IL DISPREZZO – Jean-Luc Godard

Brigitte Bardotle nel film di Jean-Luc Godard: le mepris - il disprezzo

Brigitte Bardot le nel film di Jean-Luc Godard: le mepris – il disprezzo

Una coppia in crisi. Lui Michel Piccoli (nella parte di uno sceneggiatore cinematografico), lei Brigitte Bardot.

Lo sceneggiatore è ingaggiato da un produttore statunitense che vuole affiancarlo al regista Fritz Lang (nella parte di se stesso) per rendere più commerciale la versione dell’Odissea del vecchio regista tedesco. Il regista è fermo sulle sue posizioni, il produttore è insoddisfatto e lo sceneggiatore cerca di usare la sua bella moglie per ottenere un compenso maggiore dal produttore. La moglie è molto scocciata dalla situazione e si aggira annoiata per la bellissima villa Malaparte, ma il cinismo del marito la porta ad allontanarlo definitivamente da lui e a tradirlo seppur controvoglia. E’ la fine della loro relazione, ma anche il naufragio del progetto cinematografico e della vita dello sceneggiatore.

Il disprezzo Jean-Luc Godar

Il disprezzo Jean-Luc Godar

Il disprezzo” è un film lento, ma ipnotico, fatto da lunghissimi piani sequenza. Jean-Luc Godard mette in scena le tensioni e i turbamenti personali (stava divorziando dalla moglieAnna Karina ), esorcizzandoli o reinterpretandoli nella sua vita reale. Piccoli è un alterego di Godard: geloso, distaccato, cinico, manipolatore, tenero e perdente. La Bardot, nel pieno della sua bellezza e del suo successo, esprime sensualità a ogni fotogramma. Nelle prime scene Godard la omaggia mostrandoci il suo corpo nudo in una luce rossa poi gialla e poi blu come Andy WarholiconizzòMarilyn Monroe.

Un film che spesso rischia di essere noioso, ma che non si fa dimenticare.

 le mepris - il disprezzo: Jean-Luc Godard

le mepris – il disprezzo: Jean-Luc Godard

 le mepris - il disprezzo: Jean-Luc Godard

le mepris – il disprezzo: Jean-Luc Godard

 le mepris - il disprezzo: Jean-Luc Godard

le mepris – il disprezzo: Jean-Luc Godard

 

 

LA PELLE – Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

LA PELLE  – il libro

1943-1945. Gli americani hanno liberato Napoli e stanno combattendo le truppe tedesche risalendo l’Italia. L’esercito italiano si è arreso e collabora con gli alleati. Malaparte è un ufficiale di collegamento dell’esercito italiano con il contingente alleato e accompagna soldati e ufficiali statunitensi nella miseria e nel degrado in cui Napoli e l’umanità intera sono caduti.

La pelle” è un libro che suscitò scandalo per i suoi contenuti scabrosi. Messo all’indice dalla Chiesa e ritenuto oltraggioso dal popolo napoletano, in realtà, è un’opera nichilista che mostra fino a che punto un uomo possa degradarsi.

Non c’è nulla di eroico nei soldati americani: belli, puliti, sorridenti, di buone maniere, “…eppure, tutto ciò che quei magnifici soldati toccavano, subito si corrompeva” diffondendosi come una peste nei vicoli della città fino all’interno delle più nobili ville. Una peste che non corrompe il corpo, ma l’anima. “La libertà costa cara…e non si paga né con l’oro, né col sangue, né con i più nobili sacrifici: ma con la vigliaccheria, la prostituzione, il tradimento, con tutto il marciume dell’animo umano.

