L’accelerazione dei COSMISTI, il bolscevismo esoterico e lo spionaggio psichico.

Rasputin (1869 – 1916)

Rasputin (1869 – 1916)

Verso la fine del XIX secolo in Russia si è sviluppato un bizzarro movimento culturale chiamato “Cosmismo” caratterizzato dalla fiducia assoluta nelle infinite potenzialità della mente umana che avrebbe portato a una evoluzione etica consapevole. Grazie all’entusiasmo di alcuni studiosi, gli elementi spirituali ed esoterici radicati nella cultura russa sposarono la nascente rivoluzione scientifica e tecnologica.
All’inizio dell’Ottocento in Russia il cristianesimo ortodosso conviveva con i riti cabalistici ebraici e con le varie tradizioni pagane locali; le tante fascinazioni teosofiche provenienti dal vicino Oriente si incrociavano all’occultismo importato dall’occidente; mentre le recenti dottrine filosofiche trovavano ampio spazio nei salotti di aristocratici e di intellettuali. Per quasi due secoli tutte queste contrastanti correnti di pensiero si influenzarono l’un l’altra, causando il proliferare di medium, veggenti e mistici. L’ultimo e il più conosciuto di questi fu Rasputin (1869 – 1916) consigliere personale dell’ultimo imperatore della Russia e di tutta la famiglia dei Romanov.

Nikolaj Fjodorov

Un monumento dedicato a Nikolaj Fjodorov (1829 – 1903) nella città di Borovsk

In questo sottobosco spirituale cresce il padre del Cosmismo: Nikolaj Fjodorovich Fjodorov (1829 – 1903), carismatico bibliotecario di San Pietroburgo che influenzò molti intellettuali, scienziati e scrittori russi del Novecento come Konstantin Tzjolkovskij, Fëdor Dostoevskij, Michail Bulgakov, Vladimir Solov’ëv e Lev Tolstoj. Il suo pensiero filosofico-religioso ha profonde radici nel cristianesimo ortodosso e fu pubblicato postumo nel libro “La filosofia della causa comune” (1906). Un titolo molto appropriato visto l’impegno positivista che Fjodorov pretendeva da tutta l’umanità.
I cardini della filosofia della “causa comune” possono riassumersi a grandi linee nei seguenti cinque punti:

1        Gli uomini di tutto il mondo devono vivere pacificamente fra loro, lavorando e combattendo insieme per la “causa comune”.

2        La “causa comune” dell’uomo è dominare e controllare le forze della natura per portare la razionalità nel mondo.

3        La più complessa legge naturale da controllare è la morte che l’uomo deve imparare a sconfiggere grazie all’uso della tecnologia e delle nuove scoperete scientifiche.

4        Sconfitta la morte è compito dell’uomo resuscitare i propri avi.

5        Il conseguente sovraffollamento del pianeta deve portare l’uomo a conquistare l’universo dominando anche i caotici e sconosciuti spazi siderali con la razionalità e tecnologia.

Tutto il mondo, i processi meteorologici, tellurici e cosmici, ricadranno sotto la responsabilità dell’uomo, e la natura sarà il suo lavoro. L’uomo è spinto verso quest’obiettivo dalla fame, dalle malattie e da altre calamità, in modo che ogni volta che ritarda ad espandere l’area di applicazione del lavoro, la portata dei disastri si amplia. Così la natura punisce l’uomo con la morte per la sua ignoranza e la sua pigrizia, e lo spinge ad espandere sempre di più la sua attività lavorativa.

Poster della campagna spaziale sovietica

Poster della campagna spaziale sovietica

Anche se apparentemente possano sembrare farneticazioni, queste idee forgiarono un nutrito gruppo di letterati e studiosi, che gettarono le basi dello spirito su cui si sarebbe fondata la nascente Unione Sovietica. L’assoluta fiducia nella scienza e l’approccio ottimistico al futuro caratterizzeranno per molti decenni film, libri, ricerche scientifiche e agende politiche.

La filosofia della causa comune si contrappone radicalmente all’inerzia filosofica e religiosa occidentale, passiva o meramente contemplativa. Il cosmismo è la religione del “fare”: l’uomo deve costruire il suo futuro impegnandosi personalmente con sforzi sovraumani e un incessante ricerca creativa mirata a dominare le forze irrazionali della natura. Il rapporto con la natura non deve, però essere di tipo predatorio e distruttivo come avviene nelle società capitalistiche. L’uomo deve prima acquisire una “super morale” necessaria per saperla regolamentare, rispettandola e proteggendola dalle forze del caos.

“Tutto lo spazio celeste ed i pianeti diventeranno accessibili all’uomo solo quando sarà in grado di ricreare se stesso dalle sostanze primordiali, dagli atomi e dalle molecole, perché solo allora sarà in grado di vivere in qualsiasi ambiente, assumere qualsiasi forma e visitare tutte le generazioni in tutti i mondi, dal più antico al più recente, il più remoto e il più vicino. (…) La grande prova di coraggio che sta innanzi all’umanità richiede le più alte virtù marziali come l’audacia e il sacrificio di sé, escludendo però ciò che è più orribile in guerra – l’uccisione di altre persone.”

 

Konstantin Ciolkovskij (1857 – 1935)

Konstantin Tzjolkovskij (1857 – 1935)

Lo scienziato Konstantin Tzjolkovskij (1857 – 1935) è il principale discepolo di Nikolaj Fjodorovich Fjodorov. Tzjolkovskij, rimasto incantato da giovane dal fervore del suo mentore, gettò le principali nozioni dell’astronautica. Il suo lavoro spaziò in vari campi: dallo studio sulla possibilità di sfruttamento dell’energia atomica, ai calcoli matematici per migliorare la propulsione missilistica; dalle disquisizioni sull’eugenetica, alla definizione delle necessità umane nello spazio. Scrisse più di 400 saggi scientifici e filosofici, pubblicò romanzi di fantascienza e collaborò con maniacale attenzione alla realizzazione del film di fantascienza “Cosmic voyage” (1936 – Vasilij Zhuravlev). Nonostante le sue idee fossero in anticipo sui suoi tempi venivano accolte con entusiasmo dal nascente bolscevismo per la sua cieca fede nel progresso tecnologico e nell’autodeterminazione umana.

