PUNK in SIBERIA parte 4(5)

  1. UN REGALO PER I PIU’ DEBOLI

La fine del socialismo reale ha portato ai punk siberiano, come a tutti gli altri, una maggiore libertà di espressione e movimento, ma anche  disoccupazione, povertà, precarietà esistenziale e morte. Sì, morte, perchè la storia delle punk band siberiane continua anche dopo l’epoca comunista questo macabro leit motiv… i morti sul campo.

chernozem

Chernozem

Chernozem

Parliamo ad esempio dei Chernozem (Terra Nera) che nascono alla fine degli anni ’80 a Tyumen.

La loro musica è inizialmente un punk rock disperatamente scassato: i loro primi concerti si tengono in casa, ma gli spettatori scarseggiano: durante uno di questi ritrovi gli amici hanno così fretta di andarsene che addirittura uno si dimentica di mettersi le scarpe per uscire. Insomma un disastro. I primi demo della band sono, come dire, a scadenza, nel senso che vengono incisi su una bobina con un vecchio registratore. Non potendo trasferire le registrazioni su altro formato, il demo viene ascoltato un po’ di volte, poi quando la band ha pezzi nuovi li registra sopra quelli vecchi, perchè la bobina è una sola.

I Chernozem sono inizialmente Eugene Kokorin (chitarra, voce), Dimitri Kolokolov (basso, testi), e Vadim Zuev (batteria). Ma la Russia degli anni 90 è un posto pericoloso così Zuev muore nel 1994 a Mosca, in circostanze misteriose e altrettanto misteriosamente, nel 1997 Dimitri Kolokolov sparisce: il suo corpo decapitato viene rinvenuto sui binari della ferrovia nei pressi di Tyumen.

Nel 1994 I Chernozem conoscono Igor Gulyaev che entra nel gruppo come chitarrista; tuttavia, di lì a poco viene chiamato per il servizio militare; sono gli anni della prima Guerra Cecena, così Igor finisce al fronte. Là però, stranamente, non muore. Ad ucciderlo ci penserà, un attacco cardiaco al suo ritorno a casa, proprio una settimana prima della pubblicazione del primo album dei Chernozem che si intitola Podarok Dlya Samogo Slabogo (Regalo per i più deboli)

I pezzi dei Chernozem evocano in modo strano e cristallino la fragilità e la precarietà dell’esistenza di questi anni bui della storia della Russia, nei quali morire era così semplice.

Teplaya Trassa

Duecento chilometri a sud di Novosibirsk si trova la cittadina di Barnaul. Dopo la seconda guerra mondiale Barnaul diventa una grande città industriale: vi vengono impiantati stabilimenti mecca-nici, chimici, tessili, radiotecnici. La maggioranza delle imprese si orientano al comparto bellico. Durante la Guerra Fredda Barnaul è una città popolosa perchè centro nevralgico della produzione militare sovietica. Poi la guerra fredda finisce e di tutte quelle fabbriche di armi e attrezzature militari nessuno sa più che farsene, molte quindi vengono smantellate e Barunaul sprofonda nella crisi più nera. In questi anni di depressione si formano i Teplaya Trassa (pista calda), la prima punk band di Barnaul, che potremmo definire la provincia della provincia della siberia.

Orgasm of Nostradamus

Orgasm of Nostradamus

Orgazm Nostradamusa

La musica dei punk siberiani continua a trasudare astio, paranoia e disfatta anche nel nuovo secolo.  Tra i punk più genuinamente nichilisti della siberia post-comunista ci sono gli ОРГАЗМ НОСТРАДАМУСА, gli “Orgasmo di Nostradamus”, che definiscono il loro punk amorale e provengono da cittadina di Ulan-Ude,  situata nella parte meridionale della Siberia, a pochi chilometri dal confine con la Mongolia, famosa soltanto perché nella piazza principale ha sede la più grande testa in pietra di Lenin mai scolpita in Unione Sovietica.

Sui retroscena della vita della band, le leggende si sprecano: pare che i componenti del gruppo facciano parte di una specie di congrega di poeti reietti che si ritengono estranei alla società. I membri della congrega sono soliti ritrovarsi nei cimiteri o nei pressi di discariche di rifiuti, condurre un’esistenza parassitaria caratterizzata dagli eccessi alcoolici e allucinogeni ed esplorare derive psicopatologiche autoindotte per fustigare e mortificare la propria spiritualità.

Nel 1996 gli Orgazmus Nastradamusa compaiono su un’emittente televisiva siberiana. Durante l’esecuzione di un pezzo nello studio uno di loro si taglia le vene con una lametta e si accascia in un lago di sangue. Una classica performance del punk siberiano. Si è trattato di una farsa, ma la performance è così realistica che lascia tutti sgomenti.

