ELIANA ONE WOMAN BLUES BAND – Sweet fellow (2017 – Grecia)

Non ne capisco molto di Blues, non ne capisco molto e non so veramente il perché. L’ho sempre trovato un genere musicale difficile, crudo proprio di una cultura lontana, figlio della schiavitù, della sofferenza, della deportazione. Riconosco al blues l’ importante e difficile  ruolo di antesignano di tutto quell’immenso calderone che il mondo chiamerà Rock, ma resta lontano nel mio immaginario, vincolato ad tristi realtà ed a una sofferenza. Ho sempre visto questo genere musicale con anagrafica riverenza, con la consapevolezza che tutto quello che amo (musicalmente parlando) deriva da lui, da quei quattro accordi ripetuti come un mantra tanto da entrarti dentro e sui quali puoi cantare qualsiasi cosa ti venga dal cuore, perché su di essi qualsiasi cosa non sembrerà mai banale. Il Blues è Sacro e ce l’hanno insegnato in tanti, dai filari della piantagioni del Mississippi ai più altezzosi Club inglesi, dove il Blues è arrivato a fatica macinando strada e scalando le gerarchie sociali fino ad arrivare alla gente dabbene altolocata nella terra d’Albione. Quindi bravi, anzi bravissimi tutti quelli che si sono fatti attori in questo incredibile viaggio, convinto che durante questi anni il Blues si sia trasformato, perdendo molto del suo carattere, della rabbia che aveva alla nascita, insomma, credevo che quella rabbia e frustrazione che hanno dato i natali a blues nel ventunesimo secolo siano convogliate in altri generei musicali, magari più moderni. non è così, forse non è più per le strade come un tempo, forse non è più cantato dai giovani disperati ma è ancora forte e vivo.

 

 

 

 

 

Ancora una volta rompiamo gli schemi ed usciamo dagli stereotipi.

Eliana Nikolopoulou, con il suo progetto “Eliana one woman blues band” propone questo “SWEET FELLOW”, un lavoro crudo, Blues vero, sette tracce cantate con la voce graffiante, quasi roca, senza alcun dubbio pertinente e capace. Lavoro cosmopolita che propone blues di qualità senza arroganza, valore aggiunto che a farlo sia una giovane donna greca, fattore che ha attirato subito la mia attenzione e non ha deluso.

Eliana nasce a Patras, Grecia, cresce ascoltando rock e punk, suonando anche in qualche band. A diciott’anni si trasferisce ad Atene dove continua sola le sue live performances ed inizia a costruire il suo proprio stile, ma il Blues la cattura e cresce dentro da quando ancora a sedici anni vide un documentario sulla nascita di questo genere musicale, così decide di intraprendere il progetto di Eliana one woman blues band.

 

 

 

 

 

 

Le chiedo in che modo una ragazza greca si sia avvinata al blues, non perché non si possa fare, anzi, ma perché in genere si associa questo stile alla cultura anglosassone, il lavoro nei campi, il vivere di stenti, il sacrificio sono sentimenti spesso citati nei testi blues, lei risponde che la musica non è territoriale, sì può nascere in un territorio, ma poi appartiene a tutto il modo, diventando globale ed è ancora lei a ricordarmi che la tragica  situazione politica ed economica del suo paese è una valida fonte d’ispirazione.

Resto colpito dalla profondità e dalla linearità di questo pensiero, il blues è dolore, fatica, povertà, denuncia ma anche voglia di rivincita e non vedo nulla di più globale e attuale.

 

 

 

Naturalmente la contaminazione folk della musica greca è presente nei suoni di questo disco, lei ci gioca ma non in modo prepotente e prevalente, giusto un pizzico, per dare un tocco di carattere in più come in “DIFFERENT WAY” che trascende il genere e sfocia nella ballata folk, abbraccia lo stile territoriale, cosa che accade in parte anche nel pezzo di apertura “RAINY BLUES“, pur mantenendo una più canonica connotazione di genere grazie anche all’uso dell’armonica.

Differente discorso invece per i pezzi successivi dove il carattere musicale esce prepotente diventa deciso e classico, impossibile confondere o inquadrare questo disco in qualsiasi altra categoria, l’apice si raggiunge alla fine con “THE DEVIL WASN’T HERE” e “THE STORY OF GRANDAMA EVELYN“.

Fare blues con la B maiuscola è difficile ma Eliana ci riesce e lo fa sembrare semplice, ottimo esordio di una cantante che spero di risentire presto.