La Pelle - il libro

La Pelle – il libro

Malaparte mostra pietà per le sofferenze e la miseria quotidiana a cui è costretto ad assistere dall’alto della sua privilegiata posizione, esasperando ogni ricordo per renderlo ancora più doloroso.
Descrive con tristezza le truppe italiane vestite con le divise dei soldati morti (“…ormai combattevamo al fianco degli Alleati, per vincere insieme con loro la loro guerra dopo aver perduto la nostra, ed era perciò naturale che fossimo vestiti con le uniformi dei soldati alleati ammazzati da noi“), spiega l’ingenuità e l’arroganza dei vincitori confrontate alla dignità dei perdenti (“E’ una vergogna vincere la guerra”), è testimone del mercato dei bambini in cui le madri fanno prostituire i loro figli per fame nell’indifferenza e nell’incomprensione degli Alleati.
Riporta le tragiche cronache della strage di Amburgo: una serie di disumani bombardamenti sulla città tedesca. L’attacco, denominato operazione Gomorrah, durò 10 giorni, ma il giorno più nefasto fu il 28 luglio: la notevole concentrazione delle esplosioni e degli incendi in un’area ristretta, la totale assenza di vento e il clima secco estivo generarono una tempesta di fuoco che causò decine di migliaia di vittime civili. Molti dei superstiti perirono in modi atroci a causa del fosforo che trasformava le persone in torce umane. Per scappare a questa fine orrenda molti cercarono la salvezza buttandosi nel fiume Elba e annegando dopo ore di stenti, o seppellendosi vivi.

Il libro è ricco di aneddoti crudeli, grotteschi e scioccanti, più o meno veritieri, in cui Napoli soffre e si arrangia pur di non morire di fame.

Fra quelli tragi-comici il ricordo dei generali statunitensi che, pur di dare dei ricevimenti di classe, si rifornirono per mesi di pesce fresco dal suggestivo ed esotico acquario cittadino, poiché il Golfo di Napoli era completamente minato.
Fra quelli più commuoventi: la vestizione di una bambina povera da parte delle nobili donne napoletane che trasformano un cadavere, vittima di un bombardamento, in una meravigliosa sposa.

Il limite del libro è l’ingombrante presenza dell’autore stesso, cinico e troppo fiero di sé, che gigioneggia per tutto il libro come se fosse l’unico in grado di comprendere davvero la realtà. Sempre arguto e tagliente, ma anche pieno di compassione e di dolore, sembra ostentare la consapevolezza di non poter cambiare il destino delle persone che incontra. E questo più per svogliatezza che per incapacità.

LA PELLE  – il film

La pelle - il film

La pelle – il film

La pelle” è un film del 1981 di Liliana Cavani tratto dall’omonimo romanzo di Curzio Malaparte.

La pellicola cerca di essere fedele al libro, ma il risultato è un insieme sconnesso di episodi volutamente scioccanti. La regista sconvolge il pubblico con scene in cui tutto è esibito e niente viene lasciato all’immaginazione. Complessivamente, però, manca di una struttura capace di coinvolgere lo spettatore. Perfino Marcello Mastroianni, che interpreta proprio Curzio Malaparte, non sembra calato nella parte, limitandosi a recitare il ruolo di un cinico saputello. Un peccato visto l’importante sforzo produttivo.

Restano comunque memorabili alcune scene: la cena in cui viene servita una bambina bollita, lo strano rito omosessuale della “figliata”, l’eruzione del Vesuvio per i vicoli di Napoli e quella famosa del padre che, festeggiando l’arrivo degli Americani, finisce inavvertitamente sotto i cingoli un carro armato e resta spiaccicato.

La scena shock del film "La pelle" di Liliana Cavani

La scena shock del film “La pelle” di Liliana Cavani

 

4. Il fascino delle location – Villa MALAPARTE

Villa Malaparte Capri

Villa Malaparte Capri

Una nave rossa nascosta sulla cima di uno scoglio. Così potrebbe apparire Villa Malaparte a Capri: un esempio di architettura razionalista che si sposa perfettamente con il paesaggio.
La casa fu progettata interamente dal controverso scrittore Curzio Malaparte, che la definì “Casa come me, autoritratto abitativo ed estetico” e anche “Il mio ritratto in pietra”.

Villa Malaparte - Capri

Villa Malaparte – Capri

Personaggio ancora oggi scomodo: egocentrico, dandy, voltagabbana e narcisista … ospite fisso dei salotti “bene” e capace di farsi odiare da tutti. Durante la Prima Guerra Mondiale fu un entusiasta volontario, fra i primi sostenitori del fascismo e grande ammiratore di Mussolini. Pochi anni dopo, venne mandato a Lipari, al confino, proprio dallo stesso regime fascista che mal tollerava le sue opinioni taglienti e non condivideva certamente i contenuti del suo primo libro “Viva Caporetto!”. Durante la Seconda Guerra Mondiale fece l’inviato di guerra. Dal 1943 iniziò a collaborare con gli alleati. Nel dopoguerra si avvicinò all’ideologia comunista e, in punto di morte, si convertì alla fede cattolica.
A cavallo fra le due guerre, poco più che ventenne, inizia la sua carriera letteraria e giornalistica.
Il suo primo libro delinea già i contenuti cari allo scrittore: l’esaltazione del valore dei soldati e la pietà umana. Denigra invece i generali e la loro incompetenza. Caporetto diventa così la metafora di un’Italia governata da una classe dirigente vecchia e incapace, che andrebbe rimpiazzata con una nuova, più giovane e valorosa.

