4. Il fascino delle location – Villa MALAPARTE

Villa Malaparte Capri

Villa Malaparte Capri

Una nave rossa nascosta sulla cima di uno scoglio. Così potrebbe apparire Villa Malaparte a Capri: un esempio di architettura razionalista che si sposa perfettamente con il paesaggio.
La casa fu progettata interamente dal controverso scrittore Curzio Malaparte, che la definì “Casa come me, autoritratto abitativo ed estetico” e anche “Il mio ritratto in pietra”.

Villa Malaparte - Capri

Villa Malaparte – Capri

Personaggio ancora oggi scomodo: egocentrico, dandy, voltagabbana e narcisista … ospite fisso dei salotti “bene” e capace di farsi odiare da tutti. Durante la Prima Guerra Mondiale fu un entusiasta volontario, fra i primi sostenitori del fascismo e grande ammiratore di Mussolini. Pochi anni dopo, venne mandato a Lipari, al confino, proprio dallo stesso regime fascista che mal tollerava le sue opinioni taglienti e non condivideva certamente i contenuti del suo primo libro “Viva Caporetto!”. Durante la Seconda Guerra Mondiale fece l’inviato di guerra. Dal 1943 iniziò a collaborare con gli alleati. Nel dopoguerra si avvicinò all’ideologia comunista e, in punto di morte, si convertì alla fede cattolica.
A cavallo fra le due guerre, poco più che ventenne, inizia la sua carriera letteraria e giornalistica.
Il suo primo libro delinea già i contenuti cari allo scrittore: l’esaltazione del valore dei soldati e la pietà umana. Denigra invece i generali e la loro incompetenza. Caporetto diventa così la metafora di un’Italia governata da una classe dirigente vecchia e incapace, che andrebbe rimpiazzata con una nuova, più giovane e valorosa.

Villa Malaparte - Capri. La scalinata.

Villa Malaparte – Capri. La scalinata.

E’ con “Kaputt” e, soprattutto,con “La pelle” che il suo stile documentaristico e grottesco esplode in tutta la sua irriverenza.
Malaparte fu indubbiamente testimone di troppi orrori. La sua capacità di enfatizzarli, in maniera a volte cinica e a volte intrisa di compassione, riesce a descrivere perfettamente l’atroce follia della guerra.

Villa Malaparte rispecchia l’originalità, l’arroganza e l’ossessione per la bellezza che caratterizzano il personaggio di Curzio Malaparte.
Comprato il terreno per poche migliaia di lire e reso edificabile grazie all’amicizia con Galeazzo Ciano, affidò inizialmente i lavori di costruzione a Adalberto Libera per poi riprogettarla completamente.
Esternamente la forma di parallelepipedo lungo e stretto è spezzata da una lunga scalinata che si allarga fino al tetto/terrazza: il punto panoramico in cui l’immensa bellezza del paesaggio inghiotte qualunque presenza architettonica.
La scala sembra una sezione di un teatro romano, mentre il paravento bianco a forma di onda interrompe la piattezza del tetto/terrazza come se fosse la vela di una barca.
L’interno, sviluppato su tre piani, è arredato in maniera minimale per dare risalto il più possibile all’esterno. Nel grande salone dal pavimento basolato si può ammirare il paesaggio attraverso quattro grandi finestre che lo incorniciano come quattro differenti quadri. Perfino dal grande camino c’è una finestrella di cristallo da cui si può scorgere il mare: di grande effetto con il fuoco acceso e la luna che si riflette in mare.
Dal promontorio di Capo Masullo, su cui è edificata la villa, parte una ripida scalinata che porta direttamente al mare.

Villa Malaparte - Capri. Veduta dalla scalinata.

Villa Malaparte – Capri. Veduta dalla scalinata.

Villa Malaparte - Capri. Il tetto/terrazza

Villa Malaparte – Capri. Il tetto/terrazza

Villa Malaparte fu oggetto di meraviglia e interesse tanto da attirare numerosi artisti (fra cui Picasso e Cocteau) e essere la splendida location del film “Le Mépris” di Jean-Luc Godard interpretato da Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Fritz Lang e Giorgia Moll.

Cannes 2016 poster

Cannes 2016 poster

Il Festival di Cannes 2016 omaggiò Godard e Malaparte con il bellissimo poster in cui si vede la scalinata della villa.

Anche Liliana Cavani utilizzò questa suggestiva location per l’adattamento cinematografico del libro “La pelle”.

Villa Malaparte - Capri. Interno.

Villa Malaparte – Capri. Interno.

Villa Malaparte - Capri. Interno.

Villa Malaparte – Capri. Interno.

Villa Malaparte - Capri. Il camino con finestra di cristallo.

Villa Malaparte – Capri. Il camino con finestra di cristallo.

Villa Malaparte - Capri. La panca.

Villa Malaparte – Capri. La panca.

