MONDO TECHNO – Andrea Benedetti

Se c’è un genere musicale trascurato dalla critica e dagli studiosi italiani di musica questo è la techno. Credo che tutti coloro che denigrano questa musica non ne conoscano la vera natura e le origini. Le ragioni sono molteplici: svalutazione del ballo come pratica superficiale, dell’elettronica in quanto non-musica, della pratica del DJ che (apparentemente) creò la crisi della musica dal vivo nei locali, difficoltà a capire la fondamentale importanza della ripetizione, l’identificazione del genere con i prodotti più commerciali a scapito della grande parte sperimentale underground, le critiche sul fenomeno rave. Questo intrecciarsi di pregiudizi tra le altre conseguenze ha fatto sì che, a parte pochissimi spazi sui giornali e riviste, siano stati solo tre i libri pubblicati su questo genere e tutti in anni recenti (dal 2006 al 2011).

Andrea Benedetti

Andrea Benedetti

Io che ho sempre provato attrazione per questo genere, sono stato molto contento di ricevere dalla sempre attiva Stampa Alternativa la nuova edizione del primo di questi libri: “Mondo techno” di Andrea Benedetti! In due parole: libro consigliatissimo! È stato davvero molto bello ricordare certi musicisti e dischi e scoprire finalmente certi nomi fondamentali dietro musiche spesso famose ma nello stesso tempo sconosciute.

Ma questa volta, oltre a quel libro così ben scritto, col cuore e con il cervello, c’è una sorpresa. Oltre ad una preziosa e suggestiva postfazione di Claudia Attimonelli (che ha scritto il secondo libro italiano sulla techno, di cui attendo la nuova edizione, prevista per fine estate) questo libro ha visto la collaborazione dell’autore del terzo libro italiano sulla techno! Sto parlando di Christian Zingales, che conoscerete come fondamentale collaboratore di Blow Up e autore di numerosi e personalissimi libri, tra i critici più dotati, un vero e proprio scrittore, uno dei giornalisti rock dalla lingua più selvaggiamente creativa che siano mai apparsi in Italia. Zingales ha preso il testo e lo ha REMIXATO! Attraverso un editing a tratti leggero e a tratti pesante ha sostanzialmente ridato una nuova patina al libro creando un prodotto editoriale senza precedenti.

 

Ritengo questo libro importantissimo sia per chi già ama questa musica ma soprattutto, direi, per chi non la ama ma magari ha quel tanto di apertura mentale necessaria alla scoperta di un universo enorme eppure sommerso.
E quindi ho voluto assolutamente contattare l’autore per fare un po’ di chiacchere su molte cose.

Andrea Benedetti (anche conosciuto come Sprawl) è DJ, produttore, distributore e collezionista di dischi. È una figura fondamentale nella scena techno romana.
Con le sue etichette Sounds Never Seen, Plasmek ha pubblicato dischi di numerosi artisti: Lory D, Jollymusic, Mat 101, Raiders of the Lost Arp e altri. Grazie alla sua enorme cultura sul groove nella musica moderna è la voce dalla quale possiamo ascoltare la grande storia di un genere davvero unico.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

Ciao Andrea e grazie per avermi concesso quest’intervista! Mi fa molto piacere parlare con te perché il tuo libro, senza girci tanto intorno, è davvero molto bello e consigliatissimo a chi si interessa di elettronica, entusiasmante nel comunicare l’importanza e la potenza della techno degli anni 1985-1995 e preziosissimo con le sue playlist di 12” di Detroit e Roma e i 50 dischi essenziali, cose che non si trovano da nessuna parte in rete (i libri devono essere così, oggi!). Meritava davvero di ritornare in libreria (a dodici anni dalla prima edizione) perché c’è ancora molto bisogno di trattare in maniera seria e competente questa musica che forse, come ha detto qualcuno, è la rivoluzione musicale più significativa avvenuta dopo il Punk.

Mi interessano molto i temi che il tuo libro solleva. In primo luogo quello della storica avversione italiana nei confronti della musica elettronica. Potrebbe essere la solita vecchia storia dell’antiscientismo italiano? Della subordinazione della cultura scientifica a quella umanistica? Andando più nello specifico penso che solo in Italia ci siano persone che denigrano questa musica negando a coloro che la creano e suonano addirittura lo status di “musicisti”. Che ne pensi?

Il tuo è un discorso molto complesso e non so se ho la competenza per farlo bene come meriterebbe. Posso dirti che quando ero adolescente ed ho ricevuto input esterni, dai libri, ai fumetti, alla musica, ho cercato sempre di scegliere ciò che mi piaceva aldilà di ciò che mi circondava che non era certo il massimo in termini di offerta. E l’ho fatto girando continuamente, sia che fosse la manopola della mia radio per cercare le trasmissioni giuste che le edicole, le librerie o i negozi di dischi della mia città. Alla fine, con difficoltà ho trovato qualcosa e quel qualcosa mi ha portato avanti nella mia ricerca, facendomi trovare altre cose come in un puzzle infinito ancora da completare. Quella che ho sempre riscontrato in questa ricerca, soprattutto agli inizi degli anni ‘80, è stata una grande diffidenza per l’elettronica e per ciò che sapeva di nuovo e quindi di futuro. Credo che il nodo, per come la vedo io, sia nella ritrosia di chi aveva abbracciato la cultura di rivolta giovanile anni ’70 che tante cose importanti aveva apportato nella società italiana, nell’accettare queste nuove proposte che spesso non venivano neanche analizzate, ma semplicemente rifiutate a priori perché magari viste come effetto di un cambiamento pericoloso, consumista e disumanizzante. Penso alla musica da ballo di cui veniva solo evidenziato l’aspetto edonista invece di quello del riscatto sociale. Si parlava solo di Studio 54 e dei suoi VIP e mai del Loft di Mancuso o del Gallery di Nicky Siano. Nessun giornalista si prese la briga di fare le stesse ricerche fatte per altri generi musicali. Magari se qualcuno lo avesse fatto si sarebbe parlato della storia del clubbing mettendo in risalto ad esempio la rivalsa di tante persone ghettizzate dalla società americana, dai neri, agli ispanici, agli italiani, ai gay o magari la si sarebbe potuta analizzare musicalmente e invece poco o niente o perlomeno nulla che arrivasse a tutti come avveniva per altri generi musicali su tante riviste specializzate. Lo stesso avveniva con molta fantascienza ed i fumetti tralasciando le importanti idee rivoluzionarie che questi generi e medium portavano, dalla lotta alla discriminazione ad una visione realista sul futuro. Lo stesso è poi avvenuto con la techno e l’house, ridotti a meri generi dance, se non ad upgrade edonista della visione Studio 54 di cui sopra. Per cui direi non solo avversione della musica elettronica, se non quella colta, ma anche e soprattutto del ballo e implicitamente della liberazione del corpo a scapito di una visione puramente intellettuale dell’essere umano, quando le due cose a mio parere devono convivere.

Non a caso citi la fantascienza e i fumetti, tra i miei interessi da sempre…tra le connessioni tra la techno e la SF ci sono molte tematiche dei pionieri del genere, il rapporto uomo macchina, un’utopia liberatrice attraverso la tecnologia ma anche un legame visivo, le straordinarie copertine di Abdul Qadim Haqq che possiamo vedere qui sotto.

 Dentro la grande e ormai lunga storia della musica elettronica un grande capitolo lo occupa la musica techno. Sono davvero emozionanti i tentativi, alcuni dei quali citati nel libro, di definire questo genere musicale. Una delle più efficaci è forse «La techno è George Clinton e i Kraftwerk chiusi insieme in ascensore» del grande Derrick May, che del resto è anche autore di un pezzo il cui titolo si presta bene per chiudere subito il discorso: “It is what it is (Rhythm is rhythm)“. Io non credo alle definizioni assolute, come fossero teoremi, ma credo che riflettere sulla natura di una musica sia utile per apprezzarla ancora di più. Tu hai cercato una definizione?

  Anni fa facevo un programma a Radio Città Futura e mi piaceva dare questa definizione “La zona grigia fra dance e sperimentazione”. Ecco credo che si possano far convivere queste due esigenze e cioè ballare e quindi liberare il corpo e sperimentare. Il ballo è risposta istintuale al groove, al beat. Se ci affianchiamo delle variazioni dagli schemi conosciuti aggiungiamo una parte di riflessione durante il ballo che fa comunicare i nostri due emisferi cerebrali, rendendo completa l’esperienza del ballo o dell’ascolto della musica. Questa è per me la chiave di interpretazione migliore del termine techno.

 Quanto è presente la cultura nera nella techno? In che modo è possibile declinare questo genere al di fuori di quella cultura?

 La musica nera è parte della cultura di Detroit dove è nata la Techno: il soul della Motown e il funk dei Funkadelic erano la colonna sonora di questa città negli anni ’60 e ‘70. La Techno è il risultato del clash culturale fra quella cultura musicale e l’incontro con la musica che faceva parte della cultura musicale bianca come la new wave e l’italo disco con in sottofondo la disfatta industriale dell’industria automobilistica che era la colonna portante economica della città. Questa situazione economica ha creato un degrado sociale e urbano che per fortuna, grazie ad alcuni ispirati musicisti e dj, invece di generare pura ribellione ha creato una musica fisica, non escapista, ma propositiva che rappresentava il futuro ideale che la realtà non poteva offrire. Per cui le due istanze per me sono una parte dell’altra seppure apparentemente non udibili. Senza una non sarebbe avvenuta l’altra. Tutto questo in Europa è avvenuto molto meno proprio perché non avevamo quel background musicale funk e soul così insito nei nostri geni, anche se ci sono stati artisti europei che lo hanno compreso.

