MONDO TECHNO – Andrea Benedetti

Se c’è un genere musicale trascurato dalla critica e dagli studiosi italiani di musica questo è la techno. Credo che tutti coloro che denigrano questa musica non ne conoscano la vera natura e le origini. Le ragioni sono molteplici: svalutazione del ballo come pratica superficiale, dell’elettronica in quanto non-musica, della pratica del DJ che (apparentemente) creò la crisi della musica dal vivo nei locali, difficoltà a capire la fondamentale importanza della ripetizione, l’identificazione del genere con i prodotti più commerciali a scapito della grande parte sperimentale underground, le critiche sul fenomeno rave. Questo intrecciarsi di pregiudizi tra le altre conseguenze ha fatto sì che, a parte pochissimi spazi sui giornali e riviste, siano stati solo tre i libri pubblicati su questo genere e tutti in anni recenti (dal 2006 al 2011).

Andrea Benedetti

Andrea Benedetti

Io che ho sempre provato attrazione per questo genere, sono stato molto contento di ricevere dalla sempre attiva Stampa Alternativa la nuova edizione del primo di questi libri: “Mondo techno” di Andrea Benedetti! In due parole: libro consigliatissimo! È stato davvero molto bello ricordare certi musicisti e dischi e scoprire finalmente certi nomi fondamentali dietro musiche spesso famose ma nello stesso tempo sconosciute.

Ma questa volta, oltre a quel libro così ben scritto, col cuore e con il cervello, c’è una sorpresa. Oltre ad una preziosa e suggestiva postfazione di Claudia Attimonelli (che ha scritto il secondo libro italiano sulla techno, di cui attendo la nuova edizione, prevista per fine estate) questo libro ha visto la collaborazione dell’autore del terzo libro italiano sulla techno! Sto parlando di Christian Zingales, che conoscerete come fondamentale collaboratore di Blow Up e autore di numerosi e personalissimi libri, tra i critici più dotati, un vero e proprio scrittore, uno dei giornalisti rock dalla lingua più selvaggiamente creativa che siano mai apparsi in Italia. Zingales ha preso il testo e lo ha REMIXATO! Attraverso un editing a tratti leggero e a tratti pesante ha sostanzialmente ridato una nuova patina al libro creando un prodotto editoriale senza precedenti.

 

Ritengo questo libro importantissimo sia per chi già ama questa musica ma soprattutto, direi, per chi non la ama ma magari ha quel tanto di apertura mentale necessaria alla scoperta di un universo enorme eppure sommerso.
E quindi ho voluto assolutamente contattare l’autore per fare un po’ di chiacchere su molte cose.

Andrea Benedetti (anche conosciuto come Sprawl) è DJ, produttore, distributore e collezionista di dischi. È una figura fondamentale nella scena techno romana.
Con le sue etichette Sounds Never Seen, Plasmek ha pubblicato dischi di numerosi artisti: Lory D, Jollymusic, Mat 101, Raiders of the Lost Arp e altri. Grazie alla sua enorme cultura sul groove nella musica moderna è la voce dalla quale possiamo ascoltare la grande storia di un genere davvero unico.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

Ciao Andrea e grazie per avermi concesso quest’intervista! Mi fa molto piacere parlare con te perché il tuo libro, senza girci tanto intorno, è davvero molto bello e consigliatissimo a chi si interessa di elettronica, entusiasmante nel comunicare l’importanza e la potenza della techno degli anni 1985-1995 e preziosissimo con le sue playlist di 12” di Detroit e Roma e i 50 dischi essenziali, cose che non si trovano da nessuna parte in rete (i libri devono essere così, oggi!). Meritava davvero di ritornare in libreria (a dodici anni dalla prima edizione) perché c’è ancora molto bisogno di trattare in maniera seria e competente questa musica che forse, come ha detto qualcuno, è la rivoluzione musicale più significativa avvenuta dopo il Punk.

Mi interessano molto i temi che il tuo libro solleva. In primo luogo quello della storica avversione italiana nei confronti della musica elettronica. Potrebbe essere la solita vecchia storia dell’antiscientismo italiano? Della subordinazione della cultura scientifica a quella umanistica? Andando più nello specifico penso che solo in Italia ci siano persone che denigrano questa musica negando a coloro che la creano e suonano addirittura lo status di “musicisti”. Che ne pensi?

Il tuo è un discorso molto complesso e non so se ho la competenza per farlo bene come meriterebbe. Posso dirti che quando ero adolescente ed ho ricevuto input esterni, dai libri, ai fumetti, alla musica, ho cercato sempre di scegliere ciò che mi piaceva aldilà di ciò che mi circondava che non era certo il massimo in termini di offerta. E l’ho fatto girando continuamente, sia che fosse la manopola della mia radio per cercare le trasmissioni giuste che le edicole, le librerie o i negozi di dischi della mia città. Alla fine, con difficoltà ho trovato qualcosa e quel qualcosa mi ha portato avanti nella mia ricerca, facendomi trovare altre cose come in un puzzle infinito ancora da completare. Quella che ho sempre riscontrato in questa ricerca, soprattutto agli inizi degli anni ‘80, è stata una grande diffidenza per l’elettronica e per ciò che sapeva di nuovo e quindi di futuro. Credo che il nodo, per come la vedo io, sia nella ritrosia di chi aveva abbracciato la cultura di rivolta giovanile anni ’70 che tante cose importanti aveva apportato nella società italiana, nell’accettare queste nuove proposte che spesso non venivano neanche analizzate, ma semplicemente rifiutate a priori perché magari viste come effetto di un cambiamento pericoloso, consumista e disumanizzante. Penso alla musica da ballo di cui veniva solo evidenziato l’aspetto edonista invece di quello del riscatto sociale. Si parlava solo di Studio 54 e dei suoi VIP e mai del Loft di Mancuso o del Gallery di Nicky Siano. Nessun giornalista si prese la briga di fare le stesse ricerche fatte per altri generi musicali. Magari se qualcuno lo avesse fatto si sarebbe parlato della storia del clubbing mettendo in risalto ad esempio la rivalsa di tante persone ghettizzate dalla società americana, dai neri, agli ispanici, agli italiani, ai gay o magari la si sarebbe potuta analizzare musicalmente e invece poco o niente o perlomeno nulla che arrivasse a tutti come avveniva per altri generi musicali su tante riviste specializzate. Lo stesso avveniva con molta fantascienza ed i fumetti tralasciando le importanti idee rivoluzionarie che questi generi e medium portavano, dalla lotta alla discriminazione ad una visione realista sul futuro. Lo stesso è poi avvenuto con la techno e l’house, ridotti a meri generi dance, se non ad upgrade edonista della visione Studio 54 di cui sopra. Per cui direi non solo avversione della musica elettronica, se non quella colta, ma anche e soprattutto del ballo e implicitamente della liberazione del corpo a scapito di una visione puramente intellettuale dell’essere umano, quando le due cose a mio parere devono convivere.

Non a caso citi la fantascienza e i fumetti, tra i miei interessi da sempre…tra le connessioni tra la techno e la SF ci sono molte tematiche dei pionieri del genere, il rapporto uomo macchina, un’utopia liberatrice attraverso la tecnologia ma anche un legame visivo, le straordinarie copertine di Abdul Qadim Haqq che possiamo vedere qui sotto.

 Dentro la grande e ormai lunga storia della musica elettronica un grande capitolo lo occupa la musica techno. Sono davvero emozionanti i tentativi, alcuni dei quali citati nel libro, di definire questo genere musicale. Una delle più efficaci è forse «La techno è George Clinton e i Kraftwerk chiusi insieme in ascensore» del grande Derrick May, che del resto è anche autore di un pezzo il cui titolo si presta bene per chiudere subito il discorso: “It is what it is (Rhythm is rhythm)“. Io non credo alle definizioni assolute, come fossero teoremi, ma credo che riflettere sulla natura di una musica sia utile per apprezzarla ancora di più. Tu hai cercato una definizione?

  Anni fa facevo un programma a Radio Città Futura e mi piaceva dare questa definizione “La zona grigia fra dance e sperimentazione”. Ecco credo che si possano far convivere queste due esigenze e cioè ballare e quindi liberare il corpo e sperimentare. Il ballo è risposta istintuale al groove, al beat. Se ci affianchiamo delle variazioni dagli schemi conosciuti aggiungiamo una parte di riflessione durante il ballo che fa comunicare i nostri due emisferi cerebrali, rendendo completa l’esperienza del ballo o dell’ascolto della musica. Questa è per me la chiave di interpretazione migliore del termine techno.

 Quanto è presente la cultura nera nella techno? In che modo è possibile declinare questo genere al di fuori di quella cultura?

 La musica nera è parte della cultura di Detroit dove è nata la Techno: il soul della Motown e il funk dei Funkadelic erano la colonna sonora di questa città negli anni ’60 e ‘70. La Techno è il risultato del clash culturale fra quella cultura musicale e l’incontro con la musica che faceva parte della cultura musicale bianca come la new wave e l’italo disco con in sottofondo la disfatta industriale dell’industria automobilistica che era la colonna portante economica della città. Questa situazione economica ha creato un degrado sociale e urbano che per fortuna, grazie ad alcuni ispirati musicisti e dj, invece di generare pura ribellione ha creato una musica fisica, non escapista, ma propositiva che rappresentava il futuro ideale che la realtà non poteva offrire. Per cui le due istanze per me sono una parte dell’altra seppure apparentemente non udibili. Senza una non sarebbe avvenuta l’altra. Tutto questo in Europa è avvenuto molto meno proprio perché non avevamo quel background musicale funk e soul così insito nei nostri geni, anche se ci sono stati artisti europei che lo hanno compreso.

Il tuo libro è sostanzialmente diviso in due: U.S.A. (con Detroit a farla da padrona) e Italia (e qui è Roma a dominare). Cosa distingue l’Italia dagli U.S.A.? Esiste un mood italiano, una via italiana all’elettronica e alla techno che sia possibile identificare?

 Per tutto quello che ho detto prima l’Italia si distingue dagli USA per la sua storia musicale pregressa. Noi non abbiamo mai avuto una profonda cultura soul, funk o elettronica. Chi ha fatto queste scelte in Italia lo ha fatto prendendo dall’esterno per cui il nostro mood è meticciato al massimo e piuttosto derivativo, ma per questo molto originale. E infatti gli esempi di musica elettronica e techno italiana hanno una loro, magari piccola, ma importante parte della scena mondiale, dalla funk wave dei Gaznevada o i N.O.I.A. alla proto house e proto techno di Alexander Robotnick o la new wave dei Pankow per poi arrivare alla scena techno romana, da Lory D a Leo Anibaldi o dai D’Arcangelo a Marco Passarani.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

 Techno è musica da ballare. Nessuno sarebbe così pazzo da negarlo. Però a me è sempre sembrato che nei migliori esempi fosse anche una musica da ascolto, magari per orecchie un po’ anomale come le mie, ma ho spesso percepito in alcuni musicisti una forte tendenza alla sperimentazione che non può essere fruita in un club o una discoteca.

 Sono assolutamente d’accordo. Tutta la scena più melodica della techno, dalle prime produzioni di Carl Craig e Derrick May per poi passare alle controparti europee come B12, Kirk Degiorgio, Black Dog, Terrace e la successiva scena cosiddetta IDM come Aphex Twin, Autechre, Plaid, Boards of Canada ed altri come i nostri D’Arcangelo e Passarani, sono esempi di un approccio più musicale alla composizione sia ritmica che melodica. Si tratta di artisti che partiti dalla techno come incontro fra groove e sperimentazione hanno poi sviluppato un genere che può dirsi a sé stante e che ancora non ha una sua esatta collocazione musicale, ma che ha ispirato sia a livello melodico che ritmico, magari involontariamente, molti altri artisti come Moderat/Apparat, Nicholas Jaar o James Blake.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

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 Brescia, la mia città, è molto conosciuta per le discoteche pionieristiche del lago di Garda e per alcune etichette discografiche storiche come la Media Records. Per quello che è la mia esperienza però, dal punto di vista della qualità musicale e soprattutto della ricerca non mi sembra ci siano state le eccellenze di Roma e Napoli. Insomma, un Lory D a Brescia non c’era… Dato che sei romano e sei stato protagonista di quella scena non so quanto puoi essere obiettivo ma vorrei una tua opinione.

 Io ho sempre avuto grossi problemi con la scena dance italiana e con etichette tipo la Media perché fondamentalmente non ho mai visto in questi progetti grande sincerità musicale che per me è fondamentale. Cioè puoi anche fare la musica più diversa da quella che mi piace, ma se dietro c’è una vera passione, alla fine ti rispetto. Ognuno fa il suo. Punto. Invece la scena dance italiana ha sempre avuto questa dinamica derivativa e opportunista nell’usare generi pre-esistenti, dal funk alla disco negli anni ‘70/’80 per poi passare agli anni ’90 ad house e techno. Se ciò è anche normale non avendo avuto noi una grande scena elettronica e funk come ho detto prima, la cosa che ho sempre trovato limitante è stata quella di usare questi generi solo per cavalcare l’onda e invece non come punto di partenza per andare oltre e in questo credo che la scena romana sia stata un ottimo esempio.

 Oggi, a più di trentanni dall’avvento della techno questa musica forse non è più territorio di sperimentazioni e di sogni di un futuro sconosciuto. Parallelamente a questo alcuni grandi DJ come Derrick May o Carl Craig suonano insieme ad orchestre in teatri prestigiosi o si dedicano a rielaborare brani di musica classica con la Deutsche Grammophon. Questo fenomeno è una sorta di musealizzazione della techno, musica che, come è accaduto al rock, ad esempio, inevitabilmente ha perso la sua forza deflagrante. Sembra proprio che ci sia stata una parabola che ha avuto il suo culmine nel decennio 1985-1995 e poi ha incontrato una crisi. O forse è solo il tempo che è passato a farci vedere le cose in questo modo? Insomma, c’è qualche musicista o disco che ritieni necessario anche oltre quel decennio?

 Questo è un discorso molto complesso perché la natura insita della musica elettronica dovrebbe essere quello dell’evoluzione in funzione anche degli strumenti a disposizione, mentre invece oggi assistiamo ad una sempre maggiore carenza di idee rispetto invece alla grande quantità di software e strumenti a disposizione rispetto a trent’anni fa. Credo che ci siano due elementi da sottolineare. Il primo è che il musicista elettronico ha ancora un complesso di inferiorità nei confronti della musica suonata, sia classica o pop, che lo porta poi a fare scelte tipo quelle di cui parlavi te che, se potevano essere interessanti se realizzate come esperimento (penso al primissimo live con orchestra di Mills oppure al progetto di Craig con Deutsche Grammophon che citavi), in alcuni casi si sono rivelati repliche di progetti simili avvenuti negli anni ’80 con il rock e l’orchestra, alcuni veramente kitsch. Poi alcune cose possono avere senso ovviamente. Tipo ‘Strings of life’ può risultare una bella sfida a livello musicale con un’orchestra, ma certi brani di Mills molto meno ad esempio. Insomma va bene come esperimento se ha un senso, ma non come ideale punto di arrivo di una carriera o come sottomissione alla musica delle sette note perché io non vedo questa dicotomia, ma semmai un viaggiare in parallelo.

Il secondo punto è che per me non si è storicizzato a sufficienza, invece, quello che sarebbe stato utile storicizzare e cioè la storia della genesi della techno, le sue radici nere, il rapporto con alcuni specifici strumenti, le modalità di registrazione e composizione così diverse dalla musica suonata, insomma cose che ad esempio sono state fatte per altre musiche popolari come il rock. Alcuni mi hanno detto che, ad esempio, la storicizzazione del punk lo ha sostanzialmente ucciso, ma è anche vero che la storia e l’ideologia del punk è più o meno chiara a tutti, mentre la techno resta per molti ancora un contenitore indefinito in cui stanno tanto Carl Cox che Underground Resistance o i Chemical Brothers e Robert Hood. E se sembra esagerato, perché magari la vediamo da un punto di vista ristretto legato alle nostre amicizie o alla nostra bolla su Facebook, in realtà se si esce fuori da quei confini, e mi è capitato tante volte durante le presentazioni del libro sia nella prima edizione che in questa, ci si rende conto che c’è ancora molta ignoranza, nel senso proprio del non sapere. Parlo ovviamente dell’Italia e, anche se rispetto a tanti anni fa il numero dei giornalisti che hanno le giuste info basilari è molto cresciuto, secondo me c’è ancora molto da fare.