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5. Il fascino delle location – BERLINO

"Il cielo sopra Berlino"

“Il cielo sopra Berlino” (1987) – Wim Wenders

Berlino è una location densa di simboli, di storia e di significati: capitale di un’inaspettata rinascita artistica durante la Repubblica di Weimar; la città dove Hitler sposò Eva Braun e si suicidò con lei nel giro di un giorno; la città divisa, spartiacque fra occidente e blocco sovietico nel cuore dello stato comunista, scacchiere delle spie durante la guerra fredda; la città capace di abbattere il muro; l’eterno rifugio di ogni genere d’artista; icona della diffusione dell’eroina alla fine degli anni ’70; il territorio fertile di ardite sperimentazioni architettoniche; la meta trendy e modaiola dei giorni nostri. Una città sempre in movimento fra passato e futuro, fra rovine e archistar.

L’emblema di Berlino è Christiane F. (Christiane Felscherinow) e la sua drammatica biografia. Un libro che descrivela gelida desolazione della metropoli tedesca e dei suoi sordidi e fragili abitanti. Christiane racconta la sua infanzia in campagna felice e spensierata. L’impatto della bambina con il monumentale squallore della città fu devastante. Le soffocanti architetture di Walter Gropius (uno dei fondatori del movimento moderno insieme a Le Corbusier) e l’urbanistica del quartiere hanno influito molto sul doloroso futuro di Christiane.

 

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Gropiusstadt – Nella periferia a sud di Berlino

Gropiusstadt: casermoni per quarantacinquemila persone, con in mezzo prati e centri commerciali. Da lontano tutto nuovo e ben curato. Ma quando si stava in mezzo ai casermoni si sentiva dappertutto puzza di piscio e di cacca. Veniva da tutti quei cani e bambini che vivevano lì. Più di tutto puzzava la tromba delle scale. … Aspettando l’ascensore che non arrivava, ed ero al l’undicesimo piano, me l’ero fatta sotto. …Dopo che per un paio di volte non ce l’avevo fatta ad arrivare in tempo da sotto fino al nostro bagno, e avevo preso le botte, mi accoccolavo da qualche parte a farla dove nessuno mi vedeva. Poiché dai casermoni ogni angolo era visibile, il più sicuro era la tromba delle scale.”

“ Non conoscevo i giochi che facevano. E non mi piacevano neanche. Al paese spesso andavamo nel bosco in bicicletta, fino ad un ruscello con un ponte. Lì costruivamo dighe e castelli nell’acqua.”

“A Gropiusstadt si imparava naturalmente a fare le cose che erano vietate. Vietato era, per esempio, fare giochi che divertivano. In realtà tutto era vietato. Ad ogni angolo di Gropiusstadt c’è un cartello. I cosiddetti spazi per il verde tra i casermoni sono in realtà spazi per i cartelli. E la maggior parte dei cartelli vietavano qualcosa ai bambini.”

“Così imparai che tutto quello che è permesso è terribilmente insulso e che tutto quello che è vietato è molto divertente.”

“Il posto più bello era vicino al muro. Lì c’era una striscia di terra che noi chiamavamo boschetto o terra di nessuno. Non era più larga di venti metri e lunga come minimo un chilometro e mezzo. Alberi, cespugli, erba alta come noi, vecchi pezzi di legno, pozze d’acqua. …Ci sentivamo come esploratori che ogni giorno scoprivano una parte di foresta vergine. …Ad un certo punto scoprirono che i bambini giocavano fuori da Gropiusstadt e che si divertivano. E ricomparvero le squadre di operai per fare ordine. Avevano piantato i cartelli di divieto…tutto era proibito.”

 

Christiane F. - Location

“Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” (1981) – Location

Nel 1981 UdiEdel ne trasse l’omonimo film.
I luoghi filmati in Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” sono la Bahnhof Zoo (la stazione di BerlinZoologischerGarten) e i suoi dintorni (Kurfürstenstrasse – la zona di prostituzione), Il Deutschlandhalle dove si esibì David Bowie nel 1976 (demolito nel 2011), l’Europa-Center (quartiere Charlottenburg) dove sorge il palazzo con lo stemma della Mercedes, la discoteca Sound (ormai chiusa) dove si ritrovava la compagnia di Christiane (quartiere Tiergarten), i bagni pubblici di Bülowstraße sotto il ponte della metropolitana dove Christiane si fa la prima pera e Gropiusstadt il quartiere di Neukölln dove viveva Christiane.
Una pellicola cult di grande successo anche per le scene molto forti che la contraddistinguono, ma ben poca cosa se paragonata al libro. Il film è focalizzato su Christiane, la sua iniziazione all’eroina e la successiva tossicodipendenza. Tante le sfumature, i personaggi e i periodi della vita di Christiane che sono stati ignorati.