 

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Articolo di PAOLO PALETTI

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LO SPECCHIO DELLA TORTURA

“Certe realtà sono semplicemente insostenibili, sono dolorose, sono una minaccia al nostro senso di sicurezza, al nostro senso di decenza umana, e anche al nostro senso di colpa, perché ci sentiamo più fortunati. E la fantascienza serve a raccontare queste realtà con una specie di scorza.”
Anna Feruglio Dal DanLo specchio deformante e la casa sull’albero” – intervento per Diritti al futuro.

La tortura è un’attività umana fra le più aberranti e fra le più diffuse. E se ne vieni in contatto o anche solo sfiorato non puoi restarne indifferente.
Due scrittrici, militanti di “Amnesty International”, hanno guardato nell’abisso e ci hanno restituito terrificanti brandelli di realtà, addomesticati quel tanto che basta perché il lettore non abbandoni nauseato la lettura e possa giungere al finale delle loro storie, apprezzandone la trama, i personaggi, l’ambientazione, lo stile… insomma il piacere della fiction.

 

SENZA UN CEMENTO DI SANGUE

Senza un cemento di sangue - Anna F. Dal Dan

Senza un cemento di sangue – Anna F. Dal Dan

Il romanzo di Anna Feruglio Dal Dan è un’avvincente space opera, che vede la giovane Twony a capo delle rivolta dei Pianeti Esterni contro l’opprimente potere dell’Impero, un impero totalitario, dal passato umano e glorioso, ma che ora si regge sulla paura dell’esercito e della polizia militare. La disparità delle forze ha già messo in ginocchio i ribelli. Forse la loro unica speranza di risollevarsi e inferire un duro colpo all’Impero è infiltrare fra le sue fila un membro insospettabile della rivoluzione.

Molti i personaggi del romanzo, fra cui spicca Creyna, il temutissimo stratega militare dell’Impero. Personaggio dalle incredibili sfaccettature, capaci di farcelo ammirare e odiare, ma soprattutto di farci conoscere l’umanità e il rigore morale che spingono un uomo, in nome del suo paese, a compiere atti eroici e al contempo atroci, aberranti, crudeli.

LA GUERRA DI AIN

Enrica Zunic i racconti del ciclo la guerra di Ain

Anche i racconti di Enrica Zunic’ sono ambientati in un universo martoriato da guerre interplanetarie. Parlano del difficile lavoro della brillante (e famosa) dottoressa Ain di curare e ridare dignità ai prigionieri di guerra.

Ain è consapevole della fazione alla quale appartengono i malati (compresi quindi quelli della fazione avversaria), ma è un vero medico e non si lascia toccare né dai pregiudizi né dalla feroce realtà della guerra. Di fronte a chi le fa notare che i prigionieri sono pericolosi, Ain risponde che lo sa, ma non vuole diventare come loro.

Il suo lavoro ovviamente non è ben visto da chi si trova a condividere il letto d’ospedale con un nemico, che magari ha ucciso e torturato parenti o commilitoni.

Però ci sono anche soldati che riescono a stringere una sorta di amicizia con i prigionieri addetti ai lavori forzati. O militari che, volenti o nolenti, devono occuparsi con professionalità della difficilissima convalescenza di un medico avversario torturato, e che forse a sua volta fu un torturatore, ma le cui conoscenze mediche sono di vitale importanza per il bene dei vincitori (specialmente se chi potrà beneficiarne è il parente di un ufficiale in una posizione di comando).

Materia Oscura – Un’antologia di racconti di fantascienza tutta al femminile fra cui un racconto di Enrica Zunic’ e uno di Anna Feruglio Dal Dan. I racconti spesso parlano di guerra, profughi e torture.

Le opere di Anna Feruglio Dal Dan e Enrica Zunic’ ci spingono a riflettere sui pregiudizi e sull’ambiguità morale di fronte alla brutalità umana e alle sue ritorsioni: la tortura, il tradimento, la vendetta… la banalità del male, come direbbe Hannah Arendt.

Non vengono date risposte, ma una cosa emerge con forza, con una consapevolezza che non ammette contraddizioni: di fronte alla tortura nessuno può resistere, non c’è atto eroico che possa impedire di cedere, di spezzarsi, di tradire.

