Filippo Tapparelli
Filippo Tapparelli

“Diffida di chi impara con gioia, perché ciò che si apprende senza dolore, altrettanto facilmente si dimentica.”
E’ per questo che è costretto a picchiarmi. Per inchiodare la consapevolezza nelle mie ossa.” Inquietante come il vecchio tratta il ragazzino: “violenza mascherata da lezioni di vita.”

Il vecchio è preciso e metodico e vuole anche da lui la precisione, in tutto, soprattutto in ciò che è banale e insignificante. Lo tiene segregato in casa. Gli insegna la sottomissione. E il ragazzino vive nella costante paura di commettere errori. Torture fisiche e psicologiche scandiscono il passare del tempo.
Lui lo chiama nonno, ma sa che non è suo nonno. Dove sono i suoi genitori? Il vecchio non gliene parla mai. E lui non riesce quasi più a ricordarli.
Vive in un piccolissimo e freddo borgo di montagna avvolto dalla nebbia.
Gli abitanti del borgo (un pugno di persone e un gatto) temono il vecchio. Lui li domina come domina il ragazzino.
Tempo prima un giovane prete arrivò nel borgo pieno di entusiasmo. Il vecchio parlò con lui e il giorno dopo scoprirono che il prete che si era impiccato.
Quando la paura e le tortura inflitte superano il limite della sopportazione, il ragazzo trova il coraggio di affrontare il vecchio e scappare di casa.
E’ notte e, con il viso sanguinante sfigurato dalle botte, si aggira nella nebbia per le strade del borgo. Non ha il maglione e il freddo gli entra nelle ossa. Poi la pioggia incomincia a battere insistentemente. L’unico riparo è nella chiesa.
La mattina dopo tutto accade come in una sorta di allucinazione. Una deriva onirica, che porterà il ragazzino sull’orlo di un crepaccio a scontrarsi nuovamente con il vecchio, ma questa volta la portata del conflitto avrà implicazioni metafisiche.

Filippo Tapparelli
Filippo Tapparelli

“Non so nemmeno se il tempo sia mai esistito qui, o se adesso stia per finire”, si chiede il ragazzino. E noi con lui ci domandiamo se tutti gli abitanti del borgo non siano già morti da tempo e il borgo stesso non sia altro che una metafora dell’aldilà.

Nel finale, il romanzo ci riporta a un qui e ora molto terreno, a una realtà ancora più inquietante dell’incubo da cui tutto aveva preso inizio.
Avremo finalmente le risposte sui genitori del ragazzino e su ciò che è accaduto loro. Una verità sconcertante, che ci piomba addosso, inaspettata, con tutta la sua drammaticità. Una verità che però sembra nasconderne un’altra più sottile, appena sussurrata, triste, sconfinatamente triste, e profondamente umana.

Filippo Tapparelli, l’autore esordiente vincitore del Premio Italo Calvino 2018, ci accompagna nelle zone oscure della psiche, passando dall’horror al realismo, all’onirico… dal desiderio di controllo del predatore che “ti vede sempre. Annusa i tuoi pensieri anche da lontano” alla “incarnazione del male assoluto, nella sua innocenza priva di moralità”, alla verità “fatta di silenzio. Un silenzio che riesce a rendere sordo il mondo, quando ciò che cela è troppo grande per essere compreso”.

Romanzo indubbiamente notevole, che riesce a trasmettere un forte senso di angoscia, nonostante l’autore si dilunghi un po’ troppo nella parte centrale.
Avrei preferito che “L’inverno di Giona” si concludesse con il colpo di scena scioccante che apre l’ultima parte del romanzo. La verità, quella che viene sussurrata a chi non sente o finge di non sentire (per discrezione o per indifferenza), porta a un finale per certi versi consolatorio, ma meno incisivo.
Unica nota davvero stridente: la brutta copertina del libro, che non invita certo all’acquisto.

L’INVERNO DI GIONA
Filippo Tapparelli
Mondadori – Narrativa Contemporanea
2019 – 192 pagine – €17
ISBN: 9788804708070

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