 

 

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White Star (1983) – Roland Klick

Il progetto Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” avrebbe avuto un impatto ancora più potente se fosse rimasto in mano al regista originario,Roland Klick, personaggio indipendente e fuori dagli standard, che aveva scritto una prima sceneggiatura mentre viveva a stretto contatti con i giovani tossicodipendenti che affollavano Bahnhof Zoo. Klick voleva usare personaggi veri per il film, non attori, per questo passava notti intere a studiarli, a dormire con loro sui marciapiedi, a coinvolgerli nel progetto. Il produttore non comprese o fu spaventato dalla sua condotta e affidò il progetto a Edel con risultati decisamente più scarsi.

Click filmerà Berlino pochi anni più tardi, immortalando una città grigia, divisa e disperata, nel film “White Star” (1983): la storia di un produttore musicale al tramonto che vede nell’astro nascente Moody una possibilità di riscatto. Il cinico produttore (un meraviglioso Dennis Hopperall’apice della sua dipendenza da cocaina) non esita a usare biechi stratagemmi pubblicitari quando si accorge che la musica shith-pop di Moody non riesce a sfondare nella Berlino Punk di inizi anni ’80. Un film da riscoprire come tutta la filmografia dimenticata di Roland Klick.

 

La Biblioteca di Stato a Berlino

La Biblioteca di Stato di Berlino progettata da Bernhard Scharoun

L’occhio poetico di Wim Wenders filmerà un’altra Berlino: melanconica e sentimentale. Oltre al muro e alla Colonna della Vittoria al centro del Tiergarten, la location più suggestiva scelta da Wenders è la Biblioteca di Stato(1978) a Kemperplatz dell’architetto Bernhard Scharoun. Bernhard Scharoun (1893 -1973) viene considerato un personaggio di spicco nell’architettura organica, disciplina che teorizzava l’importanza del contesto naturale in cui doveva sorgere un edificio, l’uso di materiali specifici adatti al luogo, la valorizzazione delle esigenze emotive dell’uomo. (“Per Architettura Organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinta da un’architettura che venga applicata dall’esterno.Frank Lloyd Wright). Scharoun, Walter Gropius e Bruno Taut costruirono e progettarono numerosi edifici famosi per le loro originali armonie, come la sala concerti della filarmonica di Berlino (realizzato fra il 1960 e il 1963 da Scharoun) o il Bauhaus Archiv (progettato nel 1964 da Gropius), utopici insediamenti abitativi come il quartiere a forma di zoccolo di cavallo Hufeisensiedlung (realizzato fra il 1925 e il 1931 da Taut), o disumani conglomerati di palazzi come Gropiusstadt (realizzato nel 1960 da Gropius).

Olga Segler

Il vecchio monumento a Olga Segler in Bernauer Strasse quando esisteva ancora il muro di Berlino.

Ma il regista che colse di più la follia di Berlino è Andrzej Żuławski (1940-2016) con il suo capolavoro “Possession”. La città divisa, e doppia, è l’ambientazione per eccellenza di questo dramma-horror. Nella città in cui fare la spia è un mestiere come un altro, tutto è decadente e abbandonato in attesa dell’apocalisse tanto da farla sembrare un paesaggio urbano metafisico. Una terra di mezzo in cui est e ovest si cercano e si aggrediscono come l’isterica coppia di protagonisti.

Non è un caso che le scene iniziali inquadrino i vecchi monumenti commemorativi dei morti della BernauerStrasse la lunga strada in cui il muro inglobò, durante la notte fra il 12 e 13 agosto 1961, le abitazioni di un lato della carreggiata, confinandole a Est. Nel giro di poche ora porte e finestre furono murate dai vopos. Olga Segler provò a lanciarsi dalla finestra del suo appartamento, appartenente a Berlino Est, ma morì sul marciapiede di Berlino Ovest. Sorte analoga toccò a Ida Siekmann e Rudolf Urban. Una corona di fiori appesa a dei pali di legno e filo spinato ricordavano, prima del crollo del muro, i loro tristi destini.

 

Anna Swinemünder Strasse

Possession (1981) – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25 come si presenta oggi.

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Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25

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Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25. L’arrivo di Mark.

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Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25. La disperazione di Mark.

Possession” mostra poi la casa di Anna (Isabelle Adjani): una bizzarra architettura in mattoni rossi dell’architetto Josef Paul Kleihuessituata a SwinemünderStrasse 25. Una specie di fortezza moderna che ricorda il muro ripiegato su se stesso.

L’ufficio di Mark (Sam Neill) è situato nella massiccia piazza FehrbellinerPlatz riprogettata dall’architetto Albert Speer sotto il regime di Hitler. Il palazzo semicircolare (1934) è opera dell’architetto Otto Firle.

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Possession – La diabolica alcova a Sebastianstrasse n.87 come si presenta oggi

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Possession – La diabolica alcova a Sebastianstrasse n.87 in fiamme. A destra del palazzo il muro di Berlino.