Riguardo i musicisti o produttori dj da considerare o perlomeno da seguire ce ne sono tanti: Mark Flash, Nomadico, Shawn Rudiman, Michael Dehnert, Dave Tarrida, Gary Martin, per dire i primi che mi vengono in mente, ma bisogna cercare molto e spulciare su Bandcamp, Soundcloud e i vari negozi, fisici ed online.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

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 Un elemento molto interessante e pochissimo studiato della musica techno è la fortissima aspirazione utopica di molti dei musicisti e quindi dei pezzi, spesso intrecciata con la letteratura di fantascienza. Quali sono gli elementi più evidenti di questa influenza?

È vero ed è una cosa poco sottolineata. Tantissimi artisti e dj che ho conosciuto amavano la fantascienza sia a livello di romanzi che di fumetti o graphic novel. Magari è più evidente a livello grafico con riferimenti a mondi futuri, robot e altro come il lavoro fatto da Abdul Haqq, ma c’è sicuramente un riferimento anche teorico. Sicuramente il concetto di utopia in generale è stato molto evidente agli inizi per poi lasciare spazio alla distopia. Siamo passati da Asimov a Dick in sostanza e credo che invece dovremmo recuperare più autori alla Le Guin. Il nichilismo è ormai mainstream per cui la vera sfida è essere propositivi e utopisti senza essere necessariamente moralisti, religiosi o conformisti.

In questo libro sei riuscito ad unire tutte le tre persone che si sono occupate seriamente di techno con un libro: Claudia Attimonelli (il cui saggio techno: Ritmi Afrofuturisti tornerà a breve in libreria per Meltemi) e Christian Zingales che è autore di una sorta di remix editoriale del tuo libro!

Sì! Questa è una delle più grandi soddisfazioni di questa nuova edizione del libro ed è ampiamente condivisa anche dagli altri due autori.

Abdul Khadim Haqq TECHNO ART

Abdul Qadim Haqq TECHNO ART

 Come sempre quando intervisto qualcuno su un argomento specifico mi piace concludere uscendo dall’argomento. Quali sono i tuoi musicisti preferiti al di fuori della techno? E al di fuori della musica elettronica?

Io amo tanto il funk che la musica più intimista come l’ambient. Per me la musica è lo specchio delle mie emozioni per cui sarebbe ridicolo ridurla a due o tre stili o autori visto che noi viviamo tantissime differente emozioni ogni giorno. D’altra parte è difficile trovare un artista che mi piaccia sempre al 100% per cui sento tantissime cose. Magari di un’artista mi piace solo una traccia. Ad esempio c’è un produttore di Los Angeles che si chiama Gunjack che fa sia hip hop che della strana techno da cui ogni tanto pesco pezzi bellissimi. Poi ho trovato alcune belle cose funk nuove su tre etichette, la Neon Finger di Madrid, la MoFunk di Los Angeles e la R2 di Londra. Invece a livello ambient la mia preferita resta la romana Glacial Movement che ha fatto uscire uno dei dischi ambient più belli del 2017 ovvero “Epilogues for the end of the sky” di BVDUB e con cui uscirò entro il 2018 con un album ambient a nome Frame, un progetto multimediale che avevo con Eugenio Vatta, mio grande amico e grandissimo musicista.

E per uscire ancora di più dall’argomento e per approfondire i tuoi gusti e tensioni ecco la domanda fatidica quali sono i tuoi libri, film e fumetti preferiti? Sono molto curioso…

 Non è facile fare una lista esaustiva perché si lascia sempre fuori qualcosa come un dj set da un’ora. Ci provo. Quando ero più piccolo sono cresciuto con alcune serie TV come “Il prigioniero” con Patrick McGoohan, “Zaffiro e Acciaio” con David McCallum e Joanna Lumley e “Ai confini della realtà” oppure film come “Rollerball” di Norman Jewison, “Blade Runner” di Ridley Scott, “L’australiano” di Jerzy Skolimowsky, “Quinto Poteredi Sidney Lumet e ovviamente “2001” di Stanley Kubrick. Recentemente ho amato molto “Westworld” (ero innamorato anche del primo film di Crichton), “Annhilation”, “Black Mirror” e anche alcuni episodi di “Electric Dreams”. Per quanto riguarda i libri quelli che mi hanno colpito da ragazzo sono stati “La nausea” di Sartre, “Blade Runner storia di un mito” di Sammon  e “Ubik” di Philip Dick. Ultimamente sto leggendo alcuni libri dell’economista Ernesto Rossi, Mark Fisher, l’autobiografia di Marco Pannella, Susan Sontag e “Post Punk” di Reynolds. A livello di fumetti la situazione è complessa perché sono troppi. Il mio mito da ragazzo era Jack Kirby e la saga della bomba della follia e delle battaglie del Bicentenario per Capitan America mi colpirono tantissimo come anche il lavoro di Jim Steranko su Nick Fury e Capitan America o Neal Adams sugli X-Men. John Buscema è stato un riferimento per anni e il suo lavoro per Silver Surfer resta una delle vette inarrivabili del disegno popolare. Poi ho amato tutta la ventata innovativa degli autori inglesi da Alan Moore a Grant Morrison o Peter Milligan come anche autori iconoclasti come Warren Ellis (“Trasmetropolitan” oppure “Trees”) o Garth Ennis (“Preacher”). Ultimamente ho amato molto “All Star Superman” di Morrison e Quitely che per me è il disegnatore più iconico di questo millennio, ma anche autori come Rick Remender, Jonathan Hickman e Jeff Lemire e disegnatori come Nick Dragotta, John Cassaday, David Aja, Stuart Immonen, Dustin Nguyen, Goran Parlov, Mike Allred e il nostro Lorenzo LRNZ Ceccotti.

Beh, trovare tanti nomi presenti anche nel mio sancta-sanctorum personale è davvero un piacere…

Un’ultimissima domanda, quella definitiva che forse è banale ma è sempre da fare: qual è il futuro della techno? Ci sarà mai la possibilità di reincontrare una musica così sperimentale e popolare insieme? Questa musica che era il futuro forse oggi non può rinascere proprio perché è lo stesso futuro, inteso come tensione e speranza, ad essere scomparso dal nostro orizzonte?

Negli anni ’90 il futuro era in divenire, mentre ora il futuro è il presente ed i cambiamenti sono in tempo reale. È quindi più difficile dare una sensazione di futuro, ma ci sono tanti artisti che continuano a farlo e io ho deciso di dare loro spazio. Da Settembre farò un nuovo programma su U-FM – www.u-fm.it – in cui presenterò ogni settimana un artista e la sua musica. Ci saranno tanti nomi italiani, ma anche stranieri ed alcuni nomi veramente importanti. E ci saranno tante ragazze che stanno facendo un lavoro meraviglioso in questa scena

Grazie di questa bellissima intervista e grazie per tutto quello che hai fatto e stai facendo, con la serietà e la sincerità con cui lo fai!

 

Mondo Techno” di Andrea Benedetti è acquistabile in tutte le librerie e online (anche dal sito della casa editrice).

 

MONDO TECHNO.
Christian Zingales Remix
Andrea Benedetti
Stampa Alternativa – Sconcerto (nuova serie)
2018 – pp. 152 – € 15
ISBN 9788862226219

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Intervista a cura di STEFANO RIZZO

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Robe truci con gattini dentro. Intervista a ANNA FERUGLIO DAL DAN

Anna Feruglio Dal Dan

Anna Feruglio Dal Dan

B-SIDES: Buongiorno e grazie per aver accettato l’intervista. Vorrei parlare soprattutto del suo romanzo “Senza un cemento di sangue”. La guerra, la ribellione, gli attacchi al potere, le feroci ritorsioni militari, il sacrificio, il tradimento e… la tortura! Non credo che “Pianeta Sangre” di Norman Spinrad riesca a raggiungere scene di crudeltà così precise e agghiaccianti come quelle che lei ha descritto in “Senza un cemento di sangue”. Torture fisiche e psicologiche che straziano il corpo e lacerano l’anima. E possono mettere a dura prova anche il lettore. Del resto lei si definisce così: “Scrivo robe truci con gattini dentro”. Da dove nasce il suo interesse per le strategie militari e le torture a cui vengono sottoposti i prigionieri? E come riesce a conciliare la calcolata “esibizione di crudeltà senza vergogna” dei soldati della Cirte con i… gattini?

Anna Feruglio Dal Dan: Per le strategie militari, tutto quello che posso dire è che fingo bene, non saprei riconoscere una strategia vincente neanche se mi sparasse addosso. Per il resto, ho sempre letto space opera, fin da quando leggevo gli Oscar Mondadori per Ragazzi che pubblicavano Edmund Hamilton e Murray Leinster. Ho letto la trilogia della Fondazione che ero ancora alle medie. E poi ovviamente un sacco di Verne e Salgari. Potrei cercare di darmi un tono ma che diavolo, no, la mia ispirazione sono state “La Spedizione della V Flotta” e “Gundam“. L’altro incontro formativo della mia infanzia è avvenuto quando a dodici anni mi hanno portato ad un concerto degli Inti Illimani, che erano in esilio in Italia perché avevano avuto la fortuna di essere in tournée al momento del colpo di stato in Cile. Siccome sviluppo facilmente ossessioni, da quel momento in poi ho smesso di leggere Tolkien e sono passata a conoscere tutta la Nueva Cancion Chilena, a leggere Neruda, a conoscere la biografia di Violeta Parra e Victor Jara, e in generale la storia di come la democrazia in America Latina sia stata soffocata nel sangue per una generazione. Non so spiegare come mai quella storia mi sembrasse importante e rilevante, mi chiedo semmai come mai a tanti non lo sembrasse. Ma insomma, molte delle cose più sgradevoli che ho scritto, e molte di più che non avrei potuto scrivere, vengono da lì. Il padre di Creyna fa esattamente la stessa fine di Victor Jara, per ragioni molto simili. Mi sono chiesta diverse volte se avevo il diritto di scrivere storie simili, che persone non troppo lontane da me hanno vissuto in prima persona. Fra i molti libri terribili che ho letto sull’argomento il migliore, “Unspeakable Acts, Ordinary People: The Dynamics of Torture” di John Conroy, dice fra l’altro:
“Immagino che sia possibile mettere nero su bianco una descrizione degli orrori della tortura tale che una molteplicità di sopravvissuti possa leggerla, annuire e dire che sì, la sofferenza che ho provato ne è adeguatamente descritta. Ma il prodotto di tale sforzo sarebbe un libro troppo terribile per essere letto. Quelli che ne giungessero al termine lo potrebbero fare solo con gli occhi appannati e il cuore indurito.” 
 Ma Conroy – che fra l’altro ha denunciato i siti neri della polizia di Chicago molti anni prima di quanto non fosse alla moda – dice anche che la tortura è il crimine perfetto, per cui quasi nessuno paga, e quei pochi in modo inadeguato. Quindi l’unica giustizia possibile è attraverso la narrativa. D’altra parte, come dice Ursula Le Guin, la Verità è una questione di immaginazione.
I gattini li devo a Brunella Gasperini e al suo straordinario libro “Una donna e altri animali”, che mi ha dato il permesso di considerare gli animali cose serie. Non siamo soli nell’universo, lo condividiamo con altri esseri, per fortuna.

B-SIDES: Una mente brillante, una ferrea disciplina militare, slanci di passione imbrigliati da un atroce senso del dovere… Difficile non provare ammirazione per Creyna, il geniale stratega della Cirte. Tuttavia ci sono pagine in cui sembra davvero l’incarnazione del male. Creyna fa impallidire altri famosi personaggi letterari, come Severian, il Torturatore di Gene Wolfe, o Eymerich, l’inquisitore di Valerio Evangelisti. Si è ispirata a figure reali o immaginarie per descrivere il suo implacabile distruttore di mondi?

Anna Feruglio Dal Dan: Severian: Gene Wolfe è uno dei miei autori di riferimento, che mi ha mostrato come si possa scrivere fantascienza senza rinunciare all’ambizione letteraria, ma Creyna predata il mio incontro con Severian e non gli assomiglia molto. Eymerich, no, assolutamente. Ho letto il romanzo di Evangelisti che ha vinto il premio Urania e non mi è piaciuto. Ma siccome piaceva a tutti gli altri, ho pensato, ok, era la sua prima opera, e ne ho letto un altro. A quel punto ho semplicemente deciso che Evangelisti non faceva per me. Diciamo che ha una concezione della fantascienza molto diversa dalla mia.
No, Creyna è uno di quei personaggi che si impongono ed esigono che la loro storia venga raccontata. Gli scrittori si dividono in quelli che si fanno mettere sotto i piedi dai loro personaggi e quelli che li comandano a bacchetta. Connie Willis dice sempre che i suoi personaggi fanno quello che lei gli dice di fare, punto e basta. I miei no. In particolare i cattivi tendono a sviluppare un loro punto di vista e a farsi ambigui. E chiaramente i cattivi unidimensionali sono una barba da scrivere. E’ molto più interessante se hanno delle ragioni, magari sbagliate, ma credibili. La verità è che ho incrociato un paio di persone che avrebbero potuto essere la controparte reale di Creyna, almeno uno dei quali per fortuna non è più parte dell’esercito di una superpotenza: e sono squallidi personaggi, per nulla affascinanti e incredibilmente stupidi. Gillo Pontecorvo mette ne “La Battaglia di Algeri” un personaggio, il colonnello Mathieu, che è un composto di vari ufficiali francesi della guerra d’Algeria, Massu, Bigeard, Trinquier, e quando l’ho visto ci ho riconosciuto molto di Creyna. Ma è un personaggio fittizio. Ecco, mi piacerebbe dire che “La Battaglia di Algeri” mi ha ispirato, ma se è successo è stato indirettamente, perché quando l’ho visto per la prima volta avevo già sostanzialmente formato i miei personaggi.

anna f dal dan

SENZA UN CEMENTO DI SANGUE – Il primo romanzo di Anna Feruglio Dal Dan. Affresco di una guerra interplanetaria fra le colonie esterne e il governo centrale di un Impero totalitario, la cui polizia militare è famosa per le feroci torture che infligge ai prigionieri. Il titolo del romanzo è tratto da una citazione del poeta W.H. Auden secondo cui le mura su cui si fonda la storia non possono reggersi senza il sangue degli innocenti. “Perché senza un cemento di sangue (dev’essere umano, dev’essere innocente) nessun muro secolare può stare in piedi con sicurezza.” W.H. Auden, Horae Canonicae

B-SIDES: Relazioni sociali e psicologiche ricche di sfumaure, di sfaccettature a volte contraddittorie, rendono realistici tutti i personaggi del suo romanzo, a patire da Towny, la giovanissima eroina a capo della rivolta dei Pianeti Esterni contro la Cirte, fino all’ancor più giovane torturatore, Dano, che nel finale ci regala un commovente, anche se misuratissimo, sprazzo di umanità. Sembra che tutti siano stati costretti da eventi esterni a diventare quello che sono. Eventi ai quali non ci si può ribellare. Questo corrisponde alla sua visione della vita, della Storia?

Anna Feruglio Dal Dan: Beh, dipende da a che livello si guarda la Storia. Credo che dal punto di vista dell’individuo ci sia poco che chiunque possa fare che sia decisivo. Non credo (molto) nella teoria dei Grandi Personaggi Storici. Grant e Sherman erano brillanti strateghi, ma la guerra civile americana è stata vinta dalle industrie del Nord, e il Sud non avrebbe comunque potuto vincerla. Sherman in effetti provò a spiegarlo, questo, scrivendo ad un suo corrispondente che era un fervente secessionista:
Il Nord è in grado di fabbricare locomotive, vagoni ferroviari, macchine a vapore: voi non siete nemmeno in grado di fabbricare un paio di scarpe o un metro di tessuto. State per correre alla guerra con uno dei popoli più ingegnosi, forti e decisi della Terra, e alle vostre porte. Siete destinati a fallire. Solo in spirito e decisione siete preparati, per il resto siete del tutto impreparati, e la vostra è una causa ingiusta. All’inizio avrete un certo successo, ma quando le vostre risorse, che sono limitate, si saranno esaurite, tagliati fuori dai mercati europei, finirete per cedere.
Da questo punto di vista, le possibilità del singolo di prevalere sono quasi nulle. Eppure Sherman è andato in guerra, pur odiando ogni momento, e ha contribuito alla storia degli Stati Uniti. E veniva dallo stesso ambiente, era stato formato dalle stesse forze, di Robert E. Lee. Alla fine la storia è la risultante delle micro azioni che compiamo tutti i giorni, del lavoro che accettiamo di fare, del modo in cui lo svolgiamo, delle conversazioni che abbiamo con gli amici e con l’edicolante. Ci sembra di essere ininfluenti perché siamo solo una molecola in un carro armato, ma il carro armato è fatto di molecole, e si muove secondo la risultante delle loro intenzioni.
Insomma nonostante tutto, Creyna ha scelto, e avrebbe potuto fare scelte diverse, così come Twony avrebbe potuto scegliere di combattere in modo diverso o di non combattere affatto. Nel grande schema delle cose nessuna delle loro scelte avrebbe cambiato di molto le cose ma, naturalmente, avrebbe cambiato molto nella loro vita.