Anche grazie a queste macabre trovate Tra la fine dei 90 e nei primi anni zero gli Orgazm Nostradamusa diventano una piccola celebrità underground della provincia russa, e lo resteranno fino al loro scioglimento, avvenuto nel 2003 in seguito alla morte di due componenti: Arkhip, il chitarrista, avvelenato da alcuni naziskin e il cantante Ugol, soffocato nel suo vomito dopo aver ingerito un mix di vodka e pillole (un suicidio, si pensa). La musica degli Orgazm Nostradamusa trasuda sociopatia da ogni nota ed è del tutto estranea a qualsiasi contenuto di carattere politico o sociale, risultando tanto repellente quanto affascinante…

Orgasm of Nostradamus

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Articolo di Stiopa & Sarta
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PUNK in SIBERIA parte 3(5)

  1. BARBAROSSA ROCK’N’ROLL

Il punk in Siberia negli anni ottanta non fu solo Egor Letov con i suoi Grazdanskaya Oborona, ma coinvolse molti altri personaggi e band, altrettanto interessanti ed originali. Per esempio…

Instruktciya Po Vyzhivaniy

Instruktciya Po Vyzhivaniy

Instruktciya Po Vyzhivaniy

Da Tyumen provengono gli Instruktciya Po Vyzhivaniy (Istruzioni per la Sopravvivenza). Il gruppo nasce nel 1985 con il supporto del locale Komsomol (l’organizzazione giovanile del Partito Comunista dell’Unione Sovietica) che aveva tra l’altro il compito di valutare i gruppi e i musicisti – diciamo – emergenti. Naturalmente, quando i funzionari del Komsomol si degnano di ascoltarne la musica, gli Instruktciya po Vyzhivaniy vengono decretati fuorilegge e i componenti della band spediti nell’esercito.

Il sound di questi punk intellettualoidi di Tyumen è un po’ più allegro di quello dei classici gruppi punk siberiani. Suonano come una specie di Buzzcocks in cirillico con la drum machine. I loro pezzi hanno titoli nichilisti piuttosto notevoli come “Pugnalato alla schiena” e “Siamo tutti alla fine” o “Sindrome afgana“, che ora ascoltiamo, e che racconta della guerra in Afganistan, il viet-nam sovietico…

Promyshlennaya Arkhitektura

Nato a Novosibirsk nel 1964, Dmitriy Alekseevich Selivanov è sicuramente il personaggio più misterioso ed incompreso della scena underground siberiana.

Inizia a suonare nella metà degli anni ’80 come chitarrista di una band folk-rock chimata Kalinov Most (che poi sarebbe diventata una delle più celebri e durature rock-band russe, ancora oggi in attività) che lascia quasi subito per dedicarsi al punk entrando in alcune band tra cui i Grazdanskaya Oborona di Egor Letov.

Promyshlennaya Arkhitektura

Promyshlennaya Arkhitektura

Nel 1988 Dimitri dà vita ad un suo personale progetto, i Promyshlennaya Arkhitektura (Architettura Industriale), nel quale suona la chitarra, compone e si occupa delle parti vocali. L’esordio discografico si intitola “Любовь и Технология” (Amore e Tecnologia): si tratta di un indiscusso capolavoro di post-punk siberiano. Grandi titoli come “Orgasmo industriale“, “Ospedale per bambini“, “Non c’é dio“, “Determinismo” e “Truppe di frontiera“. L’interpretazione vocale di Dmitry é sofferente e beffarda allo stesso tempo, nel solco della grande tradizione sibi-punk, i testi sono freddi e lineari come il taglio di un bisturi. Un anno dopo aver registrato il disco, il ventidue aprile del 1989, Dmitry si suicida impiccandosi con una sciarpa ad un tubo delle condutture dell’acqua. Le sue ultime parole sono state: “vado in fondo al corridoio a fare una cosa…”

Бомж

Qual è stato il primo gruppo punk siberiano ad esibirsi in pubblico? Pare siano stati i Бомж (Barbone) di Novosibirsk ad un festival di musica giovanile presso l’Università locale nell’ottobre del 1985. I Bomx erano nati l’anno prima e suonavano una specie di rock cupo e scassato,  caratterizzato dai vocalizzi stralunati e i testi fuori di melone del cantante Eugene “Dzhonik” Solovyov. La sua abitudine di utilizzare molti termini tedeschi nei testi, come Javol! O Kaputt! che ricordano i soldati nazisti nei film di guerra e i continui riferimenti al nazismo e alla seconda guerra mondiale rendevano i testi dei Bomx assolutamente sinistri e di certo invisi alla polizia sovietica.

L’esibizione dei Bomx al festival rock di Podolsk nel 1987 è ricordato come una delle cose più “disturbanti e sgradevoli” per la sensibilità da educande dei critici musicali dell’epoca. La band ha intrattenuto il pubblico con una mezz’ora di garage rock sferragliante e monotono, Dzhonik ha tenuto banco con movenze scimmiesche e dementi, e sangue finto che gli colava dalla bocca e dagli occhi. Il concerto si è aperto con “Barbarossa Rock’n’roll”, un pezzo che rievoca l’operazione Barbarossa  ovvero l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica durante la 2° guerra mondiale. Chi ha confidenza con la Russia, sa che in ogni angolo di quell’immenso paese in epoca sovietica è stato eretto almeno un monumento alla Grande Guerra Patriottica, come i russi chiamano la 2° guerra mondiale, perchè considerato un capitolo splendete e vittorioso della Russia comunista. Nel pezzo “Barbarossa Rock-‘n’roll” i Bomx sembrano dire: “Ehi sfigati! il punkrock sta arrivando in Unione Sovietica e  come una banda di nazisti violenterà le vostre orecchie! E questa volta non l’avrete vinta!”. Insomma, roba da fucilazione sul palco!

