“Below the cover of clouds” è il terzo album della band bresciana EchO e rappresenta una sorta di svolta, un giro di vite nel loro sound ma attenzione, non si tratta di una rottura con il passato anzi, “ è una tappa nel nostro percorso artistico” come affermano loro, per me è un punto d’incontro tra quello che è l’universo Doom metal ed il resto del mondo. Uno spiraglio attraverso il quale si può entrare in contatto con un mondo apparentemente ermetico ed esclusivista. Questo disco ha molte aderenze con sonorità più classiche, più vicine agli stili ai quali le nostre orecchie sono abituate restando  contemporaneamente  in contatto con l’atmosferic doom , genere al quale gli  EchO  si sentono fieramente di appartenere.

Ho la fortuna di poterne parlarne di persona con alcuni componenti della band davanti ad un paio di birre tedesche: con me ci sono Simone (chitarra) e Fabio (voce), in seguito si aggiungerà anche Paolo (batteria)… con loro ho il piacere di intraprendere una rilassata e cordiale conversazione che tocca molti campi del panorama musicale sgranocchiando, di tanto in tanto, le patatine fritte più salate della storia.

Parliamo subito di come sia difficile fare musica nel nostro paese dove i locali che propongono musica di genere sono pochi, di come il pubblico nostrano si piuttosto tiepido e poco incline a percorrere distanze per scoprire nuova musica, nulla di nuovo, purtroppo. Simone  dice che gli EchO vanno forte nell’est Europa aggiungendo che a breve partiranno per partecipare ad un festival Doom che si terrà a Kiev il prossimo weekend (DOOM OVER KIEV). A dire il vero, gli Echo, sono partiti subito forte riuscendo a calcare le scene internazionali già dal loro primo album (Devoid of Illusion, 2011) acquisendo da subito una certa notorietà tra gli amanti del genere riuscendo a partecipare ad eventi importanti e procurandosi molte date. Il fatto che “all’estero è tutta un’altra cosa” è ribadito anche da Fabio che ci tiene a precisare che :” in alcune realtà del nord/est Europa si arrotonda parecchio già solo con la vendita del merchandising”, rimarcando  come sia veramente difficile sopravvivere nel nostro contesto.  In quel frangente noto che la faccenda del merchandising è roba seria: tutti e tre vestono con capi brandizzati da altre band, come senso di reciproco e mutuo autosostentamento e, soprattutto, come segno di appartenenza ad una subcultura, non diffusa forse, ma estremamente fiera e coriacea. Azzardo una provocazione dicendo che probabilmente nessuno ha gli stessi capi dell’altro nel proprio guardaroba, loro confermano sorridendo, salvo un caso (una t-shirt comprata allo stesso evento).

Mentre le birre scendono e le patatine salano il palato, il tempo passa e arriva il fatidico  momento in cui si parla del disco.

EchO

Fabio (voce) mette le mani avanti dicendo che i testi sono molto dipesi da lui e dalle sue esperienze e che il gruppo è stato molto collaborativo nel lasciarli campo libero. Accenno un commento sulla voce definendola “sorprendente” ma ora posso anche aggiungere talentuosa, calda e graffiante, trasmette emozioni in ogni pezzo. Fieramente, Fabio sottolinea che ha studiato canto per anni e i frutti di tanto studio sono arrivati. All’interno del disco la tecnica  growl  è alternata al canto classico, in entrambi i casi è ben bilanciato ed armonico e regala melodie facilmente orecchiabili.

Simone e Paolo tengono a chiarire che il contributo di Fabio è stato determinante nella stesura dei testi ed è estato una sorta di “atto dovuto” perché l’arrivo di Fabio nel gruppo è avvenuto in modo rapido durante la pre produzione dell’album precedente (“Head First In The Shadow” 2016) e che per motivi pratici non ci fosse stato modo per portare qualcosa di suo all’interno del disco (Fabio stesso mi dice: “ho praticamente fatto del karaoke”). Per bilanciare e dimostrare fiducia il lui gli EchO hanno volutamente lasciato molto spazio alle esperienze vissute dal cantante, lavorando ognuno sul ruolo, trovando così un novo equilibrio. Senza entrare nei tecnicismi, accenno al fatto che questo lavoro li porta ad abbracciare sonorità più classic rock percepibile in molti fattori, uno su tutti, la centralità del ruolo delle chitarre, arrivo pure ad azzardare l’uso della parola “STONER”.  Simone ammette con orgoglio che il suo background è stoner e si stupirebbe se questa cosa non trapelasse nel suo modo di suonare.

“Ma allora ammettete la deriva STONER nel vostro disco?” Con questa domanda forse ho esagerato nel tentativo di forzare la risposta ma anche Paolo, il membro più anziano dei tre, dice che è solo una tappa nel percorso che il gruppo sta compiendo senza sentirsi vincolati da schemi, senza progetti a lungo termine, “ci andava di fare così ed è venuto spontaneo farlo”, ammette Fabio aiutato da Simone che ricorda che il disco è stato sviluppato partendo dal ruolo delle chitarre.

