William Burroughs visto da Charles Burns
William Burroughs visto da Charles Burns

Le grandi opere della maturità vengono precedute dalla curiosa sceneggiatura di un film che non verrà mai realizzato: “Blade Runner (a movie)”, da non confondere con l’omonimo, famosissimo film di Ridley Scott.

Burroughs adatta a modo suo il romanzo di Alan Nourse, “The Bladerunner” (1974), tradotto nella collana Urania con il titolo “Medicorriere”. In una sovrappopolata New York del prossimo futuro, solo i privilegiati hanno accesso al Servizio Sanitario. Gli altri devono rivolgersi al mercato nero. “I giovani corrieri del mercato nero vivono sul filo del rasoio per trasportare attrezzi chirurgici e medicine negli ambulatori clandestini.

Nel trattamento di Burroughs questi corrieri (i bladerunner) sono una variante dei ragazzi selvaggi. L’ambientazione è quella di “un’America puritana e chiusa in se stessa che, impaurita da fenomeni come l’emancipazione delle minoranze etniche (afroamericani, messicani) e sociali (omosessuali, hippy), si ribella per non perdere la propria supremazia bianca”. Per farlo crea in laboratorio un virus sessuale, premonitore del flagello dell’aids, capace di eliminare le minoranze scomode. La sua diffusione porta a un contagio su vasta scala.

La trilogia di William Burroughs "Strade morte", "La città della notte rossa", "Terre occidentale" e l'ultimo libro di Burroughs "La febbre del ragno rosso"
La trilogia di William Burroughs “Strade morte”, “La città della notte rossa”, “Terre occidentale” e l’ultimo libro di Burroughs “La febbre del ragno rosso”

In “Città della Notte Rossa”, primo grande romanzo della “Trilogia delle città”, Burroughs riprende il tema dell’epidemia virale causata da esperimenti di bio-ingegneria da parte di organizzazioni para-governative che agiscono su piani temporali diversi: gli anni Venti del Novecento, il presente (gli anni Ottanta), il secolo dei pirati (il Settecento) e la preistoria.
Il diffondersi della malattia (caratterizzata da una forma anomala di frenesia sessuale) crea una distorsione del continuum spazio-temporale, che toccherà anche le sei città preistoriche della Notte Rossa, impegnate in un’atavica guerra dei sessi (il matriarcato contro i maschi).
Dato che il ceppo dell’epidemia sembra provenire dal passato, perché non confinarlo nella preistoria, lontano dalla nostra civiltà? La soluzione della CIA è ingegnosa, ma potrebbe avere forti ripercussioni anche sul nostro presente. Infatti “contenere gli effetti del virus all’epoca preistorica permette una migliore gestione dell’epidemia, ma ha lo svantaggio di creare ceppi mutanti destinati a propagarsi assieme all’evoluzione del genere umano.” Forse l’evoluzione stessa è frutto di questa mutazione: l’effetto collaterale di un virus che modifica la realtà.

Il romanzo parla anche della comune di pirati fondata dal capitano Mission in Madagascar all’inizio del Settecento: una colonia comunista ante litteram, dove viene abolita la schiavitù e la pena di morte, e dove è consentita la libertà religiosa.
Non è fantascienza: la colonia del capitano Mission è realmente esistita!
Questa vicenda avrà anche una breve appendice alternativa ne “La febbre del ragno rosso”, dove un’esplosione, opera di un sabotatore, distruggerà l’intera colonia di Mission e sprigionerà un virus psichedelico che si diffonderà in tutto il mondo. I malati, in preda alle allucinazioni, crederanno di poter compiere miracoli, poi moriranno fra atroci sofferenze. Il virus e le sue varianti decimeranno buona parte dell’umanità e porteranno all’estinzione di tutti gli animali.

La tristezza del capitano Mission per la morte dei lemuri, dolci creature telepatiche capaci di affezionarsi all’uomo e di instaurare con lui un forte legame empatico, fa comprendere l’amore di Burroughs per alcune specie di animali, fra cui i lemuri e i gatti. A questi ultimi (“animali magici e misteriosi ai quali si sente affine”) dedicherà il racconto autobiografico della vecchiaia, “Il gatto in noi”, in cui emerge il suo profondo desiderio di proteggerli.