B-SIDES: In questo periodo fortunato per le serie televisive tratte dai romanzi di grandi scrittori come Philip K. Dick (“L’uomo nell’alto castello”) e Margaret Atwood (“Il racconto dell’ancella”), cui si aggiungerà presto quella tratta da “Pensa a Fleba” di Iain M. Banks, lei non ha mai pensato a un adattamento del suo romanzo? Quando scriveva, ha mai immaginato gli attori che potevanoo interpretare il ruolo di Creyna o di Twony, di Nikla, di Mhara o della cosole Vanja?

Anna Feruglio Dal Dan: Ah ah magari. Potrei smettere di lavorare in banca e scrivere a tempo pieno. Non succederà. Voglio dire, non succederà che qualcuno mi offra un sacco di soldi per l’opzione del mio libro, salve Netflix!, e anche se succedesse il 90% delle opzioni non diventano realtà. E se poi diventano realtà finisce che scelgono per Twony una bionda americana. Per quanto se vogliono Idris Elba o Chadwick Boseman per Creyna io non farei altro che diverse capriole. Ogni volta che vedo un’attrice di colore ci riconosco Twony, ho avuto Angela Bassett (in “Strange Days“), Halle Berry, e adesso Sonequa Martin-Green. Sempre parlando di imprinting, quando ho rivisto per la prima volta dalla mia infanzia UFO ho riconosciuto un sacco di manierismi di Straker, con mio grandissimo imbarazzo.

B-SIDES: Il suo lavoro di traduttrice l’ha in qualche modo aiutata nella stesura del romanzo?

 

Anna Feruglio Dal Dan: Tradurre mi ha senz’altro insegnato moltissimo. Ho fatto grandi passi avanti quando ho cominciato a tradurre racconti per conto mio, prima di farne un lavoro. Tradurre vuol dire essere obbligati a guardare l’opera di un altro molto da vicino, con costanza. In un certo senso è come smontare un mobile per un trasloco, notare dove va ogni vite e ogni tenone, capire la logica con cui gli elementi si incastrano, poi portare tutti i pezzi da qualche altra parte e rimetterli insieme. Ti obbliga ad essere all’altezza del testo di partenza, il che è una sfida ma è anche rassicurante, perché c’è qualcuno che ti tiene la mano, che supplisce la trama, i personaggi, la storia. E ovviamente, se riesci a farti pagare, ti permette di vivere scrivendo. Si impara a scrivere scrivendo, e tradurre vuol dire scrivere, quindi da un certo punto di vista mi sono mantenuta per quasi vent’anni con la scrittura. Purtroppo in Italia il mercato editoriale non permette più a nessuno di vivere di traduzioni, e non è possibile tradurre verso una lingua acquisita, quindi non posso reinventarmi come traduttrice dall’italiano all’inglese (ho provato, in momenti in cui avevo assoluto bisogno di lavorare). In realtà quando scrivo narrativa scrivo in inglese dal moltissimo tempo, perché da quando avevo quattordici anni ho letto soprattutto in inglese, e quando ho finito il romanzo ho dovuto fare uno sforzo cosciente per usare l’italiano. Quindi anche da questo punto di vista tradurre mi ha aiutato, non avevo la scusa di dire “non so come dire questa roba in italiano”, sapevo che magari era difficile, magari dovevo ricorrere a giri di parole, ma si poteva fare. L’inglese è una lingua più plastica dell’italiano e ha tre volte il numero di vocaboli, quindi quando traduci devi essere in grado di improvvisare. Quando traducevo Banks inventavo serenamente parole, e alla fine quando traducevo “Excession” gli ho scritto per chiedergli se le parole che avevo inventato erano inventate anche in inglese e lui mi ha detto, ahem, ecco, no, sono tutte parole inglesi, se guardi nel Chambers Dictionary ci sono tutte… Sono uscita, ho comprato il Chambers e ho cominciato a smadonnare. Dopo un po’ di giri sul tappeto pensando, come Paperino con le nuvolette sopra la testa, ho deciso che l’unica era ricorrere ai neologismi comunque. Una lingua che non ricorre ai neologismi è una lingua morta e io non volevo scrivere in una lingua morta.

Materia OSCURA

MATERIA OSCURA – L’antologia di scrittrici di fantascienza italiane curata da Emanuela Valentini. Contiene il racconto “Stazione Tikuka” di Anna Feruglio Dal Dan ambientato nello stesso universo di “Senza un cemento di sangue”. La stazione orbitale del titolo è governata da una Intelligenza Artificiale che sembra avere emozioni e un’etica molto umane (forse anche più che umane).

B-SIDES: Immagino che non aver vinto il Premio Urania nel 2000 l’abbia profondamente delusa. Com’è veder pubblicato oggi il suo romanzo, dopo 17 anni di silenzio?

Anna Feruglio Dal Dan: Quanti anni abbiamo? Sulla pagina di Facebook del mio romanzo avevo promesso di scrivere la storia della mia partecipazione al premio Urania, ho scritto la prima parte ma la seconda sta ancora lì perché è troppo dolorosa. Nel 2000, quando io ho partecipato al premio Urania, c’era un solo modo di scrivere professionalmente in Italia ed era di vincere il premio Urania. E non è tanto che non abbia vinto, quanto che le ragioni per cui non ho vinto mi hanno fatto capire che semplicemente non scrivevo il genere di cose che Urania aveva interesse a pubblicare. A suo tempo mi arrabbiai molto ma non era colpa della redazione di Urania se tutte le altre vie erano chiuse. Non avevano nessun dovere nei confronti della fantascienza italiana di coltivare nuovi talenti, avevano il loro daffare a tenere a galla l’unica collana di fantascienza rimasta in Italia. Ma per me voleva dire che la strada della narrativa era chiusa, almeno in Italia. Mi ci sono voluti un paio di anni per riprendermi, cominciare a scrivere in inglese, e andare al Clarion, nel 2003. Il Clarion è stato incredibilmente traumatico, non tanto per l’esperienza in sé, che comunque era abbastanza intensa, ma perché per la prima volta mi sentivo a casa, fra gente, non solo i miei colleghi ma i docenti, i visitatori, l’ambiente di Seattle che ha una concentrazione notevole di scrittori, che mi capiva e parlava la mia stessa lingua, che aveva letto le stesse cose che avevo letto io, che rideva delle stesse battute. Per sei settimane ho incontrato e conversato con China Miéville, Samuel Delany, Octavia Butler, Ted Chiang, Ursula Le Guin – da pari a pari, anche se quando Ursula Le Guin è venuta a trovarci eravamo tutti ammutoliti dalla venerazione, compreso China che era il nostro istruttore. Mi sono sentita arrivata a casa e che una volta finite le sei settimane sarei dovuta tornare in esilio. Sono tornata in Italia e ho avuto un crollo, la mia vita è andata a gambe all’aria, ho smesso di lavorare e sono stata per diversi mesi in animazione sospesa. Ho capito che dovevo lasciare l’Italia, e così ho accettato un lavoro completamente diverso a Londra. Mi piacerebbe dire che questo è stato il lieto fine ma non è esattamente vero. Mi sto ancora riprendendo dalla rottura che è stata il 2003. Scrivo, ma a parte due racconti su Strange Horizon e una rivista ormai defunta non ho venduto niente in inglese, e ho smesso di scrivere per anni. Adesso ho ripreso, ma il romanzo che ho finito e mandato in giro non è lontanamente avvincente come quello che ho pubblicato in Italia, e tornerà in un cassetto. Facendo un altro lavoro, e un lavoro che occupa praticamente tutte le mie ore, finisco per scrivere nei ritagli di tempo, e non è facile. Ho sempre saputo che per poter scrivere bisogna essere in grado di guadagnarsi da vivere con la scrittura, e nel mio caso, non è successo. In realtà succede molto raramente, anche nel mercato anglosassone. Scrivere per se stessi non è il modo migliore di scrivere, ma è quello che si fa se non si riesce a smettere, e nel mio caso, se non scrivo sono profondamente infelice, quindi non posso smettere. Credo che fosse Connie Willis, di nuovo, che ci disse che gli scrittori sono quelli che non riescono a smettere di scrivere, perché chiaramente la scelta razionale sarebbe quella, di smettere.

Anna Feruglio Dal Dan:

Anna Feruglio Dal Dan:

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Articolo di SERGIO BECCARIA

L’HORROR È TORNATO! Intervista a Alessandro Manzetti – Independent Legions Publishing

L’HORROR È TORNATO!

Intervista ad Alessandro Manzetti proprietario e editor-in-chief di Independent Legions Publishing
A cura di Stefano Rizzo

A dire il vero forse l’horror non se n’era mai andato dall’Italia ma le proposte di libri di questo genere che esulassero dal pur grande Stephen King si contavano con le dita di una mano (monca di qualche dito). I tentativi di portare questo genere in libreria non hanno avuto il successo sperato anche quando il progetto editoriale era di qualità come quello delle Edizioni XII (che hanno avuto il merito di portare in Italia Brian Keene) o di Gargoyle che dopo la scomparsa del grande Paolo de Crescenzo ha drasticamente interrotto le pubblicazioni di letteratura dell’orrore.
Dal 2016 c’è, però, una nuova realtà editoriale di grande qualità interamente dedicata all’horror a cui vanno i miei incoraggiamenti e i miei auguri di un grande futuro.
Sono molto contento di poter intervistare Alessandro Manzetti direttore e fondatore della Independent Legions Publishing e scrittore in proprio (anche sotto lo pseudonimo di Caleb Battiago) premiato a livello internazionale con il prestigioso premio Stoker Award.

 

B-SIDES: Amore e desiderio di leggere e di scrivere. Quando nacquero in te e come?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Sono un vecchio e smodato lettore praticamente da sempre, e non solo di narrativa horror e fantastica, tutt’altro. Restando nel genere, senza spalancare altre porte, a sedici anni scoprii Lovecraft leggendo il racconto Il Caso di Charles Dexter Ward e da allora gli affilati ganci della narrativa dark mi si sono piantati nella carne, in profondità. Ho letto tutto il possibile, sia i classici che i grandi interpreti dell’horror moderno e contemporaneo, e continuo tuttora anche se adesso rappresenta un lavoro, come editore ed editor.
Il desiderio di scrivere è nato molto più tardi, grazie a Sergio Altieri che al tempo della nostra collaborazione su alcuni progetti editoriali mi ha spinto a farmi avanti. Dopo aver letto tante magnifiche opere, dall’horror alla letteratura moderna, non pensavo ci fosse bisogno del mio modesto contributo. Invece, inaspettatamente, dopo la prima pubblicazione, ho ricevuto interessanti e inattesi riscontri che mi hanno convinto a continuare a scrivere, fino a propormi anche sul mercato internazionale, raggiungendo ottimi risultati e successi, affatto banali per un autore italiano. Aveva ragione Sergio, in fondo.
Ma nel cuore resto sempre più lettore che scrittore.

Alessandro Manzetti alias Caleb Battiago

Alessandro Manzetti alias Caleb Battiago

B-SIDES: La tua passione per l’horror come è nata? Hai mai riflettuto sulla necessità per molte persone di leggere (o nel tuo caso anche di scrivere) questo tipo di storie e racconti?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Come ti dicevo, la lettura di quel racconto di Lovecraft ha lasciato il segno dentro di me, una specie di ferita aperta che aveva continuamente bisogno di cure, di leggere altro insomma, come fosse una medicina.
Ero un ragazzo all’epoca, sono passati più di trent’anni (argh!) e ricordo ancora vividamente come iniziai a fare incetta di altre letture di genere, scoprendo magnifiche storie e fantastici autori. Ma come ti accennavo nella precedente risposta, è stata una corsa diabolica su più strade. L’horror e il fantastico rappresentavano solo una parte, nemmeno prevalente, del mio compulsivo peregrinare da lettore in mondi di idee e visioni sempre più complesse e affascinanti, che ti lasciavano assetato di scoprire altro, ancora.
Non è cambiato molto da allora, anche se ora dedico gran parte del mio tempo alla narrativa di genere horror per ovvie esigenze professionali, principalmente nelle vesti di editore ed editor, ma non in quelle di autore. Credo che un autore horror, come lettore, dovrebbe spaziare ben oltre il genere e formarsi grazie alla conoscenza della ricchezza e della grandezza di tantissime opere che hanno caratterizzato letteratura moderna del 900, rivelandoci autori formidabili, spesso più moderni e innovativi di molti contemporanei.
Le opere di genere dovrebbero rappresentare solo il completamento di un percorso di formazione più profondo per un autore horror, ma purtroppo ho riscontrato che troppo spesso non è così. Un vero peccato. Le persone, me compreso, sono affascinate dalla narrativa horror e fantastica perché pungola l’immaginazione dando forma allo sconosciuto, all’altro, a tutto ciò che è diverso, che nello stesso tempo ci spaventa e ci attrae magneticamente. Una forma di esorcizzazione di paure e insicurezze, della vita e della morte, entrambe terribili, una fontana di adrenalina alla quale potersi dissetare. L’horror, quando è scritto bene, sa anche farsi magnifica metafora della solitudine, delle psicosi del mondo moderno e delle tante piccole ‘apocalissi’ alle quali assistiamo fin troppo spesso.
In questi casi mi piace citare un’opera conosciuta da tutti, The Shining di Stephen King, che ha due binari di lettura, e il secondo, meno diretto, porta più lontano e offre maggiore spessore al romanzo. La storia di King è anche e soprattutto una grande metafora sull’alcolismo, e sulle sue conseguenze sulle persone e sulle famiglie, cose che accadono tutti i giorni, nella realtà.
Questo solo per fare un piccolo esempio di cosa può offrire l’horror, ben oltre il semplice intrattenimento.

B-SIDES: Quali sono state le tue letture horror formative?

 

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Per quello che riguarda l’horror, nella mia formazione hanno lasciato i segni più profondi autori come Charlee Jacob, Poppy Z. Brite, Caitlin Kiernan, Joyce Carol Oates e Brian Evenson. A livello di immaginario, quindi come contributo di tipo diverso, le varie esplorazioni di opere di Richard Laymon, Edward Lee, Clive Barker, Jack Ketchum, Chuck Palahniuk (e anche autori del New Weird come Jeff Vandermeer) mi hanno aperto a interessanti visioni e concept narrativi da portarmi dietro, o meglio, dentro.
Ma la narrativa horror, in termini di formazione personale, non è dominante, almeno per me. Come dice spesso uno dei migliori autori dell’horror moderno, Jack Ketchum: “autori horror, leggete tutto ciò che non è di genere”. Un validissimo consiglio.

B-SIDES: Al di fuori dal genere quali sono gli autori e i libri che ritieni ti abbiano nutrito maggiormente? Quali sono i libri che ti hanno colpito di più tra quelli letti negli ultimi anni?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Io sono nato a pane e Beat Generation, come lettore e scrittore, sia per la prosa che per la poesia, e mi sono immerso completamente e a lungo nella letteratura americana del 900, in particolare. Ho imparato a scrivere, per quello che so fare, leggendo opere di autori, in ordine sparso, come Henry Miller, Brautigan, Nabokov, Wolfe, Hemingway, Kerouac, Borges, Fante, Beckett, Burroughs, Corso, Ginsberg, Whitman, Pasolini, James, Joyce, Faulkner, Steinbeck, Mailer, Pound, Camus. Mi fermo qui per non allungare troppo il brodo, perché dovrei e potrei citare tanti altri autori che insieme a questi rappresentano i tanti, minuscoli mattoni di tutto ciò che sono oggi, e non solo come scrittore. Devo tantissimo a tutti loro, mi sento in debito.
Tra i libri letti recentemente, sopravvissuti alla mole di letture horror che fanno parte del mio lavoro, che ormai stritolano il tempo per altri generi, voglio citare The Man with the Golden Arm di Nelson Agren (tradotto anche in italiano, L’uomo dal braccio d’oro), un romanzo del 1949 che mi ero perso, come tantissime altre cose. Uno dei romanzi al quale sono più legato, da sempre, è Black Spring (Primavera Nera) di Henry Miller, della quale ho una preziosa prima edizione.