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Possession – la Adjani pedinata nel quartiere di Kreuzberg

Sebastianstrasse n.87 (Kreuzberg): questo è l’indirizzo vero dove abita l’amante demoniaco di Anna. Un decrepito palazzo stile austro-ungarico all’inizio di uno dei quartieri più poveri e riottosi di Berlino. La strada era divisa dal muro: metà nella zona Est, metà nella zona Ovest. Dalle finestre della diabolica alcova era possibile avere una buona visuale su Berlino Est così come dall’appartamento di Anna a SwinemünderStrasse. Ora la facciata del palazzo è stata ristrutturata e la riqualificazione del quartiere ha tolto gran parte del fascino decadente e bohémien di una volta.

Pochi isolati più avanti, in Oranienstrasse 47, si trova ancora il caratteristico bar d’angolo Stiege dove Mark uccide Heinrich, l’amante umano di Anna. Ora è un ristorante abbastanza chic, non più la buia bettola del film.

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la facciata del bar Stiege a Oranienstrasse 47 ancora identica

Poco distante si trovano altre due location del film: Lohmuhlenbruck e il ponte a ridosso delle torri di guardia del muro (ripreso anche da Wenders in una scena del “Il cielo sopra Berlino”) e la zona portuale a SchlesischeStraße No. 29-30. In quest’ultima si svolge la fuga in moto nei sottopassi dei palazzi industriali.

La chiesa dove Anna prova a pregare prima dell’insostenibile aborto in metropolitana è la chiesa ortodossa Kirche HeiligenSava in RuppinerStrasse 29, mentre la suggestiva scala a chiocciola in cui si svolge la sparatoria finale si svolge probabilmente nel palazzo di Joseph Haydn straße 1.

 

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Il palazzo dalla bizzarra scala a chiocciola a Joseph Haydn straße 1.

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Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

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Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

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Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

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Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

La mappa delle location del film Possesion:

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Possession (1981) – Andrzej Żuławski – Location

Fra i tanti film girati a Berlino va menzionata la curiosa location del film “Hanna” (2011), un fanta-action on the road di Joe Wright. L’incontro scontro finale si svolge a Spreepark (Kiehnwerderallee 1), un parco giochi abbandonato a sud est del centro lungo il fiume Sprea, la cui verde boscaglia ha sommerso coloratissime giostre e statue di dinosauri.

E’ doveroso citare anche il capolavoro di Roberto Rossellini Germania Anno Zero” (1948). Le scene girate fra le macerie della città dell’immediato dopo guerra restano la miglior testimonianza di una delle tante facce di una Berlino che non esiste più.

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“Hanna” (2011) – Joe Wright

3. Il fascino delle Location – San Galgano

 

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Abbazia di San Galgano (Siena)

Andrej Tarkovskij, dopo 4 anni da “Stalker”, decide di girare in Italia il suo primo film fuori dalla patria: “Nostalghia” (1983). Il regista ha ormai abbandonato l’Unione Sovietica, è diventato un esule e la città di Firenze gli ha offerto la cittadinanza onoraria. Fin dal titolo del film emerge la sua cupa malinconia, una tristezza che attanaglia tutti i Russi costretti ad andarsene dal proprio paese.
Scrive Tarkovskij: “I Russi raramente sono capaci di cambiare natura e di adattarsi alle nuove condizioni di vita. (…) E’ universalmente nota la loro drammatica refrattarietà all’assimilazione, la loro goffa pesantezza nel tentativo di imitare lo stile di vita altrui”.
Da queste premesse non ci si poteva certo aspettare un film solare. E non è un caso che la storia si svolga in un inverno umido e nebbioso, clima tutt’altro che mediterraneo, lontano dall’immaginario collettivo che vede l’Italia sempre baciata dal sole.
Tarkovskij detesta le immagini da cartolina: “Non mi sono proposto di mostrare ancora una volta sullo schermo l’Italia che sbalordisce i turisti con le sue bellezze”. Tuttavia ha scelto come ambientazione la splendida terra senese, probabilmente dietro suggerimento di Tonino Guerra, co-sceneggiatore del film.
La Val d’Orcia avvolta nella nebbia, il borgo medievale di Bagno Vignoni con al centro la grande vasca termale da cui salgono i vapori dell’acqua che sgorga dal terreno vulcanico, la suggestiva cripta longobarda dell’abbazia di Abbadia San Salvatore, con le sottili colonne lavorate e i capitelli uno diverso dall’altro… Bellezze italiane forse poco conosciute al grande pubblico, ma che possono comunque sbalordire i turisti per la loro bellezza.

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Abbazia San Galgano (Siena)

Ma quello che sbalordisce ancora di più sono le riprese finali nell’affascinante abbazia cistercense di San Galgano, di cui restano solo le mura e le navate, mentre del tetto, del pavimento e delle vetrate non c’è più traccia.
All’interno dell’imponente navata centrale Tarkovskij riesce a ricostruire un piccolo paesaggio con tanto di casa e specchio d’acqua, dove si rispecchiano il protagonista e il suo cane lupo.
Grazie a un gioco prospettico spiazzante, i modelli in miniatura della casa e degli alberi sembrano a grandezza naturale, mentre le arcate laterali della cattedrale e l’abside che fa da sfondo appaiono ruderi giganteschi che racchiudono al loro interno un mondo (un frammento di campagna russa, un ricordo della vita del protagonista).
Al protagonista “l’Italia (…) appare come un insieme di maestose rovine che sembrano sorte dal nulla”.