Il tuo libro è sostanzialmente diviso in due: U.S.A. (con Detroit a farla da padrona) e Italia (e qui è Roma a dominare). Cosa distingue l’Italia dagli U.S.A.? Esiste un mood italiano, una via italiana all’elettronica e alla techno che sia possibile identificare?

 Per tutto quello che ho detto prima l’Italia si distingue dagli USA per la sua storia musicale pregressa. Noi non abbiamo mai avuto una profonda cultura soul, funk o elettronica. Chi ha fatto queste scelte in Italia lo ha fatto prendendo dall’esterno per cui il nostro mood è meticciato al massimo e piuttosto derivativo, ma per questo molto originale. E infatti gli esempi di musica elettronica e techno italiana hanno una loro, magari piccola, ma importante parte della scena mondiale, dalla funk wave dei Gaznevada o i N.O.I.A. alla proto house e proto techno di Alexander Robotnick o la new wave dei Pankow per poi arrivare alla scena techno romana, da Lory D a Leo Anibaldi o dai D’Arcangelo a Marco Passarani.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

 Techno è musica da ballare. Nessuno sarebbe così pazzo da negarlo. Però a me è sempre sembrato che nei migliori esempi fosse anche una musica da ascolto, magari per orecchie un po’ anomale come le mie, ma ho spesso percepito in alcuni musicisti una forte tendenza alla sperimentazione che non può essere fruita in un club o una discoteca.

 Sono assolutamente d’accordo. Tutta la scena più melodica della techno, dalle prime produzioni di Carl Craig e Derrick May per poi passare alle controparti europee come B12, Kirk Degiorgio, Black Dog, Terrace e la successiva scena cosiddetta IDM come Aphex Twin, Autechre, Plaid, Boards of Canada ed altri come i nostri D’Arcangelo e Passarani, sono esempi di un approccio più musicale alla composizione sia ritmica che melodica. Si tratta di artisti che partiti dalla techno come incontro fra groove e sperimentazione hanno poi sviluppato un genere che può dirsi a sé stante e che ancora non ha una sua esatta collocazione musicale, ma che ha ispirato sia a livello melodico che ritmico, magari involontariamente, molti altri artisti come Moderat/Apparat, Nicholas Jaar o James Blake.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

 Brescia, la mia città, è molto conosciuta per le discoteche pionieristiche del lago di Garda e per alcune etichette discografiche storiche come la Media Records. Per quello che è la mia esperienza però, dal punto di vista della qualità musicale e soprattutto della ricerca non mi sembra ci siano state le eccellenze di Roma e Napoli. Insomma, un Lory D a Brescia non c’era… Dato che sei romano e sei stato protagonista di quella scena non so quanto puoi essere obiettivo ma vorrei una tua opinione.

 Io ho sempre avuto grossi problemi con la scena dance italiana e con etichette tipo la Media perché fondamentalmente non ho mai visto in questi progetti grande sincerità musicale che per me è fondamentale. Cioè puoi anche fare la musica più diversa da quella che mi piace, ma se dietro c’è una vera passione, alla fine ti rispetto. Ognuno fa il suo. Punto. Invece la scena dance italiana ha sempre avuto questa dinamica derivativa e opportunista nell’usare generi pre-esistenti, dal funk alla disco negli anni ‘70/’80 per poi passare agli anni ’90 ad house e techno. Se ciò è anche normale non avendo avuto noi una grande scena elettronica e funk come ho detto prima, la cosa che ho sempre trovato limitante è stata quella di usare questi generi solo per cavalcare l’onda e invece non come punto di partenza per andare oltre e in questo credo che la scena romana sia stata un ottimo esempio.

 Oggi, a più di trentanni dall’avvento della techno questa musica forse non è più territorio di sperimentazioni e di sogni di un futuro sconosciuto. Parallelamente a questo alcuni grandi DJ come Derrick May o Carl Craig suonano insieme ad orchestre in teatri prestigiosi o si dedicano a rielaborare brani di musica classica con la Deutsche Grammophon. Questo fenomeno è una sorta di musealizzazione della techno, musica che, come è accaduto al rock, ad esempio, inevitabilmente ha perso la sua forza deflagrante. Sembra proprio che ci sia stata una parabola che ha avuto il suo culmine nel decennio 1985-1995 e poi ha incontrato una crisi. O forse è solo il tempo che è passato a farci vedere le cose in questo modo? Insomma, c’è qualche musicista o disco che ritieni necessario anche oltre quel decennio?

 Questo è un discorso molto complesso perché la natura insita della musica elettronica dovrebbe essere quello dell’evoluzione in funzione anche degli strumenti a disposizione, mentre invece oggi assistiamo ad una sempre maggiore carenza di idee rispetto invece alla grande quantità di software e strumenti a disposizione rispetto a trent’anni fa. Credo che ci siano due elementi da sottolineare. Il primo è che il musicista elettronico ha ancora un complesso di inferiorità nei confronti della musica suonata, sia classica o pop, che lo porta poi a fare scelte tipo quelle di cui parlavi te che, se potevano essere interessanti se realizzate come esperimento (penso al primissimo live con orchestra di Mills oppure al progetto di Craig con Deutsche Grammophon che citavi), in alcuni casi si sono rivelati repliche di progetti simili avvenuti negli anni ’80 con il rock e l’orchestra, alcuni veramente kitsch. Poi alcune cose possono avere senso ovviamente. Tipo ‘Strings of life’ può risultare una bella sfida a livello musicale con un’orchestra, ma certi brani di Mills molto meno ad esempio. Insomma va bene come esperimento se ha un senso, ma non come ideale punto di arrivo di una carriera o come sottomissione alla musica delle sette note perché io non vedo questa dicotomia, ma semmai un viaggiare in parallelo.

Il secondo punto è che per me non si è storicizzato a sufficienza, invece, quello che sarebbe stato utile storicizzare e cioè la storia della genesi della techno, le sue radici nere, il rapporto con alcuni specifici strumenti, le modalità di registrazione e composizione così diverse dalla musica suonata, insomma cose che ad esempio sono state fatte per altre musiche popolari come il rock. Alcuni mi hanno detto che, ad esempio, la storicizzazione del punk lo ha sostanzialmente ucciso, ma è anche vero che la storia e l’ideologia del punk è più o meno chiara a tutti, mentre la techno resta per molti ancora un contenitore indefinito in cui stanno tanto Carl Cox che Underground Resistance o i Chemical Brothers e Robert Hood. E se sembra esagerato, perché magari la vediamo da un punto di vista ristretto legato alle nostre amicizie o alla nostra bolla su Facebook, in realtà se si esce fuori da quei confini, e mi è capitato tante volte durante le presentazioni del libro sia nella prima edizione che in questa, ci si rende conto che c’è ancora molta ignoranza, nel senso proprio del non sapere. Parlo ovviamente dell’Italia e, anche se rispetto a tanti anni fa il numero dei giornalisti che hanno le giuste info basilari è molto cresciuto, secondo me c’è ancora molto da fare.

Riguardo i musicisti o produttori dj da considerare o perlomeno da seguire ce ne sono tanti: Mark Flash, Nomadico, Shawn Rudiman, Michael Dehnert, Dave Tarrida, Gary Martin, per dire i primi che mi vengono in mente, ma bisogna cercare molto e spulciare su Bandcamp, Soundcloud e i vari negozi, fisici ed online.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

 Un elemento molto interessante e pochissimo studiato della musica techno è la fortissima aspirazione utopica di molti dei musicisti e quindi dei pezzi, spesso intrecciata con la letteratura di fantascienza. Quali sono gli elementi più evidenti di questa influenza?

È vero ed è una cosa poco sottolineata. Tantissimi artisti e dj che ho conosciuto amavano la fantascienza sia a livello di romanzi che di fumetti o graphic novel. Magari è più evidente a livello grafico con riferimenti a mondi futuri, robot e altro come il lavoro fatto da Abdul Haqq, ma c’è sicuramente un riferimento anche teorico. Sicuramente il concetto di utopia in generale è stato molto evidente agli inizi per poi lasciare spazio alla distopia. Siamo passati da Asimov a Dick in sostanza e credo che invece dovremmo recuperare più autori alla Le Guin. Il nichilismo è ormai mainstream per cui la vera sfida è essere propositivi e utopisti senza essere necessariamente moralisti, religiosi o conformisti.

In questo libro sei riuscito ad unire tutte le tre persone che si sono occupate seriamente di techno con un libro: Claudia Attimonelli (il cui saggio techno: Ritmi Afrofuturisti tornerà a breve in libreria per Meltemi) e Christian Zingales che è autore di una sorta di remix editoriale del tuo libro!

Sì! Questa è una delle più grandi soddisfazioni di questa nuova edizione del libro ed è ampiamente condivisa anche dagli altri due autori.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

 Come sempre quando intervisto qualcuno su un argomento specifico mi piace concludere uscendo dall’argomento. Quali sono i tuoi musicisti preferiti al di fuori della techno? E al di fuori della musica elettronica?