B-SIDES: Alessandro Manzetti scrittore: quali sono a tuo parere i tuoi libri cardine, quelli di cui sei più soddisfatto?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Mi è molto difficile considerarmi soddisfatto dei miei lavori, mi sembrano tutti subito superati già al momento della pubblicazione, ma parlando di narrativa sicuramente le opere più significative, che hanno dato vita al mondo distopico di Naraka, dal quale si diramano molte delle mie opere, sono i romanzi Naraka – L’apocalisse della Carne e Shanti – La Città Santa.
Ma il lavoro che ritengo più interessante e riuscito è una novella, Midnight Baby – Horror Lolita, anche se non è sicuramente tra le mie opere più conosciute e apprezzate, e lo comprendo, visto che è caratterizzata da una scrittura fortemente surrealista ed è un pezzo sperimentale e molto ambizioso, almeno per il genere.
Per la poesia, credo che l’ultima raccolta, Sacrificial Nights, anche se scritta a quattro mani con Bruce Boston, uno dei più grandi poeti dark contemporanei, sia arrivata vicino a quello che vorrei fare. Ma il meglio, sia in narrativa che poesia, devo ancora riuscire a tirarlo fuori, intatto così come nasce. Non è cosa facile, specie per chi come me dedica gran parte del tempo a opere di altri, come editore ed editor, piuttosto che all’attività autoriale che è quasi un lusso ormai.

B-SIDES: Come autore scrivi e pubblichi sia in italiano che in inglese. Quali sono i motivi di questa doppia lingua?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Il motivo è semplice, se vuoi farti conoscere sul mercato internazionale, quello che conta per il genere horror, devi necessariamente tradurre le tue opere in inglese. Per la narrativa scelgo di tradurre ciò che è più adatto al gusto del mercato di alcuni paesi dove sono abbastanza presente come autore, come gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Per la poesia invece, che da noi non è considerata, a differenza dell’estero di cui gode di grande prestigio, scrivo direttamente in inglese, sia per ragioni tecniche (tradurre poesia significa stravolgerla) sia perché le pubblicazioni in italiano non sono certo una priorità, vista la poca richiesta qui da noi, fatte le dovute eccezioni. Pubblicare in inglese, la lingua internazionale per eccellenza, ti consente di farti conoscere su un mercato molto più grande, e anche e soprattutto di confrontarti con tutti i grandi autori, un fattore di stimolo e di crescita di cui un autore non dovrebbe fare a meno.

Alessandro Manzetti - Independent Legions Publishing

Alessandro Manzetti – Independent Legions Publishing

B-SIDES: Come per la fantascienza e il fantastico, la questione sull’horror italiano impegna da anni gli appassionati. Quando nasce(rà) un horror italiano? Siamo stati o saremo in grado di scrivere racconti e romanzi al livello degli anglosassoni? E oggi quali sono le firme italiane che ritieni più interessanti?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Peferisco passare su questa domanda, essendo a capo del gruppo di autori Italiani della HWA e non fare nomi. In generale, come si evince dalle mie risposte, l’horror Italiano ha potenzialità, ma gli autori non avendo mai vissuto un mercato competitivo. Per ambire a farsi spazio sul mercato internazionale, quello che conta per l’horror (vedi USA e Inghilterra) devono mettere il naso fuori dal nostro piccolo mercato di genere, abbastanza pigro, e misurarsi con le migliori firme (anche scambiando idee con autori stranieri e leggere tanto, non solo il pochissimo tradotto in Italiano) per poter crescere e dare uno spessore internazionale alla propria produzione. In Italia è troppo facile mettersi in luce, la competizione è quasi inesistente e gli autori rischiano di non avere un riscontro effettivo delle proprie potenzialità e sul proprio reale talento.

B-SIDES: Sei un grande appassionato di musica e di metal (come macro-genere comprendente numerosi stili e declinazioni) in particolare. Vorrei che mi parlassi del rapporto trovi tra la musica e la letteratura anche alla luce del tuo bellissimo racconto Midnight Baby – Horror lolita presente nel volume Mar Dulce: Acqua. Amore. Morte (Cut-up Publishing, 2016).

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Ho citato Midnight Baby – Horror Lolita prima di leggere questa domanda, mi fa piacere il tuo riscontro su un’opera davvero particolare, che poi è stata pubblicata anche in inglese. La musica rappresenta un elemento essenziale del mio processo di scrittura, ne fa parte integralmente, sia nell’ispirazione che nei contenuti. L’ultima mia novella pubblicata, Area 52, è dedicata a Janis Joplin, tanto per capirci; c’è molto di lei dentro, anima e canzoni. In Midnight Baby avrai visto come tra i protagonisti, visibili o invisibili, ci sia anche un certo Johnny Cash.
Il metal è un genere che amo da sempre, come il blues, e puoi trovarlo protagonista in alcuni pezzi, come By the Sea (uno dei miei racconti preferiti), dove ho arditamente assemblato alcune canzoni del Black Album dei Metallica con una scrittura marcatamente surrealista.
Lou Reed, Bruce Springsteen, Cat Stevens, i Black Sabbath e molti altri hanno fatto da protagonisti ‘invisibili’ di alcune delle mie storie, sia in narrativa che poesia. Quando scrivo ascolto continuamente musica in cuffia, di vari generi, dal Metal all’Opera. Proprio ieri, mentre scrivevo un breve racconto di fantascienza per una rivista, per tutto il tempo mi sono martellato alternando cose molto diverse come I See a Darkness di Cash, Empire of the Clouds degli Iron Maiden, Killing the Name dei Rage Against Machine e Kozmic Blues della Joplin.
Lei, Pearl, c’è sempre quando scrivo. In questo periodo sto scrivendo un nuovo romanzo breve, dal titolo Kiki the Beginning, e tra i personaggi-fantasmi che fanno piccole incursioni tra le pagine c’è proprio la Joplin, insieme a Giovanna d’Arco e altre fantastiche donne.
La musica per me è un compagno e alleato, fondamentale.

Skipp & Spector

Skipp & Spector

B-SIDES: Il doppio oltre che nella tua scrittura bilingue e nel binomio lettore/scrittore torna anche e soprattutto nel tuo essere editore/scrittore. Quando e come nasce il desiderio e la decisione di fondare Independent Legions Publishing?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Visto che dopo i fasti di Gargoyle Books, oggi tutt’altra cosa purtroppo, nessuno poteva o voleva riportare in Italia i grandi maestri dell’horror internazionale, insieme alle nuove voci contemporanee. Così ho pensato di farlo io, contando su relazioni dirette su mercati esteri (molto spesso anche con gli autori ed editor), investendo molto sull’horror e sugli appassionati a secco da troppo tempo di letture di livello, proprio nel momento in cui nessun’altra casa editrice puntava più solo su questo genere. Il progetto si è ampliato fin dall’inizio aprendosi anche al mercato internazionale con una linea di pubblicazioni in lingua inglese, che rappresenta metà della produzione della mia casa editrice, differenziandola ulteriormente dalle altre realtà editoriali italiane.

Oggi, dopo poco più di un anno di lavoro, Independent Legions sul mercato internazionale è già considerata una delle case editrici horror più importanti e degne di attenzione, eppure è una realtà italiana, non inglese o americana.
Come dicevo prima per l’attività autoriale, anche come editore è troppo limitativo pensare solo al proprio mercato, che nel nostro caso è davvero molto piccolo e assai poco competitivo.

B-SIDES: Independent Legions Publishing è, benchè giovane, già ricca di titoli e proposte. Non posso non citare i grandi autori già conosciuti ed amati in Italia di cui state pubblicando libri mai tradotti in Italia: Ramsey Campbell, Richard Laymon, Robert McCammon, Jack Ketchum e Poppy Z. Brite.

David J Schow

David J Schow

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Finora abbiamo pubblicato, in italiano, opere di grandi autori già conosciuti da noi, come Richard Laymon, Ramsey Campbell, Robert McCammon, Poppy Z. Brite, Jack Ketchum e altri, ma anche grandi maestri mai pubblicati da noi, come Charlee Jacob, Edward Lee e Gary Braunbeck, e alcune delle voci più importanti dell’horror contemporaneo, come Shane McKenzie, Alyssa Wong, Usman Malik, Lucy Snyder e tanti altri.
Ma l’avventura Independent Legions è appena all’inizio, abbiamo già acquisito, oltre quello che è stato finora pubblicato, una quindicina di romanzi di grandi autori (e continuiamo a fare scouting), tra i quali spiccano due romanzi inediti di Clive Barker (le edizioni italiane di The Scarlet Gospels e Mister B. Gone), dimenticati dall’editoria italica, in uscita questa estate, altri quattro romanzi inediti in italiano di Richard Laymon, tre di Poppy Z. Brite (il primo Disegni di Sangue uscirà ad Aprile), due romanzi inediti di Skipp & Spector, romanzi di maestri assoluti come David J Schow, Edward Lee che non hanno mai visto la luce in Italia, e anche grandi firme dell’horror contemporaneo come Nicole Cushing (Mr. Suicide, romanzo vincitore dell’ultima edizione del Bram Stoker Award nella categoria First Novel).

LindaAddison

Linda Addison

Ma a tutti questi titoli in italiano si aggiungono moltissime pubblicazioni in lingua inglese, di grandi autori e delle migliori firme contemporanee.
Già oggi abbiamo in uscita molti di libri in inglese, in formato cartaceo, nel 2017, tra i quali anche il secondo volume dell’antologia da me curata The Beauty of Death, che ha ricevuto la nomination all’edizione in corso Bram Stoker Awards, come migliore antologia, e che contiene opere, in inglese, di autori come Ramsey Campbell, Peter Straub, Poppy Z. Brite, John Skipp, Edward Lee, Nick Mamatas, Tim Waggoner, Lisa Morton, Linda Addison, Monica O’Rourke e tantissime altre firme internazionali di prestigio (anche alcuni autori italiani). Naturalmente, come puoi immaginare, è molto più difficile pubblicare questi autori nella loro lingua madre, in inglese, piuttosto che in Italiano, e non credo che altre case editrici italiane abbiano mai tentato di farlo.

B-SIDES: A breve pubblicherete due inediti di uno dei più grandi nomi dell’horror internazionale: Clive Barker.

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Anche stavolta ti ho anticipato accennando prima qualcosa; tutto vero, a giugno 2017 uscirà la prima edizione italiana di The Scarlet Gospels (Vangeli di Sangue), mentre a luglio 2017 leggerete la prima edizione italiana di Mister B. Gone (il titolo sarà lo stesso anche in Italiano), mentre più avanti saranno disponibili anche edizioni speciali e numerate di questi due romanzi, come ci hanno chiesto molti appassionati e collezionisti. Siamo ovviamente onorati che Clive Barker ci abbia scelto come editore in lingua italiana delle sue ultime opere.

Poppy Z. Brite

Poppy Z. Brite

B-SIDES: Oltre ad edizioni in doppio formato cartaceo e digitale avete pubblicato edizioni esclusivamente in e-book. Qual è il motivo di questa scelta?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: La linea attuale è di pubblicare in doppio formato, visto che tutti i titoli dei quali abbiamo già acquisito i diritti (sempre in esclusiva), ancora non pubblicati, sono romanzi che dunque meritano una pubblicazione su carta.
Ma per presentare nuovi autori, tramite antologie con vari racconti e novelette, specie all’inizio del nostro percorso editoriale, abbiamo usato la formula dell’eBook che è congeniale per questo tipo di esigenze e progetti.
Il cartaceo richiede una certa lunghezza delle opere, alcune pubblicazioni eBook non era possibile portarle in cartaceo per questo motivo.
Per le pubblicazioni in inglese vale la stessa logica, quando possibile: doppio formato, fatta eccezione per la riproposta in digitale di opere di grandi maestri pubblicate solo in cartaceo, come Edward Lee e Poppy Z. Brite, della quale abbiamo riproposto in forma digitale tutti i racconti in cinque o sei eBook diversi. Bisogna anche sempre tener conto che la disponibilità dei diritti, per queste opere considerate dei classici, hanno diverse logiche per pubblicazioni digitali o cartacee.

B-SIDES: I vostri libri sono acquistabili su Amazon, sullo store del vostro sito e presso alcune librerie specializzate (ad esempio Profondo Rosso di Luigi Cozzi a Roma o Altri Mondi a Torino). Questa è una scelta dettata dalle difficoltà del mercato? Che situazione c’è in Italia per quanto riguarda le librerie di varia?

Alessandro Manzetti - Caleb BattiagoAlessandro Manzetti: Io credo che l’horror qui in Italia non sia un genere da grande distribuzione, da punti vendita sul territorio, in quanto tale distribuzione, con costi e logiche connesse, non si sposa bene col limitato numero di appassionati di genere.
La distribuzione è valida per altri generi, più commerciali.
Nelle librerie italiane i pochissimi libri di genere horror in vendita sono nascosti, spesso lasciati in magazzino, e le rese sono spropositate.
È davvero rarissimo, per chi frequenta le nostre librerie, dominate, come esposizione e marketing, dalle pubblicazioni da supermercato degli editori mass market, trovare un piccolo scaffale dedicato alla narrativa horror, spesso i titoli disponibili ed esposti si contano sulle dita di una mano, mischiati a titoli fantasy e thriller. Eccetto le opere di King, che non è considerabile come un autore only-horror, non ha senso distribuire in maniera capillare delle pubblicazioni horror, l’unico risultato è lasciare il 70% dei guadagni a un distributore che non fa nulla per supportare il tuo lavoro da editore, sia come mentalità che, soprattutto, a causa dell’avversione dei librai per un genere che non vende e che non è richiesto abbastanza. Perfino un autore come Barker non ha funzionato in distribuzione, e si sono visti i risultati: sono dieci anni che non viene più pubblicato, qui in Italia.

Edward Lee

Edward Lee

Vista questa situazione, e il fatto che Independent Legions pubblica solo narrativa horror (a differenza di tutti gli altri editori italiani) abbiamo pensato di rendere disponibili le nostre pubblicazioni in formato cartaceo attraverso Amazon, che credo offra visibilità, facilità e comodità di acquisto per tutti, e servizi a valore aggiunto (vedi pacchi regalo, usato, ecc). Si tratta dello store più importante in assoluto al mondo, lavorare con Amazon significa che tutti i tuoi prodotti possono essere acquistati ovunque con un semplice click. E considera che noi, vendendo pubblicazioni anche in inglese, dobbiamo spedire in tutto il mondo, cosa impossibile con una logistica e distribuzione di tipo tradizionale.
Oltre Amazon, e al nostro store diretto (dove sono disponibili anche offerte speciali e pacchetti, e prenotazioni), i nostri libri sono presenti in alcune librerie specializzate nel genere, due le hai citate. Con questi librai lavoriamo volentieri, e direttamente, visto che sono in grado di proporre opere di genere, essendo specializzati in questo. Il problema è che di librerie specializzate nella narrativa di genere, anche nell’accezione più ampia di ‘fantastico’, in Italia se ne contano una decina. Non è una reale distribuzione, ma a noi fa piacere essere in alcune vetrine ‘fisiche’, per dare un punto di riferimento ai lettori, nelle città dove troviamo partner affidabili, in tutti i sensi, che possono condividere le nostre regole.

Richard Laymon

Per capirci, noi su ogni libro investiamo molto, in anticipi per acquisizioni di diritti e traduzioni, perciò non siamo disponibili a mettere in conto vendita le nostre pubblicazioni, come se fossero opere a costo zero o quasi (penso a libri di autori italiani di genere che non prendono anticipi, se non raramente, e che non necessitano di attività onerose come quelle di traduzione) e aspettare diversi mesi per essere pagati. Molti altri editori si rendono disponibili a questo, pur di cercare di vendere, ma hanno meno rischi d’impresa e costi di progetto che rappresentano il 10% dei nostri, oltre a non pubblicare solo horror, ma farcendo la propria offerta con altri generi e collane.
Independent Legions non può e non vuole lavorare in questo modo, richiede alle librerie partner degli standard precisi. Alcuni li hanno accettati, e questi oggi rappresentano i pochi presidi fisici sul territorio dove poter trovare i nostri libri.
Ma ripeto, credo che acquistare online su Amazon, cosa di una semplicità disarmante per chiunque, oppure sul nostro store, dove spediamo ovunque tramite corriere in meno di 7 giorni (niente piego di libri con attese di oltre un mese per il lettore) renda al cliente un servizio migliore, accessibile e più economico. Andare in libreria, e dunque spendere soldi e tempo, per non trovare un minimo di scelta di titoli horror, è masochismo, credo.
Per quanto riguarda le pubblicazioni digitali, oltre che su Amazon sono disponibili in tutti i più importanti store online, tramite una distribuzione digitale che copre circa 30 negozi virtuali.
Siamo certi che per il genere horror questa sia una logica più adatta alla realtà, che non fa fallire le case editrici e che consente ai lettori di acquistare facilmente tutte le pubblicazioni, con un click.

