’illusione dello scorrere del tempo.
La colonna sonora contribuiva ad aumentare il pathos.

La mano deforme di Goltzius

La mano deforme di Goltzius