 

Abbadia San Salvatore - cripta

Abbadia San Salvatore – cripta

 

Questa geniale intuizione visiva è frutto della visita di Tarkovskij al santuario di Loreto dove, nella Basilica, è conservata quella che la tradizione identifica come l’antica casa di Maria di Nazaret, trasportata dagli angeli a Loreto nel 1294 (tre anni dopo che i Crociati furono espulsi dalla Palestina). Per un visitatore l’effetto straniante è quello di vedere una casa all’interno di una chiesa. Al regista russo, che – come tutti i Russi lontani dalla patria – ha “un fatale attaccamento (…) alle proprie radici nazionali, al proprio passato, alla propria cultura”, dev’essere apparsa come una spettacolare matrioska.

I dialoghi del regista con Tonino Guerra e la ricerca delle location di Nostalghia sono diventati un documentario: “Tempo di viaggio” (1983).

 

 

2. Il fascino delle Location – Le colonie marine abbandonate. La Riviera Tirrenica. Parte 2

Map Come la costa romagnola anche quella tirrentica è costellata da colonie marine dell’epoca fascista. Alcune sono state adibite a ostelli, alberghi o scuole. Altre sono in attesa di ristrutturazione o in completo abbandono. La maggior parte si concentrano a Marina di Massa e a Pisa in zona Calambrone.

Torre Marina (1933) a Marina di Massa

Torre Marina (1933) ex colonia FIAT a Marina di Massa. Architetto Vittorio Bonadè-Bottino.

Colonia Ettore Motta (Gruppo Edison) a Marina di Massa (1937).

Colonia Ettore Motta (Gruppo Edison) a Marina di Massa (1937).

Colonia Firenze. Calambrone (Pisa

Colonia Firenze. Calambrone (Pisa)

Colonia Vittorio Emanuele II. Calambrone Pisa.

Colonia Vittorio Emanuele II. Calambrone Pisa.

Vittorio Emanuele II 2

Colonia Vittorio Emanuele II. Calambrone Pisa.

Colonia Rosa Maltoni. Calambrone (Pisa)

Colonia Rosa Maltoni. Calambrone (Pisa)

Colonia Rosa Maltoni. Calambrone (Pisa)

Colonia Rosa Maltoni. Calambrone (Pisa)

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Colonie abbandonate della riviera tirrenica e adriatica. Dall’alto a sinistra Chiavari – Milano Marittima – Marina di Massa – Milano Marittima – Milano Marittima – Cesenatico – Rimini – Miramare – Calambrone – Cattolica

2. Il fascino delle Location – Le colonie marine abbandonate. Parte 1

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Ex Colonia Varese a Milano Marittima.

Le colonie dei primi anni del ‘900 lungo la Riviera Romagnola sono da sempre un’attrazione, anche se, col tempo, i motivi di tanto fascino sono cambiati. Ora le loro imponenti architetture razionaliste sono delle strutture metafisiche che l’abbandono e il degrado hanno reso spettrali relitti di epoche perdute. In passato la loro imponenza e le geometrie futuristiche servivano per propagandare un regime proiettato verso il progresso. La colonie marine nascono come rimedio e prevenzione alle numerose forme di tubercolosi che rappresentavano una delle principali cause di mortalità nei bambini, specie quelli appartenenti alle classi meno abbienti. Mare e sole erano un’ottima prevenzione e spesso anche un rimedio contro questa piaga. Le prime colonie marine in Italia nacquero sulla Riviera Tirrenica verso la metà del 1800 grazie alla ferrea volontà di Giuseppe Barellai, mentre sulla Riviera Romagnola le prime strutture sorsero qualche decennio più tardi grazie a Paolo Mantegazza (considerato tra le altre cose un precursore della fantascienza italiana con il suo racconto “Anno 3000: un sogno“) grande ammiratore di Barellai. Le colonie marine, in epoca fascista, vengono potenziate: da strutture ospedaliere diventano strumento di cura, educazione, svago e propaganda in grado di ospitare migliaia di bambini. Le politiche di sostegno alle famiglie più povere garantiscono loro un soggiorno vacanza in cui possono crescere sani, robusti e politicamente orientati grazie a un fiero senso dell’appartenenza. Anche alcune grandi industrie dell’epoca costruiscono le loro colonie in linea con la visone fascista.