Ti ringrazio per lo spazio che ci hai concesso, buon horror a tutti!

Ringraziando a mia volta Alessandro Manzetti vi consiglio di seguire le pubblicazioni di Independent Legions non solo per la loro qualità letteraria ma anche per le pregevoli traduzioni e la cura editoriale in generale. E poi insomma, per me è sempre il momento per un bell’horror!

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Intervista a cura di STEFANO RIZZO

 

 

Intervista a ANTONELLO CRESTI. Musica ed esoterismo.

Antonello Cresti

Antonello Cresti

Antonello Cresti è, proprio come la materia esoterica che studia, un tesoro per pochi (quel piccolo popolo che compra e legge saggi sulla musica), ma che meriterebbe essere di tutti.
Antonello Cresti è uno degli autori più interessanti che si siano occupati di musica in Italia negli ultimi anni e questo perchè, a differenza di moltissimi suoi colleghi, non teme di inserire la musica che tratta in un discorso più ampio, che coinvolge la cultura del paese che l’ha prodotta (nel suo caso l’Inghilterra), nonostante questo implichi lunghi studi e approfondimenti interdisciplinari.
Cresti ha scritto libri importanti per chi si interessa di musica inglese, ma direi, addirittura, di musica in generale. Sono molto felice di poterlo incontrare e di dialogare con lui sui temi dei suoi libri.

 

Jimmy Page davanti alla Boleskine House, la villa scozzese che fu di Aleister Crowley, l'occultista che ha influenzato più di ogni altro con la sua vita e il suo pensiero la musica esoterica inglese e non solo.

Jimmy Page davanti alla Boleskine House, la villa scozzese che fu di Aleister Crowley, l’occultista che ha influenzato più di ogni altro con la sua vita e il suo pensiero la musica esoterica inglese e non solo.

B-SIDES: I tuoi libri colmano un vuoto nel mercato editoriale, nessuno aveva precedentemente dedicato testi alle origini e alle influenze esorteriche nella musica inglese dagli anni ’60 ad oggi. Ti sei spiegato il motivo di questa mancanza?

Antonello cresti picAntonello Cresti: Si tratta di uno dei tanti vuoti, chiamali se vuoi “censure” del nostro mondo editoriale. Ad onor del vero, sia pure in maniera frammentaria, qualcosa in lingua inglese è uscito, ma in Italia il discorso è diverso… Io cerco di scrivere su quello che mi piacerebbe leggere! Sui motivi di queste mancanze credo si tratti di una propensione alla viltà e alla volontà di non osare, sia perchè ritenuto commercialmente rischioso, sia perchè è meglio attenersi alla visione ufficiale delle cose, anche quelle artistiche.

B-SIDES: Quasi tutti i tuoi libri sono legati tra loro e fanno parte, a mio parere, di un’unica opera in progress. Anche tu la vedi così?

Antonello cresti picAntonello Cresti: Senza dubbio! Anzi, dirò di più: tutto quello che faccio nasce con l’intenzione di svilupparsi dialogicamente con gli altri miei progetti, presenti, passati o futuri. Questo perchè credo che qualsiasi operazione “culturale” sia da intendersi primariamente come un punto di partenza, non un arrivo. Dunque si apre una porta e poi si invita altri ad oltrepassarla, oppure lo si fa noi stessi. Spesso amici giornalisti e scrittori mi hanno detto cose tipo “hai scritto il libro a cui pensavo da tempo, ma non avevo il tempo o la concentrazione giusta…” Ecco, quando sento queste frasi mi sento obbligato a svolgere questo work in progress cui accenni tu.

Uno dei capolavori dei Third Ear Band uscito nel 1971 di cui Cresti parla in "Come to the sabbat" e "Solchi sperimentali".

Uno dei capolavori dei Third Ear Band uscito nel 1971 di cui Cresti parla in “Come to the sabbat” e “Solchi sperimentali”.

B-SIDES: Con Fairest Isle. L’epopea dell’electric folk britannico (Aereostella, 2009) inizi quella che può essere considerata una trilogia sull’Inghilterra e la sua musica più segreta. Ci puoi parlare di questo libro?

Antonello cresti picAntonello Cresti: L’idea di base di quel libro era riflettere sul senso che la tradizione (musicale, in questo caso) può rivestire nel mondo attuale. Il caso dell’electric folk da questo punto di vista è esemplare poichè si tratta di una musica che discende da epoche antichissime, ma che è capace di rinnovarsi completamente, mostrando anzi una propensione alla sperimentazione, alla ibridazione, maggiore di molti altri generi. Ho tentato dunque di mettere in fila i tanti grandi album folk inglesi degli anni sessanta e settanta cercando di ricontestualizzarli in un quadro più storico, sociologico e culturologico.

B-SIDES: L’anno successivo pubblichi Lucifer over London. Industrial, folk apolittico e controculture radicali in Inghilterra (Aereostella, 2010), dedicato ad alcuni musicisti fondamentali dell’industrial e del folk apocalittico UK, ovvero Throbbing Gristle, Psychic TV, Current 93 e Coil. Quando ho letto questo libro due temi relativi alla cultura inglese mi hanno colpito moltissimo: uno è l’attrazione da parte di tutta quella cultura per le tematiche della decadenza (dell’Inghilterra, dell’occidente, del mondo), l’altro è la tradizione dell’eccentricità.

Antonello cresti picAntonello Cresti: La cultura britannica è uno strano enigma, poichè molto spesso ha espresso con forza, in contemporanea, una cosa ed il suo opposto. Tu parli di poetica della decadenza (Gibbons, Toynbee, Yokey – che era irlandese – Swinburne e altri) e ciò avveniva in un momento storico in cui la cultura inglese era anche pompa e trionfalismo. Sull’eccentricità il discorso è vastissimo e meriterebbe una lunga riflessione: provo dunque a metterla con un esempio pratico… Se mi venisse chiesto la ragione per la quale io sono grato alla cultura inglese non farei riferimento a Shakespeare o tanti altri “eroi” che in ogni caso ammiro, ma risponderei che ciò che davvero amo è una attitudine alla vita fatta di gioco, di rottura delle convenzioni, di oltrepassamento dei limiti. Questo si esprime in mille rivoli, ed io, ad esempio, stimo più onorevole una vita fatta di “wild swimming” e stranezze varie, che anche io metto in pratica, che una vita alla teutonica, con poco spazio per una creatività espressa anche nelle piccole cose.

Il leggendario spettacolo dei seminali Black Widow di cui si parla in "Come to the Sabbat".

Il leggendario spettacolo dei seminali Black Widow di cui si parla in “Come to the Sabbat”.

B-SIDES: Il terzo libro, Come to the sabbat. I suoni per le idee della Britannia esoterica (Tsunami, 2011), è forse, finora, il tuo opus magnum. Uno stupefacente archivio delle innumerevoli sfumature esoteriche della musica inglese degli ultimi cinquantanni. Il tuo lavoro è importantissimo in primo luogo perchè, come tu stesso hai scritto, non esiste, nemmeno in inglese, un’opera che sia riuscita a trattare esaustivamente il tema che ti sei proposto. Come hai impostato la tua ricerca? Hai avuto delle difficoltà?

Antonello cresti picAntonello Cresti: E’ stato il lavoro più impegnativo che abbia affrontato sino ad ora. La prospettiva culturologica è al suo massimo in quel libro e per scriverlo mi sono avvalso – oltre che delle fonti dirette – di testi di critica letteraria, filosofia, storia, storia della magia, storia del folklore, storia delle arti… Un viaggio bellissimo che mi ha impegnato a lungo, ma dal quale io stesso ho scoperto molte cose che ancora non conoscevo. Anche musicalmente…

B-SIDES: Quali sono stati i libri più utili su cui ti sei potuto basare per partire per la tua lunga ricerca? Ci sono alcune letture che puoi consigliare a chi volesse approfondire l’argomento “esosterismo” (passami il termine generico e onnicomprensivo)? In italiano ci sono opere enciclopediche ben fatte? E per quanto riguarda le opere esoteriche quali sono secondo te quelle da leggere, quali i classici ancora illuminanti?

Antonello cresti picAntonello Cresti: Provo a citare a memoria alcuni libri che mi sento di consigliare: “Albion” di Peter Ackroyd, “Utopia Britannica” di Chris Coates, “The Modern Antiquarian” di Julian Cope, i testi degli studiosi Graham Harvey e Ronald Hutton, utili per conoscere il neopaganesimo inglese. Un bellissimo libro di musica è “Electric Eden” di Rob Young. Tutto in lingua inglese, purtroppo…

Austin Oman Spare, figura enormemente importante della magia del '900 nonché grande artista, in un autoritratto.

Austin Oman Spare, figura enormemente importante della magia del ‘900 nonché grande artista, in un autoritratto.

B-SIDES: È davvero unica la tecnica da te scelta di inserire le interviste nelle colonne di lato dei fogli con testo bianco su sfondo nero, mentre il testo principale prosegue parallelamente sulle colonne centrali. Anche questa scelta contribuisce a sottolineare l’anticonformismo e la libertà di pensiero che sta alla base della gran parte delle ricerche e delle idee degli autori e dei musicisti trattati.

Antonello cresti picAntonello Cresti: Mi piace pensare che un libro non sia un monologo autoriale, ma che l’oggetto dello studio possa “dire la propria”. Quando si parla di persone viventi ciò è per fortuna possibile e – devo dire – io sono il primo lettore di queste interviste! Le trovo un complemento affascinante.

B-SIDES: Dopo la trilogia sull’Inghilterra esoterica ti sei dedicato ad una ricerca sull’avanguardia dagli anni sessanta ad oggi con il volume Solchi sperimentali. Una guida alle musiche altre (Crac Edizioni, 2015). Ci sono alcuni nessi con i temi da te trattati precedentemente, ce ne puoi parlare?

Antonello cresti picAntonello Cresti: I miei precedenti libri seguivano un criterio settoriale geografico e culturologico, adesso invece sono interessato solo ad enucleare un approccio stilistico alla materia sonora. In “Solchi Sperimentali” trovi certamente artisti di cui ho già parlato, ma la gran parte è inedita per chi mi segue da un po’. E, anzi, qui il gioco è stato opposto: non fossilizzarsi sulla scena anglofona, ma andare a scovare tesori musicali altrove. Al solito è stato un bellissimo viaggio che mi ha permesso di conoscere tanta musica nuova che adesso fa parte del mio bagaglio.

Una celebre foto di Maxine e Alex Sanders (al centro e a destra), due delle figure più influenti nell'esoterismo degli anni '60 inglesi.

Una celebre foto di Maxine e Alex Sanders (al centro e a destra), due delle figure più influenti nell’esoterismo degli anni ’60 inglesi.

B-SIDES: Devo dire che apprezzo questa tua apertura mentale che ti permette di esplorare ambiti musicali anche lontanissimi fra di loro. Questo vorrà dire che anche i tuoi gusti sono eclettici e quindi sarà molto difficile per te segnalarci i tuoi artisti preferiti…ma purtroppo ti tocca questa tortura! (Io odio rispondere a queste domande ma amo farle!).

Antonello cresti picAntonello Cresti: Oddio… non difficile, ma impossibile! Se pensi che nei miei libri sinora ho resocontato del mio amore per centinaia e centinaia di artisti, e che questi rappresentano solo una parte dei miei ascolti, hai le proporzioni di tutto. Faccio prima a dire cosa non mi piace, ma non so se questo interessi!

B-SIDES: E dal punto di vista letterario quali sono le letture più formative per te? E nel fumetto?

Antonello cresti picAntonello Cresti: Nell’ambito del fumetto le mie conoscenze sono minime… Conosco solo Topolino e certe esperienze di arte influenzata dalla psichedelia. Per i libri è diverso, anche se sono sempre stato più attratto dalla saggistica che dalla narrativa. Seguendo la mia attitudine scelgo testi che propongano una visione della vita diversa da quella dominante e dunque mi interessano tutte le idee nel solco dell’anticapitalismo (ecologia, spiritualità, controcultura…) ad esempio.

La magica atmosfera della Penguin Café Orchestra era resa perfettamente anche nelle copertine, in questo caso opera di Emily Young, la cui voce compare nel disco. A lei i Pink Floyd dedicarono See "See Emily play"!

La magica atmosfera della Penguin Café Orchestra era resa perfettamente anche nelle copertine, in questo caso opera di Emily Young, la cui voce compare nel disco. A lei i Pink Floyd dedicarono “See Emily play”!

B-SIDES: Qual è la tua posizione riguardo alla magia e all’esoterismo in generale? Hai una tua interpretazione personale? Prima ti ho chiesto delle tue conoscenze sul fumetto perchè, ad esempio, Alan Moore ha una posizione nei confronti della magia molto affascinante e convincente.

Antonello cresti picAntonello Cresti: Non amo conventicole e ortodossie. L’esoterismo mi interessa in quanto – come dicevo prima – può essere inteso come una delle tante vie per evincersi per differenza e non fare la vita da automi che il Sistema vorrebbe. Personalmente sono molto affascinato dalla importanza che la Natura ha in molte pratiche neopagane, collegate con la magia. Io stesso ho celebrato il mio matrimonio pagano, il mio handfasting, in un cerchio di pietre della Cornovaglia…

B-SIDES: Il tuo prossimo progetto editoriale, sempre edito da Crac Edizioni sarà dedicato all’avanguardia italiana, anche questo un tema mai trattato da nessuno in volume. A che punto sei con il lavoro?

Antonello cresti picAntonello Cresti: Si chiamerà “Solchi Sperimentali Italia” (il work in progress torna sempre…) e in qualche modo è una summa di ciò che ho fatto, nel senso che segue l’impostazione del primo volume, ma aggiunge le interviste, come in “Come to the Sabbat”… Saranno 170 e, credetemi, renderanno questo studio davvero qualcosa di proporzioni mai tentate. Sono a fine scrittura e conto di uscire a Ottobre. Restate sintonizzati!
Anch’io vi rinnovo il consiglio di tenere d’occhio Antonello Cresti e i suoi libri unici. Sono “libri per tutti e per nessuno” e potranno farvi scoprire tesori preziosi!

Articolo e intervista a cura di Stefano Rizzo.

The black one” dei Sunn O))) è uno dei grandi dischi del black metal dell’era digitale e contine il loro capolavoro “Báthory Erzsébet” dedicato alla contessa sanguinaria ungherese.

Twin Infinitives” dei Royal Trux è stato nel 1990 un tremendo schiaffo per le orecchie, un capolavoro di decostruzione-ricostruzione del rock, il Trout Mask Replica del low-fi.

God in three Person“: uno degli innumerevoli e imprevedibili album dei Residents, un’opera “rock” molto, molto diversa da quelle prog.

Of Ruine or Some Blazing Starre“: uno dei capolavori (uscito nel 1994) del folk apocalittico dei Current 93 (citazione da Crowley) progetto di David Tibet.

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Intervista a cura di STEFANO RIZZO

 

 

 

 

 

(n)INFOmaniac: il PORNO MARKETING. Intervista a Umberto Baccolo

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B-SIDES:  Ciao Umberto. Vuoi introdurti brevemente prima di parlare di (n)INFOmaniac.