Villa Malaparte - Capri. La scalinata.

Villa Malaparte – Capri. La scalinata.

E’ con “Kaputt” e, soprattutto,con “La pelle” che il suo stile documentaristico e grottesco esplode in tutta la sua irriverenza.
Malaparte fu indubbiamente testimone di troppi orrori. La sua capacità di enfatizzarli, in maniera a volte cinica e a volte intrisa di compassione, riesce a descrivere perfettamente l’atroce follia della guerra.

Villa Malaparte rispecchia l’originalità, l’arroganza e l’ossessione per la bellezza che caratterizzano il personaggio di Curzio Malaparte.
Comprato il terreno per poche migliaia di lire e reso edificabile grazie all’amicizia con Galeazzo Ciano, affidò inizialmente i lavori di costruzione a Adalberto Libera per poi riprogettarla completamente.
Esternamente la forma di parallelepipedo lungo e stretto è spezzata da una lunga scalinata che si allarga fino al tetto/terrazza: il punto panoramico in cui l’immensa bellezza del paesaggio inghiotte qualunque presenza architettonica.
La scala sembra una sezione di un teatro romano, mentre il paravento bianco a forma di onda interrompe la piattezza del tetto/terrazza come se fosse la vela di una barca.
L’interno, sviluppato su tre piani, è arredato in maniera minimale per dare risalto il più possibile all’esterno. Nel grande salone dal pavimento basolato si può ammirare il paesaggio attraverso quattro grandi finestre che lo incorniciano come quattro differenti quadri. Perfino dal grande camino c’è una finestrella di cristallo da cui si può scorgere il mare: di grande effetto con il fuoco acceso e la luna che si riflette in mare.
Dal promontorio di Capo Masullo, su cui è edificata la villa, parte una ripida scalinata che porta direttamente al mare.

Villa Malaparte - Capri. Veduta dalla scalinata.

Villa Malaparte – Capri. Veduta dalla scalinata.

Villa Malaparte - Capri. Il tetto/terrazza

Villa Malaparte – Capri. Il tetto/terrazza

Villa Malaparte fu oggetto di meraviglia e interesse tanto da attirare numerosi artisti (fra cui Picasso e Cocteau) e essere la splendida location del film “Le Mépris” di Jean-Luc Godard interpretato da Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Fritz Lang e Giorgia Moll.

Cannes 2016 poster

Cannes 2016 poster

Il Festival di Cannes 2016 omaggiò Godard e Malaparte con il bellissimo poster in cui si vede la scalinata della villa.

Anche Liliana Cavani utilizzò questa suggestiva location per l’adattamento cinematografico del libro “La pelle”.

Villa Malaparte - Capri. Interno.

Villa Malaparte – Capri. Interno.

Villa Malaparte - Capri. Interno.

Villa Malaparte – Capri. Interno.

Villa Malaparte - Capri. Il camino con finestra di cristallo.

Villa Malaparte – Capri. Il camino con finestra di cristallo.

Villa Malaparte - Capri. La panca.

Villa Malaparte – Capri. La panca.

5. Il fascino delle location – BERLINO

"Il cielo sopra Berlino"

“Il cielo sopra Berlino” (1987) – Wim Wenders

Berlino è una location densa di simboli, di storia e di significati: capitale di un’inaspettata rinascita artistica durante la Repubblica di Weimar; la città dove Hitler sposò Eva Braun e si suicidò con lei nel giro di un giorno; la città divisa, spartiacque fra occidente e blocco sovietico nel cuore dello stato comunista, scacchiere delle spie durante la guerra fredda; la città capace di abbattere il muro; l’eterno rifugio di ogni genere d’artista; icona della diffusione dell’eroina alla fine degli anni ’70; il territorio fertile di ardite sperimentazioni architettoniche; la meta trendy e modaiola dei giorni nostri. Una città sempre in movimento fra passato e futuro, fra rovine e archistar.