 

E ‘stato il sogno di tutta la mia vita poter contribuire, nel mio piccolo, al progresso. Prima della Rivoluzione il mio sogno non poteva avverarsi. Solo la Rivoluzione d’Ottobre ha dato riconoscimento al lavoro di un’autodidatta. Solo il governo sovietico e il partito mi hanno dato un’assistenza efficace… Tutti i miei lavori sull’aeronautica, la missilistica, e i viaggi interplanetari li lascio al partito bolscevico e al governo sovietico, i veri leader nel progresso della cultura umana. Sono sicuro che saranno in grado di portare a termine questi lavori con successo. Con tutto il mio cuore e la mia mente, e con i miei ultimi saluti più affettuosi.Konstantin Tzjolkovskij”. (lettera del 1935 indirizzata al comitato centrale del PCUS inviata pochi giorni prima della sua morte).

Vladimir Vernadskij (1863-1945)

Vladimir Vernadskij (1863-1945)

Un altro geniale cosmista che contribuì a creare nuove discipline scientifiche fu Vladimir Vernadskij (1863-1945). Vernadskij è considerato tra i fondatori della geochimica, fu fra i primi a capire le potenzialità dell’energia atomica, coniò i concetti di noosfera e biosfera. Come Tzjolkovskij e Fjodorov, Vernadskij era fermamente convinto che con l’uso del pensiero scientifico e degli strumenti tecnologici l’uomo avrebbe migliorato la natura per poi conquistare il cosmo.
“Egli (l’uomo) può e deve ricostruire con il proprio lavoro e il proprio pensiero l’ambiente in cui vive, ristrutturarlo e riedificarlo in modo radicalmente diverso rispetto a ciò che era prima.”
 Istituì la “Commissione per lo studio delle forze produttive naturali della Russia” con l’obiettivo di catalogare e cercare le risorse minerarie russe. Un lavoro che si rivelò di fondamentale importanza strategica durante il periodo della Prima Guerra Mondiale. Nel 1940 con il “Comitato Uranio” avviò il programma nucleare sovietico.
Ben presto l’uomo avrà la potenza atomica nelle sue mani. Questa è una fonte di energia che gli darà la possibilità di costruire la sua vita proprio come lo vuole. Sarà in grado di usare questa forza per scopi buoni e non per auto-distruzione?”.

Poster della campagna spaziale sovietica

Poster della campagna spaziale sovietica

I padri fondatori del Cosmismo proiettarono la nascente Unione Sovietica nel XX secolo e le loro ricerche furono la base di molti futuri successi scientifici mondiali. Grazie a Tzjolkovskij, Jurij Gagarin fu il primo uomo nello spazio battendo i rivali statunitensi, mentre Vernadskij gettò le basi per rendere l’URSS una potenza nucleare. Il Cosmismo può essere considerato a tutti gli effetti la religione segreta russa.

I valori del cosmismo furono parte integrante del nascente partito bolscevico e indirettamente tramandati alle nuove generazioni grazie a Anatolij  Lunačarskij (1875 – 1933) che, dopo essersi battuto a fianco di Lenin, ricoprì per più di un decennio la carica di Commissario del popolo per l’istruzione (Ministro dell’istruzione).

Aleksandr Bogdanov (1873 – 1928)

Aleksandr Bogdanov (1873 – 1928)

Accanto a Lenin l’altra figura di spicco fu l’eclettico Aleksandr Bogdanov (1873 – 1928). Bogdanov fu politico, medico, scrittore, rivoluzionario, filosofo ed economista. Straordinariamente colto, come i più importanti cosmisti, tradusse per la prima volta in russo “Il Capitale” di Marx, aderì da subito al bolscevismo (nonostante se ne discostò in seguito formando la fazione menscevica) e conobbe in Svizzera il suo più famoso alleato e rivale: Lenin. Il suo attivismo politico radicale lo portò più volte in prigione, prima per mano dello Zar, dopo per mano del Partito che lui stesso aveva contribuito a creare.
Fu il grande teorico dell’”organizzazione” applicabile sia per la strutturazione del Partito Operaio Social Democratico Russo sia per le leggi naturali e sociali.
Con il suo trattato del 1912 “Tectologia (Scienza generale dell’organizzazione o scienza delle strutture)” teorizzava una nuova disciplina che avesse il compito di concepire tutte le scienze come strumenti per organizzare l’attività lavorativa collettiva. Questo monumentale libro anticipava alcuni concetti di cibernetica successivamente sviluppati da Norbert Wiener (1894 – 1964 padre della cibernetica) e molte idee alla base delle ricerche di Ludwig von Bertalanffy (1901 – 1972 fondatore della Teoria generale dei sistemi). Prevedeva anche un futuro in cui le macchine avrebbero raggiunto uno stadio di auto efficienza capace di eliminare la disuguaglianza di classe: una sorta di Intelligenza Artificiale.

il mausoleo di Lenin a Mosca

il mausoleo di Lenin a Mosca

Viste le influenze eterogenee del cosmismo non c’ è da stupirsi che Bogdanov sia stato influenzato più dall’occultismo che dalla “La filosofia della causa comune”, tanto che, in alcuni suoi scritti, paragona Satana al dio del proletariato. Un Satana ribelle che alle soglie della Rivoluzione d’Ottobre combatte contro l’annichilimento della ragione umana. Un Satana liberatore che vuole donare il frutto proibito della conoscenza all’uomo.
Anche nei suoi romanzi di fantascienza aleggia un alone occulto. Nel romanzo “La stella rossaBogdanov immagina un’ideale insediamento umano su Marte. La società è, ovviamente, di stampo comunista, la scienza e la cultura è accessibile alla classe operaia in diretta proporzione dei suoi bisogni, il sangue è un bene comune della popolazione e viene ripartito in parti uguali fra ogni abitante tramite continue trasfusioni. Questa collettivizzazione sanguigna ha permesso al comunismo di sconfiggere il suo più grande nemico: la morte. Una visione macabra che richiama più i vampiri gotici che i benefici del comunismo.
Bogdanov era ossessionato dal sangue. Grazie alle sue ricerche in campo medico le trasfusioni di sangue divennero in Russia una pratica comune. Istituì l’“Istituto per la trasfusione del sangue”, ma morì proprio in seguito ad un esperimento di trasfusione praticato su se stesso.