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Articolo di SERGIO BECCARIA

A DREAM COME TRUE (MECHTE NAVSTRECHU) – Mikhail Karzhukov (1963)

 

Una missione aliena viene mandata in esplorazione sulla Terra dopo aver intercettato una canzone. Il razzo extraterrestre a causa di un incidente è costretto a un atterraggio di fortuna su Marte e lancia una richiesta di soccorso alla Terra. Gli Stati Uniti temono una minaccia aliena, l’Unione Sovietica, al contrario, risponde all’ S.O.S. inviando un razzo in loro aiuto.

Mechte navstrechu - Mikhail Karzhukov (1963)

Mechte navstrechu – Mikhail Karzhukov (1963)

Mechte navstrechu” è un curioso dramma romantico musicale a sfondo spaziale. Un film da vedere per le bellissime scenografie, sia quelle ambientate nella città aliena che quelle ambientate su Marte e per un paio di curiosità: i maxi schermi dalle architetture futuriste che campeggiano nelle piazza russe e annunciano l’eroica spedizione spaziale di salvataggio e l’apparecchio elettronico che il protagonista usa per fare ascoltare la sua canzone all’amata simile a un I-Pod rotondo.

Mechte navstrechu – Mikhail Karzhukov (1963)

Mechte navstrechu – Mikhail Karzhukov (1963)

 

COPIUS – Bent out of Shape (2018 – Australia)

Finalmente un po’ di movimento, ci volevano questi COPIUS.

Come spesso accade ultimamente arrivo a loro per caso, attratto da questa copertina troppo stile DIY (Do It Yourself) molto in voga nella prima scena punk inglese, quella attiva e politicizzata, per intenderci. Ci credo e voglio scoperchiare il vaso di Pandora…

Parte il primo pezzo “Dark Cloud” e di colpo mi ritrovo nella seconda metà degli anni ’90, mi immagino a maneggiare la copertina di un CD split della Epitaph records, ma siamo nel 2018 e non siamo in California ma bensì in Australia (anche se il legame con la scena californiana c’è, ma lo vedremo in un secondo momento). Resto stupito e scopro che a Brisbane, loro città natale c’è una florida scena Punk, con un proprio carattere, molto vicina a sound californiano ma con un qualcosa d’inglese (oltre alle scelte grafiche ovviamente), che per ora non riesco a definire bene.

I COPIUS sono quattro non più ragazzi che mantengono una formazione con chitarra principale, voce e seconda chitarra, basso e batteria. L’utilizzo della seconda chitarra riesce sgrezzare il sound della band dando una linea armonica orecchiabile, un altro aspetto tipicamente californiano.

Jules, voce e chitarra del gruppo è una persona alla mano e disponibile, mi spiega che i COPIUS non sono una band giovanissima, si sono da poco riuniti dopo una pausa di quasi 10 anni (quando lui si è unito alla band), ma prima il gruppo esisteva da altrettanto tempo e questo può essere uno dei motivi per cui il sound sia molto anni ’90, producendo solo un altro EP: “Any time now” nel 2008, seguito da un breve tour.

Una parte che mi ha colpito molto del racconto di Jules è stata quando parla della loro pausa dicendo: “abbiamo vite normali e lavori normali e non potevamo dedicare il giusto tempo alla band”, vedendoli costretti a mettere da parte il progetto.

Come anticipato prima i COPIUS sono legati a doppio filo con il sound della scena della west coast americana, infatti “Bent out shape” è stato registrato durante parecchi fine settimana negli studi locali a Brisbane ma prodotto nel famoso Blasting room studio (Fort Worth, Colorado) di Bill Stevenson, uno dei padri fondatori del suond punk della west coast statunitense che  vanta collaborazioni con gruppi iconici come All, Lagwagon, Zeke, Good Riddance e Descendents, per citarne alcuni. La matrice è chiara e la produzione del resto è ineccepibile, tutt’altro che dilettantesca come la forviante informazione che la musica non  è la fonte di reddito de gruppo, per ora almeno.

Bent of shape” è un EP carico di energia con le tracce ben definite e diverse tra loro, melodiche e veloci, canzoni oneste che parlano di esperienze reali dei membri della band, per citare le parole di Jules: “il nostro modo di venire a patti con le più grandi forze del mondo che sentiamo stanno lavorando contro la nostra visione ideale della società sia nel presente che nel futuro.” non è una visone (forse) troppo “matura” per definirsi Punk?

Peccato che siano solo sei e che questo sia un EP, probabilmente la voglia di tornare in scena era tale da non permettere al gruppo l’attesa di creare un disco LP, o forse produrre un disco a sei tracce costa molto meno rispetto che un LP e la cosa è assolutamente comprensibile per gente che non campa di musica.

