STAR WARS VII e il risveglio della galassia lontana lontana.

9oZKicOLa Galassia di Han Solo e compagni si è risvegliata libera dal controllo dell’Imperatore che per decenni ha determinato le sue sorti, ma nell’oscurità trama un’entità ancora più potente e dal pugno di ferro: la Disney.

L’estromissione di George Lucas dalla sua stessa invenzione era stata accolta dai più (compreso chi scrive) come una dolorosa necessità: troppo grandi gli errori commessi nella trilogia di prequel, troppo autoreferenziali e pacchiane le edizioni rivedute della trilogia originale e troppo importante l’occasione di rinnovare la saga dando contemporaneamente degna conclusione alle vicende dei suoi protagonisti storici. Ma se i tempi degli universi condivisi e della brandizzazione a tutti i costi sembrano perfetti per riscoprire il marchio di Star Wars, lo sono anche per omologare la sua magia ad una formula che fin troppo facilmente si riconosce come quella del cinema marveliano.

The Force Awakens” instilla molto presto il terribile dubbio di essere un cinecomic travestito da space opera, dubbio che viene confermato via via che la trama si dipana con una linearità ben lontana dagli intrecci a cui ci aveva abituati Lucas. Ritmo narrativo serrato, stile registico di facile serializzazione e trappole humor nascoste dietro ogni angolo che tagliano le gambe alla gravità tipica della saga: le linee guida impartite a J. J. Abrams sono ben evidenti, e nemmeno la confezione impeccabile e la scelta di mediare tra effetti digitali e pratici riescono a dissimulare questo processo di banalizzazione.   Non che Abrams abbia fallito il lavoro per cui era stato ingaggiato, anzi: grazie ad un fanservice ancora più spinto del solito gli amanti della saga vengono rassicurati e contemporaneamente portati oltre punti di non ritorno ben più importanti di quanto avrebbero voluto. In questo senso l’operazione compiuta in “The Force Awakens” è speculare rispetto a quella dello Star Trek del 2009: il nuovo Star Wars rimane fedele alla trilogia classica a livello superficiale (ovvero ai suoi topoi estetici e concettuali), ma la riscrive ad un livello più profondo, semplificandone e modificandone i fondamenti in funzione delle esigenze della nuova trilogia.

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The Force Awakens” si rivela così uno strano ibrido tra sequel, remake e reboot: la trama perfettamente sovrapponibile a quella di “A New Hope” (portata avanti con molta superficialità rispetto al film del 1977) è una mera scusa per introdurre quanti più personaggi possibili, assegnare loro i ruoli tipici dell’universo lucasiano (il reparto merchandising ha persino richiesto un omologo al femminile del mitico Boba Fett, assolutamente inutile nell’economia della storia ma immancabile come action figure) e tracciare un percorso che verrà più propriamente esplorato nei prossimi episodi. Questa operazione funziona fino a quando vengono messi in campo personaggi forti (la protagonista Rey, interpretata da Daisy Ridley che spicca su tutto il resto del cast) o veramente iconici (lo straordinario BB-8), ma rivela tutti i suoi limiti quando ci si trova di fronte a figure ritagliate attorno al ruolo che devono ricoprire. Questo è evidente soprattutto quando lo sguardo si sposta sui villain del Primo Ordine, eredi dei Sith che sembrano aggrapparsi disperatamente allo stereotipo dei predecessori, facendone addirittura una ragione di esistere interna alla trama nel caso di Kylo Ren.   L’assoluta inconsistenza della rappresentazione del Lato oscuro della Forza, soprattutto l’incapacità di trasmettere quel timore riverenziale che ha sempre accompagnato la comparsa in scena dell’Impero, è rivelatrice di quello che veramente manca a questo nuovo Star Wars, o meglio di quello che ci si è voluto lasciare alle spalle perché incompatibile con la concezione contemporanea di intrattenimento. Lucas aveva creato questo universo trasferendo nel contenitore della space opera un complesso di elementi presi in prestito da svariati contesti (dal cinema western ai drammi di Akira Kurosawa, passando per riferimenti metastorici che portavano avanti l’idea di una certa ciclicità nelle vicende umane) e facendo ben attenzione a calibrare i tempi narrativi in loro funzione.

StarWarsFan

Star Wars fan art: jam wah

In “The Force Awakens” l’action fagocita tutti gli altri generi, svuotandoli fino a mantenere solamente la pelle: vengono così a mancare tutti quei contrasti interni al concetto di fantascienza che creavano la vera magia di Guerre Stellari, viene a mancare soprattutto la tridimensionalità dell’universo in cui si stanno svolgendo le vicende, ridotto ora a mera quinta teatrale.   Non che Episodio VII sia un disastro, anzi bisogna riconoscergli più di un aspetto positivo: ci sono la protagonista Rey e i suoi compagni Finn e BB-8 che sono dotati di un indubbio peso specifico e potenzialmente promettono notevoli sviluppi nei prossimi capitoli, c’è uno dei duelli più viscerali ed esteticamente riusciti dell’intera saga, c’è il titanico carisma di Harrison Ford e una scena finale a cui è impossibile rimanere indifferenti (non a caso è l’unica senza dialoghi e quella con tempi più dilatati). Più in generale si può dire che negli spazi limitati in cui Abrams ha le mani libere ci si ritrova di fronte a momenti cinematografici di altissimo livello, nei quali alcune delle migliori invenzioni di Lucas vengono aggiornate alle possibilità estetiche odierne. Il tutto però è inserito in un contesto privo di quel potere seduttivo che Lucas ha sempre saputo dare ai propri Star Wars, ovvero di quell’idea di essere affacciati alla finestra di un universo dotato di vita propria, infinitamente più grande e complesso di quanto svelato davanti ai nostri occhi.

Bella rivincita si è preso quel furbone George Lucas, senza fare praticamente nulla: sul lungo periodo non solo finiremo per sentire la sua mancanza come ideatore di storie fantastiche, ma saremo costretti addirittura a rivalutarlo come regista indipendente da influenze esterne. Meglio un Imperatore padre-padrone o un esercito di registi-Stormtrooper sotto condizionamento?   Ne riparliamo dopo Episodio IX.

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Articolo di Fabio Zanchetta
Progetto Fin de Siècle

 

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