La salma di Lenin

La salma di Lenin

Argomenti come la sconfitta della morte e la rinascita dei defunti predicati dal Cosmismo abbracciavano il lato più esoterico del Bolscevismo sfociando in aspetti macabri al limite con la superstizione e del paranormale. Non è un caso che la salma di Lenin giaccia perfettamente imbalsamata in una teca di vetro in un mausoleo ai piedi del Cremlino. Il culto della sua personalità fu una geniale opera di propaganda, ma alla base c’ era anche la convinzione che, raggiunte le giuste conoscenze scientifiche, Lenin potesse ritornare in vita. L’idea originale per la creazione di questo monumento funebre fu di Leonid Krasin, grande amico e collega di Bogdanov, ciecamente convinto che la scienza avrebbe in futuro sconfitto la morte. Krasin, inizialmente, non propose l’imbalsamazione, ma una sorta di ibernazione in un paese siberiano; per motivi pratici fu impossibile praticarla. Insieme al ministro della cultura Lunacharsky, indì un concorso per progettare un mausoleo che potesse diventare una meta di pellegrinaggio come la Mecca o Gerusalemme. Per il pittore Kazimir Malevic il mausoleo doveva assolutamente avere forma cubica: il cubo è simbolo di eternità in cui sono presenti tutte e quattro le dimensioni. La risonanza del ritrovamento della tomba di Tutankhamon avvenuta un anno prima diede l’ultimo tocco esoterico al monumento. Un cubo sotto una piramide a gradoni.

Lenin viveva. Lenin vive. Lenin vivrà.” scriveva Vladímir Majakóvski.

Un quadro del suprematista Kazimir Malevich (1879-1935) - Painting with Black Trapezium and Red Square

Un quadro del suprematista Kazimir Malevich (1879-1935) – Painting with Black Trapezium and Red Square

Il movimento politico che fece dell’ateismo un caposaldo dell’ideologia sovietica in realtà è fondato su un vasto immaginario spiritista ed esoterico in cui la scienza e il potere della mente umana presero il posto della fede e dei miracoli. Lo stesso Stalin, nonostante l’imponente e violenta opera di rimozione ed epurazione, non sradicò queste credenze, anzi in qualche modo ne rafforzò i lati più irrazionali. Nonostante molti intellettuali, artisti e scienziati dovettero rinnegare le loro convinzioni per evitare le purghe di stato, l’assoluta importanza delle ideologie e dei simboli a scapito della ragione, come il culto dell’”infallibilità di Lenin” e la fede assoluta nel Socialismo Reale, ha un che di religioso.

Con l’ascesa del bolscevismo e la successiva Rivoluzione d’Ottobre la fascinazione per il paranormale tanto in voga nei salotti aristocratici russi prese una deriva bizzarra. La cieca fede nel raziocinio portò l’illustre neurologo Vladimir Bechterev (1857 1927 collega del più celebre Ivan Pavlov) a interessarsi ai fenomeni di suggestione, dopo aver assistito a uno spettacolo di comunicazione fra un padrone e i suoi cani. Portò avanti ricerche sperimentali sui poteri mentali, in cui un soggetto doveva, per esempio, inviare telepaticamente immagini a un altro soggetto. Gli esiti di questi esperimenti furono curiosi: i riceventi telepatici identificavano raramente la natura del messaggio, ma ne comprendevano in modo significato diverse caratteristiche. Gli studi di Bechterev sono la base della parapsicologia e dello studio dei fenomeni ESP. Nel 1927 morì in circostanze misteriose il giorno dopo aver diagnosticato a Stalin una grave sindrome paranoica.

La guaritrice Juna Davitashvili

La guaritrice Juna Davitashvili

Nonostante la telepatia venisse bollata dall’Enciclopedia sovietica negli anni ’50 come “finzione idealista… basata su presunti poteri soprannaturali dell’uomo…” le ricerche del carismatico neurologo nel campo dei fenomeni extrasensoriali continuarono fino a godere di rinnovato interesse durante la presidenza Brèžnev (1906 – 1982). Durante il suo governo ci fu un rifiorire di guaritori (fra cui la celebre Juna Davitashvili che si sussurra abbia curato anche Papa Wojtyła), di ciarlatani, di sensitivi e di centri di ricerca sui fenomeni extrasensoriali. Questi fenomeni, a differenza dello scetticismo occidentale, venivano studiati in ogni accademia universitaria con la speranza segreta di trovare applicazioni in campo militare. In piena guerra fredda i poteri extrasensoriali potevano rilevarsi un’arma innovativa. Molti esperimenti riguardavano la comunicazione del pensiero fra soldati all’interno dei sommergibili e il personale a terra. Altri consistevano in tecniche di annullamento della personalità a distanza (la versione sovietica dell’MK ultra statunitense) e in tentativi di spionaggio tramite telepatia. La quantità di soldi stanziati per queste ricerche provocò reazioni isteriche in occidente con la conseguente corsa agli armamenti ESP. Anche gli USA costituirono, con meno dispendio di risorse, un’unità di studio sui fenomeni paranormali, ma senza grandi risultati.

Monument to the Conquerors of Space, Moscow, Russia (1964)

Monument to the Conquerors of Space, Moscow, Russia (1964)

Quanto di vero sia stato scoperto in questi centri di ricerca non è dato sapere. Sicuramente niente che potesse trovare applicazioni immediate e utili. Ora sembra tutta storia passata. La comunità scientifica internazionale ha deciso di considerare questi studi di scarso interesse. Chissà se fra qualche decennio scoperte rivoluzionarie riabiliteranno gli studi sovietici sui fenomeni extrasensoriali, tanto quanto le farneticazioni di un vecchio bibliotecario di fine ‘800 furono l’ispirazione per il primo volo umano nello spazio.

Monumento a Gagarin

Monumento a Gagarin

 

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4. Il fascino delle location – Villa MALAPARTE

Villa Malaparte Capri

Villa Malaparte Capri

Una nave rossa nascosta sulla cima di uno scoglio. Così potrebbe apparire Villa Malaparte a Capri: un esempio di architettura razionalista che si sposa perfettamente con il paesaggio.
La casa fu progettata interamente dal controverso scrittore Curzio Malaparte, che la definì “Casa come me, autoritratto abitativo ed estetico” e anche “Il mio ritratto in pietra”.

Villa Malaparte - Capri

Villa Malaparte – Capri

Personaggio ancora oggi scomodo: egocentrico, dandy, voltagabbana e narcisista … ospite fisso dei salotti “bene” e capace di farsi odiare da tutti. Durante la Prima Guerra Mondiale fu un entusiasta volontario, fra i primi sostenitori del fascismo e grande ammiratore di Mussolini. Pochi anni dopo, venne mandato a Lipari, al confino, proprio dallo stesso regime fascista che mal tollerava le sue opinioni taglienti e non condivideva certamente i contenuti del suo primo libro “Viva Caporetto!”. Durante la Seconda Guerra Mondiale fece l’inviato di guerra. Dal 1943 iniziò a collaborare con gli alleati. Nel dopoguerra si avvicinò all’ideologia comunista e, in punto di morte, si convertì alla fede cattolica.
A cavallo fra le due guerre, poco più che ventenne, inizia la sua carriera letteraria e giornalistica.
Il suo primo libro delinea già i contenuti cari allo scrittore: l’esaltazione del valore dei soldati e la pietà umana. Denigra invece i generali e la loro incompetenza. Caporetto diventa così la metafora di un’Italia governata da una classe dirigente vecchia e incapace, che andrebbe rimpiazzata con una nuova, più giovane e valorosa.