Dopo una storia di pirati omosessuali, di guerre batteriologiche, di spionaggio e di mutazioni che abbracciano millenni, Burroughs scrive “Strade morte”, un romanzo che mischia western e fantascienza. Il protagonista è un giovane cowboy che ha paura dei cavalli, valente pistolero appassionato di parapsicologia. Questo ci fa subito capire quanto sia atipico lo scenario western del romanzo.
La banda di fuorilrgge capeggiata dal protagonista è un’altra variante dei ragazzi selvaggi: “una comunità di pistoleri che associa chiunque si senta estraneo al mondo che lo circonda”, vagabondi fuorilegge, ma con un forte codice morale, che in America venivano chiamati “i johnson”.
Con loro il giovane cowboy riesce a fondare una società segreta che ha lo scopo di scardinare il sistema monopolistico su cui si basa l’economia occidentale (“il sovrasviluppo industriale basato sulla quantità e non sulla qualità”). Inoltre studia i testi esoterici dell’Antico Egitto per minare un altro monopolio: il monopolio di Dio e dell’aldilà monoteista.

Spostandosi in vari luoghi ed epoche storiche (come avveniva in “Città della Notte Rossa”), arriverà nel medioevo, al tempo di Hassan i Sabbah, l’arabo pazzo che addestrava i suoi silenziosi assassini “a vivere in condizioni spaziali, cioè senza un corpo fisico”.
In un futuro vicino al nostro, scopre che il linguaggio è un virus sviluppatosi nella laringe di un’antica popolazione di scimmie che vivono in una valle sconosciuta e pressoché inaccessibile, fra due montagne.
Il romanzo si conclude catapultandoci nel periodo storco dove tutto aveva preso inizio e con la classica resa dei conti finale stile western: un duello fra pistoleri, il cui esito però non è così scontato.

William Burroughs visto dal Professor Bad Trip
William Burroughs visto dal Professor Bad Trip

Anche qui Burroughs immagina di sovvertire il controllo e tutte le sue forme di monopolio e di dipendenza. Vede “la letteratura come missione di resitenza” e mette in atto ogni forma di guerriglia contro il virus del linguaggio. Sogna il ritorno a uno stato pre-vocale dell’esistenza. Oppure un’evoluzione a-corporea dell’umanità: una vita lontana dalla Terra, nello spazio siderale con le sue infinite distese silenziose o nei territori dell’aldilà egizio. Queste tematiche sono presenti in tutte le sue opere, come variazioni jazz dalle improvvise esplosioni lisergiche. I suoi personaggi si rincorrono di romanzo in romanzo, muoiono e riappaiono, cambiano identità (talvolta all’interno dello stesso romanzo), influenzano il corso del tempo: una girandola di pirati e pistoleri, di agenti segreti e di ragazzi selvaggi, di mutanti  e telepati, in un modo infettato da virus mortali e da velenosissimi centopiedi alieni.

Terre Occidentali”, con cui Burroughs conclude la “Trilogia delle città”, è la summa di tutta la sua poetica e riprende molti dei suoi personaggi, attingendo dal “Pasto nudo” fino a “Strade morte”.

Abbandonato il pantheon dei Maya, “troppo legato al sistema burocratico e ‘fittizio’ del calendario”, si dedica ai testi religiosi degli Antichi Egizi che, attraverso la pratica della mummificazione, sono stati “i primi a manifestare in maniera tangibile e non ‘fittizia’ il controllo della resurrezione”. Tuttavia, il monopolio delle mummie impedisce l’accesso alle Terre Occidentali, una sorta di paradiso reale, raggiungibile da chi è pronto ad attraversare l’ignoto, affrontare un’evoluzione biologica drastica e irreversibile, passare dalla parola al silenzio telepatico. Nell’antico Egitto soltanto le famiglie facoltose potevano permetterselo. O forse neanche loro, ossessionate com’erano dal bisogno di preservare il proprio corpo fisico invece di cercare una nuova forma adatta alla vita nello spazio.
Attraversando tempi e luoghi diversi e seguendo percorsi intricati e pericolosi, i protagonisti del romanzo ritroveranno l’antica via degli Egizi che porta all’aldilà e, nel finale, s’incontreranno al confine fra la Terra dei Morti e le Terre Occidentali. Forse nessuno di loro riuscirà ad attraversare il fiume di escrementi (non solo metaforico) che li separa dal paradiso.

Burroughs è arrivato alla fine delle parole “che per uno scrittore vuol dire non riuscire più a vivere”.

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