Monopoli di Stato

Colonia Monopoli di Stato (Montecatini) a Milano Marittima. Ingresso

E’ il caso della gigantesca colonia Monopoli di Stato (Montecatini) a Milano Marittima della Società generale per l’industria mineraria agricola e chimica. La stretta collaborazione del reparto chimico con l’industria bellica degli anni del fascismo e il sostegno del nuovo direttore (Guido Donegani) a Mussolini consentiranno all’azienda di commissionare nel 1939 l’ambizioso progetto per la costruzione della Monopoli di Stato all’architetto Eugenio Faludi.

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Colonia Monopoli di Stato (Montecatini) a Milano Marittima. Fronte.

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Colonia Monopoli di Stato (Montecatini) a Milano Marittima. Veduta dalla spiaggia.

La colonia si presenta gigantesca, capace di ospitare più di 1500 bambini e circa 300 dipendenti, un ampio arco fa da ingresso alla lunga e ampia via che porta al blocco centrale della colonia. Il blocco centrale dei dormitori è lunghissimo, ma alto solo quattro piani. Una torre alta 50 metri (la Torre dell’Arengario) bilancia l’aspetto monolitico dell’edifico. Nel progetto originale di Faludi una passerella doveva partire dal retro della colonia e attraversare tutta la spiaggia fino al mare. La struttura funzionale e moderna è in linea con il sogno progressista di quegli anni, la torre dell’Arengario serviva ad ammirare il temperamento atletico dei giovani balilla che correvano lungo le sue rampe, nessuno poteva rimanere indifferente a uno sfoggio simile di “potenza” e “benevolenza”. In tempo di guerra la colonia divenne ospedale militare, la torre venne distrutta e l’architetto Faludi, a causa delle leggi razziali (era di origini ebree), fu costretto all’esilio.

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Colonia Varese veduta dalla spiaggia.

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Colonia Varese. Particolare della doppia rampa. Fotografia di George Matei.

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Colonia Varese. Interno. Fotografia di George Matei.

A pochi metri dalla Monopoli di Stato sorge un altro monumentale rudere: la colonia Varese. Costruita dall’architetto Mario Loreti nel 1939 per la Federazione dei Fasci della provincia di Varese. Durante la guerra il piazzale della colonia fu utilizzata dai tedeschi come carcere, obitorio e ospedale mentre dagli alleati come rimessa per gli aerei della RAAF (Royal Australian Air Force). Durante la ritirata i Tedeschi fecero saltare con gli esplosivi la rampa di scale che occupava l’ampio blocco centrale dell’edificio.

Ex Colonia Varese a Milano Marittima. Veduta dalla spiaggia.

Ex Colonia Varese a Milano Marittima. Veduta dalla spiaggia.

Quelle che vediamo oggi sono frutto di un restauro iniziato negli anni ’60 e mai terminato. Negli ultimi anni l’interesse per queste storiche struttre è cresciuto, anche grazie all’attività di tanti writers, da sempre interessati a esplorare luoghi abbandonati, e dalla documentazione di fotografi amatoriali alla ricerca di soggetti curiosi. Esistono vari progetti di riqualificazione per le colonie abbandonate (anche per la Monopoli e per la Varese), ma di difficile realizzazione. Solo poche di queste sono state ristrutturate ridestinandole ad alberghi o scuole, ma, al di là delle necessità urbanistiche contro il degrado, il loro fascino è andato perduto. Questi relitti metafisici arenati sulle spiagge hanno la stessa  bellezza dei ruderi romani. Proprio per la decadente e inquietante grazia le surrealei rampe incrociate della colonia Varese fanno da scenografia a due film italiani. “La ragazza di Latta” (1970) di Marcello Aliprandi, un piccolo film fanta grottesco che risente molto di quegli anni, e il cult horror “Zeder” (1983) di Pupi Avati. Per “Zeder” fu valutata un’altra location simile, ma meno suggestiva: la colonia “Le Navi” di Cattolica.

La Colonia Dalmine diventato l'albergo le Conchiglie di RiminiLa Colonia Dalmine diventato l'albergo le Conchiglie di Rimini

La Colonia Dalmine diventata l’albergo le Conchiglie di Rimini

La Colonia Novarese Rimini

La Colonia Novarese a Miramare di Rimini. Architetto Giuseppe Peverelli (esponente di spicco dell’economia e della politica italiana nel periodo fascista. Scappò in Uruguay nel 1943) Diventerà un grand hotel e centro benessere. Lavori bloccati. Foto presa dagli archivi del sito http://www.artefascista.it

 

(Bellariva). Progetto di ristrutturazione, ma lavori bloccati.

L’imponente Colonia Murri a Bellariva di Rimini (1911). Progetto di ristrutturazione, ma lavori bloccati.

La Colonia Agip a Cesenatico tutt'ora attiva.

La Colonia Agip a Cesenatico (1938) tutt’ora attiva. Architetto Giuseppe Vaccaro.

Ex colonia "Le Navi" a Cattolica di Rimini. Parzialmente ristrutturato. Attuale Acquario e parco tematico.