Io amo tanto il funk che la musica più intimista come l’ambient. Per me la musica è lo specchio delle mie emozioni per cui sarebbe ridicolo ridurla a due o tre stili o autori visto che noi viviamo tantissime differente emozioni ogni giorno. D’altra parte è difficile trovare un artista che mi piaccia sempre al 100% per cui sento tantissime cose. Magari di un’artista mi piace solo una traccia. Ad esempio c’è un produttore di Los Angeles che si chiama Gunjack che fa sia hip hop che della strana techno da cui ogni tanto pesco pezzi bellissimi. Poi ho trovato alcune belle cose funk nuove su tre etichette, la Neon Finger di Madrid, la MoFunk di Los Angeles e la R2 di Londra. Invece a livello ambient la mia preferita resta la romana Glacial Movement che ha fatto uscire uno dei dischi ambient più belli del 2017 ovvero “Epilogues for the end of the sky” di BVDUB e con cui uscirò entro il 2018 con un album ambient a nome Frame, un progetto multimediale che avevo con Eugenio Vatta, mio grande amico e grandissimo musicista.

E per uscire ancora di più dall’argomento e per approfondire i tuoi gusti e tensioni ecco la domanda fatidica quali sono i tuoi libri, film e fumetti preferiti? Sono molto curioso…

 Non è facile fare una lista esaustiva perché si lascia sempre fuori qualcosa come un dj set da un’ora. Ci provo. Quando ero più piccolo sono cresciuto con alcune serie TV come “Il prigioniero” con Patrick McGoohan, “Zaffiro e Acciaio” con David McCallum e Joanna Lumley e “Ai confini della realtà” oppure film come “Rollerball” di Norman Jewison, “Blade Runner” di Ridley Scott, “L’australiano” di Jerzy Skolimowsky, “Quinto Poteredi Sidney Lumet e ovviamente “2001” di Stanley Kubrick. Recentemente ho amato molto “Westworld” (ero innamorato anche del primo film di Crichton), “Annhilation”, “Black Mirror” e anche alcuni episodi di “Electric Dreams”. Per quanto riguarda i libri quelli che mi hanno colpito da ragazzo sono stati “La nausea” di Sartre, “Blade Runner storia di un mito” di Sammon  e “Ubik” di Philip Dick. Ultimamente sto leggendo alcuni libri dell’economista Ernesto Rossi, Mark Fisher, l’autobiografia di Marco Pannella, Susan Sontag e “Post Punk” di Reynolds. A livello di fumetti la situazione è complessa perché sono troppi. Il mio mito da ragazzo era Jack Kirby e la saga della bomba della follia e delle battaglie del Bicentenario per Capitan America mi colpirono tantissimo come anche il lavoro di Jim Steranko su Nick Fury e Capitan America o Neal Adams sugli X-Men. John Buscema è stato un riferimento per anni e il suo lavoro per Silver Surfer resta una delle vette inarrivabili del disegno popolare. Poi ho amato tutta la ventata innovativa degli autori inglesi da Alan Moore a Grant Morrison o Peter Milligan come anche autori iconoclasti come Warren Ellis (“Trasmetropolitan” oppure “Trees”) o Garth Ennis (“Preacher”). Ultimamente ho amato molto “All Star Superman” di Morrison e Quitely che per me è il disegnatore più iconico di questo millennio, ma anche autori come Rick Remender, Jonathan Hickman e Jeff Lemire e disegnatori come Nick Dragotta, John Cassaday, David Aja, Stuart Immonen, Dustin Nguyen, Goran Parlov, Mike Allred e il nostro Lorenzo LRNZ Ceccotti.

Beh, trovare tanti nomi presenti anche nel mio sancta-sanctorum personale è davvero un piacere…

Un’ultimissima domanda, quella definitiva che forse è banale ma è sempre da fare: qual è il futuro della techno? Ci sarà mai la possibilità di reincontrare una musica così sperimentale e popolare insieme? Questa musica che era il futuro forse oggi non può rinascere proprio perché è lo stesso futuro, inteso come tensione e speranza, ad essere scomparso dal nostro orizzonte?

Negli anni ’90 il futuro era in divenire, mentre ora il futuro è il presente ed i cambiamenti sono in tempo reale. È quindi più difficile dare una sensazione di futuro, ma ci sono tanti artisti che continuano a farlo e io ho deciso di dare loro spazio. Da Settembre farò un nuovo programma su U-FM – www.u-fm.it – in cui presenterò ogni settimana un artista e la sua musica. Ci saranno tanti nomi italiani, ma anche stranieri ed alcuni nomi veramente importanti. E ci saranno tante ragazze che stanno facendo un lavoro meraviglioso in questa scena

Grazie di questa bellissima intervista e grazie per tutto quello che hai fatto e stai facendo, con la serietà e la sincerità con cui lo fai!

 

Mondo Techno” di Andrea Benedetti è acquistabile in tutte le librerie e online (anche dal sito della casa editrice).

 

MONDO TECHNO.
Christian Zingales Remix
Andrea Benedetti
Stampa Alternativa – Sconcerto (nuova serie)
2018 – pp. 152 – € 15
ISBN 9788862226219

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Intervista a cura di STEFANO RIZZO

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LIPSTICK TRACES Storia segreta del XX secolo – Greil Marcus

Io amo la critica. La amo perché ce n’è disperato bisogno, soprattutto oggi che sembra scomparsa, almeno nelle forme in cui la conoscevamo. Questo vale per la letteratura, per il cinema ma forse ancor di più per la musica (rock in particolare). Per qualche decennio gli appassionati di musica hanno letto riviste come se fossero state bibbie, per trovare consigli, notizie, recensioni, discussioni, storie. E alcune riviste hanno creato vere e proprie tifoserie (in Italia eri del Mucchio o contro il Mucchio.

The Slits

The Slits

Oggi, 28 giugno, ho saputo che il Mucchio termina le sue pubblicazioni). Poi, con l’arrivo del web tutto è imploso. E con l’implosione di tutto, anche le riviste e con loro la critica. Considerando che nei quotidiani si fatica a distinguere una recensione da un comunicato stampa pubblicitario e nel web tutto è frammentato e la diffusione dell’atto critico è dispersa e depotenziata in migliaia di blog e canali youtube, che non esiste selezione, tutto è sullo stesso piano, ecco che forse non è così esagerato affermare che la critica è scomparsa. Scomparsa, però, non morta. Infatti c’è un mezzo attraverso il quale ci sono stati dei significativi passi in avanti nella ricerca ma anche solo nel piacere dell’analisi della musica. Quel mezzo è il vecchio e amato libro! E questo “Lipstick traces” (tracce di rossetto) insieme a “Storia del rock in dieci canzoni” (pubblicato l’anno scorso sempre dal Saggiatore) è uno di quei saggi che riconciliano con la critica e ti fanno smettere di pensare che questa possa essere un’attività secondaria, ridondante. Che basti ascoltare la musica.

Greil Marcus

Greil Marcus

Greil Marcus, nato a San Francisco 1945 è sicuramente uno dei più importanti studiosi del rapporto tra musica e cultura popolare e uno dei più grandi critici rock viventi. Un decano della critica, come si usa dire. Ha lavorato per «Rolling Stone», «New York Times», «Esquire», «Interview», Pitchfork e insegna alla University of California di Berkeley e alla Princeton «University». Ogni suo libro è un viaggio multiforme e prismatico, mille vie in una sola, continuo mutare di prospettiva in una miriade di riferimenti.
Greil Marcus ha uno stile personalissimo e immediatamente riconoscibile, cosa non da poco in un panorama saggistico che spesso è caratterizzato da una forma anonima. Marcus è autore di alcuni libri importantissimi. Il primo, “Mistery train. Visioni d’america nel rock” (1975) è un libro capitale, forse il primo studio che abbia posizionato correttamente e profondamente il rock and roll nella storia della cultura, anche letteraria, americana. È attualmente esaurito e mi auguro che venga riproposto in Italia, possibilmente nell’ultima edizione aggiornata del 2015. Fondamentali anche i suoi libri su Dylan: “Quella strana, vecchia America.” “I Basement Tapes di Bob Dylan”, “Like a rolling stone e Bob Dylan“. Scritti 1968-2010.”

“Lipstick traces” è davvero fedele al suo sottotitolo (Storia segreta del XX secolo). Non credo esistano molti libri che da un singolo evento, l’esordio del gruppo inglese che nel 1976/1977 creò il fenomeno del Punk, siano riusciti a far diradare e diffondere un così fitto intrico di riferimenti, riprese, citazioni, ritorni, influenze (ringraziatemi per il fatto che non ho usato la parola “rizomatico”). La sola bibliografia commentata è di cinquanta pagine! Sarò vecchio ma un saggio si giudica per prima cosa dalla bibliografia!

Gil J Wolman - Untitled, Ca. 1966

Gil J Wolman – Untitled, Ca. 1966

Il libro racconta il XX secolo artistico, sociale e politico attraverso i movimenti d’avanguardia come il Dada, il Lettrismo e l’Internazionale Situazionista e la loro, soprendente, suggestiva ed esaltante influenza sul Punk e la controcultura dei secondi anni settanta. È un libro dalla struttura incredibile, apparentemente senza una logica ferrea, sembra sempre vagare, di breve capitolo in breve capitolo, tra tutte le tentazioni di connessione (davvero stupefacenti) che suggerisce il tema. Un libro sprawling, come è stato definito da qualcuno: tentacolare. Non si può che definire tale un libro che riesce a tenere desta la nostra attenzione per 500 pagine partendo da un singolo evento musicale e culturale: nel novembre 1976 una band rock and roll pubblica il suo singolo di esordio cambiando per sempre la musica pop e la cultura mondiale: il 45 giri era “Anarchy in the U.K.” La band i Sex Pistols.