Villa Malaparte - Capri. La scalinata.

Villa Malaparte – Capri. La scalinata.

E’ con “Kaputt” e, soprattutto,con “La pelle” che il suo stile documentaristico e grottesco esplode in tutta la sua irriverenza.
Malaparte fu indubbiamente testimone di troppi orrori. La sua capacità di enfatizzarli, in maniera a volte cinica e a volte intrisa di compassione, riesce a descrivere perfettamente l’atroce follia della guerra.

Villa Malaparte rispecchia l’originalità, l’arroganza e l’ossessione per la bellezza che caratterizzano il personaggio di Curzio Malaparte.
Comprato il terreno per poche migliaia di lire e reso edificabile grazie all’amicizia con Galeazzo Ciano, affidò inizialmente i lavori di costruzione a Adalberto Libera per poi riprogettarla completamente.
Esternamente la forma di parallelepipedo lungo e stretto è spezzata da una lunga scalinata che si allarga fino al tetto/terrazza: il punto panoramico in cui l’immensa bellezza del paesaggio inghiotte qualunque presenza architettonica.
La scala sembra una sezione di un teatro romano, mentre il paravento bianco a forma di onda interrompe la piattezza del tetto/terrazza come se fosse la vela di una barca.
L’interno, sviluppato su tre piani, è arredato in maniera minimale per dare risalto il più possibile all’esterno. Nel grande salone dal pavimento basolato si può ammirare il paesaggio attraverso quattro grandi finestre che lo incorniciano come quattro differenti quadri. Perfino dal grande camino c’è una finestrella di cristallo da cui si può scorgere il mare: di grande effetto con il fuoco acceso e la luna che si riflette in mare.
Dal promontorio di Capo Masullo, su cui è edificata la villa, parte una ripida scalinata che porta direttamente al mare.

Villa Malaparte - Capri. Veduta dalla scalinata.

Villa Malaparte – Capri. Veduta dalla scalinata.

Villa Malaparte - Capri. Il tetto/terrazza

Villa Malaparte – Capri. Il tetto/terrazza

Villa Malaparte fu oggetto di meraviglia e interesse tanto da attirare numerosi artisti (fra cui Picasso e Cocteau) e essere la splendida location del film “Le Mépris” di Jean-Luc Godard interpretato da Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Fritz Lang e Giorgia Moll.

Cannes 2016 poster

Cannes 2016 poster

Il Festival di Cannes 2016 omaggiò Godard e Malaparte con il bellissimo poster in cui si vede la scalinata della villa.

Anche Liliana Cavani utilizzò questa suggestiva location per l’adattamento cinematografico del libro “La pelle”.

Villa Malaparte - Capri. Interno.

Villa Malaparte – Capri. Interno.

Villa Malaparte - Capri. Interno.

Villa Malaparte – Capri. Interno.

Villa Malaparte - Capri. Il camino con finestra di cristallo.

Villa Malaparte – Capri. Il camino con finestra di cristallo.

Villa Malaparte - Capri. La panca.

Villa Malaparte – Capri. La panca.

5. Il fascino delle location – BERLINO

"Il cielo sopra Berlino"

“Il cielo sopra Berlino” (1987) – Wim Wenders

Berlino è una location densa di simboli, di storia e di significati: capitale di un’inaspettata rinascita artistica durante la Repubblica di Weimar; la città dove Hitler sposò Eva Braun e si suicidò con lei nel giro di un giorno; la città divisa, spartiacque fra occidente e blocco sovietico nel cuore dello stato comunista, scacchiere delle spie durante la guerra fredda; la città capace di abbattere il muro; l’eterno rifugio di ogni genere d’artista; icona della diffusione dell’eroina alla fine degli anni ’70; il territorio fertile di ardite sperimentazioni architettoniche; la meta trendy e modaiola dei giorni nostri. Una città sempre in movimento fra passato e futuro, fra rovine e archistar.

L’emblema di Berlino è Christiane F. (Christiane Felscherinow) e la sua drammatica biografia. Un libro che descrivela gelida desolazione della metropoli tedesca e dei suoi sordidi e fragili abitanti. Christiane racconta la sua infanzia in campagna felice e spensierata. L’impatto della bambina con il monumentale squallore della città fu devastante. Le soffocanti architetture di Walter Gropius (uno dei fondatori del movimento moderno insieme a Le Corbusier) e l’urbanistica del quartiere hanno influito molto sul doloroso futuro di Christiane.

 

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Gropiusstadt – Nella periferia a sud di Berlino

Gropiusstadt: casermoni per quarantacinquemila persone, con in mezzo prati e centri commerciali. Da lontano tutto nuovo e ben curato. Ma quando si stava in mezzo ai casermoni si sentiva dappertutto puzza di piscio e di cacca. Veniva da tutti quei cani e bambini che vivevano lì. Più di tutto puzzava la tromba delle scale. … Aspettando l’ascensore che non arrivava, ed ero al l’undicesimo piano, me l’ero fatta sotto. …Dopo che per un paio di volte non ce l’avevo fatta ad arrivare in tempo da sotto fino al nostro bagno, e avevo preso le botte, mi accoccolavo da qualche parte a farla dove nessuno mi vedeva. Poiché dai casermoni ogni angolo era visibile, il più sicuro era la tromba delle scale.”

“ Non conoscevo i giochi che facevano. E non mi piacevano neanche. Al paese spesso andavamo nel bosco in bicicletta, fino ad un ruscello con un ponte. Lì costruivamo dighe e castelli nell’acqua.”

“A Gropiusstadt si imparava naturalmente a fare le cose che erano vietate. Vietato era, per esempio, fare giochi che divertivano. In realtà tutto era vietato. Ad ogni angolo di Gropiusstadt c’è un cartello. I cosiddetti spazi per il verde tra i casermoni sono in realtà spazi per i cartelli. E la maggior parte dei cartelli vietavano qualcosa ai bambini.”

“Così imparai che tutto quello che è permesso è terribilmente insulso e che tutto quello che è vietato è molto divertente.”

“Il posto più bello era vicino al muro. Lì c’era una striscia di terra che noi chiamavamo boschetto o terra di nessuno. Non era più larga di venti metri e lunga come minimo un chilometro e mezzo. Alberi, cespugli, erba alta come noi, vecchi pezzi di legno, pozze d’acqua. …Ci sentivamo come esploratori che ogni giorno scoprivano una parte di foresta vergine. …Ad un certo punto scoprirono che i bambini giocavano fuori da Gropiusstadt e che si divertivano. E ricomparvero le squadre di operai per fare ordine. Avevano piantato i cartelli di divieto…tutto era proibito.”