L’emblema di Berlino è Christiane F. (Christiane Felscherinow) e la sua drammatica biografia. Un libro che descrivela gelida desolazione della metropoli tedesca e dei suoi sordidi e fragili abitanti. Christiane racconta la sua infanzia in campagna felice e spensierata. L’impatto della bambina con il monumentale squallore della città fu devastante. Le soffocanti architetture di Walter Gropius (uno dei fondatori del movimento moderno insieme a Le Corbusier) e l’urbanistica del quartiere hanno influito molto sul doloroso futuro di Christiane.

 

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Gropiusstadt – Nella periferia a sud di Berlino

Gropiusstadt: casermoni per quarantacinquemila persone, con in mezzo prati e centri commerciali. Da lontano tutto nuovo e ben curato. Ma quando si stava in mezzo ai casermoni si sentiva dappertutto puzza di piscio e di cacca. Veniva da tutti quei cani e bambini che vivevano lì. Più di tutto puzzava la tromba delle scale. … Aspettando l’ascensore che non arrivava, ed ero al l’undicesimo piano, me l’ero fatta sotto. …Dopo che per un paio di volte non ce l’avevo fatta ad arrivare in tempo da sotto fino al nostro bagno, e avevo preso le botte, mi accoccolavo da qualche parte a farla dove nessuno mi vedeva. Poiché dai casermoni ogni angolo era visibile, il più sicuro era la tromba delle scale.”

“ Non conoscevo i giochi che facevano. E non mi piacevano neanche. Al paese spesso andavamo nel bosco in bicicletta, fino ad un ruscello con un ponte. Lì costruivamo dighe e castelli nell’acqua.”

“A Gropiusstadt si imparava naturalmente a fare le cose che erano vietate. Vietato era, per esempio, fare giochi che divertivano. In realtà tutto era vietato. Ad ogni angolo di Gropiusstadt c’è un cartello. I cosiddetti spazi per il verde tra i casermoni sono in realtà spazi per i cartelli. E la maggior parte dei cartelli vietavano qualcosa ai bambini.”

“Così imparai che tutto quello che è permesso è terribilmente insulso e che tutto quello che è vietato è molto divertente.”

“Il posto più bello era vicino al muro. Lì c’era una striscia di terra che noi chiamavamo boschetto o terra di nessuno. Non era più larga di venti metri e lunga come minimo un chilometro e mezzo. Alberi, cespugli, erba alta come noi, vecchi pezzi di legno, pozze d’acqua. …Ci sentivamo come esploratori che ogni giorno scoprivano una parte di foresta vergine. …Ad un certo punto scoprirono che i bambini giocavano fuori da Gropiusstadt e che si divertivano. E ricomparvero le squadre di operai per fare ordine. Avevano piantato i cartelli di divieto…tutto era proibito.”

 

Christiane F. - Location

“Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” (1981) – Location

Nel 1981 UdiEdel ne trasse l’omonimo film.
I luoghi filmati in Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” sono la Bahnhof Zoo (la stazione di BerlinZoologischerGarten) e i suoi dintorni (Kurfürstenstrasse – la zona di prostituzione), Il Deutschlandhalle dove si esibì David Bowie nel 1976 (demolito nel 2011), l’Europa-Center (quartiere Charlottenburg) dove sorge il palazzo con lo stemma della Mercedes, la discoteca Sound (ormai chiusa) dove si ritrovava la compagnia di Christiane (quartiere Tiergarten), i bagni pubblici di Bülowstraße sotto il ponte della metropolitana dove Christiane si fa la prima pera e Gropiusstadt il quartiere di Neukölln dove viveva Christiane.
Una pellicola cult di grande successo anche per le scene molto forti che la contraddistinguono, ma ben poca cosa se paragonata al libro. Il film è focalizzato su Christiane, la sua iniziazione all’eroina e la successiva tossicodipendenza. Tante le sfumature, i personaggi e i periodi della vita di Christiane che sono stati ignorati.