Se credete assurdo che Guy Debord abbia dialogato con Johnny Rotten senza neanche che quest’ultimo abbia sentito parlare di lui, dovete leggere questo libro.

Non è possibile riassumere l’impervio e vastissimo territorio culturale che Marcus esplora. Sappiate che leggendo questo libro la vostra curiosità aumenterà sia nei confronti del Punk e dei molti gruppi che lo espressero musicalmente, sia nei confronti degli incredibili atti, performances, scritti e opere del Dada, del Situazionismo e del Lettrismo.

Marcus ama trovare eventi isolati, singole canzoni, singoli attimi dentro i quali può ravvisare una rivoluzione o evocare un’intero sistema di valori, un’universo culturale e ne coglie e ne commenta molti. È il suo modus operandi nell’analisi della cultura del rock and roll.

Ne voglio raccontare uno io, di questi eventi. Se c’è nella storia dei Sex Pistols (ma forse di tutta la televisione inglese di quegli anni) una singola azione che può a mio parere rappresentare la loro irruzione nella cultura inglese (e poi mondiale) e che ha da sempre esercitato fascino su di me è l’apparizione a Today, tranquilla trasmissione pre-serale condotta da Bill Grundy. È il 1 dicembre 1976 e alle 18.00 il presentatore conduce in diretta nazionale un’intervista in studio con il gruppo, che ha pubblicato il suo primo singolo il 24 novembre. Al loro posto ci sarebbero dovuti essere i Queen, ma all’ultimo momento hanno dato forfait. Nello studio ci sono alcune altre persone insieme ai Sex Pistols, tra cui Siouxsie Sioux, leader delle Banshees, alla sua prima apparizione TV. In un primo momento il presentatore provoca bonariamente i musicisti ricambiato da alcuni commenti tutto sommato ancora entro i limiti della decenza inglese dell’epoca. Ma l’atmosfera non è tranquilla. Ad una domanda su cosa avevano fatto delle 40.000 sterline del contratto con la EMI Rotten rispose: “We fuckin’ spent it ain’t we?” Bisogna tenere conto che quella parola non era volgare, non era maleducazione. Era un pugno in faccia. Era pura violenza. Dopo “fuckin’” le cose possono solo peggiorare. È Rotten a dire: “shit”. Ma non è finita. Interpellata da Grundy, Siouxsie confessa al presentatore (è ironica?) che ha sempre desiderato conoscerlo e lui ricambia con: “Did you really? Well, meet afterwards, shall we?”. Steve Jones, che ovviamente interpreta la frase come un allusione sessuale, risponde con “Dirty sod!” e “Dirty old man.Grundy è al limite dell’esplosione e, per ridicolizzare Jones esclama: “Say something outrageous!”, ed ecco che Jones lo definice “dirty bastard” e “dirty fucker”. Grundy: “What a clever boy!” e Jones aggiunge “What a fucking rotter!” e tutto viene chiuso, improvvisamente, con la sigla.

Guardate il video, è storia della TV, nonchè del linguaggio londinese…

 

Un ultimo consiglio (mi trattengo, ci sarebbero troppe cose da segnalare, ad esempio: guardate “The filth and the fury” il fondamentale documentario del 2000 sui Pistols di Julien Temple!). Quando tornerete a casa dopo aver preso “Lipstick traces” (o quando vi arriverà per posta, se avete già gettato la spugna), perchè so che lo acquisterete, andate a questo link.

Peter Blegvad -ANATOMY OF A HIT

Peter Blegvad -ANATOMY OF A HIT

Grazie al sempre lodato Ubuweb potrete ascoltare una vera e propria colonna sonora del libro, pubblicata da Rough Trade nel 1993 ma da molti anni irreperibile e non presente in nessun servizio di streaming (su Spotify c’è tutto? Bollocks!). Oltre a molti dei pezzi su cui si sofferma Marcus (Slits, Modern Lovers, Adverts, Gang of four, Mekons ecc.) potrete ascoltare le voci di Guy Debord (dai film “Hurlements en faveur de Sade e “Critique de la séparation), Tristan Tzara, Richard Huelsenbeck. Tra le altre cose c’è una gemma pazzesca: Marie Osmond, bellissima cantante country e presentatrice TV, figura lontana anni luce da una qualunque possibilità di connessione con il Dada, che recita “Karawane”, il celebre folle poema sonoro dalla lingua totalmente inventata scritto dal grande Hugo Ball nel 1919! E qui c’è il video!

 

Ah, scusate! Prima ho accennato a “Storia del rock in dieci canzoni”, sempre di Greil Marcus. Beh, dovete comprare anche quello! Un altro capolavoro di ricostruzioni d’epoca, intrecci di riferimenti e culture che si intrecciano che, attraverso gemme poco conosciute, scelte imprevedibili, pezzi che pochi indicherebbero come fondamentali, riesce nell’intento di rivelare interi mondi. Tutto grazie al genio assolutamente fuori dal comune di uno degli storici americani più coinvolgenti. Non vi dirò mai quali sono i pezzi, però. Andate almeno in una buona libreria a sfogliare questo saggio essenziale. Bisogna far fatica: la critica è faticosa. Si sa, il lavoro in miniera è il più faticoso del mondo.

Long live to punk rock (critic)!

 

https://www.ilsaggiatore.com/libro/lipstick-traces/

LIPSTICK TRACES
Storia segreta del XX secolo
Greil Marcus
Traduzione di Mita Vitti
Il Saggiatore – La Cultura
2018 – pp. 523 – € 32
ISBN 9788842821809

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Articolo di STEFANO RIZZO

COMUNQUE UMANI – Guido Ferraro, Isabella Brugo

Comunque Umani

Non spaventatevi leggendo quella parola (semioantropologia), forse mostruosa come il suo stesso oggetto di indagine! Questo libro non è un saggio illeggibile per i soli addetti ai lavori. È un saggio bene e chiaramente scritto che può essere letto da chiunque abbia una certa curiosità (questa sì, è sempre un requisito necessario) nei confronti dei personaggi e delle figure mostruose del nostro immaginario.

Di cosa si occupa questo libro? Attraverso cinque capitoli dedicati ai diversi ambiti del fantastico cerca di esplorare ed analizzare le numerose modalità attraverso cui la cultura abbia rappresentato il mostruoso, incarnandolo in personaggi estremi che fanno riferimento alle figure archetipiche dell’orco, del vampiro, dell’alieno, del morto che torna in vita. Ed è un viaggio emozionante ed illuminante perché cerca di connettere le numerose epressioni artistiche e folkloriche in un unico discorso, prodotto nei secoli dalla cultura dell’uomo sul mostro. Non è un libro a tesi, benchè ci siano due idee che lo guidano, una a premessa e una a conclusione.

King Kong (1933) di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack

La prima è che, se ci fosse ancora bisogno di ricordarlo, il fantastico (sia cinematografico sia letterario) è un ambito culturale degno di studio e foriero di ricca e riflessione sull’umano e sul reale almeno quanto quello appartenente al “realistico” (ma già distinguere tra realismo e fantastico sembra non solo molto difficile ma fondalmentalmente inutile). E, come corollario, che le produzioni di letteratura (o cinema) popolare sono oggetti che uno studioso di qualunque branca non può ignorare in quanto spesso ancora più utili allo studio di una cultura.

La seconda idea, e la sua evidenza sarà massima dopo aver letto il libro, è che il mostro, che dovrebbe essere radicalmente non-umano, alieno e incomprensibile, è in realtà uno strumento tra i più preziosi per comprendere ciò che siamo e i nostri sistemi culturali, etici, psicologici e sentimentali. A questo proposito mi sento di consigliare agli interessati uno straordinario saggio di antropologia di David Oldman del 1983 (“Making Aliens: Problems of description in Science Fiction and Social Science“) che analizza i vari tentativi della narrativa di fantascienza di creare l’alieno, ovvero un essere non-umano, dis-umano e come questo tentativo abbia, in ultima analisi, sempre incontrato il fallimento in quanto non è possibile per l’uomo uscire dal proprio sistema mentale di comprensione della realtà e di qualunque “essere”, nonchè dalle categorie del linguaggio e della logica.

Ian Miller – Dragons

Il viaggio degli autori parte, giustamente, dalle fiabe classiche. Gli esempi su cui hanno lavorato non sono sempre celebri e ciò è positivo perchè ci fa scoprire veri e propri tesori della nostra tradizione. Ad esempio le “Sessanta novelle popolari montalesi” raccolte da Gherardo Nerucci nel 1880 (attualmente fuori catalogo, ultima edizione Bur, 1998), considerate straordinarie da Italo Calvino ed effettivamente eccezionali anche da un punto di vista letterario, danno modo a Ferraro e Brugo di individuare, attraverso gli intrecci per nulla prevedibili delle favole pistoiesi, gli elementi fondamentali e le dinamiche, i tabù e i valori della nostra cultura. Tra questi anche quelli che, per chi non ha studiato antropologia sembrano secondari: avreste detto che tra il cibo crudo e il cibo cotto passasse una rivoluzione culturale che determina un diverso tipo di essere umano? E che tra l’arrosto e il bollito sta il confine tra l’uomo selvatico e l’uomo civilizzato, come affermava già Marcel Détienne nel 1977 nel suo “Dioniso e la pantera profumata (Laterza)“? Ecco solo uno degli esempi delle piccole e grandi illuminazioni che le analisi di questo libro possono offrire.