Ex colonia “Le Navi” a Cattolica di Rimini (1934). Architetto Clemente Busiri Vici. Parzialmente ristrutturato. Attuale Acquario e parco tematico.

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Ex colonia “Le Navi” a Cattolica. Cartolina d’epoca.

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Ex colonia “Le Navi” a Cattolica.

Ex colonia "Le Navi" a Cattolica. La struttura originale. Cartolina d'epoca.

Ex colonia “Le Navi” a Cattolica. La struttura originale. Cartolina d’epoca.

1. Il fascino delle Location – Palazzo Fortuny a Venezia parte 2

Palazzo Fortuny Venezia

Palazzo Fortuny Venezia

Dopo anni di restauro, il palazzo è oggi interamente visitabile, dal piano terra fino all’immenso sottotetto con vista sulle tegole di Venezia. Gli stretti ballatoi dei piani nobili si affacciano sul piccolo giardino del lato più nascosto del palazzo, un gioiello di grande suggestione. All’interno, l’arredamento è rimasto il più possibile fedele a quello originale. Il grande salone del primo piano (il salone di rappresentanza) ha le pareti tappezzate di magnifiche stoffe Fortuny, su cui spiccano i quadri a olio di Mariano. Poi i tappeti, gli splendidi lampadari di seta (sempre di Mariano), i divani e le vetrine con oggetti preziosi collezionati negli anni. Un salotto in cui riverberano echi dannunziani. Per contrasto, nella vasta sala del secondo piano dove lavoravano le operaie sui telai, così spaziosa e oggi così vuota, è rimasta solo la biblioteca-studio di Mariano: un luogo dall’atmosfera quasi sacra, che racchiude l’anima dell’artista. Ci sono volumi d’arte, album con motivi decorativi, cartelle di appunti, fotografie… e un torchio per la stampa, un tavolo da lavoro, un cavalletto… ma anche strumenti all’avanguardia per quei tempi: lenti, ingranditori e lampade AEG brevettate da Mariano per l’illuminazione del palcoscenico nei teatri.

Palazzo Fortuny - Venezia. Cartolina

Palazzo Fortuny – Venezia. Cartolina

Il piccolissimo gabinetto alle spalle della biblioteca racchiude ancora boccette e vasi di vetro con i pigmenti segreti (formule di creazione Fortuny) che venivano utilizzati per la tintura delle stoffe. Questo è il laboratorio in miniatura del grande alchimista. Salendo per le scale si arriva al terzo piano, dove Mariano aveva allestito il suo laboratorio fotografico. Negli armadi, ingranditori, vasche per lo sviluppo, asciugatori, pinze… Il museo conserva 10.000 negativi su vetro. Come in una wunderkammer, aprendo i cassetti dell’atelier, dello studiolo e della biblioteca si trovano piccole meraviglie: gioielli disegnati da Mariano, bozzetti in cera e terracotta, studi di scenografie teatrali, prove di stampa, frammenti di stoffe, avori lavorati al tornio e, inaspettatamente, anche trapani da dentista, occhiali da oculista, bisturi… Tutto “bello come l’incontro fortuito di una macchina da cucire e di un ombrello sopra un tavolo da dissezione” (per citare i “Canti di Maldoror” di Lautréamont).

Palazzo Fortuny - Venezia dal catalogo ARTEMPO: biblioteca

Palazzo Fortuny – Venezia dal catalogo ARTEMPO: biblioteca

Questi accostamenti azzardati, spiazzanti e, a modo loro, illuminanti come un quadro surrealista hanno spinto il famoso collezionista e interior designer belga Axel Vervoordt a realizzare nella casa-museo di Mariano “ARTEMPO“, una mostra di grande suggestione dove arte antica e arte moderna, installazioni contemporanee e reperti archeologici, culture orientali e culture occidentali convivono, dialogano e si confondono in un’emozionante gioco di assonanze. Un viaggio che supera le barriere geografiche e cronologiche che siamo abituati ad erigere quando parliamo di arte.

Palazzo Fortuny - Venezia. Cartolina

Palazzo Fortuny – Venezia. Cartolina

Visto il successo di ARTEMPO (2007), Axel Vervoordt continuerà, sulla stessa linea e nella stessa sede, a realizzare mostre evento come “IN-FINITUM” (2009) e “TRA” (2011). Memorabili gli allestimenti di Daniela Ferretti, straordinaria exhibition designer di fama internazionale e direttrice di Palazzo Fortuny dal 2010. Curiosità La produzione dei tessuti Fortuny continua ancora oggi nell’atelier della Giudecca, inaugurato nel 1921. Le stoffe delle nuove linee di mercato, sempre ispirate al genio di Mariano, vengono confezionate con competenza e professionalità dalle detenute del vicino carcere femminile. A Brescia è presente l’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato “Mariano Fortuny”, orientato ai settori dell’abbigliamento, della moda e dell’arredamento. Daniela Ferretti, veneziana d’adozione da più di quarant’anni, è nata a Brescia.