 

 

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White Star (1983) – Roland Klick

Il progetto Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” avrebbe avuto un impatto ancora più potente se fosse rimasto in mano al regista originario,Roland Klick, personaggio indipendente e fuori dagli standard, che aveva scritto una prima sceneggiatura mentre viveva a stretto contatti con i giovani tossicodipendenti che affollavano Bahnhof Zoo. Klick voleva usare personaggi veri per il film, non attori, per questo passava notti intere a studiarli, a dormire con loro sui marciapiedi, a coinvolgerli nel progetto. Il produttore non comprese o fu spaventato dalla sua condotta e affidò il progetto a Edel con risultati decisamente più scarsi.

Click filmerà Berlino pochi anni più tardi, immortalando una città grigia, divisa e disperata, nel film “White Star” (1983): la storia di un produttore musicale al tramonto che vede nell’astro nascente Moody una possibilità di riscatto. Il cinico produttore (un meraviglioso Dennis Hopperall’apice della sua dipendenza da cocaina) non esita a usare biechi stratagemmi pubblicitari quando si accorge che la musica shith-pop di Moody non riesce a sfondare nella Berlino Punk di inizi anni ’80. Un film da riscoprire come tutta la filmografia dimenticata di Roland Klick.

 

La Biblioteca di Stato a Berlino

La Biblioteca di Stato di Berlino progettata da Bernhard Scharoun

L’occhio poetico di Wim Wenders filmerà un’altra Berlino: melanconica e sentimentale. Oltre al muro e alla Colonna della Vittoria al centro del Tiergarten, la location più suggestiva scelta da Wenders è la Biblioteca di Stato(1978) a Kemperplatz dell’architetto Bernhard Scharoun. Bernhard Scharoun (1893 -1973) viene considerato un personaggio di spicco nell’architettura organica, disciplina che teorizzava l’importanza del contesto naturale in cui doveva sorgere un edificio, l’uso di materiali specifici adatti al luogo, la valorizzazione delle esigenze emotive dell’uomo. (“Per Architettura Organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinta da un’architettura che venga applicata dall’esterno.Frank Lloyd Wright). Scharoun, Walter Gropius e Bruno Taut costruirono e progettarono numerosi edifici famosi per le loro originali armonie, come la sala concerti della filarmonica di Berlino (realizzato fra il 1960 e il 1963 da Scharoun) o il Bauhaus Archiv (progettato nel 1964 da Gropius), utopici insediamenti abitativi come il quartiere a forma di zoccolo di cavallo Hufeisensiedlung (realizzato fra il 1925 e il 1931 da Taut), o disumani conglomerati di palazzi come Gropiusstadt (realizzato nel 1960 da Gropius).

Olga Segler

Il vecchio monumento a Olga Segler in Bernauer Strasse quando esisteva ancora il muro di Berlino.

Ma il regista che colse di più la follia di Berlino è Andrzej Żuławski (1940-2016) con il suo capolavoro “Possession”. La città divisa, e doppia, è l’ambientazione per eccellenza di questo dramma-horror. Nella città in cui fare la spia è un mestiere come un altro, tutto è decadente e abbandonato in attesa dell’apocalisse tanto da farla sembrare un paesaggio urbano metafisico. Una terra di mezzo in cui est e ovest si cercano e si aggrediscono come l’isterica coppia di protagonisti.

Non è un caso che le scene iniziali inquadrino i vecchi monumenti commemorativi dei morti della BernauerStrasse la lunga strada in cui il muro inglobò, durante la notte fra il 12 e 13 agosto 1961, le abitazioni di un lato della carreggiata, confinandole a Est. Nel giro di poche ora porte e finestre furono murate dai vopos. Olga Segler provò a lanciarsi dalla finestra del suo appartamento, appartenente a Berlino Est, ma morì sul marciapiede di Berlino Ovest. Sorte analoga toccò a Ida Siekmann e Rudolf Urban. Una corona di fiori appesa a dei pali di legno e filo spinato ricordavano, prima del crollo del muro, i loro tristi destini.

 

Anna Swinemünder Strasse

Possession (1981) – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25 come si presenta oggi.

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Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25

Casa di Anna

Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25. L’arrivo di Mark.

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Possession – La casa di Anna a Swinemünder Strasse 25. La disperazione di Mark.

Possession” mostra poi la casa di Anna (Isabelle Adjani): una bizzarra architettura in mattoni rossi dell’architetto Josef Paul Kleihuessituata a SwinemünderStrasse 25. Una specie di fortezza moderna che ricorda il muro ripiegato su se stesso.