Non solo di favole, pur fondative di una cultura, si occupa questo libro. Sono molte le pellicole fondamentali per uno studio del “mostruoso”: “Aliendi Ridley Scott e “Nosferatudi Murnau, ad esempio. Molto interessante e profonda è l’analisi del mitico “King Kong del 1933 di Ernest B. Schoedsack e Merian C. Cooper ed è naturale, essendo in ultima analisi un film che pone il problema fondamentale della modernità, ovvero il modo in cui la nostra cultura può entrare in contatto con un patrimonio di credenze fuori dal tempo, con cui è necessario rapportarsi per poterci comprendere a nostra volta. Se vi interessa King Kong (forse tra i film più ricchi di implicazioni culturali ed antropologiche della storia del cinema) vi consiglio, oltre a questo libro, che vi dedica ben 40 pagine, anche la fondamentale monografia edita nel 2005 a cura di Roberto Chiesi per Gremese.

Bela Lugosi Dracula

E per la letteratura, come non trattare le figure di Dracula e Carmilla? Qui il massimo esperto è Franco Pezzini di cui vi consiglio di leggere i libri su queste due figure fondamentali. Ma anche le pagine dedicate da Ferraro e Burgo sono molto gustose.
È da segnalare anche la attenta analisi di come il concetto di spazio venga declinato diversamente dalle varie figure di “mostro” prese in esame dal libro: per ognuno c’è un rapporto con esso specifico perché è anche attraverso la concezione di spazio che viene delineata una cultura (opposizione bosco/villaggio, ad esempio o il peculiare rapporto con lo spazio di Dracula).

In conclusione, un libro che vi consiglio per tre motivi, in sostanza. Primo, fa venire voglia di leggere alcuni dei titoli indicati in bibliografia, per approfondire qualche argomento o spunto (e questo è qualcosa che fanno solo i buoni libri). Secondo vi costringe a guardare a figure, come quella del Drago o dell’Orco, forse appiattite nella loro apparente monodimensionalità in maniera diversa, in modo da scoprirne la grande complessità.
Terzo perché è assolutamente necessario ribadire quanto di Noi sia presente nell’Altro, archetipo della non-umanità che anzichè essere frutto di fantasia o di invenzione (popolare o artistica) ci rappresenta, nella sua differenza e per rovesciamento, forse ancora più perfettamente e potentemente.

Il libro è ordinabile in tutte le librerie. Se volete ordinarlo on-line vi consiglio di passare dal sito della casa editrice.

Sergio Toppi: Sharaz-de

Guido Ferraro insegna Semiotica, Teoria della narrazione e Semiotica dei consumi e degli stili di vita all’Università di Torino. È stato presidente dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici. Tra le pubblicazioni recenti: Fondamenti di teoria sociosemiotica. La visione “neoclassica” (2013) e Teorie della narrazione. Dai racconti tradizionali all’odierno storytelling (2015).

Isabella Brugo è semiologa, studiosa di folclore e usi tradizionali nell’alimentazione; insegna all’Istituto Alberghiero di Novara. Con G. Ferraro, C. Schiavon e M. Tartari ha scritto Al sangue o ben cotto (1998). Ha pubblicato il volume collettivo Oggetti Novecento e Duemila (2010).

COMUNQUE UMANI
Storie di mostri, alieni, orchi e vampiri: un’analisi semioantropologica
Guido Ferraro, Isabella Brugo
Linee – I saggi
2018 – pp.250 – € 20
ISBN 9788883537851

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Articolo di STEFANO RIZZO

 

 

LE VISIONARIE – FANTASCIENZA, FANTASY E FEMMINISMO – a cura di Ann e Jeff VanderMeer

Fra fiaba, surrealismo, metafora e fantascienza, la “speculative fiction” ci ha regalato molti racconti sociologici che affrontano da diverse angolazioni le tematiche femministe (o anche solo femminili). Ann e Jeff VanderMeer li hanno raccolti nella bella antologia “Sisters of Revolution”, tradotta in italiano con il titolo “LE VISIONARIE – FANTASCIENZA, FANTASY E FEMMINISMO”, pubblicata da Nero Editions nella collana Not.
Molto apprezzabile la scelta delle curatrici italiane (Claudia Durastanti e Veronica Raimo) di far tradurre ogni racconto da una traduttrice diversa.
 Splendidi i racconti delle veterane del genere (Ursula K. Le Guin e Angela Carter, Octavia E. Butler, Alice Sheldon – in arte James Tiptree Jr. – e Joanna Russ, Pamela Sargent e Tanith Lee).

Ursula K. Le Guin – SUR

Nove esploratrici sudamericane raggiungono in segreto il Polo Sud nel 1909, a insaputa di Amundsen.

 

Angela Carter – L’ASCIA OMICIDA DI FALL RIVER

Lizzie Borden uccide con l’ascia la famiglia: rilettura di un truculento fatto di cronaca del 1892 e una brillante analisi sociologica del Massachusetts di fine Ottocento.

 

Octavia E. Butler – LA SERA, IL GIORNO E LA NOTTE

Una nuova patologia genetica, di cui non si conosce la cura, provoca aggressività nei pazienti che possono autoinfliggersi gravi mutilazioni e vengono additati dalla società come pericolosi e, per questo, segregati in ospedali che li lasciano in balia di sé stessi. Forse la causa della malattia è nei geni di alcune donne, che però portano in sé anche la possibile cura.

 

James Tiptree Jr. – LA SOLUZIONE DELLA MOSCA

Nella mentalità maschile occidentale si fa strada l’agghiacciante convinzione che uccidere le donne sia un bene per l’umanità, una necessità, un volere divino.

Pamela Sargent – PAURE

Una società dove le donne devono camuffarsi da uomo e prendere una guardia del corpo per visitare il centro della città nella speranza di non essere riconosciute.

 

Joanna Russ – QUANDO CAMBIO’

In un pianeta colonizzato per secoli da sole donne la minaccia è rappresentata dall’arrivo inaspettato di astronauti maschi.

 

Tanith Lee – LA REGINA MANGIA LA TORRE

Racconto fantasy, in cui la protagonista, fra lo sdegno e lo scherno dei cavalieri maschi sconfitti, riesce a spezzare l’incantesimo che avvolge il castello grazie a un’interpretazione “letterale” della maledizione.

 Toccante racconto di Susan Palwick

Susan Palwick – JESTELLA

Una bella e giovanissima donna licantropo sposata con un uomo.
Se un licantropo invecchia alla velocità dei lupi
(un anno per il lupo è come sette per un umano),
come può reggere l’amore e la passione in una società
dove conta solo la bellezza e la giovinezza?
Egoismo umano e fedeltà del lupo.
Finale straziante.

 

 

Belli anche i racconti di Nnedi Okorafor (di origine nigeriana) e di Nalo Hopkinson (di origine jamaicana) che mettono in ridicolo (più o meno celatamente) atteggiamenti, convinzioni e usanze radicate sia nel cuore dell’Africa sia nei Caraibi.

Nnedi Okorafor – LA BANDITA DELLE PALME

Come le antiche tradizioni patriarcali possono
inaspettatamente cambiare.

 

 

Nalo Hopkinson – IL TRUCCO DELLA BOTTIGLIA

Maschilismo strisciante che sfocia nell’horror.

 

Spiazzanti i racconti di scrittrici poco conosciute in Italia come Catherynne M. Valente e Pat Murphy.

Catherynne M. Valente –
TREDICI MODI DI CONCEPIRE LO SPAZIO-TEMPORivisitazione surreale, al limite della parodia, dei miti della creazione, in cui il racconto mitologico si intreccia al linguaggio scientifico dell’astrofisica, della meccanica
quantistica, della biologia e della genetica, e fa affiorare,
per analogia, anche i ricordi autobiografici.
Pat Murphy – L’AMORE E IL SESSO FRA GLI INVERTEBRATI

Ragni, scorpioni, usignoli… e la fine del genere umano vista
come la fine dei dinosauri.
Dopo l’esplosione atomica resteranno solo le macchine, aggiustate
dall’unica donna ancora in grado di farlo.
Quando anche lei sarà morta, a cosa somiglierà l’amore
e il sesso fra queste macchine?

 Alla curiosità del lettore scoprire anche gli altri racconti.

 

Ann e Jeff VanderMeer

Ann è redattrice della famosa rivista horror americana WEIRD TALES.
Jeff è uno scrittore molto conosciuto in Italia per la trilogia dell’AREA X, da cui il regista Alex Garland ha tratto il film “Annientamento” (2018).

Entrambi hanno curato importanti antologie di genere fantastico.
A loro si deve il termine NEW WEIRD per definire quelle opere fantasy dalle spiccate contaminazioni horror o fantascientifiche.