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Recentemente parlavo con una mia cara amica e collaboratrice e questa mi ha detto che la cosa che preferisce di me è che trova impossibile inquadrarmi o definirmi o etichettarmi, e che ogni volta che si illude di esser riuscita a farlo succede qualcosa che le fa di nuovo mettere tutto in discussione e capire che si è era sbagliata. Questa è una cosa vera e di cui sono molto orgoglioso, anche perché odio le etichette. Sempre un po’ di tempo fa, uno dei miei principali punti di riferimento a livello intellettuale, una delle persone da cui più ho imparato e che più mi ha stimolato a migliorarmi ed evolvermi, parlando della nostra amicizia e di se stesso mi ha scritto una cosa che ho imparato a memoria e che amo e in cui mi riconosco appieno. La riporto. “il mio vissuto è particolare e forte e riesco ad entrare in empatia profonda solo con altri radicali liberi che hanno una forte individualità che non si conformano a nulla e sono in grado di attraversare tutto e fanno dell’attraversamento il loro molteplice io. il divenire è l’essere. se non mostri la capacità di essere te stesso uscendone non mi interessi”. Queste frasi sono molto importanti per me e dicono moltissimo su chi sono e quale è stato per ora il mio percorso. Se vogliamo però raccontarla in modo breve e più istituzionale, sono nato a Voghera nel 1987, ho fatto il classico, da ragazzino ho avuto come guru Fernanda Pivano a cui ho promesso di non fare il servizio militare e di essere anarchico e pacifista, mentre mi laureavo in Comunicazione a Pavia con laurea in Storia e critica del cinema su rapporti tra cinema e fumetto ho cominciato a girare cortometraggi e organizzare party free o in centri sociali creando nel 2009 il mio marchio The Alkemist Project, quindi mi son trasferito a Roma dove ho studiato videomaking alla scuola Sentieri Selvaggi dove ho avuto insegnanti magnifici come Toni Trupia e, finito il mio percorso di studi, mi sono trasferito a Berlino che già da tempo frequentavo abitualmente per lavorare. Nel frattempo ho come si diceva attraversato senza mai omologarmi e sempre proponendo la mia visione molte correnti e onde, specialmente in ambito underground ma non solo, facendone di tutti i colori e vivendo un bel po’ di avventure che mi hanno portato dalla Valle della Luna alla Colombia, dalla strada alle pagine di Artribune e di Il Mitte.

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La campagna pubblicitaria di (n)INFOmaniac di Umberto Baccolo: Saretta Rosa

B-SIDES:  (n)INFOmaniac è un tuo geniale progetto ispirato dalla campagna pubblicitaria del film Nymphomaniac, che usa e prende in giro i meccanismi della popolarità mediatica, creando l’aspettativa di un evento memorabile solo perchè promette porno.

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Esattamente! Grazie per il geniale e direi che hai spiegato bene il concetto base. (n)INFOmaniac è stato un esperimento in cui ho voluto vedere se riuscivo a dimostrare l’esattezza delle mie teorie sull’uso del sesso e degli scandali nella promozione del cinema d’autore, o in generale nel tentativo di portare all’attenzione del grande pubblico argomenti difficili, sull’uso quindi che ha fatto von Trier come altri prima di lui del sesso come specchietto per le allodole. E non solo quello. Pure sul concetto di ripetizione, visto che la campagna di von Trier copia quella del precedente Beautiful Agony” (video esperimento del 2003 in cui il volto dei protagonisti viene ripreso nell’atto dell’orgasmo) protagonicome io ho copiato la sua (e altri pure dopo di me). Ho quindi creato questa campagna di marketing con poster affissi per strada, apparizioni dimostrative in eventi importanti, massiccio battage virale via facebook e internet e passaparola, convincendo chiunque che stavo girando una versione del lavoro di von Trier ambientata nella scena techno underground italo-berlinese e interpretata da djs, party promoter, artisti locali. La cosa ha funzionato davvero oltre le aspettative. Nei giorni precedenti alla presunta uscita online del film io e la protagonista Saretta Rosa ricevevamo fino a quasi cento messaggi e mail al giorno da curiosi, maniaci, amici, sconosciuti, giornalisti, tutti che volevano informazioni, anteprime, dicendosi pure disposti a pagare, gente che ci lodava e altri che ci disprezzavano e via dicendo. Quindi dopo Natale ho messo online il film, cioè un audiomessaggio di 7 minuti in cui, castrando l’immagine cioè ciò che la gente voleva, spiego il senso del lavoro e parlo degli argomenti su cui volevo portare l’attenzione, quindi i già citati uso del sesso nella promozione e furberia emulativa, e poi la gentrificazione di Berlino, vista come città finto underground popolata da artistoidi che basano la loro popolarità sull’apparire e farsi vedere sulla scena di eventi e feste e che criticano cose come la gentrificazione che loro stessi creano, e la creazione e fruizione di immagine e informazione tramite social network. E la cosa è esplosa come una bomba, con circa mille visualizzazioni in 24 ore (e continuano a crescere costantemente, ora siamo a quasi tremila in due mesi) e piogge di complimenti, insulti, mail, condivisioni, telefonate, richieste per interviste e articoli e collaborazioni, tanto che posso dire che la cosa ha funzionato al livello di cambiarmi quasi la vita e dare al mio lavoro che tratta temi complessi ed è poco commerciale e a me, che vengo dal nulla, una visibilità che non avrei mai potuto ottenere se, appunto come Lars von Trier, non avessi promesso un porno. E la cosa non è finita con l’uscita dell’audiomessaggio. Visto l’interesse delle persone nel progetto e l’alto gradimento, ho pensato di continuare fino all’estremo la mia creazione di marketing per un prodotto inesistente commissionando ad artisti che stimavo una serie di quadri ispirati alle foto di Aghia Sophie e DI SCORTA (NT) (che si sono occupati della campagna fotografica) e una colonna sonora che uscirà per l’etichetta Joprec, organizzando pure una serie di presentazioni-vernissage-feste collegate (la prima il 30 gennaio al CSA Magazzino47 di Brescia, la seconda il 5 marzo al Gottlieb-Dunkel Festival a Berlino, e varie altre seguiranno) e ideando una web series spin-off di interviste sulle devianze sessuali e un diario della vicenda che racconti come è nato il progetto e soprattutto l’effetto che ha avuto sui partecipanti e le reazioni della gente.

B-SIDES:  Pensi che l’eccessiva sessualizzazione dei messaggi contribuisca ad un impoverimento del ventaglio emotivo di una persona riducendolo solo a stati di ipereccitazione o depressione?
999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Penso che la società moderna riduca le persone solo a stati di ipereccitazione o depressione. L’eccessiva sessualizzazione dei messaggi è una conseguenza del fatto che la gente è sempre più difficile da colpire, attrarre, scandalizzare o eccitare o quel che sia, se una volta bastava una minigonna per colpire le fantasie maschili e far parlare ora ci vogliono orgasmi e felllatio e stupri di nove minuti come in “Irreversible” e non basta neppure. Si carica sempre di più perché il limite è stato spostato sempre più in là e di conseguenza nella miriade di messaggi sessualizzati che riceviamo gli unici che ci colpiscono sono quelli sempre più estremi, come nel film “Videodrome” di Cronenberg, che fu profetico. Questa proliferazione di immagini e contenuti sessuali anestetizza sempre di più le persone sull’argomento, e sono curioso di vedere di questo passo come sarà la situazione tra qualche anno, cosa si proverà a fare per eccitare o scandalizzare la gente. Cose come in “Snuff 2000” di Miguel Angel Martin magari.
Nymphomaniac di von Trier parla di sex addiction, cioè del sesso come una droga. E lo è. E’ una droga molto potente. Per cui è normale che la dipendenza dal sesso o dalla pornografia porti a questo dividersi tra ipereccitazione e depressione eliminando l’intermedio, che è una delle principali conseguenze dell’abuso di ogni droga legale o illegale, e parlo anche di cose come il gioco e via dicendo. Io stesso ho sulla mia pelle vissuto questa cosa, ho passato periodi di quasi bipolarismo in cui ero o super esaltato e carico (il che non vuol dire sentirsi bene occhio) o sottoterra, quindi so cosa vuol dire, e quanto sia una cosa scombussolante e logorante. Come perdere la capacità di gustarsi le piccole cose belle della vita, i momenti tranquilli, la bellezza di quattro parole con un amico vero o di un abbraccio sincero: come dicevo, il nostro stile di vita ci porta a rincorrere le grandi emozioni, le esagerazioni, le cose estreme, così che finiamo per ritrovarci incapaci di apprezzare le cose più ordinarie, e questo è un male. Siamo come il tossico che abituato al benessere dell’eroina o dell’ecstasy non trova a confronto più nulla che lo faccia star bene. Siamo così abituati a vedere culi nudi che rischiamo di non eccitarci più per una minigonna. O può accadere al contrario, che tutta questa esibizione ci faccia l’effetto opposto: io mi rendo conto, ad esempio, che difficilmente riesco ad eccitarmi davvero guardando un porno, ma riesco ancora a farlo con un film erotico ben fatto in cui vedi molto meno ma c’è più spazio per la fantasia e capacità di eccitarla. A volte immaginare è più intrigante che vedere (o addirittura fare, ma questo è un altro discorso).

B-SIDES:  Berlino (la città in cui vivi e lavori al momento) come ha reagito alla vostra provocazione?

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: E’ stato interessante vedere che ogni tanto la gente ci fermava per strada riconoscendoci, ma voi siete quelli del porno? E leggere sulle bacheche facebook di vaghi conoscenti cose come “ma tu l’hai già visto? Pensa che storia, vedere in un porno gente che incontriamo sempre alle feste, sono lì a ballare vicino a te e la sera prima li hai visti che scopavano” e via dicendo. Sicuro da (n)INFOmaniac in poi l’atteggiamento di gran parte delle persone verso noi artefici e protagonisti del lavoro è parzialmente cambiato, sia in meglio che in peggio. Anche se devo ammettere che per ora la cosa è rimasta abbastanza legata alla pur ricca e vasta comunità italiana berlinese, pure le pubblicazioni che abbiamo avuto sono state principalmente su riviste italiane o riviste tedesche ma in italiano. Del resto il progetto parlava proprio di e si rivolgeva a quella che io chiamo scherzosamente Little Italy Berlin quindi la cosa ha un senso diciamo, anche se spero che ora, con l’arrivo tardivo dei sottotitoli nei video e con gli eventi e le serate che sto per lanciare in città, si riesca ad arrivare anche ai tedeschi o ai non italiani (abbiamo avuto un po’ di seguito e feedback pure da loro a dire il vero – compresa una pubblicazione sulla rivista online colombiana nopopmagazine in spagnolo -, ma sicuro a livello minore).

B-SIDES:  “Hysterical Literature” è un progetto del fotografo americano Clayton Cubitt composto da una serie di video che mostrano delle donne a cui viene indotto un orgasmo mentre leggono il loro libro preferito. I video, per qualche mese, hanno avuto una diffusione virale in rete. Il progetto (n)INFOmaniac comprende la tua versione di Hysterical Literature“.

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Interessante questo che dici. Quando ho lanciato il primo teaser di (n)INFOmaniac, un video di un paio di minuti in cui, facendo la parodia di molti intellettuali e artisti boriosi e arroganti che lavorano e si spingono con modalità mafiose, mi masturbo parlando di gentrificazione – leggendo parte del testo di una conferenza sull’argomento che avevo tenuto mesi prima all’occupazione Communia a Roma – e poi mangio dal vivo il mio sperma e chiedo di baciarmi l’anello (autocitazione del mio “Chiesa e Stato“, come von Trier ho voluto giocare con l’autoreferenzialità), molte persone mi hanno rigirato questo progetto di Cubitt che devo ammettere non conoscevo e che ho trovato pregevole e con alcuni punti di contatto col mio lavoro. Le possibili somiglianze, quindi, sono in questo caso una coincidenza, ma ciò avvalora ancora di più il mio discorso sulla ripetizione, come il fatto che le foto orgasmiche siano state rifatte anche dai critici danesi, dai Muppet o da un recente film italiano.

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Saretta Rosa / Charlotte vista dall’artista AKAB

B-SIDES: Per questo finto film hai raccolto artisti, fotografi e musicisti per creare immagini e colonne sonore. Chi sono, come li hai contattati.

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Ecco, questo è un punto interessante. Per me (n)INFOmaniac ha anche una valenza particolare, cioè quella di racchiudere nel suo essere un progetto multimediale (e io adoro la multimedialità e lavorarci) che comprende video, pittura, musica, fotografia, marketing e event management il meglio del mio network collaborativo e di amicizie in tutti i campi artistici, permettendo tra l’altro ad artisti diversi che apprezzo di conoscersi a vicenda e di spingersi a vicenda, funzionando in modo che ognuno possa sia dare maggiore visibilità alla cosa, che acquistarne maggiore visibilità. Ho selezionato i partecipanti basandomi su criteri di stima per il loro lavoro e non di popolarità e solo in parte di amicizia, così che ci si trovi dentro sia una star del fumetto indipendente come Akab, che mi ha davvero onorato partecipando col suo meraviglioso ritratto di Saretta e che con la sua presenza nobilita il progetto, sia altri del tutto sconosciuti se non magari a livello locale nelle loro città, sia persone che sono tra i miei migliori amici e collaboratori più assidui, come Saretta appunto o Darkam o Konik Polny o Omone, sia persone che conosco solo via chat ma stimo molto come Dario Panzeri o No Art o Losing Key. Volendo approfondire e cominciare dall’inizio, la prima persona che ho contattato per collaborare, quando ancora non avevo idea della piega che la cosa avrebbe preso e del successo che avremmo avuto, è stata Aghia Sophie, la fotografa di Gegen, il mio party preferito a Berlino, e parte del collettivo artistico dell’X Lab Corrosive Art Farm (che ora ha chiuso i battenti e per cui l’anno scorso organizzai l’evento Corrosive Container al Teatre de Verre di Parigi che fu visitato persino dal Ministro della Giustizia francese) da cui provengono vari dei collaboratori del progetto. Sofia ha fatto le foto orgasmiche che replicano quelle originali e alla cui bellezza devo parte dell’appeal pubblicitario di (n)INFOmaniac: penso che lei sia una fotografa davvero straordinaria e una persona magnifica con cui lavorare e le sono molto riconoscente. Tra i modelli che hanno prestato il loro volto orgasmico, oltre a Sara che è la truccatrice-attrice del mio videoclip “Transmutation” per Analogue Sensations Modelling e la mia più stretta amica e collaboratrice e senza i cui consigli e il cui supporto (n)INFOmaniac forse non esisterebbe o avrebbe funzionato molto meno, e che mi sta accompagnando nel tour promozionale, vale la pena citare il dj Qu Er, il mitico Kola, membro dei Kernel Panik e dei Freak Bloody Tricks e personaggio di spicco della scena dei free party italiana, e Narciso, gestore della Froceria, con cui organizza eventi queer nel cui mondo è molto popolare. Quando il progetto si è ampliato, uscendo dal discorso di quello che poteva anche essere uno scherzo creato da un gruppo di amici, e sono arrivate le prime pubblicazioni importanti, ho proposto con una mail collettiva di collaborare appunto a una serie di disegnatori e musicisti per cui avevo stima, alcuni dei quali ne hanno a loro volta proposti altri, fino a formare l’attuale lineup che conta una quarantina di persone circa, tutte di talento e con una storia interessante alle spalle. Vedendo man mano i ritratti e ascoltando le tracce che mi arrivavano, e che aspettavo con grande curiosità, ho provato davvero un senso di soddisfazione mista ad ammirazione per loro per ciò che avevano fatto e di orgoglio per averli coinvolti e stimolati. Penso che alcuni dei contributi arrivati, tutti così diversi tra loro e pieni di personalità e vita e stile, siano davvero dei piccoli capolavori, e ho avuto grande piacere sia a tornare a lavorare con gente con cui l’avevo già fatto o per cui avevo organizzato mostre o serate musicali, sia a lanciarmi in affascinanti nuove relazioni, sia ad avere la consapevolezza di essermi riuscito a creare negli anni un network collaborativo tanto vasto e brillante e sempre in espansione. Per finire, ricordo che tutti i contributi (alcuni ancora da pubblicare) sono visibili gratuitamente sulla pagina ufficiale del progetto http://www.umbertobaccolo.com/ninfomaniac.

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La vera campagna pubblicitaria di del film di Lars von Trier NYNPHOMANIAC

  B-SIDES: Hai visto il film di Lars von Trier.
Cosa ne pensi?