La differenza tra “Bent out of shape” e “Any time now” del 2008 a livello di produzione è abissale, la qualità sonora del primo è di molto superiore, ma la potenzialità emerge anche nel disco d’esordio, restano alcune affinità con la scena californiana, ma sono meno marcate e presumo che sia questo il tipico carattere della scena “Brisbane”.

La pausa ha fatto maturare il gruppo che ora esprime concetti disincantati con una buona proposta musicale.

Mi auguro di risentirli presto, magari dal vivo in Europa.

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Articolo di PAOLO PALETTI

LA SUCCESSIONE – Jean-Paul Dubois

 

Ho un rapporto complesso con il caso, quando si presenta nella mia vita. Ci sono momenti in cui lo temo e vorrei controllare, scegliere, decidere. Altri invece in cui abbandonarmi a ciò che viene, alla carta che esce, è liberatorio e intensamente piacevole. Sono un essere umano, ma guarda! Questo libro si è presentato a casa mia senza che lo volessi. È davvero raro, se non impossibile, che mi metta a leggere qualcosa che già non facesse parte del, seppur gigantesco, reticolo di riferimenti e affinità che cresce dentro di me.

Questa volta, grazie alla Gremese, con cui ho la fortuna di avere un piacevole rapporto di lettore/recensore, ho ricevuto un libro di cui non conoscevo nulla, se non l’esistenza della collana di cui faceva parte. Gremese ha infatti, meritoriamente, dedicato a partire dal 2012 una bellissima serie ai nuovi narratori francesi, cosa che se non erro non ha analoghi in Italia.

Beh (in francese si direbbe “bon”), che bel romanzo questo! Che bello essere sorpresi! Non sapete quanto sia piacevole iniziare a leggere un libro di cui non si sa nulla, nessuna idea, nessun pregiudizio (ciò è molto difficile per uno che legge da sempre di tutto e per di più lavora in una libreria…). Mi sono fidato, ed ho fatto bene, della Gremese e un po’ anche della sovraccoperta verde e soprattutto, della sobria e molto elegante grafica di copertina da essa celata! Jean-Paul Dubois è un autore non molto conosciuto in Italia, c’è un solo altro libro pubblicato nella nostra lingua nel 2006 per Rizzoli, “Una vita francese“, che ora dovrò recuperare assolutamente. Ma ne ha scritti venti! È nato nel 1950 a Tolosa ed ha ricevuto molti riconoscimenti letterari importanti: i premi Femina e Fnac per “Una vita francese“, il premio Alexandre-Vialatte per “Le Cas Sneijder” (L’Olivier, 2011,) e il premio France Télévisions per “Kennedy et moi” (Le Seuil, 1996).

Jean-Paul Dubois

Jean-Paul Dubois

Che cosa dire di questo romanzo, che è l’ultimo pubblicato dall’autore in Francia nel 2016, senza rischiare di ridurre il vostro piacere nella lettura (che, scommetto, sarà grande come il mio)? Forse in primo luogo si può dire che il libro è scritto in prima persona da un uomo giovane, Paul Katrakilis, laureato in medicina ma giocatore di pelota, che racconta la sua vita e la sua famiglia fuori dall’ordinario, incredibilimente attratta dal suicidio, eseguito in modalità diverse e non prive di una punta di comicità. È davvero straordinaria la commistione di tragico e comico, orchestrata con eccezionale bravura e naturalezza. Anche la struttura narrativa, senza ordine cronologico ma compatta nel ricordo e nell’intimità psicologica del protagonista, concorre a creare un’umanissima e credibile tensione man mano che si prosegue con la lettura e aumenta la conoscenza, da parte del lettore, della storia della sua vita e della sua famiglia. Ma parallelamente al racconto di ciò che è stato, scorre imprendibile il racconto al presente di ciò che accade e che mette Paul a conoscenza di alcuni fatti che ignorava riguardanti il padre. Paul piano piano è costretto a fare i conti con la sua famiglia e la sua sempre più pesante eredità. Questo fare i conti è presentato al lettore con leggerezza, con semplicità, in un primo momento. Non si tratta di un romanzo monoliticamente tragico, nonostante tutto. C’è un calore che non si spegne anche dopo eventi terribili. La felicità è eterna come il sole negli occhi del gatto secondo la bella poesia di Maurice Carême citata da Paul[1]. Si tratta di un libro che è difficile dimenticare per alcuni motivi. Il primo è la voce del narratore, sempre evocativa, sempre capace di mettere davanti agli occhi di chi legge un paesaggio, un clima, un animale (stupendo il ritrovamento del cane Watson!), un oggetto, una casa, un’automobile (chi ama le auto troverà quasi commoventi alcuni passi che riguardano la Karmann e la Triumph del protagonista, veri e propri personaggi, come, scopro, anche in altri romanzi dell’autore). Secondo, la storia della famiglia di Paul, assolutamente anomala e folle ma che si incide nella nostra memoria come poche altre. Terzo, e forse decisivo, quello che si presenta come il cuore del romanzo (ma che presenta, non in secondo piano, anche una bellissima storia d’amore, intensa e fuori dai canoni), ovvero l’inevitabile successione, l’esperienza dell’eredità dei propri genitori, quel momento in cui ci si percepisce come colui o colei che deve proseguire la storia, opponendosi o accondiscendendo a quella che è stata la natura di chi ci ha generato.