 

Christiane F. - Location

“Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” (1981) – Location

Nel 1981 UdiEdel ne trasse l’omonimo film.
I luoghi filmati in Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” sono la Bahnhof Zoo (la stazione di BerlinZoologischerGarten) e i suoi dintorni (Kurfürstenstrasse – la zona di prostituzione), Il Deutschlandhalle dove si esibì David Bowie nel 1976 (demolito nel 2011), l’Europa-Center (quartiere Charlottenburg) dove sorge il palazzo con lo stemma della Mercedes, la discoteca Sound (ormai chiusa) dove si ritrovava la compagnia di Christiane (quartiere Tiergarten), i bagni pubblici di Bülowstraße sotto il ponte della metropolitana dove Christiane si fa la prima pera e Gropiusstadt il quartiere di Neukölln dove viveva Christiane.
Una pellicola cult di grande successo anche per le scene molto forti che la contraddistinguono, ma ben poca cosa se paragonata al libro. Il film è focalizzato su Christiane, la sua iniziazione all’eroina e la successiva tossicodipendenza. Tante le sfumature, i personaggi e i periodi della vita di Christiane che sono stati ignorati.

 

 

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White Star (1983) – Roland Klick

Il progetto Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” avrebbe avuto un impatto ancora più potente se fosse rimasto in mano al regista originario,Roland Klick, personaggio indipendente e fuori dagli standard, che aveva scritto una prima sceneggiatura mentre viveva a stretto contatti con i giovani tossicodipendenti che affollavano Bahnhof Zoo. Klick voleva usare personaggi veri per il film, non attori, per questo passava notti intere a studiarli, a dormire con loro sui marciapiedi, a coinvolgerli nel progetto. Il produttore non comprese o fu spaventato dalla sua condotta e affidò il progetto a Edel con risultati decisamente più scarsi.

Click filmerà Berlino pochi anni più tardi, immortalando una città grigia, divisa e disperata, nel film “White Star” (1983): la storia di un produttore musicale al tramonto che vede nell’astro nascente Moody una possibilità di riscatto. Il cinico produttore (un meraviglioso Dennis Hopperall’apice della sua dipendenza da cocaina) non esita a usare biechi stratagemmi pubblicitari quando si accorge che la musica shith-pop di Moody non riesce a sfondare nella Berlino Punk di inizi anni ’80. Un film da riscoprire come tutta la filmografia dimenticata di Roland Klick.

 

La Biblioteca di Stato a Berlino

La Biblioteca di Stato di Berlino progettata da Bernhard Scharoun

L’occhio poetico di Wim Wenders filmerà un’altra Berlino: melanconica e sentimentale. Oltre al muro e alla Colonna della Vittoria al centro del Tiergarten, la location più suggestiva scelta da Wenders è la Biblioteca di Stato(1978) a Kemperplatz dell’architetto Bernhard Scharoun. Bernhard Scharoun (1893 -1973) viene considerato un personaggio di spicco nell’architettura organica, disciplina che teorizzava l’importanza del contesto naturale in cui doveva sorgere un edificio, l’uso di materiali specifici adatti al luogo, la valorizzazione delle esigenze emotive dell’uomo. (“Per Architettura Organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinta da un’architettura che venga applicata dall’esterno.Frank Lloyd Wright). Scharoun, Walter Gropius e Bruno Taut costruirono e progettarono numerosi edifici famosi per le loro originali armonie, come la sala concerti della filarmonica di Berlino (realizzato fra il 1960 e il 1963 da Scharoun) o il Bauhaus Archiv (progettato nel 1964 da Gropius), utopici insediamenti abitativi come il quartiere a forma di zoccolo di cavallo Hufeisensiedlung (realizzato fra il 1925 e il 1931 da Taut), o disumani conglomerati di palazzi come Gropiusstadt (realizzato nel 1960 da Gropius).

Olga Segler

Il vecchio monumento a Olga Segler in Bernauer Strasse quando esisteva ancora il muro di Berlino.

Ma il regista che colse di più la follia di Berlino è Andrzej Żuławski (1940-2016) con il suo capolavoro “Possession”. La città divisa, e doppia, è l’ambientazione per eccellenza di questo dramma-horror. Nella città in cui fare la spia è un mestiere come un altro, tutto è decadente e abbandonato in attesa dell’apocalisse tanto da farla sembrare un paesaggio urbano metafisico. Una terra di mezzo in cui est e ovest si cercano e si aggrediscono come l’isterica coppia di protagonisti.

Non è un caso che le scene iniziali inquadrino i vecchi monumenti commemorativi dei morti della BernauerStrasse la lunga strada in cui il muro inglobò, durante la notte fra il 12 e 13 agosto 1961, le abitazioni di un lato della carreggiata, confinandole a Est. Nel giro di poche ora porte e finestre furono murate dai vopos. Olga Segler provò a lanciarsi dalla finestra del suo appartamento, appartenente a Berlino Est, ma morì sul marciapiede di Berlino Ovest. Sorte analoga toccò a Ida Siekmann e Rudolf Urban. Una corona di fiori appesa a dei pali di legno e filo spinato ricordavano, prima del crollo del muro, i loro tristi destini.

 

Anna Swinemünder Strasse

Possession (1981) – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25 come si presenta oggi.

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Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25

Casa di Anna

Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25. L’arrivo di Mark.

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Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25. La disperazione di Mark.

Possession” mostra poi la casa di Anna (Isabelle Adjani): una bizzarra architettura in mattoni rossi dell’architetto Josef Paul Kleihuessituata a SwinemünderStrasse 25. Una specie di fortezza moderna che ricorda il muro ripiegato su se stesso.

L’ufficio di Mark (Sam Neill) è situato nella massiccia piazza FehrbellinerPlatz riprogettata dall’architetto Albert Speer sotto il regime di Hitler. Il palazzo semicircolare (1934) è opera dell’architetto Otto Firle.

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Possession – La diabolica alcova a Sebastianstrasse n.87 come si presenta oggi

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Possession – La diabolica alcova a Sebastianstrasse n.87 in fiamme. A destra del palazzo il muro di Berlino.

