Il 26 novembre 2017 si è conclusa la cinquantasettesima edizione dell’Esposizione Internazionale d’Arte, altrimenti nota come la Biennale di Venezia.

VIVA ARTE VIVA, questo il titolo della rassegna curata da Christine Macel, ha presentato un progetto più coerente rispetto alla caotica edizione del 2015 (firmata da Okwui Enwazor), articolandosi in un percorso di nove capitoli (o trans-padiglioni, o universi, o famiglie d’artisti, tutte definizioni alternative che si trovano nel catalogo) corrispondenti ad altrettante tematiche. Attorno al filone principale la solita proliferazione di partecipazioni nazionali ed eventi collaterali, in questa edizione particolarmente ricchi di performance. E, non a caso, ad aggiudicarsi il Leone d’oro è stato “Faust di Anne Imhof, opera performativa ospitata nel Padiglione della Germania.

 

Pur nei suoi propositi portati avanti senza esitazione, questa edizione si pone in continuità con le precedenti nel rivelare l’impasse che sembra aver colpito il sistema delle arti visive da un decennio a questa parte almeno. Che sia una crisi degli artisti, delle gallerie o della Biennale stessa, che in effetti qualche difficoltà nella selezione la mostra da parecchi anni, l’immagine complessiva che trasmette la rassegna è quella di ripetizione e stagnazione. Ripetizione e stagnazione di linguaggi che hanno esaurito da tempo la loro spinta avanguardistica (caso emblematico la luce al neon come forma di scrittura, ormai un mero orpello utilizzato per puntellare esteticamente più di un allestimento) ma anche di critica e di curatela, l’una pezza giustificativa di opere dal contenuto modesto e l’altra cornice che impreziosisce e maschera alcuni lavori di dubbio gusto.

Lani Maestro – Padiglione delle Filippine

La quantità di artisti presenti rende difficile una sintesi, ma la forma d’arte che sembra godere di una salute invidiabile è quella della videoinstallazione, trainata certamente dal progresso tecnologico (in questa Biennale si è fatto un grande sfoggio di multischermi con audio sincronizzato) ma anche dal fatto che il linguaggio video pare aver abbattuto finalmente ogni confine tra cinema, televisione e arte, divenendo un laboratorio aperto che ammette senza pudori prestiti sia in una direzione che nell’altra.

Deludente invece il versante della pittura figurativa, sulla cui rivalutazione critica la Biennale del 2015 aveva aperto spiragli importanti con le sale dedicate a Tetsuya Ishida e Victor Man. In questa edizione non mancano esempi di figurazione, ma nulla di memorabile e soprattutto capace di offrire reali spunti per un percorso di storicizzazione di un genere che per troppi decenni ha patito i pregiudizi della critica.

Passando alle singole opere, ecco il meglio di quanto visto in questa edizione della Biennale:

Il mondo magico, a cura di Cecilia Alemani
(Padiglione Italia)

Doveroso iniziare con la vera sorpresa di questa edizione, il padiglione italiano con le installazioni di Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey e Giorgio Andreotta Calò. Da molti anni un nervo scoperto, il padiglione nostrano è sempre al centro di roventi polemiche che non di rado sconfinano nel politico, essendo la nomina del curatore una competenza del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Dopo il flop della criticatissima curatela del 2015, il padiglione Italia riparte da tre artisti classe ’73, ’79 e ’85 che presentano installazioni differenti ma in equilibrio fra di loro, complementari in un’esposizione finalmente organica e sfaccettata. La magia del titolo pervade l’atmosfera sospesa del padiglione, ma non è una porta aperta verso l’irrazionalità, bensì uno sguardo che scava nella profondità dei significati dell’identità e della percezione dell’universo che ci circonda. Memorabile l’intervento site-specific di Giorgio Andreotta Calò, “Senza Titolo (La fine del mondo)“, installazione che trasforma lo spazio architettonico del padiglione in una soglia tra due mondi sovrapposti, rievocazione del rituale romano del mundus Cereris in cui spazio terreno e inferi entravano in comunicazione.

Il mondo magico, a cura di Cecilia Alemani (Padiglione Italia)
Il mondo magico, a cura di Cecilia Alemani (Padiglione Italia)
Il mondo magico, a cura di Cecilia Alemani (Padiglione Italia)
Il mondo magico, a cura di Cecilia Alemani (Padiglione Italia)

Tremble Tremble di Jesse Jones, a cura di Tessa Giblin
(Padiglione Irlanda)

Il padiglione irlandese presenta un’imponente installazione di cinema diffuso nella quale lo spettatore è letteralmente avvolto dalla performance (proiettata) dell’attrice Olwen Fouéré, strega-gigantessa che proclama l’istituzione di un nuovo ordine fondato sulla legge dell’In Utera Gigantae. Questo rituale dal sapore pagano si svolge in uno spazio ideale dove elementi simbolici sorgono come rovine di una storia antica, che affonda le sue radici nell’origine dell’umanità: le ossa dell’australopiteco Lucy, i banchi di un tribunale, i resti di una chiesa. Prove materiali della vicenda storica e preistorica della donna, delle disuguaglianze e delle ingiustizie di cui è stata fatta oggetto, ma anche dei movimenti femministi che hanno scosso la storia europea. L’artista Jesse Jones ha firmato una videoinstallazione potente, magnetica, il manifesto di un nuovo movimento di emancipazione che proprio partendo dalla cattolica Irlanda vuole ribaltare i fondamenti della società patriarcale.