Mi aspettavo un ruolo un po’più importante per elettronica nell’ “atmosferic Doom” Ma il suono nel complesso, risulta comunque morbido, tondo e tra le tracce spicca “BLIND SNOW” che ho definito in modo audace il “singolo” perché è finita, completa, il pezzo che meglio riesce a descrivere il carattere del disco in qualche minuto, racchiudendo tutte le peculiarità che caratterizzano il suono “EchO”…tondo, appunto. Con non troppa sorpresa i ragazzi sono concordi dicendo che sì è forse il pezzo che sta in piedi meglio, ma tengono a sottolineare che tutti i pezzi sono “finiti” perché il tempo dei concept album è concluso, quindi ogni traccia è un racconto a se. Lapidari.

Il disco si apre con “(Y)OUR WARMATH” un viaggio di altre 11 minuti del modo Doom (sì, UNDICI minuti!) e qui pongo l’unica domanda che merita d’essere riportata virgolettata:
“Non credete che, al giorno d’oggi, con i ritmi frenetici che siamo costretti ad avere, fare un brano di oltre 11 minuti non sia forse un po’ troppo? …poi, metterlo come prima traccia in un disco, quale messaggio volete dare?”  
E’ Simone ad illuminarmi esponendo un concetto che ho del tutto sottovalutato:” la nostra è una musica di nicchia e chi ascolta questo tipo di musica lo fa per coccolarsi, come se si prendesse del tempo da dedicare a se stesso, come una boccata d’aria. Poi, è abbastanza comune trovare brani che superano i 10 minuti nel nostro genere”.
Il concetto è chiaro: alimenta il tuo ego ed in quest’ottica il senso del tempo viene meno diventando soggettivo. Inquadrando il disco sotto questa chiave di lettura tutto sembra più chiaro, fino all’ascolto di “MY BURDEN”, tassello che fatico ad incastrare nel mosaico Echo per questo, chiedo a loro: “Cos’è MY BURDEN” ?

I ragazzi sorridono e accennano a esprimere un concetto che dapprima appare confuso   ma poi le parole di Fabio, che ne è l’autore, trovano senso districandosi dal groviglio semantico arrivando alla conclusione che il brano parla di dolore, non di sconfitta, solo dolore e lo fa con sonorità no propriamente Doom o Heavy, come abbiamo detto in precedenza, gli Echo non hanno schemi precisi.

Proseguiamo conversando in quello che a tutti gli effetti si è rivelato un piacevole incontro, chiedo di “CULMINE”. Un titolo in italiano (l’unico del disco) per un pezzo strumentale… aiutatemi a capire…  Qui è Paolo (batteria) che entra in scena dicendomi che è il risultato di un lavoro partito da un giro di batteria di un pezzo vecchissimo, uno dei primi, poi lascito in disparte ma oggi invece è pronto e maturo. Già, maturo, non uso questa parola con troppa disinvoltura perché potrebbe essere percepita come il sinonimo edulcorato dell’espressione “cambiato in meglio”, ma non intendo dire questo… “CULMINE” è un passo a due tra batteria e chitarra, dove la seconda si sostituisce al basso nel suo ruolo naturale di collante tra la sezione rimica e le chitarre..

La performance live degli EchO al Doom over Kyiv 2019
La performance live degli EchO al Doom over Kyiv 2019

Arriva “AWEKEING” che nelle ultime due righe, dopo tutto un disco passato ad esprimere il concetto di rabbia, frustrazione e angoscia in termini pessimistici, troviamo l’espressione:

“Trust me, just one last time.
Fate will be our own reward.”
Ma come? Parliamo di speranza e di fiducia…

Se fosse una serie televisiva, questo sarebbe l’ultimo minuto di una stagione e lascerebbe lo spettatore con un cliffhanger pazzesco…come inizierà il prossimo episodio, o in questo caso, il prossimo disco?

Gli EchO restano vaghi, anche se è chiaro che questa frase nell’ultimo pezzo non è messa a caso, ma loro non hanno schemi…

Finisco l’ultimo goccio di birra ormai caldo mentre i ragazzi sono già al terzo giro. Saluto e torno a casa a provare a scrivere qualcosa e mentre guido verso casa penso piacevolmente agli EchO e alla bella chiacchierata e al fatto che ho  ancora sete. Maledette patatine salate.

“Below the cover of cloud”
EchO
13/09/2019 – Brescia
BadMoodMan Music.

DISCOGRAFIA

Devoid of Illusion (BadMoodMan Music, 2011)

Head First into Shadow (BadMoodMan Music, 2016)

 

Qui sotto il video della loro performance live al festival DOOM OVER KYIV 2019.