Possesion Berlino

Possession – la Adjani pedinata nel quartiere di Kreuzberg

Sebastianstrasse n.87 (Kreuzberg): questo è l’indirizzo vero dove abita l’amante demoniaco di Anna. Un decrepito palazzo stile austro-ungarico all’inizio di uno dei quartieri più poveri e riottosi di Berlino. La strada era divisa dal muro: metà nella zona Est, metà nella zona Ovest. Dalle finestre della diabolica alcova era possibile avere una buona visuale su Berlino Est così come dall’appartamento di Anna a SwinemünderStrasse. Ora la facciata del palazzo è stata ristrutturata e la riqualificazione del quartiere ha tolto gran parte del fascino decadente e bohémien di una volta.

Pochi isolati più avanti, in Oranienstrasse 47, si trova ancora il caratteristico bar d’angolo Stiege dove Mark uccide Heinrich, l’amante umano di Anna. Ora è un ristorante abbastanza chic, non più la buia bettola del film.

Stiege Bar

la facciata del bar Stiege a Oranienstrasse 47 ancora identica

Poco distante si trovano altre due location del film: Lohmuhlenbruck e il ponte a ridosso delle torri di guardia del muro (ripreso anche da Wenders in una scena del “Il cielo sopra Berlino”) e la zona portuale a SchlesischeStraße No. 29-30. In quest’ultima si svolge la fuga in moto nei sottopassi dei palazzi industriali.

La chiesa dove Anna prova a pregare prima dell’insostenibile aborto in metropolitana è la chiesa ortodossa Kirche HeiligenSava in RuppinerStrasse 29, mentre la suggestiva scala a chiocciola in cui si svolge la sparatoria finale si svolge probabilmente nel palazzo di Joseph Haydn straße 1.

 

Scala a chicciola

Il palazzo dalla bizzarra scala a chiocciola a Joseph Haydn straße 1.

Possesion Scala 3

Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

Possesion Scala

Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

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Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

Possesion - Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

La mappa delle location del film Possesion:

Possesion -Location

Possession (1981) – Andrzej Żuławski – Location

Fra i tanti film girati a Berlino va menzionata la curiosa location del film “Hanna” (2011), un fanta-action on the road di Joe Wright. L’incontro scontro finale si svolge a Spreepark (Kiehnwerderallee 1), un parco giochi abbandonato a sud est del centro lungo il fiume Sprea, la cui verde boscaglia ha sommerso coloratissime giostre e statue di dinosauri.

E’ doveroso citare anche il capolavoro di Roberto Rossellini Germania Anno Zero” (1948). Le scene girate fra le macerie della città dell’immediato dopo guerra restano la miglior testimonianza di una delle tante facce di una Berlino che non esiste più.

Hanna

“Hanna” (2011) – Joe Wright

3. Il fascino delle Location – San Galgano

 

san galgano 1

Abbazia di San Galgano (Siena)

Andrej Tarkovskij, dopo 4 anni da “Stalker”, decide di girare in Italia il suo primo film fuori dalla patria: “Nostalghia” (1983). Il regista ha ormai abbandonato l’Unione Sovietica, è diventato un esule e la città di Firenze gli ha offerto la cittadinanza onoraria. Fin dal titolo del film emerge la sua cupa malinconia, una tristezza che attanaglia tutti i Russi costretti ad andarsene dal proprio paese.
Scrive Tarkovskij: “I Russi raramente sono capaci di cambiare natura e di adattarsi alle nuove condizioni di vita. (…) E’ universalmente nota la loro drammatica refrattarietà all’assimilazione, la loro goffa pesantezza nel tentativo di imitare lo stile di vita altrui”.
Da queste premesse non ci si poteva certo aspettare un film solare. E non è un caso che la storia si svolga in un inverno umido e nebbioso, clima tutt’altro che mediterraneo, lontano dall’immaginario collettivo che vede l’Italia sempre baciata dal sole.
Tarkovskij detesta le immagini da cartolina: “Non mi sono proposto di mostrare ancora una volta sullo schermo l’Italia che sbalordisce i turisti con le sue bellezze”. Tuttavia ha scelto come ambientazione la splendida terra senese, probabilmente dietro suggerimento di Tonino Guerra, co-sceneggiatore del film.
La Val d’Orcia avvolta nella nebbia, il borgo medievale di Bagno Vignoni con al centro la grande vasca termale da cui salgono i vapori dell’acqua che sgorga dal terreno vulcanico, la suggestiva cripta longobarda dell’abbazia di Abbadia San Salvatore, con le sottili colonne lavorate e i capitelli uno diverso dall’altro… Bellezze italiane forse poco conosciute al grande pubblico, ma che possono comunque sbalordire i turisti per la loro bellezza.

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Abbazia San Galgano (Siena)

Ma quello che sbalordisce ancora di più sono le riprese finali nell’affascinante abbazia cistercense di San Galgano, di cui restano solo le mura e le navate, mentre del tetto, del pavimento e delle vetrate non c’è più traccia.
All’interno dell’imponente navata centrale Tarkovskij riesce a ricostruire un piccolo paesaggio con tanto di casa e specchio d’acqua, dove si rispecchiano il protagonista e il suo cane lupo.
Grazie a un gioco prospettico spiazzante, i modelli in miniatura della casa e degli alberi sembrano a grandezza naturale, mentre le arcate laterali della cattedrale e l’abside che fa da sfondo appaiono ruderi giganteschi che racchiudono al loro interno un mondo (un frammento di campagna russa, un ricordo della vita del protagonista).
Al protagonista “l’Italia (…) appare come un insieme di maestose rovine che sembrano sorte dal nulla”.

 

Abbadia San Salvatore - cripta

Abbadia San Salvatore – cripta

 

Questa geniale intuizione visiva è frutto della visita di Tarkovskij al santuario di Loreto dove, nella Basilica, è conservata quella che la tradizione identifica come l’antica casa di Maria di Nazaret, trasportata dagli angeli a Loreto nel 1294 (tre anni dopo che i Crociati furono espulsi dalla Palestina). Per un visitatore l’effetto straniante è quello di vedere una casa all’interno di una chiesa. Al regista russo, che – come tutti i Russi lontani dalla patria – ha “un fatale attaccamento (…) alle proprie radici nazionali, al proprio passato, alla propria cultura”, dev’essere apparsa come una spettacolare matrioska.

I dialoghi del regista con Tonino Guerra e la ricerca delle location di Nostalghia sono diventati un documentario: “Tempo di viaggio” (1983).

 

 

2. Il fascino delle Location – Le colonie marine abbandonate. La Riviera Tirrenica. Parte 2

Map Come la costa romagnola anche quella tirrentica è costellata da colonie marine dell’epoca fascista. Alcune sono state adibite a ostelli, alberghi o scuole. Altre sono in attesa di ristrutturazione o in completo abbandono. La maggior parte si concentrano a Marina di Massa e a Pisa in zona Calambrone.