Oltre a ciò c’è altro in “La successione” di Jean-Paul Dubois ma una certa educazione mi impedisce di approfondire. Questo non è un giallo, ma nel racconto di Paul c’è suspense, anche se per nulla forzata. È una vita raccontata dall’intimo, intensa e lucida come poche altre nella narrativa degli ultimi tempi.

[1]

LE CHAT E LE SOLEIL
Le chat ouvrit les yeux,
Le soleil y entra.
Le chat ferma les yeux,
Le soleil y resta.

Voilà pourquoi, le soir
Quand le chat se réveille,
J’aperçois dans le noir
Deux morceaux de soleil.

IL GATTO E IL SOLE

Il gatto aprì gli occhi
Ci entrò il sole
Il gatto chiuse gli occhi
Il sole ci restò

Ecco perché la sera
Quando si sveglia il gatto
Intravedo nel buio
Due pezzetti di sole

La successione
Jean-Paul Dubois
Gremese Editore – Nuovi narratori francesi
Traduzione di Marcello Oro e Annarita Stocchi
2017 -pp.208 – € 16
ISBN 9788884409229

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Articolo di STEFANO RIZZO

 

 

 

DEAD MOUNTAINEER HOTEL – Grigori Kromanov (1979)

Dead Mountaineer Hotel” è un film del 1979 diretto da Grigori Kromanov, basato sul romanzo di Arkady e Boris Strugatsky, molto famoso in Russia anche grazie a un videogioco tratto dalla pellicola nel 2009.

In seguito a una telefonata anonima l’iispettore Glebsky arriva all’hotel “Dead Mountaineer’s“, un hotel situato in mezzo alle Alpi che deve il suo nome a un leggendario alpinista morto il cui ritratto campeggia nella hall. Sotto il ritratto il fedele cane san bernardo attende il suo ritorno.

I villeggianti sono tutti piuttosto strani e non si tarderà a capire che alcuni di loro sono alieni, altri i loro robot da compagnia, altri umani.  Il ritrovamento di un cadavere e la valanga che blocca il piccolo gruppo di vacanzieri nell’albergo complica il lavoro dell’ispettore che dovrà capire come comportarsi con gli imperscrutabili alieni.

Dead Mountaineer Hotel” non è una pellicola convenzionale di fantascienza, è un bel noir girato come se fosse tratto da un libro di Agatha Christie ed è questo il suo miglior pregio.

Molto curata la fotografia. Gli interni sono molto bui con contrasti di colore molto accentuati. Gli esterni, girati sulla neve, luminosi e abbaglianti.

Curiosa anche la colonna sonora elettronica dell’estone Sven Grünberg che ricorda i “Tangerine Dream”.

Dead Mountaineer Hotel”  è una produzione estone e girata sulle montagne del Kazakistan.

 

 

Horror SOVIET- I film dell’orrore russi.

“Viy” (1967)

A differenza della fantascienza in Russia il genere horror non ha mai goduto di una grande tradizione cinematografica o letteraria. Proprio per le radici positiviste e cosmiste sovietiche questo genere, considerato irrazionale e nichilista, inizia ad avere un seguito da poco più che un decennio grazie anche a festival dedicati che importano il meglio della cultura horror occidentale e orientale. In passato l’horror spesso sfumava in storie fantasy con elementi macabri che attingevano al folklore locale. E’ il caso di “The drowned maiden” (“Майская ночь, или УтопленницаAleksandr Rou, 1952) e soprattutto di “Viy(Georgij Kropačëv e Konstantin Eršov, 1967), tratti entrambi da due racconti di Nikolaj Gogol. In quest’ultimo film un giovane seminarista deve vegliare per tre notti consecutive la salma di una ragazza appena deceduta senza sapere che si trattava di una strega. Durante le tre notti lei tornerà in vita per ucciderlo insieme a vari demoni fra cui il temibile Viy. Un film bizzarro e grottesco che, nonostante alcuni effetti speciali ingenui, riesce a inquietare e divertire. Nel 2014 è stato diretto lo spettacolare remake in 3D.