Le visionarie (antologia)
A cura di Ann e Jeff VanderMeer
Traduzione (coordinamento): Claudia Durastanti e Veronica Raimo
NERO EDITIONS – Collana Not
2018 – pp 536 – € 25

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Articolo di SERGIO BECCARIA

 

TUTTO QUEL BUIO – Cristiana Astori

Chi ama qualcosa come la letteratura, il fumetto o il cinema (ma vale per qualunque cosa, l’ho sempre pensato), non si accontenta di quello che trova in libreria, in videoteca, sul web, sulle bancarelle, insomma, nel mondo reale. Gli amanti del cinema cercano continuamente nuovi film, autori, personaggi, atmosfere…e anche se è impossibile “vedere tutti i film” ad un certo punto sentono il bisogno di uscire dal recinto delle pellicole esistenti per entrare nel campo dell’impossibile, del potenziale, ovvero dei film perduti o addirittura mai realizzati (ma forse magari c’è una sequenza, c’è un solo rullo, ci sono dei rushes!).
È proprio in questo eccitante territorio che si muove il personaggio creato da Cristiana Astori: Susanna Marino è appunto una cercatrice di pellicole perdute. Che bel lavoro! E che bel personaggio, quando finisco un suo romanzo già mi manca…

Alcuni dei precedenti libri di Cristiana Astori

Ho scoperto Susanna nel 2011 quando uscì il primo romanzo per i Gialli Mondadori. L’aveva consigliato Nocturno, credo in un breve articoletto a firma Davide Pulici. È stata una folgorazione. Quella ragazza squattrinata, che soffre di narcolessia, insicura ma coraggiosissima, paurosa ma sempre pronta a gettarsi nelle più folli avventure sempre intorno al cinema che amo, mi è rimasta nel cuore. E “Tutto quel nero, fin dal titolo, era proprio roba per me! Che appunto leggo Nocturno da sempre (ma leggevo anche il mitico Nosferatu nei primi ‘90!), che amo l’horror italiano degli anni d’oro, che amo King, Straub e Barker (e molto altro), che amo i fumetti (tutti!). Da allora non mi sono perso un romanzo della Astori, sempre per i Gialli Mondaori distribuiti in edicola. “Tutto quel rosso” del 2012 (forse il mio preferito, grazie anche alla presenza di un luogo che personalmente mi inquieta al massimo grado: un collegio femminile!) e “Tutto quel nero” (2014) non mi hanno deluso, facendomi affezionare a Susanna (e alla sua autrice) come solo la serialità più riuscita sa fare.
Da tanto tempo invocavo lo sbarco in libreria di Susanna e l’ho scritto più volte alla stessa autrice che, giustamente, manteneva uno scaramantico riserbo!
Ma adesso finalmente possiamo festeggiare! Cristiana Astori pubblica il suo quarto romanzo con Susanna per l’ottima Elliot!
La mia felicità è intensa perchè davvero la Astori non ha deluso neanche stavolta e forse ha fatto un ulteriore passo in avanti con un romanzo leggibile da chiunque non l’abbia seguita nella collana Mondadori e anche un po’ più corposo del solito.

La locandina del film Drakula halála (1921)

La locandina del film Drakula halála (1921)

Dopo un film introvabile con protagonista la stupenda Soledad Miranda, una versione alternativa di “Profondo Rosso” e “L’autuomo” di Marco Masi (che alla fine è saltato fuori veramente) questa volta Susanna è alla ricerca, per conto di un inquietante collezionista di pellicole, di un film mitico e questa volta muto: “Drakula halála. La nostra amata (che vorrebbe sempre dire no, ma poi parte lo stesso per la sua avventura, nonostante i pericoli che le si prospettano) non può resistere alla tentazione di trovare questo film che fu il primo ad essere tratto dal romanzo di Stoker, ancora prima del “Nosferatu” di Murnau.
Straordinario teatro per una vicenda come al solito misteriosa ed evocativa è la città di Praga. La Astori abbandona infatti l’amata Torino per approdare, come è giusto, alla location naturale per la ricerca di una pellicola ceca. Per chi conosce il personaggio sarà piacevolissimo tornare ad osservare Susanna e fremere con lei e sperare che ce la faccia anche stavolta (ma le sue vittorie sono sempre da mettere tra virgolette). Per chi non la conosce sarà un’occasione di conoscere una bellissima anti-eroina, un tipo di personaggio di cui, a mio parere, abbiamo sempre bisogno, nella scia degli eroi controvoglia, degli eroi fragili come Dylan Dog (amato dalla Astori e di cui c’è anche un episodio breve a sua firma. A proposito, a quando una bella storia dylandoghiana lunga?). E, non ultimo, questo “Tutto quel buio” è perfetto per conoscere un’autrice che conosce la misura letteraria, che, proprio come un musicista di talento (e in questo romanzo c’è molta musica, e abbiamo l’impressione di ascoltarla!) sa evocare con pochi accenni e non suona mai una nota di troppo.

La locandina del film L’autuomo di Marco Masi

La recensione è finita ma mi mancano ancora un po’ di pagine del libro. Non ho voluto finirlo perchè sento già di poterlo consigliare senza “conoscere il finale”. Mi piace centellinare i bei libri, magari intervallandoli con altri libri. È una cosa che a volte faccio anche coi film che guardo a casa: quando sento che il film mi sta piacendo molto, lo fermo. Mi faccio una tisana, faccio altre cose. Non per distrarmi, anzi, proprio per concentrarmi meglio, per prendere il respiro, aprire gli occhi meglio, prolungare il piacere.
E adesso voglio essere da solo, come sono ora, sdraiato nel mio letto, con alcuni picoli e indecifrabili rumori che mi attorniano lievemente, con la calma della penombra della mia fioca lampada a leggere le ultime pagine di “Tutto quel buio“.
Ecco, ora incomincio…

 

Cristiana Astori

Cristiana Astori

Nata ad Asti, laureata in psicologia delle comunicazioni di massa, Cristiana Astori è scrittrice e traduttrice. La sua raccolta di racconti Il Re dei topi e altre favole oscure è il primo libro italiano a cui Joe R. Lansdale abbia dedicato una frase di lancio. Ha tradotto numerosi noir e thriller, tra cui la saga di Dexter, da cui è stata tratta la serie tv omonima, e ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il premio Adelio Ferrero per la Critica Cinematografica (1999). È autrice della Trilogia dei Colori (Tutto quel nero, Tutto quel rosso, Tutto quel blu, 2011-2014), edita nella collana Giallo Mondadori, che ha riscosso un grande successo tra i lettori. Nella Trilogia, come in questo suo nuovo romanzo, la giovane cinefila Susanna Marino va alla ricerca di misteriosi film realmente scomparsi. A volte, come la protagonista dei suoi romanzi, anche l’autrice è riuscita a ritrovarli.

 

Il libro è acquistabile in tutte le librerie o anche passando dal bel sito della casa editrice.

Tutto quel buio
Cristiana Astori
Elliot Edizioni – Collana Scatti
2018 – pp 256 – € 18
ISBN 9788869935084

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Articolo di STEFANO RIZZO

 

MORTE NEL GIARDINO DI SOCRATE – Sascha Berst-Frediani

Ambientato nella città di Atene ai tempi di Socrate e del giovane Platone (408 a.C. per esser precisi), il romanzo si apre con un delitto: il campione olimpico Periandro è stato ucciso per soffocamento.
L’arciere Nicomaco, capo del servizio di sicurezza, viene incaricato delle indagini. Attraverso il suo racconto in prima persona incontriamo personaggi immaginari insieme a quelli realmente esistiti. Il quadro dell’epoca è assai convincente, anche grazie ad una documentazione storica molto buona. Anche chi non conosce la storia greca può seguire tutti i riferimenti grazie ad una comodo dizionario storico in appendice con i personaggi e i termini greci ricorrenti.
Il lettore viene accompagnato per le vie della polis, nelle abitazioni, nei luoghi pubblici. La ricerca del colpevole, talvolta, sembra quasi un pretesto per raccontare la vita degli ateniesi, la loro cultura, le tradizioni, le abitudini e la loro organizzazione sociale. Ma questo è tutt’altro che un difetto, è un motivo di interesse in più per questo libro che rimane sempre molto coinvolgente.
I giochi di potere, che fanno del romanzo un vero thriller, impediranno in un primo momento la vera soluzione del caso e addirittura faranno sì che venga condannato un innocente.
Una prosa fluida ci introduce inoltre nel dramma di una popolazione assediata dall’eterna nemica Sparta. Per mesi i cittadini dovranno resistere dentro le mura.
L’attenzione del lettore resta viva fino all’ultimo, fino al ritorno della pace e alla scoperta del vero assassino. E questa non è l’ultima sorpresa del romanzo!

Sascha Berst-Frediani, l’autore di questo romanzo, avvocato a Friburgo, è nato in Italia. Ha studiato germanistica e poi legge in Germania, Italia e Francia. “Morte nel giardino di Socrate” è il suo primo romanzo ed è stato pubblicato con successo, oltre che in Germania, nei paesi di lingua spagnola, e verrà pubblicato anche in Francia. In patria ha vinto, tra gli altri, il prestigioso premio “Freiburger Krimipreis”, dedicato alla letteratura thriller.

Non sono pochi i romanzi gialli ambientati nell’antica grecia (qui potete trovare una ricca analisi di Giulia Regoliosi sull’argomento). Per chi ha amato Margaret Doody, autrice della serie su Aristotele detective, questo libro rappresenta una pregevole variazione, decisamente solido e ricco dal punto di vista della ricerca storica ed un ottimo thriller.

A questo link si può leggere un’anteprima del libro.