L’ufficio di Mark (Sam Neill) è situato nella massiccia piazza FehrbellinerPlatz riprogettata dall’architetto Albert Speer sotto il regime di Hitler. Il palazzo semicircolare (1934) è opera dell’architetto Otto Firle.

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Possession – La diabolica alcova a Sebastianstrasse n.87 come si presenta oggi

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Possession – La diabolica alcova a Sebastianstrasse n.87 in fiamme. A destra del palazzo il muro di Berlino.

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Possession – la Adjani pedinata nel quartiere di Kreuzberg

Sebastianstrasse n.87 (Kreuzberg): questo è l’indirizzo vero dove abita l’amante demoniaco di Anna. Un decrepito palazzo stile austro-ungarico all’inizio di uno dei quartieri più poveri e riottosi di Berlino. La strada era divisa dal muro: metà nella zona Est, metà nella zona Ovest. Dalle finestre della diabolica alcova era possibile avere una buona visuale su Berlino Est così come dall’appartamento di Anna a SwinemünderStrasse. Ora la facciata del palazzo è stata ristrutturata e la riqualificazione del quartiere ha tolto gran parte del fascino decadente e bohémien di una volta.

Pochi isolati più avanti, in Oranienstrasse 47, si trova ancora il caratteristico bar d’angolo Stiege dove Mark uccide Heinrich, l’amante umano di Anna. Ora è un ristorante abbastanza chic, non più la buia bettola del film.

Stiege Bar

la facciata del bar Stiege a Oranienstrasse 47 ancora identica

Poco distante si trovano altre due location del film: Lohmuhlenbruck e il ponte a ridosso delle torri di guardia del muro (ripreso anche da Wenders in una scena del “Il cielo sopra Berlino”) e la zona portuale a SchlesischeStraße No. 29-30. In quest’ultima si svolge la fuga in moto nei sottopassi dei palazzi industriali.

La chiesa dove Anna prova a pregare prima dell’insostenibile aborto in metropolitana è la chiesa ortodossa Kirche HeiligenSava in RuppinerStrasse 29, mentre la suggestiva scala a chiocciola in cui si svolge la sparatoria finale si svolge probabilmente nel palazzo di Joseph Haydn straße 1.

 

Scala a chicciola

Il palazzo dalla bizzarra scala a chiocciola a Joseph Haydn straße 1.

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Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

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Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

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Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

Possesion - Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

Possession – Le sincopate scene finali ambientate sulla scala a chiocciola del palazzo a Joseph Haydn straße 1

La mappa delle location del film Possesion:

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Possession (1981) – Andrzej Żuławski – Location

Fra i tanti film girati a Berlino va menzionata la curiosa location del film “Hanna” (2011), un fanta-action on the road di Joe Wright. L’incontro scontro finale si svolge a Spreepark (Kiehnwerderallee 1), un parco giochi abbandonato a sud est del centro lungo il fiume Sprea, la cui verde boscaglia ha sommerso coloratissime giostre e statue di dinosauri.

E’ doveroso citare anche il capolavoro di Roberto Rossellini Germania Anno Zero” (1948). Le scene girate fra le macerie della città dell’immediato dopo guerra restano la miglior testimonianza di una delle tante facce di una Berlino che non esiste più.

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“Hanna” (2011) – Joe Wright

GOODNIGHT MOMMY – Veronika Franz e Severin Fiala

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Evidientemente i registi  di lingua tedesca sono specializzati a raccontare il sadismo e lo squallore che si annidano nei nuclei familiari.
Goodnight mommy” (2014) è il film d’esordio di Veronika Franz, moglie del regista austriaco Ulrich Seidl (il regista di “Paradise – Love“) e Severin Fiala. Un film fastidioso e patinato.
Qui la recensione di Cristina Schramm.

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Goodnight Mommy poster

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STAR WARS VII e il risveglio della galassia lontana lontana.

9oZKicOLa Galassia di Han Solo e compagni si è risvegliata libera dal controllo dell’Imperatore che per decenni ha determinato le sue sorti, ma nell’oscurità trama un’entità ancora più potente e dal pugno di ferro: la Disney.