“The Queen of Spades”

Il primo film del terrore sovietico è “The Queen of Spades” (1910): un cortometraggio paranormale di 15 minuti tratto da una novella di Aleksandr Pushkin. Storia di superstizioni, fantasmi e sensi di colpa. Restando nell’epoca del muto “Marriage of the Bear” (1925) è una fiaba gotica più perversa di quanto appaia inizialmente: un uomo si trasforma in un feroce assassino di donne a causa di un trauma subito dalla madre mentre era incinta di lui. La donna fu, infatti, aggredita da un orso.

The Savage Hunt of King Stach” (1979) è un buon thriller ambientato alla fine del XIX secolo che si regge su atmosfere misteriose.

“The vampire family”

“The vampire family” (“Семья вурдалаков” – 1990), tratto da un racconto di Aleksei Tolstoi,  è un cupo horror che fa paura e inquieta anche se sembra un prodotto italiano degli anni ’70.

“Upyr”

Il tema dei vampiri diventa di moda negli anni ’90 e “Upyr” (“Упырь” – 1997) è un’ottima rivisitazione del mito degli oscuri succhiasangue. Qui i vampiri sono entrati a far parte della gerarchia mafiosa russa: il Blade sovietico protagonista del film dà loro la caccia con tutte le tecnologie a sua disposizione fino all’epico e stalkeriano duello finale. La peculiarità del film è, ovviamente, l’ambientazione nelle desolate periferie russe: fabbriche dismesse, cantieri abbandonati, un mondo in rovina governato solo da loschi traffici. Questi vampiri sono più simili a infidi criminali e hanno ben poco del romanticismo dark che caratterizza l’immaginario occidentale. Colonna sonora rock post sovietica dei tamarrissimi Tequilajazzz.

 

“Dead eye collector”

I film russi dell’orrore di nuova generazione sono dei buoni prodotti che hanno fatto tesoro sia dei J-Horror che delle pellicole statunitensi, ma si limitano a copiare canovacci già rodati senza aggiungere nulla di nuovo. Le differenze più evidenti  riguardano le location: dai decadenti casermoni sovietici alle gelide steppe innevate.  Si distinguono lo slasherDead eye collector” (“Putevoy Obkhodchik” – 2007) di Igor Shavlak, e “III” (2015)di Pavlev Khvaleev.

Il primo è un film ben confezionato e adrenalinico in cui un gruppo di ladri, dopo un colpo in banca non proprio riuscito, si rifugia con due ostaggi dentro i cunicoli della metropolitana moscovita (allora in costruzione).

“III”

Nel secondo una donna, per salvare la sorella affetta da un’incurabile e misteriosa malattia, deve immergersi nel suo subconscio tramite una pratica esoterica per pulire le causa del morbo. Khvaleev parte da una trama sciocca che ricorda fin troppo “The cell” di Tarsem Singh per girare un lungo videoclip ricco di scene bizzarre e terrificanti. Non a caso il regista viene dall’ambiente della musica elettronica. Atteso nel 2018 il suo prossimo film di fantascienza “Involution”.

“Father, Santa Claus Is Dead”

Le perle nere dell’horror russo vanno cercate nella cinema trasversale di registi fuori dagli schemi.