 

Morte nel giardino di Socrate
Sascha Berst-Frediani
Gremese Editore – Grandi romanzi
Traduzione di Fiammetta Paolantonio
2018 – pp. 272 – € 14,90
ISBN 9788884409713

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Articolo di STEFANO RIZZO

 

Robe truci con gattini dentro. Intervista a ANNA FERUGLIO DAL DAN

Anna Feruglio Dal Dan

Anna Feruglio Dal Dan

B-SIDES: Buongiorno e grazie per aver accettato l’intervista. Vorrei parlare soprattutto del suo romanzo “Senza un cemento di sangue”. La guerra, la ribellione, gli attacchi al potere, le feroci ritorsioni militari, il sacrificio, il tradimento e… la tortura! Non credo che “Pianeta Sangre” di Norman Spinrad riesca a raggiungere scene di crudeltà così precise e agghiaccianti come quelle che lei ha descritto in “Senza un cemento di sangue”. Torture fisiche e psicologiche che straziano il corpo e lacerano l’anima. E possono mettere a dura prova anche il lettore. Del resto lei si definisce così: “Scrivo robe truci con gattini dentro”. Da dove nasce il suo interesse per le strategie militari e le torture a cui vengono sottoposti i prigionieri? E come riesce a conciliare la calcolata “esibizione di crudeltà senza vergogna” dei soldati della Cirte con i… gattini?

Anna Feruglio Dal Dan: Per le strategie militari, tutto quello che posso dire è che fingo bene, non saprei riconoscere una strategia vincente neanche se mi sparasse addosso. Per il resto, ho sempre letto space opera, fin da quando leggevo gli Oscar Mondadori per Ragazzi che pubblicavano Edmund Hamilton e Murray Leinster. Ho letto la trilogia della Fondazione che ero ancora alle medie. E poi ovviamente un sacco di Verne e Salgari. Potrei cercare di darmi un tono ma che diavolo, no, la mia ispirazione sono state “La Spedizione della V Flotta” e “Gundam“. L’altro incontro formativo della mia infanzia è avvenuto quando a dodici anni mi hanno portato ad un concerto degli Inti Illimani, che erano in esilio in Italia perché avevano avuto la fortuna di essere in tournée al momento del colpo di stato in Cile. Siccome sviluppo facilmente ossessioni, da quel momento in poi ho smesso di leggere Tolkien e sono passata a conoscere tutta la Nueva Cancion Chilena, a leggere Neruda, a conoscere la biografia di Violeta Parra e Victor Jara, e in generale la storia di come la democrazia in America Latina sia stata soffocata nel sangue per una generazione. Non so spiegare come mai quella storia mi sembrasse importante e rilevante, mi chiedo semmai come mai a tanti non lo sembrasse. Ma insomma, molte delle cose più sgradevoli che ho scritto, e molte di più che non avrei potuto scrivere, vengono da lì. Il padre di Creyna fa esattamente la stessa fine di Victor Jara, per ragioni molto simili. Mi sono chiesta diverse volte se avevo il diritto di scrivere storie simili, che persone non troppo lontane da me hanno vissuto in prima persona. Fra i molti libri terribili che ho letto sull’argomento il migliore, “Unspeakable Acts, Ordinary People: The Dynamics of Torture” di John Conroy, dice fra l’altro:
“Immagino che sia possibile mettere nero su bianco una descrizione degli orrori della tortura tale che una molteplicità di sopravvissuti possa leggerla, annuire e dire che sì, la sofferenza che ho provato ne è adeguatamente descritta. Ma il prodotto di tale sforzo sarebbe un libro troppo terribile per essere letto. Quelli che ne giungessero al termine lo potrebbero fare solo con gli occhi appannati e il cuore indurito.” 
 Ma Conroy – che fra l’altro ha denunciato i siti neri della polizia di Chicago molti anni prima di quanto non fosse alla moda – dice anche che la tortura è il crimine perfetto, per cui quasi nessuno paga, e quei pochi in modo inadeguato. Quindi l’unica giustizia possibile è attraverso la narrativa. D’altra parte, come dice Ursula Le Guin, la Verità è una questione di immaginazione.
I gattini li devo a Brunella Gasperini e al suo straordinario libro “Una donna e altri animali”, che mi ha dato il permesso di considerare gli animali cose serie. Non siamo soli nell’universo, lo condividiamo con altri esseri, per fortuna.

B-SIDES: Una mente brillante, una ferrea disciplina militare, slanci di passione imbrigliati da un atroce senso del dovere… Difficile non provare ammirazione per Creyna, il geniale stratega della Cirte. Tuttavia ci sono pagine in cui sembra davvero l’incarnazione del male. Creyna fa impallidire altri famosi personaggi letterari, come Severian, il Torturatore di Gene Wolfe, o Eymerich, l’inquisitore di Valerio Evangelisti. Si è ispirata a figure reali o immaginarie per descrivere il suo implacabile distruttore di mondi?

Anna Feruglio Dal Dan: Severian: Gene Wolfe è uno dei miei autori di riferimento, che mi ha mostrato come si possa scrivere fantascienza senza rinunciare all’ambizione letteraria, ma Creyna predata il mio incontro con Severian e non gli assomiglia molto. Eymerich, no, assolutamente. Ho letto il romanzo di Evangelisti che ha vinto il premio Urania e non mi è piaciuto. Ma siccome piaceva a tutti gli altri, ho pensato, ok, era la sua prima opera, e ne ho letto un altro. A quel punto ho semplicemente deciso che Evangelisti non faceva per me. Diciamo che ha una concezione della fantascienza molto diversa dalla mia.
No, Creyna è uno di quei personaggi che si impongono ed esigono che la loro storia venga raccontata. Gli scrittori si dividono in quelli che si fanno mettere sotto i piedi dai loro personaggi e quelli che li comandano a bacchetta. Connie Willis dice sempre che i suoi personaggi fanno quello che lei gli dice di fare, punto e basta. I miei no. In particolare i cattivi tendono a sviluppare un loro punto di vista e a farsi ambigui. E chiaramente i cattivi unidimensionali sono una barba da scrivere. E’ molto più interessante se hanno delle ragioni, magari sbagliate, ma credibili. La verità è che ho incrociato un paio di persone che avrebbero potuto essere la controparte reale di Creyna, almeno uno dei quali per fortuna non è più parte dell’esercito di una superpotenza: e sono squallidi personaggi, per nulla affascinanti e incredibilmente stupidi. Gillo Pontecorvo mette ne “La Battaglia di Algeri” un personaggio, il colonnello Mathieu, che è un composto di vari ufficiali francesi della guerra d’Algeria, Massu, Bigeard, Trinquier, e quando l’ho visto ci ho riconosciuto molto di Creyna. Ma è un personaggio fittizio. Ecco, mi piacerebbe dire che “La Battaglia di Algeri” mi ha ispirato, ma se è successo è stato indirettamente, perché quando l’ho visto per la prima volta avevo già sostanzialmente formato i miei personaggi.

anna f dal dan

SENZA UN CEMENTO DI SANGUE – Il primo romanzo di Anna Feruglio Dal Dan. Affresco di una guerra interplanetaria fra le colonie esterne e il governo centrale di un Impero totalitario, la cui polizia militare è famosa per le feroci torture che infligge ai prigionieri. Il titolo del romanzo è tratto da una citazione del poeta W.H. Auden secondo cui le mura su cui si fonda la storia non possono reggersi senza il sangue degli innocenti. “Perché senza un cemento di sangue (dev’essere umano, dev’essere innocente) nessun muro secolare può stare in piedi con sicurezza.” W.H. Auden, Horae Canonicae

B-SIDES: Relazioni sociali e psicologiche ricche di sfumaure, di sfaccettature a volte contraddittorie, rendono realistici tutti i personaggi del suo romanzo, a patire da Towny, la giovanissima eroina a capo della rivolta dei Pianeti Esterni contro la Cirte, fino all’ancor più giovane torturatore, Dano, che nel finale ci regala un commovente, anche se misuratissimo, sprazzo di umanità. Sembra che tutti siano stati costretti da eventi esterni a diventare quello che sono. Eventi ai quali non ci si può ribellare. Questo corrisponde alla sua visione della vita, della Storia?

Anna Feruglio Dal Dan: Beh, dipende da a che livello si guarda la Storia. Credo che dal punto di vista dell’individuo ci sia poco che chiunque possa fare che sia decisivo. Non credo (molto) nella teoria dei Grandi Personaggi Storici. Grant e Sherman erano brillanti strateghi, ma la guerra civile americana è stata vinta dalle industrie del Nord, e il Sud non avrebbe comunque potuto vincerla. Sherman in effetti provò a spiegarlo, questo, scrivendo ad un suo corrispondente che era un fervente secessionista:
Il Nord è in grado di fabbricare locomotive, vagoni ferroviari, macchine a vapore: voi non siete nemmeno in grado di fabbricare un paio di scarpe o un metro di tessuto. State per correre alla guerra con uno dei popoli più ingegnosi, forti e decisi della Terra, e alle vostre porte. Siete destinati a fallire. Solo in spirito e decisione siete preparati, per il resto siete del tutto impreparati, e la vostra è una causa ingiusta. All’inizio avrete un certo successo, ma quando le vostre risorse, che sono limitate, si saranno esaurite, tagliati fuori dai mercati europei, finirete per cedere.
Da questo punto di vista, le possibilità del singolo di prevalere sono quasi nulle. Eppure Sherman è andato in guerra, pur odiando ogni momento, e ha contribuito alla storia degli Stati Uniti. E veniva dallo stesso ambiente, era stato formato dalle stesse forze, di Robert E. Lee. Alla fine la storia è la risultante delle micro azioni che compiamo tutti i giorni, del lavoro che accettiamo di fare, del modo in cui lo svolgiamo, delle conversazioni che abbiamo con gli amici e con l’edicolante. Ci sembra di essere ininfluenti perché siamo solo una molecola in un carro armato, ma il carro armato è fatto di molecole, e si muove secondo la risultante delle loro intenzioni.
Insomma nonostante tutto, Creyna ha scelto, e avrebbe potuto fare scelte diverse, così come Twony avrebbe potuto scegliere di combattere in modo diverso o di non combattere affatto. Nel grande schema delle cose nessuna delle loro scelte avrebbe cambiato di molto le cose ma, naturalmente, avrebbe cambiato molto nella loro vita.