L’estromissione di George Lucas dalla sua stessa invenzione era stata accolta dai più (compreso chi scrive) come una dolorosa necessità: troppo grandi gli errori commessi nella trilogia di prequel, troppo autoreferenziali e pacchiane le edizioni rivedute della trilogia originale e troppo importante l’occasione di rinnovare la saga dando contemporaneamente degna conclusione alle vicende dei suoi protagonisti storici. Ma se i tempi degli universi condivisi e della brandizzazione a tutti i costi sembrano perfetti per riscoprire il marchio di Star Wars, lo sono anche per omologare la sua magia ad una formula che fin troppo facilmente si riconosce come quella del cinema marveliano.

The Force Awakens” instilla molto presto il terribile dubbio di essere un cinecomic travestito da space opera, dubbio che viene confermato via via che la trama si dipana con una linearità ben lontana dagli intrecci a cui ci aveva abituati Lucas. Ritmo narrativo serrato, stile registico di facile serializzazione e trappole humor nascoste dietro ogni angolo che tagliano le gambe alla gravità tipica della saga: le linee guida impartite a J. J. Abrams sono ben evidenti, e nemmeno la confezione impeccabile e la scelta di mediare tra effetti digitali e pratici riescono a dissimulare questo processo di banalizzazione.   Non che Abrams abbia fallito il lavoro per cui era stato ingaggiato, anzi: grazie ad un fanservice ancora più spinto del solito gli amanti della saga vengono rassicurati e contemporaneamente portati oltre punti di non ritorno ben più importanti di quanto avrebbero voluto. In questo senso l’operazione compiuta in “The Force Awakens” è speculare rispetto a quella dello Star Trek del 2009: il nuovo Star Wars rimane fedele alla trilogia classica a livello superficiale (ovvero ai suoi topoi estetici e concettuali), ma la riscrive ad un livello più profondo, semplificandone e modificandone i fondamenti in funzione delle esigenze della nuova trilogia.

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The Force Awakens” si rivela così uno strano ibrido tra sequel, remake e reboot: la trama perfettamente sovrapponibile a quella di “A New Hope” (portata avanti con molta superficialità rispetto al film del 1977) è una mera scusa per introdurre quanti più personaggi possibili, assegnare loro i ruoli tipici dell’universo lucasiano (il reparto merchandising ha persino richiesto un omologo al femminile del mitico Boba Fett, assolutamente inutile nell’economia della storia ma immancabile come action figure) e tracciare un percorso che verrà più propriamente esplorato nei prossimi episodi. Questa operazione funziona fino a quando vengono messi in campo personaggi forti (la protagonista Rey, interpretata da Daisy Ridley che spicca su tutto il resto del cast) o veramente iconici (lo straordinario BB-8), ma rivela tutti i suoi limiti quando ci si trova di fronte a figure ritagliate attorno al ruolo che devono ricoprire. Questo è evidente soprattutto quando lo sguardo si sposta sui villain del Primo Ordine, eredi dei Sith che sembrano aggrapparsi disperatamente allo stereotipo dei predecessori, facendone addirittura una ragione di esistere interna alla trama nel caso di Kylo Ren.   L’assoluta inconsistenza della rappresentazione del Lato oscuro della Forza, soprattutto l’incapacità di trasmettere quel timore riverenziale che ha sempre accompagnato la comparsa in scena dell’Impero, è rivelatrice di quello che veramente manca a questo nuovo Star Wars, o meglio di quello che ci si è voluto lasciare alle spalle perché incompatibile con la concezione contemporanea di intrattenimento. Lucas aveva creato questo universo trasferendo nel contenitore della space opera un complesso di elementi presi in prestito da svariati contesti (dal cinema western ai drammi di Akira Kurosawa, passando per riferimenti metastorici che portavano avanti l’idea di una certa ciclicità nelle vicende umane) e facendo ben attenzione a calibrare i tempi narrativi in loro funzione.