Torre Marina (1933) a Marina di Massa

Torre Marina (1933) ex colonia FIAT a Marina di Massa. Architetto Vittorio Bonadè-Bottino.

Colonia Ettore Motta (Gruppo Edison) a Marina di Massa (1937).

Colonia Ettore Motta (Gruppo Edison) a Marina di Massa (1937).

Colonia Firenze. Calambrone (Pisa

Colonia Firenze. Calambrone (Pisa)

Colonia Vittorio Emanuele II. Calambrone Pisa.

Colonia Vittorio Emanuele II. Calambrone Pisa.

Vittorio Emanuele II 2

Colonia Vittorio Emanuele II. Calambrone Pisa.

Colonia Rosa Maltoni. Calambrone (Pisa)

Colonia Rosa Maltoni. Calambrone (Pisa)

Colonia Rosa Maltoni. Calambrone (Pisa)

Colonia Rosa Maltoni. Calambrone (Pisa)

ex COLONIE fasciste

Colonie abbandonate della riviera tirrenica e adriatica. Dall’alto a sinistra Chiavari – Milano Marittima – Marina di Massa – Milano Marittima – Milano Marittima – Cesenatico – Rimini – Miramare – Calambrone – Cattolica

2. Il fascino delle Location – Le colonie marine abbandonate. Parte 1

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Ex Colonia Varese a Milano Marittima.

Le colonie dei primi anni del ‘900 lungo la Riviera Romagnola sono da sempre un’attrazione, anche se, col tempo, i motivi di tanto fascino sono cambiati. Ora le loro imponenti architetture razionaliste sono delle strutture metafisiche che l’abbandono e il degrado hanno reso spettrali relitti di epoche perdute. In passato la loro imponenza e le geometrie futuristiche servivano per propagandare un regime proiettato verso il progresso. La colonie marine nascono come rimedio e prevenzione alle numerose forme di tubercolosi che rappresentavano una delle principali cause di mortalità nei bambini, specie quelli appartenenti alle classi meno abbienti. Mare e sole erano un’ottima prevenzione e spesso anche un rimedio contro questa piaga. Le prime colonie marine in Italia nacquero sulla Riviera Tirrenica verso la metà del 1800 grazie alla ferrea volontà di Giuseppe Barellai, mentre sulla Riviera Romagnola le prime strutture sorsero qualche decennio più tardi grazie a Paolo Mantegazza (considerato tra le altre cose un precursore della fantascienza italiana con il suo racconto “Anno 3000: un sogno“) grande ammiratore di Barellai. Le colonie marine, in epoca fascista, vengono potenziate: da strutture ospedaliere diventano strumento di cura, educazione, svago e propaganda in grado di ospitare migliaia di bambini. Le politiche di sostegno alle famiglie più povere garantiscono loro un soggiorno vacanza in cui possono crescere sani, robusti e politicamente orientati grazie a un fiero senso dell’appartenenza. Anche alcune grandi industrie dell’epoca costruiscono le loro colonie in linea con la visone fascista.

Monopoli di Stato

Colonia Monopoli di Stato (Montecatini) a Milano Marittima. Ingresso

E’ il caso della gigantesca colonia Monopoli di Stato (Montecatini) a Milano Marittima della Società generale per l’industria mineraria agricola e chimica. La stretta collaborazione del reparto chimico con l’industria bellica degli anni del fascismo e il sostegno del nuovo direttore (Guido Donegani) a Mussolini consentiranno all’azienda di commissionare nel 1939 l’ambizioso progetto per la costruzione della Monopoli di Stato all’architetto Eugenio Faludi.

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Colonia Monopoli di Stato (Montecatini) a Milano Marittima. Fronte.

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Colonia Monopoli di Stato (Montecatini) a Milano Marittima. Veduta dalla spiaggia.

La colonia si presenta gigantesca, capace di ospitare più di 1500 bambini e circa 300 dipendenti, un ampio arco fa da ingresso alla lunga e ampia via che porta al blocco centrale della colonia. Il blocco centrale dei dormitori è lunghissimo, ma alto solo quattro piani. Una torre alta 50 metri (la Torre dell’Arengario) bilancia l’aspetto monolitico dell’edifico. Nel progetto originale di Faludi una passerella doveva partire dal retro della colonia e attraversare tutta la spiaggia fino al mare. La struttura funzionale e moderna è in linea con il sogno progressista di quegli anni, la torre dell’Arengario serviva ad ammirare il temperamento atletico dei giovani balilla che correvano lungo le sue rampe, nessuno poteva rimanere indifferente a uno sfoggio simile di “potenza” e “benevolenza”. In tempo di guerra la colonia divenne ospedale militare, la torre venne distrutta e l’architetto Faludi, a causa delle leggi razziali (era di origini ebree), fu costretto all’esilio.

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Colonia Varese veduta dalla spiaggia.

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Colonia Varese. Particolare della doppia rampa. Fotografia di George Matei.

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Colonia Varese. Interno. Fotografia di George Matei.

A pochi metri dalla Monopoli di Stato sorge un altro monumentale rudere: la colonia Varese. Costruita dall’architetto Mario Loreti nel 1939 per la Federazione dei Fasci della provincia di Varese. Durante la guerra il piazzale della colonia fu utilizzata dai tedeschi come carcere, obitorio e ospedale mentre dagli alleati come rimessa per gli aerei della RAAF (Royal Australian Air Force). Durante la ritirata i Tedeschi fecero saltare con gli esplosivi la rampa di scale che occupava l’ampio blocco centrale dell’edificio.

Ex Colonia Varese a Milano Marittima. Veduta dalla spiaggia.

Ex Colonia Varese a Milano Marittima. Veduta dalla spiaggia.

Quelle che vediamo oggi sono frutto di un restauro iniziato negli anni ’60 e mai terminato. Negli ultimi anni l’interesse per queste storiche struttre è cresciuto, anche grazie all’attività di tanti writers, da sempre interessati a esplorare luoghi abbandonati, e dalla documentazione di fotografi amatoriali alla ricerca di soggetti curiosi. Esistono vari progetti di riqualificazione per le colonie abbandonate (anche per la Monopoli e per la Varese), ma di difficile realizzazione. Solo poche di queste sono state ristrutturate ridestinandole ad alberghi o scuole, ma, al di là delle necessità urbanistiche contro il degrado, il loro fascino è andato perduto. Questi relitti metafisici arenati sulle spiagge hanno la stessa  bellezza dei ruderi romani. Proprio per la decadente e inquietante grazia le surrealei rampe incrociate della colonia Varese fanno da scenografia a due film italiani. “La ragazza di Latta” (1970) di Marcello Aliprandi, un piccolo film fanta grottesco che risente molto di quegli anni, e il cult horror “Zeder” (1983) di Pupi Avati. Per “Zeder” fu valutata un’altra location simile, ma meno suggestiva: la colonia “Le Navi” di Cattolica.