B-SIDES: In questo periodo fortunato per le serie televisive tratte dai romanzi di grandi scrittori come Philip K. Dick (“L’uomo nell’alto castello”) e Margaret Atwood (“Il racconto dell’ancella”), cui si aggiungerà presto quella tratta da “Pensa a Fleba” di Iain M. Banks, lei non ha mai pensato a un adattamento del suo romanzo? Quando scriveva, ha mai immaginato gli attori che potevanoo interpretare il ruolo di Creyna o di Twony, di Nikla, di Mhara o della cosole Vanja?

Anna Feruglio Dal Dan: Ah ah magari. Potrei smettere di lavorare in banca e scrivere a tempo pieno. Non succederà. Voglio dire, non succederà che qualcuno mi offra un sacco di soldi per l’opzione del mio libro, salve Netflix!, e anche se succedesse il 90% delle opzioni non diventano realtà. E se poi diventano realtà finisce che scelgono per Twony una bionda americana. Per quanto se vogliono Idris Elba o Chadwick Boseman per Creyna io non farei altro che diverse capriole. Ogni volta che vedo un’attrice di colore ci riconosco Twony, ho avuto Angela Bassett (in “Strange Days“), Halle Berry, e adesso Sonequa Martin-Green. Sempre parlando di imprinting, quando ho rivisto per la prima volta dalla mia infanzia UFO ho riconosciuto un sacco di manierismi di Straker, con mio grandissimo imbarazzo.

B-SIDES: Il suo lavoro di traduttrice l’ha in qualche modo aiutata nella stesura del romanzo?

 

Anna Feruglio Dal Dan: Tradurre mi ha senz’altro insegnato moltissimo. Ho fatto grandi passi avanti quando ho cominciato a tradurre racconti per conto mio, prima di farne un lavoro. Tradurre vuol dire essere obbligati a guardare l’opera di un altro molto da vicino, con costanza. In un certo senso è come smontare un mobile per un trasloco, notare dove va ogni vite e ogni tenone, capire la logica con cui gli elementi si incastrano, poi portare tutti i pezzi da qualche altra parte e rimetterli insieme. Ti obbliga ad essere all’altezza del testo di partenza, il che è una sfida ma è anche rassicurante, perché c’è qualcuno che ti tiene la mano, che supplisce la trama, i personaggi, la storia. E ovviamente, se riesci a farti pagare, ti permette di vivere scrivendo. Si impara a scrivere scrivendo, e tradurre vuol dire scrivere, quindi da un certo punto di vista mi sono mantenuta per quasi vent’anni con la scrittura. Purtroppo in Italia il mercato editoriale non permette più a nessuno di vivere di traduzioni, e non è possibile tradurre verso una lingua acquisita, quindi non posso reinventarmi come traduttrice dall’italiano all’inglese (ho provato, in momenti in cui avevo assoluto bisogno di lavorare). In realtà quando scrivo narrativa scrivo in inglese dal moltissimo tempo, perché da quando avevo quattordici anni ho letto soprattutto in inglese, e quando ho finito il romanzo ho dovuto fare uno sforzo cosciente per usare l’italiano. Quindi anche da questo punto di vista tradurre mi ha aiutato, non avevo la scusa di dire “non so come dire questa roba in italiano”, sapevo che magari era difficile, magari dovevo ricorrere a giri di parole, ma si poteva fare. L’inglese è una lingua più plastica dell’italiano e ha tre volte il numero di vocaboli, quindi quando traduci devi essere in grado di improvvisare. Quando traducevo Banks inventavo serenamente parole, e alla fine quando traducevo “Excession” gli ho scritto per chiedergli se le parole che avevo inventato erano inventate anche in inglese e lui mi ha detto, ahem, ecco, no, sono tutte parole inglesi, se guardi nel Chambers Dictionary ci sono tutte… Sono uscita, ho comprato il Chambers e ho cominciato a smadonnare. Dopo un po’ di giri sul tappeto pensando, come Paperino con le nuvolette sopra la testa, ho deciso che l’unica era ricorrere ai neologismi comunque. Una lingua che non ricorre ai neologismi è una lingua morta e io non volevo scrivere in una lingua morta.

Materia OSCURA

MATERIA OSCURA – L’antologia di scrittrici di fantascienza italiane curata da Emanuela Valentini. Contiene il racconto “Stazione Tikuka” di Anna Feruglio Dal Dan ambientato nello stesso universo di “Senza un cemento di sangue”. La stazione orbitale del titolo è governata da una Intelligenza Artificiale che sembra avere emozioni e un’etica molto umane (forse anche più che umane).

B-SIDES: Immagino che non aver vinto il Premio Urania nel 2000 l’abbia profondamente delusa. Com’è veder pubblicato oggi il suo romanzo, dopo 17 anni di silenzio?

Anna Feruglio Dal Dan: Quanti anni abbiamo? Sulla pagina di Facebook del mio romanzo avevo promesso di scrivere la storia della mia partecipazione al premio Urania, ho scritto la prima parte ma la seconda sta ancora lì perché è troppo dolorosa. Nel 2000, quando io ho partecipato al premio Urania, c’era un solo modo di scrivere professionalmente in Italia ed era di vincere il premio Urania. E non è tanto che non abbia vinto, quanto che le ragioni per cui non ho vinto mi hanno fatto capire che semplicemente non scrivevo il genere di cose che Urania aveva interesse a pubblicare. A suo tempo mi arrabbiai molto ma non era colpa della redazione di Urania se tutte le altre vie erano chiuse. Non avevano nessun dovere nei confronti della fantascienza italiana di coltivare nuovi talenti, avevano il loro daffare a tenere a galla l’unica collana di fantascienza rimasta in Italia. Ma per me voleva dire che la strada della narrativa era chiusa, almeno in Italia. Mi ci sono voluti un paio di anni per riprendermi, cominciare a scrivere in inglese, e andare al Clarion, nel 2003. Il Clarion è stato incredibilmente traumatico, non tanto per l’esperienza in sé, che comunque era abbastanza intensa, ma perché per la prima volta mi sentivo a casa, fra gente, non solo i miei colleghi ma i docenti, i visitatori, l’ambiente di Seattle che ha una concentrazione notevole di scrittori, che mi capiva e parlava la mia stessa lingua, che aveva letto le stesse cose che avevo letto io, che rideva delle stesse battute. Per sei settimane ho incontrato e conversato con China Miéville, Samuel Delany, Octavia Butler, Ted Chiang, Ursula Le Guin – da pari a pari, anche se quando Ursula Le Guin è venuta a trovarci eravamo tutti ammutoliti dalla venerazione, compreso China che era il nostro istruttore. Mi sono sentita arrivata a casa e che una volta finite le sei settimane sarei dovuta tornare in esilio. Sono tornata in Italia e ho avuto un crollo, la mia vita è andata a gambe all’aria, ho smesso di lavorare e sono stata per diversi mesi in animazione sospesa. Ho capito che dovevo lasciare l’Italia, e così ho accettato un lavoro completamente diverso a Londra. Mi piacerebbe dire che questo è stato il lieto fine ma non è esattamente vero. Mi sto ancora riprendendo dalla rottura che è stata il 2003. Scrivo, ma a parte due racconti su Strange Horizon e una rivista ormai defunta non ho venduto niente in inglese, e ho smesso di scrivere per anni. Adesso ho ripreso, ma il romanzo che ho finito e mandato in giro non è lontanamente avvincente come quello che ho pubblicato in Italia, e tornerà in un cassetto. Facendo un altro lavoro, e un lavoro che occupa praticamente tutte le mie ore, finisco per scrivere nei ritagli di tempo, e non è facile. Ho sempre saputo che per poter scrivere bisogna essere in grado di guadagnarsi da vivere con la scrittura, e nel mio caso, non è successo. In realtà succede molto raramente, anche nel mercato anglosassone. Scrivere per se stessi non è il modo migliore di scrivere, ma è quello che si fa se non si riesce a smettere, e nel mio caso, se non scrivo sono profondamente infelice, quindi non posso smettere. Credo che fosse Connie Willis, di nuovo, che ci disse che gli scrittori sono quelli che non riescono a smettere di scrivere, perché chiaramente la scelta razionale sarebbe quella, di smettere.

Anna Feruglio Dal Dan:

Anna Feruglio Dal Dan:

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Articolo di SERGIO BECCARIA