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Appena ho cominciato a lavorare su (n)INFOmaniac è saltata fuori gente che mi chiedeva se almeno avessi visto il film originale. Qui colgo l’occasione per dire che francamente, ai fini del mio progetto, e visto ciò di cui parla, che io lo abbia visto o no è del tutto indifferente, io non ho parodiato o rifatto il film, ma la sua campagna di lancio, e non mi interessava parlare delle tematiche di cui parla von Trier e nemmeno conoscerle da quel punto di vista, ma riflettere sul fatto che abbia usato il sesso per attirare l’attenzione delle persone sul suo lavoro. Però ovviamente sono molto interessato a von Trier e al film a livello personale, e ne ho molta stima per quanto non sia mai stato tra i miei registi preferiti, trovo che in lui vadano di pari passo il genio e la furberia, il talento enorme e il sadismo. Ma sicuro è un gigante del cinema, nulla da dire, e trovo il suo lavoro veramente interessante e stimolante, tanto che da quando ho visto “Nymphomaniac”, parte uno e due di seguito, non faccio altro che pensarci e scrivere riflessioni su riflessioni, destinate a me solo o ad amici, e questo per un film è un gran risultato. Mi ha divertito, a tratti fatto identificare, e fatto male. E ha legittimato il mio lavoro, perché von Trier ha fatto esattamente ciò che sostenevo e che ho replicato, cioè usare il sesso e gli orgasmi come specchietto per le allodole per parlare di altro, il suo interesse non era fare un porno o sdoganare il porno, ma fare una riflessione molto più profonda sui rapporti degli uomini con se stessi, gli altri e la loro sessualità e solitudine e mancanza di amore. Sento però una certa differenza a livello ideologico tra me e von Trier, nel senso che pur amando il suo “Nymphomaniac” e trovandolo un lavoro geniale e di classe, e che soprattutto fa pensare come dicevo, non ne condivido almeno in questa fase della mia vita il radicale pessimismo. Von Trier spinge le persone a mettersi davanti ai loro sensi di colpa e odio per se stessi, ma non vede mi pare vie d’uscita, mentre io sto provando a liberarmi dal concetto cattolico di colpa e ad amarmi e perdonarmi. Sono più ottimista di lui pure sulle relazioni umane, ho più fiducia nel bene che c’è nelle persone e nelle loro possibilità di arrivare a stare bene con se stessi e con gli altri. Non per nulla sono un fan di Jodorowksy di cui ho frequentato un seminario di psicomagia che è stato importante nella mia crescita, mi sento ecco molto più Jodorowskyiano che von Trieriano a livello ideologico.

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La campagna pubblicitaria di (n)INFOmaniac di Umberto Baccolo.

B-SIDES: Al di là del loro utilizzo mediatico sesso e sessualità sono temi centrali nei tuo lavori. Penso al cortometraggio “Chiesa e Stato“.

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Hai colto il punto. Tutto il mio lavoro ruota attorno ad alcune tematiche per me importantissime a livello personale e tra queste le principali sono la sessualità e il potere, e la sessualità come indicatore del modo di posizionarsi all’interno di rapporti di potere, o come forma di potere. Seppure in modi diversi, e sotto diversi punti di vista, quasi tutti i miei lavori parlano di sessualità e di potere. E di identità, altro mio tema chiave. Io faccio il regista, lo scrittore etc etc per esprimere concetti a cui tengo e lanciare messaggi per me importanti, per parlare di argomenti che sono profondamente radicati nella mia vita e nel mio pensiero dando una mia visione delle cose. Motivo per cui seleziono molto le collaborazioni di recente e lavoro raramente su commissione, proprio perché non ho interesse a lanciarmi in lavori e progetti che non trattino tematiche che sento profondamente mie. Ed è pure il motivo per cui sono molto ferreo sul fatto che se mi lancio in un lavoro devo averne il completo controllo tematico ed ideologico, proprio perché per me il messaggio è la base di tutto, e il messaggio che esce da ciò che faccio deve essere esattamente quello che io volevo lanciare e su cui volevo lavorare, e questa mia radicalità mi ha fatto a volte rinunciare a occasioni commercialmente buone per me, ma che mi avrebbero portato a tradire me stesso. Non credo molto nell’arte per l’arte e neppure nelle feste per le feste, credo che arte e feste debbano lanciare un messaggio, che sia politico, sociale o intellettuale o emotivo, ma il messaggio è la base. E il motivo della breccia che certi miei lavori come “Chiesa e Stato” hanno fatto negli animi degli spettatori, e per cui ricevo quasi ogni giorno lettere di sconosciuti che mi dicono che sono diventati importanti per loro e li hanno molto segnati o colpiti, è che gli argomenti che tratto come appunto sesso, potere, religione, droga, rapporto con sé stessi e l’idea di sé stessi che ci si costruisce o che la società ci impone, sono davvero importanti nella vita di tutte le persone, e non di me soltanto. “Chiesa e Stato vol.1 – Potere spirituale”, che tu citi ed è visibile su youtube, in particolare è il mio lavoro che preferisco e a cui sono più legato, quello in cui più mi riconosco, insieme al racconto breve “La naissance de l’amour” che performo ogni tanto dal vivo con accompagnamento musicale elettronico live di Event99 (Banned Rec).
Chiesa e Stato” parla di un giovane che riesce a vivere solo da succube, ed è dominato dalla sua religiosità da bigotto e dal potere del parroco, che scopre la sua omosessualità attraverso un’esperienza sadomaso, e va in crisi perché non sa come servire contemporaneamente due padroni che sembrano contrapporsi tra loro. Si confessa, e il prete si rifiuta di assolverlo perché non lo trova pentito. Il giovane riesce però a liberarsi quando scopre che il suo master sessuale misterioso è proprio il prete, quindi che può pure lui continuare a vivere una doppia vita all’insegna della sudditanza attraverso l’ipocrisia e la finzione. E’ un lavoro che si basa su storie che davvero ho ascoltato e raccolto nella mia vita, su esperienze pure reali, e in cui molti si son riconosciuti, che ha suscitato molti dibattiti e entusiasmi e incazzature ma che non ha lasciato mai nessuno indifferente.
La naissance de l’amour“, velatamente autobiografico, è invece una storia di rinascita e speranza, che racconta di una persona che dopo aver toccato il fondo, perso la capacità di amare se stesso e gli altri diventando quasi un villain, attraverso una serie di esperienze ed incontri la ritrova e comincia una nuova vita. Il successo che ha avuto alla sua prima alla rassegna Malinteso Felice a Roma, davanti ad un pubblico diverso dal mio solito e pure più anziano e intellettuale, mi ha reso felice in quanto il messaggio positivo che ho voluto lanciare è arrivato a destinazione, e queste persone così diverse da me per età, background e cultura son riuscite però ad identificarsi con me e ad avere empatia per la storia della mia caduta e rinascita. Il massimo sarebbe se questo racconto riuscisse a far capire a persone che sono nella stessa situazione in cui mi trovavo io e non vedono come non la vedevo io allora via d’uscita, che invece si può sempre cambiare, si può ricominciare ad amare se stessi, e di conseguenza gli altri, che meritiamo l’amore che spesso crediamo di non meritare e possiamo lottare per esso e perdonarci per i nostri errori e le nostre magari malefatte ed esprimere potenza abbandonando il desiderio di potere. E proprio questa contrapposizione tra la brama di potere che io vedo come nemica della possibilità di esprimere amore e che spesso lavora attraverso la manipolazione e la potenza che si acquisisce quando si diventa capaci di amare e che dà molta più soddisfazione sarà il tema di una serata teatrale itinerante di performances e musica elettronica che sto preparando con artisti di talento come Rossella Iorio, Marta Lodola, Lilith Primavera, Darkam e Event99 e che penso presenterò a Roma e Bologna verso giugno.
Per chiudere il discorso sulla sessualità, pure il videoclip che ho realizzato da poco per Analogue Sensations Modelling, progetto musicale di Konik Polny e Francesco Zappalà, “Transmutation“, che manderò al Berlin Music Video Award, è la storia della liberazione psicomagica di una persona che sente la propria identità sessuale come una prigione, e che riesce a fuggirne e a rinascere come androgino o essere intersessuale.

B-SIDES: Ti consideri affine a Rosario Gallardo e al loro ironico “manifesto” di pornoguerrillia?

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Conosco e apprezzo il lavoro della coppia di coniugi che ha dato vita a questo progetto, come il mondo del postporno in generale (mi è pure capitato a Roma di frequentare parte di un workshop sulla postpornografia tenuto dalla regista Slavina che ha fatto alcuni lavori piuttosto pregevoli) e sono in linea di massima d’accordo sui punti del loro manifesto. Apprezzo poi il fatto che, come me, credano nell’amore e nella sua forza, che il loro amore come coppia e la sua potenza sia la base del loro lavoro, del loro esibizionismo e delle loro provocazioni.
Come da sempre amo provocare, fin da quando ero ragazzino e avevo un gruppo musicale-performativo chiamato FuckTotum, e (n)INFOmaniac stesso è una grossa provocazione un po’ esibizionista, in particolare il video che dicevo della masturbazione (reale) con ingerimento del mio sperma. E rispetto la pornografia, in cui vedo un potere sovversivo se usata in un certo modo e in cui non trovo nulla di male. Mi piace studiare la pornografia e lavorare con essa e su di essa. Con questo, penso che le analogie finiscano veramente qui. Ho spiegato nelle risposte precedenti basi e senso del mio lavoro, e penso che io e Rosario Gallardo e il mondo del post porno abbiamo intenti, finalità e interessi differenti, anche se mezzi a volte forse simili. Non mi sento per concludere e ricollegarmi a ciò che dicevo nella prima domanda inseribile in nessuna corrente o genere o movimento e non mi vedo troppo simile a nessun altro che conosco, provo a seguire una via molto personale per quanto come ovvio abbia le mie influenze pure importanti e i miei maestri e lavori su argomenti che moltissimi altri trattano o con materiali che non son certo l’unico a usare.

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B-SIDES: Quali sono le tue fonti di ispirazione?

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Fin da piccolo ho divorato film, libri e fumetti e mostre e musica (cosa a cui per fortuna la mia famiglia mi ha sempre spinto e di questo la ringrazio molto), magari a scuola non studiavo ma mi formavo una mia cultura personale basata sui miei interessi per fortuna piuttosto variegati. Da che mi ricordo ho scritto raccontini e giocato col video, e le cose che scrivevo o ideavo da adolescente erano fortemente influenzate dalla Beat Generation specialmente Burroughs e dalla mia passione per Andy Warhol, Lou Reed, i Doors, David Lynch, Alberto Grifi, Alan Moore, i CCCP e via dicendo. All’inizio come capita spesso la maggior parte delle mie creazioni erano del tutto emulative, poi crescendo ho cominciato a trovare una mia via personale, e la ho trovata vivendo, e facendo un percorso di vita abbastanza atipico e forte e a tratti folle o avventuroso, segnato da esperienze a volte estreme o da incontri con persone con storie di vita e personalità al limite, o oltre i limiti, nel bene e nel male. Molte mie ispirazioni vengono in realtà dagli errori e dalle cazzate che ho fatto, dalle disavventure che ho avuto, dalla gente pure pessima e pazza con cui ho avuto a che fare. C’erano momenti in cui dicevo: ma che cazzo sto facendo? Cosa ci faccio qui e con queste persone a fare certe cose? Poi, quando son cambiato, e ho superato la mia fase distruttiva e cupa, ho capito. Ho raccolto materiale per i miei futuri lavori, ho fatto esperienze umane e di vita che mi sarebbero servite in seguito ad avere una marcia in più rispetto ad altri. Penso che l’unione, che si trova non così facilmente, tra una vasta e variegata cultura e una vita avventurosa e a volte ai limiti della follia o del baratro, con conseguente network di conoscenze, possa davvero diventare un’arma e darti molti assi nella manica. Una consapevolezza che ho acquisito e che mi rende forte è che sono uno di quelli che per quanto possano essere assurde e pesanti le cose che gli capitano, e per quanto possa soffrire e sbatter la testa contro il muro, alla fine riesce sempre a cavarsela e a sorriderci sopra. Non sono un loser. Riguardo alle mie influenze nei tempi recenti, ho avuto un po’ di persone che mi hanno insegnato molto e da cui molto ho preso. Dal già citato Jodorowsky, al mio insegnante di regia Toni Trupia che ha giocato un ruolo fondamentale nella mia crescita artistica per quanto sia una persona diversissima da me anche a livello autoriale, al mio amico Francesco Warbear Macarone Palmieri, scrittore e organizzatore di eventi come Gegen, che nelle nostre chiacchierate mi dà ogni volta una miriade di stimoli e spunti e occasioni di riflessioni e che lavora più o meno sulle tematiche che pure a me interessa trattare. Sicuro senza le sue critiche e consigli la mia evoluzione personale e artistica sarebbe stata molto più lenta e faticosa. Ma, in generale, provo a imparare qualcosa e a trarre qualcosa da ogni incontro che faccio, da ogni cosa che leggo o vedo, provo a vivere in uno stato di perenne curiosità e voglia di crescere e di migliorare e di mettermi in discussione, e penso che ciò mi sia davvero molto utile, come il viaggiare e il provare a immergermi in realtà e culture e mentalità diverse (cosa che ho fatto anche di recente passando un mese a girare un documentario in Colombia, o che feci un paio di anni fa ad esempio vivendo un mese e mezzo nelle grotte della Valle della Luna).

B-SIDES: Progetti futuri?

999914_10202754777895097_477365472_nUmberto Baccolo: Ecco, se c’è una cosa che non mi mancano, sono i progetti. Forse ne ho pure fin troppi, tanto da avere l’impressione di non riuscire a stare dietro a tutti, cosa che mi porta ogni tanto a doverli sfoltire per non finire per non farne bene nessuno per farli tutti. Di alcuni ho già accennato: come il proseguo di (n)INFOmaniac con relative feste e diari e serie web etc, l’evento teatrale su potere e potenza e il documentario sul mio viaggio da Berlino alla Colombia al seguito del dj e producer Konik Polny che era li in tournee, in cui confronto diverse realtà e culture specialmente parlando della scena techno e artistica underground di Bogotà e Medellin per andare poi a finire in Amazzonia a parlare con gli sciamani dei rituali dello Jahe o Ayahuasca e con i nativi che vivono ancora come cento anni fa senza elettricità in capanne di legno nella foresta. Questo lavoro è attualmente in fase di montaggio, lo ho affidato a una validissima professionista d’esperienza, Aurelia Longo, che ha lavorato in passato pure col grande Pietro Marcello e che penso ne tirerà fuori qualcosa di molto interessante. Sto poi programmando di lanciare le mie feste multimediali Alkemist che facevo in Italia (e che uniscono musica a mostre di pittura e live painting a performances teatrali a proiezioni di cortometraggi indipendenti e altro ancora, seguendo sempre dei fili tematici e concept da me scritti) pure qui a Berlino, ho pure bookato per suonare qui uno dei miei gruppi italiani preferiti, i Killanation, che con il loro technopunk hanno di recente vinto una sezione dell’Arezzo Wave, per il 23 maggio, e sono intenzionato a regalargli un videoclip che girerò in quei giorni, per via della mia amicizia e collaborazione da anni con i loro cantanti. Sto collaborando alla realizzazione di un videoclip per il producer breakcore Grr (Industrial Strength), e voglio organizzare una mostra di foto di feste che mostri diversi modi di immortalare diversi tipi di party (free, club, queer) che chiamerò Fotoliberazioni. Sono poi stato assunto e ho accettato perché lo sentivo in sintonia col mio universo creativo e tematico per sceneggiare e filmare un soggetto di una mia conoscente di Roma, Paola Oliva, che rielabora al femminile e con diverso finale una parte dei Fratelli Karamazov. Una sfida per me nuova (è la prima volta che lavoro su un’idea non mia), difficile e interessante. Verso Pasqua poi è in ballo la mia regia per un video di una interessantissima body artist estrema, Cheri Roi, a cui dovrebbe partecipare pure Darkam. E sono regolarmente invitato in eventi e feste o rassegne a proiettare i miei lavori o tenere interventi o performare (accadrà anche a Roma verso fine marzo in un evento di Communia sul tema del generi sessuali). Per finire, il prossimo mese aprirò qui a Berlino un mio videomaking lab nel complesso di atelier noto come Gottlieb Dunkel Green House in cui terrò pure workshop di regia e video. Che dici per ora può bastare?

La campagna pubblicitaria di (n)INFOmaniac di Umberto Baccolo.
Saretta Rosa posa come Charlotte Gainsbourg

Intervista al poeta/regista DAVIDE MANULI.

Davide Manuli

Regista unico nel panorama italiano. Il suo stile visionario e originale è di respiro internazionale nonostante i budget minimi dei film. Rispettato all’estero e, ovviamente, poco conosciuto in patria, ha diretto in poco più di un decennio tre pellicole difficili da definire, ma già considerate dei Cult.