La Colonia Dalmine diventato l'albergo le Conchiglie di RiminiLa Colonia Dalmine diventato l'albergo le Conchiglie di Rimini

La Colonia Dalmine diventata l’albergo le Conchiglie di Rimini

La Colonia Novarese Rimini

La Colonia Novarese a Miramare di Rimini. Architetto Giuseppe Peverelli (esponente di spicco dell’economia e della politica italiana nel periodo fascista. Scappò in Uruguay nel 1943) Diventerà un grand hotel e centro benessere. Lavori bloccati. Foto presa dagli archivi del sito http://www.artefascista.it

 

(Bellariva). Progetto di ristrutturazione, ma lavori bloccati.

L’imponente Colonia Murri a Bellariva di Rimini (1911). Progetto di ristrutturazione, ma lavori bloccati.

La Colonia Agip a Cesenatico tutt'ora attiva.

La Colonia Agip a Cesenatico (1938) tutt’ora attiva. Architetto Giuseppe Vaccaro.

Ex colonia "Le Navi" a Cattolica di Rimini. Parzialmente ristrutturato. Attuale Acquario e parco tematico.

Ex colonia “Le Navi” a Cattolica di Rimini (1934). Architetto Clemente Busiri Vici. Parzialmente ristrutturato. Attuale Acquario e parco tematico.

Ex colonia "Le Navi" di Cattolica

Ex colonia “Le Navi” a Cattolica. Cartolina d’epoca.

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Ex colonia “Le Navi” a Cattolica.

Ex colonia "Le Navi" a Cattolica. La struttura originale. Cartolina d'epoca.

Ex colonia “Le Navi” a Cattolica. La struttura originale. Cartolina d’epoca.

1. Il fascino delle Location – Palazzo Fortuny a Venezia parte 2

Palazzo Fortuny Venezia

Palazzo Fortuny Venezia

Dopo anni di restauro, il palazzo è oggi interamente visitabile, dal piano terra fino all’immenso sottotetto con vista sulle tegole di Venezia. Gli stretti ballatoi dei piani nobili si affacciano sul piccolo giardino del lato più nascosto del palazzo, un gioiello di grande suggestione. All’interno, l’arredamento è rimasto il più possibile fedele a quello originale. Il grande salone del primo piano (il salone di rappresentanza) ha le pareti tappezzate di magnifiche stoffe Fortuny, su cui spiccano i quadri a olio di Mariano. Poi i tappeti, gli splendidi lampadari di seta (sempre di Mariano), i divani e le vetrine con oggetti preziosi collezionati negli anni. Un salotto in cui riverberano echi dannunziani. Per contrasto, nella vasta sala del secondo piano dove lavoravano le operaie sui telai, così spaziosa e oggi così vuota, è rimasta solo la biblioteca-studio di Mariano: un luogo dall’atmosfera quasi sacra, che racchiude l’anima dell’artista. Ci sono volumi d’arte, album con motivi decorativi, cartelle di appunti, fotografie… e un torchio per la stampa, un tavolo da lavoro, un cavalletto… ma anche strumenti all’avanguardia per quei tempi: lenti, ingranditori e lampade AEG brevettate da Mariano per l’illuminazione del palcoscenico nei teatri.

Palazzo Fortuny - Venezia. Cartolina

Palazzo Fortuny – Venezia. Cartolina

Il piccolissimo gabinetto alle spalle della biblioteca racchiude ancora boccette e vasi di vetro con i pigmenti segreti (formule di creazione Fortuny) che venivano utilizzati per la tintura delle stoffe. Questo è il laboratorio in miniatura del grande alchimista. Salendo per le scale si arriva al terzo piano, dove Mariano aveva allestito il suo laboratorio fotografico. Negli armadi, ingranditori, vasche per lo sviluppo, asciugatori, pinze… Il museo conserva 10.000 negativi su vetro. Come in una wunderkammer, aprendo i cassetti dell’atelier, dello studiolo e della biblioteca si trovano piccole meraviglie: gioielli disegnati da Mariano, bozzetti in cera e terracotta, studi di scenografie teatrali, prove di stampa, frammenti di stoffe, avori lavorati al tornio e, inaspettatamente, anche trapani da dentista, occhiali da oculista, bisturi… Tutto “bello come l’incontro fortuito di una macchina da cucire e di un ombrello sopra un tavolo da dissezione” (per citare i “Canti di Maldoror” di Lautréamont).

Palazzo Fortuny - Venezia dal catalogo ARTEMPO: biblioteca

Palazzo Fortuny – Venezia dal catalogo ARTEMPO: biblioteca

Questi accostamenti azzardati, spiazzanti e, a modo loro, illuminanti come un quadro surrealista hanno spinto il famoso collezionista e interior designer belga Axel Vervoordt a realizzare nella casa-museo di Mariano “ARTEMPO“, una mostra di grande suggestione dove arte antica e arte moderna, installazioni contemporanee e reperti archeologici, culture orientali e culture occidentali convivono, dialogano e si confondono in un’emozionante gioco di assonanze. Un viaggio che supera le barriere geografiche e cronologiche che siamo abituati ad erigere quando parliamo di arte.

Palazzo Fortuny - Venezia. Cartolina

Palazzo Fortuny – Venezia. Cartolina

Visto il successo di ARTEMPO (2007), Axel Vervoordt continuerà, sulla stessa linea e nella stessa sede, a realizzare mostre evento come “IN-FINITUM” (2009) e “TRA” (2011). Memorabili gli allestimenti di Daniela Ferretti, straordinaria exhibition designer di fama internazionale e direttrice di Palazzo Fortuny dal 2010. Curiosità La produzione dei tessuti Fortuny continua ancora oggi nell’atelier della Giudecca, inaugurato nel 1921. Le stoffe delle nuove linee di mercato, sempre ispirate al genio di Mariano, vengono confezionate con competenza e professionalità dalle detenute del vicino carcere femminile. A Brescia è presente l’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato “Mariano Fortuny”, orientato ai settori dell’abbigliamento, della moda e dell’arredamento. Daniela Ferretti, veneziana d’adozione da più di quarant’anni, è nata a Brescia.

Palazzo Fortuny Venezia dal catalogo ARTEMPO.

Palazzo Fortuny Venezia dal catalogo ARTEMPO.

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Palazzo Fortuny Venezia dal catalogo ARTEMPO.