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Star Wars fan art: jam wah

In “The Force Awakens” l’action fagocita tutti gli altri generi, svuotandoli fino a mantenere solamente la pelle: vengono così a mancare tutti quei contrasti interni al concetto di fantascienza che creavano la vera magia di Guerre Stellari, viene a mancare soprattutto la tridimensionalità dell’universo in cui si stanno svolgendo le vicende, ridotto ora a mera quinta teatrale.   Non che Episodio VII sia un disastro, anzi bisogna riconoscergli più di un aspetto positivo: ci sono la protagonista Rey e i suoi compagni Finn e BB-8 che sono dotati di un indubbio peso specifico e potenzialmente promettono notevoli sviluppi nei prossimi capitoli, c’è uno dei duelli più viscerali ed esteticamente riusciti dell’intera saga, c’è il titanico carisma di Harrison Ford e una scena finale a cui è impossibile rimanere indifferenti (non a caso è l’unica senza dialoghi e quella con tempi più dilatati). Più in generale si può dire che negli spazi limitati in cui Abrams ha le mani libere ci si ritrova di fronte a momenti cinematografici di altissimo livello, nei quali alcune delle migliori invenzioni di Lucas vengono aggiornate alle possibilità estetiche odierne. Il tutto però è inserito in un contesto privo di quel potere seduttivo che Lucas ha sempre saputo dare ai propri Star Wars, ovvero di quell’idea di essere affacciati alla finestra di un universo dotato di vita propria, infinitamente più grande e complesso di quanto svelato davanti ai nostri occhi.

Bella rivincita si è preso quel furbone George Lucas, senza fare praticamente nulla: sul lungo periodo non solo finiremo per sentire la sua mancanza come ideatore di storie fantastiche, ma saremo costretti addirittura a rivalutarlo come regista indipendente da influenze esterne. Meglio un Imperatore padre-padrone o un esercito di registi-Stormtrooper sotto condizionamento?   Ne riparliamo dopo Episodio IX.

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Articolo di Fabio Zanchetta
Progetto Fin de Siècle

 

NOSTALGHIA – Andrej Tarkovskij (1983)

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NOSTALGHIA – Andrej Tarkovskij (1983)

Nostalghia” – film di Andrej Tarkovskij girato fra le colline toscane – parla di un poeta sovietico che viene in Italia per ricostruire la storia di un musicista russo che nel ‘700 studiò al Conservatorio di Bologna (ispirato alla figura di Maksym Berezovsky, realmente esistito). Durante il suo soggiorno in Italia, il poeta ha difficoltà ad ambientarsi e non riesce a instaurare rapporti personali con la gente del posto. La profonda tristezza che lo pervade è la nostalgia per la sua casa, che lo spinge a isolarsi sempre di più. L’unica persona con cui trova qualche affinità è Domenico, un’altra figura solitaria ed emarginata, come lui in conflitto con la realtà.
Condivideranno entrambi un finale drammatico.

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NOSTALGHIA – (1983) La sequenza finale ambientata a San Galgano

Scrive Tarkovskij: “Debbo dire che, quando vidi per la prima volta tutto il materiale che era stato girato per il film, rimasi colpito dall’impressione di cupa disperazione che da esso promanava.”

Come dargli torto?
Il musicista settecentesco, tormentato dalla nostalgia per la sua terra, ritornò in patria e lì si suicidò.
Domenico, l’uomo che viene considerato il matto del paese, va a Roma e, dopo aver tenuto un comizio in Campidoglio a cavallo della statua equestre di Marco Aurelio, si cosparge di benzina si dà fuoco. “Sceglie un proprio destino di martirio, pur di non arrendersi al cinismo imperante. (…) Con l’esempio del proprio sacrificio, tenta di sbarrare all’umanità la strada lungo la quale essa, come se fosse impazzita, si è lanciata verso la propria rovina.”
Il poeta, invece, porta a compimento la volontà di Domenico (attraversare con una candela accesa la vasca termale di Santa Caterina a Bagno Vignoni), poi però muore d’infarto per lo sforzo o (come scrive Tarkovskij) “per la sua incapacità di superare la sua crisi spirituale, di ricostruire l’unità del tempo che, evidentemente, anche per lui è andato in pezzi…”.

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Il comizio di Domenico a Roma

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La morte di Domenico dopo il comizio.

In effetti tutti i protagonisti maschili di “Nostalghia” concludono la loro vita in modo drammatico. Riflettono in qualche modo lo stato d’animo del regista: “infinitamente affaticato dalla separazione coatta dalla mia famiglia, dall’assenza delle abituali condizioni di vita, dalle regole di produzione per me inconsuete e, infine, dalla lingua straniera.”

Riflettono anche la simpatia di Tarkovskij per i perdenti: “Mi sono sempre piaciute le persone che non riescono ad adattarsi alla realtà in senso pragmatico”.

 

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