E’ il caso di Yevgeny Yufit (1961 – 2016), che con quattro film e qualche cortometraggio ha definito un genere, il Necrorealismo, a metà fra la presa in giro e l’orrore più becero. Stilisticamente i suoi film sono molto radicali, rigorosamente in bianco e nero, ispirati all’espressionismo tedesco e al surrealismo francese degli anni ‘20. I primi cortometraggi sono, addirittura, accelerati e  rovinati per ricordare le pellicole dell’epoca del muto. Il gusto per l’assurdo, l’umorismo nero e l’approccio irriverente ai classici del cinema contraddistinguono i primi lavori del regista, ma Yufit, a differenza di tanti suoi “seguaci”, non è un autodidatta che gira film amatoriali violenti. Fu pittore, fotografo e per un breve periodo allievo di Aleksandr Sokurov. La sua anarchia registica è più un gesto di strafottenza e le ricercate inquadrature citano e sbeffeggiano Andrey Tarkovsky. Intensi primi piani alla Dreyer si alternano a sequenza che sembrano prese da “Night of the living dead”. Le storie sono generalmente incomprensibili rimuginazioni sull’esistenza umana e presentano elementi ricorrenti: esperimenti segreti, cavie umane, bambini assassini, orge omosessuali, gente che si suicida senza motivo. Yufit usa lo strumento cinematografico per comunicare l’enorme vuoto lasciato dal crollo dell’impero sovietico. Le eroiche icone di regime sono completamente svuotate di ogni significato, lasciando spazio solo alla violenza e all’idiozia. I personaggi dei sui lavori sono, infatti, degli idioti o degli zombie.

Non studiavano dai libri scolastici ma dalle parole morte pronunciate dall’alto delle tribune. L’idiozia eroica, l`arte tragica contaminate con l’umorismo nero. … il desiderio sessuale è soddisfatto solo dall’omosessualità… il necromondo esiste (vive) grazie al sadomasochismo.” Yevgeny Yufit

Санитары оборотни(“Werewolf Orderlies” – 1984), 5 min.

Un marinaio sceso da un treno viene catturato da un gruppo di infermieri pazzi e trascinato nel bosco dove tutti quanti iniziano a comportarsi in modo bizzarro e violento.

“лесоруб” (“Woodcutter” – 1985) 6 min.
Nel bosco c’è gente che si incontra per picchiarsi.

Весна” (“Spring” – 1987) 10 min.
Lungo I binari del treno c’è un bosco dove vive gente strana che cattura e ammazza i viaggiatori per poi suicidarsi in modi creativi.

Вепри суицида” (“Suicide Warthogs” – 1988) 5 min
Un cortometraggio particolarmente sadico, montato alternando filmati patriottici di repertorio, in cui due individui accettano di farsi uccidere in maniera crudele

Рыцари поднебесья” (“Knights of Heaven” – 1989) 20 min.
Un gruppo di alpinisti-militari deve svolgere una missione segreta da cui dipende il destino di milioni di uomini. Durante l’addestramento verrà valutato l’eroismo, il coraggio e la forza di ognuno dei membri di questo corpo scelto, che però finiranno per ammazzarsi fra di loro. Un cortometraggio che imita e sfotte palesemente la regia di Andrey Tarkovsky.

Папа умер дед мороз (“Father, Santa Claus Is Dead – 1991) 73 min.
Una carrellata di assurdità e scene bizzarre senza una vera narrazione, basato non si sa in che modo sulla novella di Tolstoj The Vampire Family“. Un uomo che parla a monosillabi va a trovare suo fratello in campagna dove uomini vestiti di scuro fanno strani riti nel bosco. Inquietanti le scene iniziali dove un paio di bambini prepara una trappola mortale per un vagabondo.

Derevyannaya komnata” (“Wooden Room” – 1995), 65 min.
Il protagonista conduce una vita spartana con la moglie a cui non rivolge mai la parola. Lui è completamente assorbito dal suo lavoro di documentazione di riti strani che avvengono nel bosco.

Serebryanye golovy” (“Silver Heads” – 1998) 84 min.
Un team di scienziati, con delle macchine simili a una vergine di ferro fatta in legno, cerca di incrociare il DNA umano con quello vegetale. Gli esperimenti non riusciti vagano per la steppa come zombi inseguiti e cacciati dalla sicurezza dello staff.

Ubitye molniey”  (“Killing the light” – 2002) 60 min.
Un’antropologa sta facendo una ricerca sull’evoluzione umana e sull’esperienza della morte.  Al suo lavoro si alternano ricordi del padre, morto in un sommergibile durante la guerra, e immagini incomprensibili di vecchi che girano nudi comportandosi come scimmie.

Pryamokhozhdenie” (“Bipedalism” – 2005) min 94
Un artista che dipinge insetti scopre degli esperimenti segreti  volti a scoprire perché l’uomo è diventato bipede, abbandonando un stile di vita più consono alla sua natura. Gli esperimenti erano condotti su cavie umane che ora vagano per la campagna terrorizzando le persone.