Palazzo Fortuny Venezia dal catalogo ARTEMPO.

Palazzo Fortuny Venezia dal catalogo ARTEMPO.

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Palazzo Fortuny Venezia dal catalogo ARTEMPO.

1. Il fascino delle Location – Palazzo Fortuny a Venezia parte 1

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Palazzo Fortuny a Venezia

Forse il più bel palazzo gotico di Venezia, oggi conosciuto come “Palazzo Fortuny”, fu costruito dai nobili Pesaro intorno alla metà del Quattrocento.
Viene ricordato anche con il nome di “Pesaro degli Orfei” perché alla fine del Settecento ospitò l’Accademia musicale degli Orfei. Difficile immaginare che uno dei palazzi più eleganti di Venezia, divenuto famoso per i suoi arredi e per le feste memorabili che tenne in onore di principi e ambasciatori, nel Settecento non fosse più abitato dagli eredi della nobile famiglia, ma venisse completamente affittato a società di musica e a tipografie.
Sconvolgente pensare che, un secolo dopo, si trasformò addirittura nel modestissimo albergo di famiglie proletarie e sottoproletarie, di emarginati, diseredati, servi e mendicanti… Le ampie sale dei piani nobili erano state frazionate con divisori di fortuna in abitazioni anguste, veri e propri tuguri, così come il pianterreno, i corridoi, le scale e i sottoscala. Dietro la magnifica facciata stavano pigiate ben 350 persone!

Mariano Fortuny

Mariano Fortuny

Appena prima della fine del secolo, un brillante ragazzo spagnolo arrivò da Parigi e decise di stabilirsi proprio lì, in quel palazzo brulicante di vita, ma all’apice del degrado. Era il 1898 e il giovane catalano nato a Granada si chiamava Mariano Fortuny y Madrazo. Aveva diciotto anni.
Gli intellettuali stranieri che in quegli anni sbarcavano a Venezia (scrittori come Henry James, poeti come Lord Byron, pittori come John Singer Sargent…) preferivano stabilirsi in una qualche sfarzosa dimora affacciata sul Canal Grande e al centro della vita mondana. Mariano no: lui scelse il sottotetto della soffitta di quel palazzo che oggi porta il suo nome.
La soffitta era scura, ma di una spaziosità inusuale, soprattutto se confrontata con le piccole stanze accatastate ai piani inferiori. E’ lì che nasce il suo primo laboratorio.

Mariano Fortuny

Mariano Fortuny – Stoffe

Mariano diventa famoso per le sue stoffe: sete e velluti decorati con grande raffinatezza e con tecniche di tintura e stampa innovative, che gli consentono di sperimentare accostamenti cromatici inusuali per l’epoca.
Attratto dal teatro, disegna bozzetti e costumi di scena, realizza abiti per famose attrici e ballerine del calibro di Isadora Duncan, Sarah Bernhardt, Eleonora Duse, veste la più raffinata clientela internazionale del tempo con sete fittamente plissettate e velluti dai colori cangianti. Si ispira all’Art Nouveau d’inizio secolo (ai lavori di William Morris in particolare), ma anche ai motivi decorativi della tradizione catalana (fortemente influenzati dalla dominazione araba) e alle tuniche dell’antica Grecia, come appaiono nelle sculture classiche.
Raggiunge in fretta una tale notorietà che nel 1913 può permettersi di aprire un atelier a Parigi (sugli Champs Elysées) e uno a Londra (in Bond Street). Nel 1914 le sue stoffe attraversano l’Atlantico per essere esposte a New York.
In quegli anni a Venezia ben due piani del Palazzo Pesaro degli Orfei (ormai Palazzo Fortuny) sono occupati da telai e cavalletti. E’ lì che lavorano alacremente oltre cento operaie. E’ lì che Henriette Negrin, futura moglie di Mariano, dirige il laboratorio e si occupa della delicata colorazione delle stoffe.

Mariano Fortuny - Abiti

Mariano Fortuny – Abiti

Finita la Prima guerra mondiale, la produzione viene trasferita in una fabbrica di proprietà di Gian Carlo Stucky alla Giudecca, dove vengono confezionati i tessuti Fortuny per abiti e costumi di scena, e stoffe per l’arredamento di alberghi, palazzi e musei (fra cui il museo Carnevalet di Parigi).
L’apice del successo viene raggiunto fra il 1927 e il 1928 quando apre il negozio di New York. Poi la Grande depressione americana del ’29 e le norme sul divieto di importazione dei tessuti dall’estero portano a una significativa flessione delle vendite. Le ripercussioni sulla fabbrica veneziana sono pesanti.
Mariano muore nel 1949. La fabbrica chiude nel 1951. La vedova dona al Comune di Venezia il Palazzo Fortuny nel 1956.

Mariano Fortuny - Lampade

Mariano Fortuny – Lampade

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