Dirk Braeckman, a cura di Eva Wittocx
(Padiglione Belgio)

Il padiglione belga presenta un solo artista, il fotografo Dirk Braeckman, che per l’occasione ha preparato un’esposizione di scatti inediti. Classe ’58, l’artista è un grande sperimentatore della tecnica analogica, prediletta per le possibilità che offre tanto durante lo scatto quanto nel momento dello sviluppo: agendo su sovra e sottoesposizione e sul processo di stampa nella camera oscura, Braeckman ottiene fotografie basate su monocromi raggelanti, dalle tonalità metalliche che alterano la percezione della realtà. I soggeti, riconoscibili e nel complesso tradizionali (corpi umani, paesaggi, interni), varcano così una soglia oltre la quale la rappresentazione diventa ambigua e spersonalizzata. In una contemporaneità dove la fotografia digitale ha accelerato a dismisura il processo creativo e reso l’elaborazione estetica una questione sostanzialmente post-produttiva, i lavori di Braeckman potrebbero sembrare fuori tempo massimo, ma all’opposto indicano la via per una riappropriazione artistica del mezzo.

Dirk Braeckman, a cura di Eva Wittocx (Padiglione Belgio)
Dirk Braeckman, a cura di Eva Wittocx (Padiglione Belgio)

The Aalto Natives, a cura di Xander Karskens
(Padiglione Finlandia)

Un teatro surreale e avveniristico, dove pupazzi animatronici, sculture e proiezioni dialogano fra loro inscenando l’assurda vicenda di due figure messianiche: il divino uovo gigante Geb e l’inesperto figlio Atum. Gli artisti finlandesi Nathaniel Mellors e Erkka Nissinen mescolano antropologia, archeologia e cultura pop in una videoinstallazione immersiva che, attraverso il potente strumento della satira, indaga il concetto di identità nazionale nella società contemporanea. Una sorprendente prova di maturità da parte della Finlandia, capace di utilizzare tecniche e linguaggi del cinema di genere (le animazioni in stop-motion, gli effetti speciali splatter che sembrano presi di peso da un film horror) e veicolarli senza forzature verso un dibattito “alto” sulla contemporaneità. Con la fine della Biennale l’opera verrà trasferita al Cobra Museum of Modern Art di Amstelveen, di cui è direttore il curatore del padiglione Xander Karskens, e di certo questo spostamento ci da una direzione verso cui guardare nei prossimi anni.

 

The Aalto Natives, a cura di Xander Karskens (Padiglione Finlandia)
The Aalto Natives, a cura di Xander Karskens (Padiglione Finlandia)

The Mountain di Moataz Nasr
(Padiglione Egitto)

Un’altra grande videoinstallazione della Biennale 2017 è ospitata nel padiglione egizio che, per l’occasione, è stato trasformato nella rievocazione architettonica di un antico villaggio medio-orientale. Superato un portale che conduce all’interno del padiglione, lo spettatore si ritrova immerso in una realtà lontana, estranea, dove un enorme multischermo narra la storia della giovane Zein. Fuggita dal villaggio rurale dove è nata, la giovane vi fa ritorno da donna istruita ed emancipata, decidendo di liberare la propria gente dalla leggenda che ne condiziona l’esistenza. Un cortometraggio (lungo 12 minuti) che, in forma di favola, racconta della lotta delle giovani generazioni egiziane contro l’autorità, e della necessità di liberarsi della paura (evocata in forma simbolica dalla montagna del titolo) sia come singoli che come società.

The Mountain di Moataz Nasr (Padiglione Egitto)

The Mountain di Moataz Nasr (Padiglione Egitto)

Living dog among dead lions di Vajiko Chachkhiani
(Padiglione Georgia)

Una capanna di legno abbandonata, completa di mobilia e decorazioni interne, prelevata dalla campagna georgiana e ricostruita all’interno degli spazi dell’Arsenale di Venezia. Con una sola differenza: un sistema di irrigazione che simula una pioggia incensante all’interno della casa, destinata a mutare e corrodersi sotto l’azione degli elementi. Un’installazione dolorosa e potente, che preleva dalla realtà un manufatto complesso e difficile da gestire (un’intera abitazione) e la trasforma nel simbolo della forza di un intero popolo, quello georgiano, e della sua capacità di adattarsi ai drammi che la storia gli ha riservato.

 

 

"Scalata al di la dei terreni cromatici" Sheila Hicks
“Scalata al di la dei terreni cromatici” Sheila Hicks

"The Horse Problem" Claudia Fontes - Padiglione Argentina
“The Horse Problem” Claudia Fontes – Padiglione Argentina

 

Articolo di FABIO ZANCHETTA