Svetlana Baskova: “The green elephant”, “Mozart”, “5 bottles”, “For Marx”

Il necrorealismo ha sicuramente ispirato la regista Svetlana Baskova che nel 1999 esordisce con l’assurdo “The green elephant”, uno splatter violento e incomprensibile che vuole (forse) denunciare lo stato di degrado mentale delle forze armata russe. Due ufficiali dell’esercito sono detenuti in una prigione che assomiglia a uno scantinato. Uno sembra pazzo, l’altro violento. Divise militari sovietiche, frattaglie, abusi, sangue e merda. Una visione estrema girata in maniera amatoriale tanto da risultare ipnotica. Alcune scene risultano veramente disgustose (le scene di coprofagia, o la cornamusa fatta di interiora,…), mentre le ambientazioni e alcuni dialoghi sono morbosamente squallidi. Per accrescere l’aura cult di questo delirio la distribuzione e la visione del film è proibita in Russia. Svetlana ha diretto altri film considerati horror caratterizzati sempre da violenza, non-sense, riprese e recitazioni amatoriali al limite dell’imbarazzo, ma l’unico degno di interesse è il suo ultimo lavoro, “For Marx” (2013), un film incentrato su un gruppo di lavoratori derelitti che si ribellano al loro ricchissimo padrone/sfruttatore.

“Visions of suffering” Andrej Iskanov

Visions of suffering” (2006) è diretto da un esperto di film estremi: Andrej Iskanov, conosciuto soprattutto per il suo film successivo, “Philosphy of a knife” (2008), una raccolta di atrocità pseudo documentaristiche dell’estenuante durata di 4 ore e mezza. In “Visions of suffering” delle creature demoniache cercano di attraversare il confine fra incubo e realtà per catturare le loro vittime umane trascinandole nel loro mondo. La pellicola appartiene al genere sperimentale dalle velleità “arty” basato su atmosfere inquietanti e scene disturbanti che, come “Begotten”, vogliono colpire più il subconscio degli spettatori senza cercare di dare significati chiari alla narrazione. Nonostante una durata inutilmente lunga, che impoverisce il film anziché arricchirlo, restano impresse le bellissime scene oniriche virate su colori seppiati e alcune sequenze gore. L’intera filmografia del regista russo è consigliata solo agli amanti del genere. Il  suo ultimo lavoro è contenuto nel film antologico “The profane exhibith” (2013) dove è in compagnia di altri registi estremi di culto come il tedesco Marian Dora (“Melancholie der Engel”), lo statunitense Richard Stanley (“Hardware”), il messicano José Mojica Marins (il creatore di Zé do Caixão – Coffin Joe), il giapponese Yoshihiro Nishimura (“Tokyo gore police”) e il nostro Ruggero Deodato (“Cannibal Holocaust”).

“Visions of suffering” Andrej Iskanov

Cargo 200” (2007) diretto da Aleksei Balabanov , uno dei migliori registi russi moderni, anche se non è esattamente horror è talmente angosciante e violento che va fatto rientrare in questo elenco. “Cargo 200” è uno spaccato della Russia periferica degli anni ’80 dove nulla funziona, il potere è violenza e la vodka va bevuta fino a svenire. La storia è ispirata a fatti realmente accaduti che coinvolgono un serial killer dalla doppia identità, la figlia scomparsa di un segretario del partito comunista, un giovane punk fidanzato con la ragazza sequestrata, un insegnante amico del segretario di partito e un soldato caduto in guerra che deve essere sepolto con tutti gli onori. I Ioro destini sono uniti da una serie di assurde coincidenze. Balabanov usa uno stile gelido e distaccato che rende la visione ancora più violenta. Il regista non ha bisogno di soffermarsi sui crudi dettagli. La scena più scioccante è, infatti, quasi accennata, ma colpisce lo spettatore come una ferita.

Alcuni film di Aleksei Balabanov: “Il castello”, “Of freaks and men”, “Cargo 200”, “”Brother”

Le atmosfere funeste che aleggiano per tutta la durata del film sono appesantite dall’ombra della guerra. Il film è collocato storicamente durante il conflitto con l’Afghanistan. Il titolo è il nome dato agli aerei che rimpatriavano le salme dei soldati morti. 200 era il numero massimo di bare trasportabili.

Balabanov è morto prematuramente nel 2013, all’età di 54 anni, lasciando una serie di film che in Italia non sono mai stati distribuiti , nonostante i numerosi premi vinti nei vari festival. Fra questi la trasposizione del “Castello” di Kafka (1994), il crudo “Brother” (1997), la metafora sul crollo sovietico “Of freaks and men” (1998) e il melodramma “Me too” (2013).