Girotondo-poster-Davide-Manuli 1998 – “Girotondo. Giro attorno al Mondo
Il film d’esordio di Manuli è un ballo (techno) di personaggi borderline confinati in una periferia degradata che potrebbe trovarsi ovunque. Tossicodipendenti, poeti alcolizzati, prostitute sante, vecchie esistenzialiste, zingari…
Angelo (il protagonista interpretato da Luciano Curreli) decide di disintossicarsi dalla droga e dallo squallore di queste esistenze circolari senza più gioia. L’amore per una giovane prostituta lo aiuterà.
Il primo film, secondo me deve essere un film dove si prende a pugni il mondo, sennò non ha senso girare. Il puro istinto cassavetiano e pasoliniano: urgenza, povertà di mezzi e ricchezza di contenuti.” D. Manuli

BEKET-poster-Davide Manuli2008 – “Beket
Freak e Jajà si incontrano alla fermata dell’autobus che porta a Godot: il Dio che si è manifestato al di là della montagna sotto forma di sonorità musicale, ma il bus non si ferma e dovranno intraprendere il cammino a piedi attraverso una landa desolata in cui vivono personaggi bizzarri: degli attori che interpretano Adamo ed Eva, un oracolo (interpretato da Freak Antoni degli Skiantos), uno sbirro alcolizzato (Fabrizio Gifuni) e il suo capo (Paolo Rossi).

La leggenda di Kaspar Hauser Davide Manuli2012 “La Leggenda di Kaspar Hauser
La reinterpretazione in chiave poetica della vita di Kaspar Hauser. Niente a che fare con il film di Herzog. Qui il personaggio storico è interpretato da Silvia Calderoni (performer dei Motus) che si troverà in balia di chi la ama (Vincent Gallo – lo sceriffoFabrizio Gifuni – il prete, Elisa Sednaoui – la veggente) e di chi la teme. (Vincent Gallo – il pusher, Claudia Gerini – la regina). Un film da vedere a massimo volume.

B-SIDES: Davide sei uno degli ultimi registi che fanno film artistici in Italia. Come ci si sente? Un orgoglioso eremita o un combattente in cerca di alleati?

Manuli ThumbDavide Manuli: Ci si sente stanchi. Molto stanchi. Vedere sfiancati. Non sono più un ragazzino, forse quindici anni fa ti avrei risposto ‘orgoglio’, invece oggi ti dico che fa molta paura essere da soli, vivi con la paura che il sistema ti cancelli. E’ come essere un artigiano bottegaio che i supermarket vogliono sfrattare per prenderti il tuo spazio, prima o poi ci riusciranno senza chiederti la buon uscita.

B-SIDES: Che senso ha fare film artistici al giorno d’oggi? Pensi che il cinema sia ancora un media adatto all’arte o sia destinato a estinguersi presto.

Manuli ThumbDavide Manuli: Il punto è questo: il sistema ti permette il film d’arte solo se sei già affermatissimo…se ti chiami Sokurov, Ferrara, Jarmusch, Van Sant, Ki-Duk, Korine, Von Trier…nessuno dice nulla. Se invece non sei un nome già famosissimo, ma un regista sconosciuto in cerca di affermazione…allora rischi grosso. Te la fanno pagare. Nel 2013 non c’è più spazio per far crescere artisti nel cinema narrativo per lungometraggi. Lo spazio si è fermato ad inizio anni novanta per le ultimissime crepe dove infilarsi come insetti.

B-SIDES: I tuoi film sono anche molto autoironici, qualità che manca spesso a pellicole alternative. Le citazioni stilistiche più appariscenti, infatti, sono all’universo di Ciprì e Maresco e di Cinico Tv. Riferimenti contemporanei e inusuali. Come mai questa scelta?

Manuli ThumbDavide Manuli: Apprezzo molto, ma conosco davvero poco l’opera intera di Ciprì e Maresco. Forse ci assomigliamo senza saperlo. Forse ci fanno sorridere parte delle stesse cose. E’ vero che nel mio secondo lungometraggio “BEKET” e in “La Leggenda di Kaspar Hauser” ci sono delle cose che possono solo apparentemente assomigliare dal punto di vista estetico, anche se la narrativa è molto, ma molto diversa tra di noi. Non c’entriamo quasi nulla dal punto di vista del racconto.

B-SIDES: I tuoi tre lungometraggi hanno molti punti in comune, soprattutto “Beket” e “La Leggenda di Kaspar Hauser“: l’utilizzo del bianco e nero, la struttura del film a “sketch”, l’uso della musica,… Hai definito un tuo stile personale con cui vuoi essere riconosciuto e che continuerai a perseguire?

Manuli ThumbDavide Manuli: Come dicevo prima “BEKET” e “La Leggenda di Kaspar Hauser” formano un dittico, voluto. Questi due film hanno raggiunto un punto altissimo di creatività e di originalità narrativa: si può parlare a tutti gli effetti di nuovo genere cinematografico che io amo definire GENERE: ELECTRO PROGRESSIVE CROSSOVER SURREAL CINEMATOGRAPHIC NARRATIVE. No, non sarà sempre così, forse ci si ferma già a questo dittico per adesso.

Davide Manuli

B-SIDES: La colonna sonora è fondamentale nei tuoi lavori tanto da sembrare un ulteriore attore che partecipa attivamente ai dialoghi del film. In “Beket” Dio si manifesta mettendo musica elettronica a tutto volume. Kaspar Hauser è un DJ e la musica di Vitalic ormai non può più essere dissociata dalle immagini di Vincent Gallo mentre fa segnalazioni a tre dischi volanti. Quanto è importante nella tua vita la musica e come la usi? Cosa ascolti?

Manuli ThumbDavide Manuli: Per questo dittico la musica elettronica è tutto, è la benzina che fa viaggiare il motore, senza di essa il film si ferma. L’elettronica mi piace molto, mi rilassa e mi ipnotizza.

B-SIDES: Perchè Godot (una presenza che non arriva) e Kaspar Hauser (un mistero che appare dal nulla). Rappresentano dei simboli di una tua mitologia personale?

Manuli ThumbDavide Manuli: Perché rappresentano ai miei occhi la perfetta metafora della società in cui viviamo tutti, da tanti anni: una società basata sul nulla e sulla non-comunicazione. Siamo oramai persi in mezzo al nulla senz’anima.

B-SIDES: Sia in “Beket” che nella “La Leggenda di Kaspar Hauser” inserisci attori e comparse decisamente inusuali che rendono ancora più surreali i tuoi film. In “Beket” il cantante Roberto “FreakAntoni (Skiantos) nella parte del Mariachi e dell’Oracolo e il boxeur Simone Maludrottu (forse nel ruolo di Godot?), la performer Silvia Calderoni (Motus) nel ruolo di Kaspar Hauser. Mischi attori con personaggi che interpretano se stessi per confondere realtà e finzione?  Come li scegli?

Manuli ThumbDavide Manuli: Li scelgo in base al risultato pesante, concreto e credibile che penso mi daranno durante le riprese: ho bisogno di crederci e di sorprendermi. Non ho bisogno di addormentarmi annoiato davanti a un attore che recita. Penso anche che sarebbe bello se dei film rimanesse qualcosa tanti anni dopo, invecchiando bene. Per ottenere questi risultati ci vuole gente vera di cui hai appena fatto dei nomi.

B-SIDES: Cosa ti influenza e ti piace nel panorama cinematografico, musicale o artistico contemporaneo.

Manuli ThumbDavide Manuli: Mi piacciono tante cose e poche cose: mi piacciono i cartoni animati, i grossi film commerciali hollywoodiani futuristici, i classici, i film dei grandi artisti. Mi piacciono i lavori di Alessandro Bavari, le musiche di Petar Dundov e altre mille cose. Sono come gran parte della gente: non vado mai al cinema, e quel poco che vedo e sento lo faccio direttamente dal pc, quasi sempre da youtube per fare ancora più in fretta.

B-SIDES: Ora stai cercando fondi per girare “Haiku” il cui protagonista è il grande regista maledetto Abel Ferrara. Puoi farci qualche anticipazione su questo nuovo progetto?

Manuli ThumbDavide Manuli: Ti anticipo che sarà quasi impossibile trovare i soldi per girarlo. E’ da più di un anno che cerchiamo…ma butta molto male.

Un’intervista a Mario Garofalo e Lorenzo Ceva Valla registi di AINOM

AINOM il set

AINOM il set. Fotografia di Patrizia Galliano

B-SIDES
Come è nato il progetto di “Ainom” e come avete incontrato Lula Teclehaimanot (la brava protagonista film), alla sua prima esperienza cinematografica?

MARIO GAROFALO
Ainom”nasce da un’immagine: una donna nera sulla neve. Da lì ho sviluppato un’idea narrativa giocata sul contrasto tra Ainom, una donna eritrea emigrata in Italia, e il mondo freddo e nevoso da cui cerca di scappare.
Lula è arrivata dopo mesi e mesi di ricerche di casting: è una donna eritrea che ha vissuto una situazione non lontana da quella della storia raccontata, capace di dare forza e verità al personaggio. Sulla carta non era un’attrice, ma di fatto si è dimostrata una grande interprete, tanto da vincere numerosi Premi nei Festival.

B-SIDES

Come è stata l’esperienza ai festival in Cina e in Camerun? Quali differenze, se ci sono, avete riscontrato tra lo spettatore europeo e quello straniero?

MARIO GAROFALO
Il detto “nemo profeta in patria” si addice alla nostra situazione: al principio in Italia nessuno guardava Ainom. Io e Lorenzo dobbiamo ringraziare il pubblico cinese, e ancor prima, i selezionatori del Festival di Shanghai (la “Cannes dell’Asia“) che si sono accorti del film e lo hanno selezionato nel concorso ufficiale accanto a titoli di fama internazionale. Da lì è partito il cammino di Ainom nel mondo, fino ai successi in terra africana, particolarmente graditi perché ci confermano che il nostro modo di raccontare di una donna eritrea ha qualcosa di autentico.
Credo che il pubblico (in particolare quello orientale) ami “Ainom” perché è innanzitutto un film di pura suspense capace di emozionare e coinvolgere chiunque; a un secondo livello è un film che tratta temi importanti e attuali come l’emigrazione e il rapporto di genere uomo-donna.
Dopo molte anteprime nelle sale italiane e una programmazione al Cinema Arsenale di Pisa nel novembre scorso, aspettiamo adesso i riscontri al Cinema Mexico di Milano a partire dal 28 gennaio.

Lorenzo Ceva Valla e Mario Garofalo ai . Fotografia di Patrizia Galliano

Lorenzo Ceva Valla e Mario Garofalo ai Golden Rooster. Fotografia di Patrizia Galliano

B-SIDES
Mario, prima di “Ainom” hai diretto altri film, cortometraggi e documentari. Guardando i tuoi lavori, si può trovare una poetica che li accomuna. La montagna, spesso, è la protagonista delle tue pellicole. Ci racconti cosa è per te il cinema e cosa significa oggi fare cinema in un mondo di immagini spesso convulse?

MARIO GAROFALO
Mi piace spesso raccontare di donne o uomini alle prese con battaglie psicologiche e/o etiche molto forti, spinte da una voglia di riscatto e/o di giustizia. La natura, e in particolare la montagna, rendono più avvincenti e epiche le loro lotte. Curo molto la scelta delle ambientazioni, sempre realistiche, ma capaci di rinviare a un “altrove” poetico e senza tempo. Questo deve essere un elemento che, tornando a “Ainom”, è piaciuto molto al pubblico cinese e alla loro cultura “taoista”, molto legata alla natura e alla montagna.

Fotografia di Patrizia Galliano

Alice Bachi e Ivan Alovisio. Fotografia di Patrizia Galliano

B-SIDES
Hai affrontato diverse volte il tema della resistenza sia con cortometraggi che con documentari. Attingi a questo passato che non hai vissuto per raccontane storie e personaggi forti  contrapposti a un presente poco eroico?

MARIO GAROFALO
La resistenza per me non è soltanto quella della guerra di liberazione dal nazifascismo durante la seconda guerra mondiale, ma è quella ribellione spesso silenziosa, quella volontà di emancipazione, tipica di ogni tempo e di ogni luogo, delle persone più emarginate dalla società. Nella mia intenzione, il cinema aiuta queste persone a dare voce ai loro pensieri e ai loro desideri.
Protagonisti delle mie storie e del mio lavoro sono i bambini, le donne, i migranti, le persone con disagio psichico, ma ci tengo a dire che la mia solidarietà nei loro confronti è più esistenziale che politica e nel mio modo di raccontare non c’è mai niente di retorico, pietistico o consolatorio.

B-SIDES
Attualmente lavori anche per la “Scuola del Cinema dei Bambini“, una realtà molto bella e vitale. Cinema per bambini o bambini in aiuto del cinema?

MARIO GAROFALO
La mia vita si divide tra lavori di regia vera e propria e didattica del cinema che svolgo nelle Scuole con gli adolescenti e coi bambini. Mi sono accorto negli anni che, nella comunicazione, il linguaggio audiovisivo sta sostituendo, o meglio inglobando, il linguaggio della parola, scritta e orale. Di questo passaggio, sono attori e spettatori inconsapevoli i nostri bambini. Nella scuola elementare e media italiana, si impara a scrivere e a leggere il linguaggio della parola, ma si trascura il linguaggio dell’immagine e del suono. I programmi della scuola pubblica non considerano abbastanza il fatto che le bambine e i bambini vivono immersi in un mondo cinematografico, televisivo, multimediale, e che attraverso di esso spesso già si esprimono, fotografando e realizzando piccoli video con cellulari e macchine fotografiche.
Per questi motivi e per la mia passione per l’insegnamento, ho deciso di dare vita nel 2009 alla “Scuola di cinema dei bambini”, nell’intento di alfabetizzare al linguaggio audiovisivo i bambini e le bambine di età compresa tra i 3 e i 14 anni (Scuola materna – Scuola elementare – Scuola media), e poter così realizzare insieme a loro “piccoli grandi” film.

Enrico Olocco e Carlo Deprati. Fotografia di Patrizia Galliano

Enrico Olocco e Carlo Deprati. Fotografia di Patrizia Galliano

B-SIDES
Lorenzo, invece, vieni dal mondo della fotografia. Che differenze hai trovato fra queste due lingue simili, ma diverse fra loro? Cosa trovi più stimolante: raccontare una storia in una sola immagine o svilupparla giocando con lo spettatore?

LORENZO CEVA VALLA
La fotografia ed il cinema sono due mondi molto differenti anche se certamente ne condividono le origini. Personalmente per raccontare il mondo secondo la mia visione continuo a preferire la fotografia anche se molto spesso ricorro a sequenze d’immagini avvicinandomi quindi al cinema ed al suo linguaggio. L’immagine in movimento mi interessa moltissimo ma solo se legata ad una vicenda da raccontare in modo articolato. Non uso e non userei la cinepresa per un reportage o per un ritratto. La fotografia “still” e la fotografia cinematografica sono due animali di razza molto diversa tra loro.
A parte le questioni meramente tecniche, che pure sono molto importanti, sono convinto che la fotografia cinematografica abbia un vantaggio dato dal fatto che in un film esiste un “prima” e un “dopo” esiste il suono e soprattutto esiste una vicenda; questo permette una libertà maggiore perché a volte anche un “buio” può avere un senso cosa che difficilmente può essere vera nel caso della fotografia statica. Nel cinema quello che cerco di fare è trasportare il mio linguaggio, le mie inquadrature in questo mezzo in modo che diventino funzionali alla vicenda che sto raccontando. Fotografare “Ainom” è stata per me un’esperienza molto interessante proprio perché credo di essere riuscito a combinare tra loro, in assoluta libertà, questi due linguaggi.

B-SIDES
Ci lamentiamo sempre che il cinema italiano non riesce a resuscitare dalle ceneri del passato, quali sono, secondo voi, i nuovi autori italiani e quali le spinte innovatrici?

MARIO GAROFALO
Difficile risponderti. Partendo dal piccolo, quest’anno, in concorso con “Ainom”, nei Festival, ho visto molte buone opere prime italiane, prodotte in modo spesso indipendente e purtroppo mal distribuite (tra le varie: Io sono lì, “L’appartamento di Atene“, “I Primi della Lista” ecc…) che danno un po’ di speranza al cinema nostrano. La questione è sempre la stessa: l’Italia investe poco e male sulle nuove generazioni e punta tutto su pochi registi già affermati che spesso hanno ormai poche idee creative. Insomma, il contrario di ciò che si fa all’estero.

B-SIDES
Progetti nel cassetto?

MARIO GAROFALO
 Madeleine“, un film che girerò di nuovo con Lorenzo Ceva Valla e che racconta la storia di una bambina italofrancese alla ricerca di suo padre.

Fotografia di Patrizia Galliano

Lula Teclehaimanot e Enrico Olocco. Fotografia di Patrizia Galliano