Putti

Putti

Putti

Se i Bomx furono i primi punk siberiani a suonare in pubblico, probabilmente i Putti di Novosibirsk  furono i secondi In effetti il loro esordio risale anch’esso al 1985, ad un festival rock ufficiale. Che i Putti fossero un gruppo assurdo pare chiaro dal fatto che per l’occasione si presentarono malamente truccati da Kiss.  Assurdo é anche l’album in cassetta pubblicato clandestinamente nel 1985, intitolato “Rezinovyy baobab”.

Un disco registrato con un mangiacassette, pieno di errori, rumori di fondo, tagli sbagliati e di risate beffarde del cantante Aleksandr Chirkin, che oggi, pluritatuato e cinquantenne, é ancora in attività sotto lo pseudonimo di Putti.

Putti

Putti

Nik rock’n’roll

Nik rock’n’roll ovvero Nikolai Kuntcevich nasce nel 1960 e trascorre la sua infanzia a Orenburg una città industriale, nel sud della Russia, sul confine con il Kazakistan.

Qui, a 16 anni Nikolai fonda la sua prima band  “i Masochisti” più dedita al teppismo e all’autodistruzione che alla musica. I “Masochisti” girano per le strade della città vestiti da punk (o almeno come credono che si vesta un punk), sono pieni di alcol e ciascuno di loro ha un temperino arrugginito in tasca. Danno fuoco a quello che capita, rompono vetri, fanno a botte. Una quotidianità alla deriva, erosa dalla noia siberiana. I “Masochisti” non durarono molto, uno dei componenti viene arrestato, un altro si suicida.

Nikolai  litiga con i suoi genitori e si trasferisce a Chelyabinsk in Siberia per studiare letteratura, ma la sua vita da studente non dura molto… il punk è la sua passione.

Ovunque vada, risse scandali, polizia e altri problemi. Il comportamento di Nick è sempre oltre il limite: subisce accuse di ogni genere: teppismo, nazionalismo, fascismo. Entra ed esce da ospedali psichiatrici e celle delle prigioni sovietiche. Al festival di Podolsk nel 1987, Nick si esibisce con la sua band e si taglia le vene sul palco: è da lì che la gente inizia a definirlo l’Iggy Pop sovietico.

Dopo la caduta del comunismo, approda a Vladivostok nell’estremo est dove fonda la band Koda e conquista una certa notorietà con il disco “Uomini in ritardo”. Il pezzo d’apertura scritto molti anni prima  è un classico del rock anti-sovietico e s’intitola “Veselis’, Starukha” (“Gioisci vecchia“).

Ancora oggi, quasi sessant’enne, Nikolai dedica la sua vita al punk rock, portando avanti, tra un sorso di vodka e l’altro, mille iniziative legate alla musica che ha sempre amato.

Nik rock’n’roll

Nik rock’n’roll

Pishchevyye otkhody

Dei Pishchevyye otkhody (i rifiuti alimentari)  di Novosibirsk si sa poco. Registrarono un po’ di cassette tra la fine degli anni 80 e l’inizio diei 90 in condizioni molto precarie come si er soliti fare all’epoca. I loro pezzi suonano un po’ più educati rispetto alla media, questo forse denota una certa passione per la musica rock occidentale. Detto questo ascoltiamo la Sud’ba idiota (il destino dell’idiota).

Spinki Menta

Spinki Menta è una band un po’ goliardica formata Dimitri Kuzmin(voc,guitar), Ronik Vachidov(bass) and Andrej Budanov (drums) che ha animato la scena punk di Novosibirsk negli anni ’80. Il loro primo nastro registrato con l’aiuto di Egor Letov nel 1987 si intitola “l’erezione del luogotenente Kireyeva”.

Tsentral’nyy gastronom

I Tsentral’nyy gastronom nascono nel 1985 quando due compagni di scuola Igor Yemelyanov e Vladimir Medvedev decidono di metter su un progetto musicale nella cucina della komunalka in cui abitano. Visto che sono un gruppo da cucina decidono di chiamarsi “gastronomia centrale”. Si definiscono il più famoso dei gruppi sconosciuti di Tyumen e – strano ma vero esistono ancora oggi.

Missiya: Antitsiklon

In Siberia c’erano i Gulag, cioè i campi di lavoro di Stalin e i sovietici ci mandavano i dissidenti politici e tutte le persone scomode in generale. Erano ovviamente luoghi terribili, edificati in posti ancora più terribili. Molte attuali città della Siberia si sono sviluppate proprio a partire dai gulag. Per esempio Magadan, un porto dell’estremo e desolato est russo, che sorge sul mare di Okotshk. La città è infatti nata come campo di prigionia nel 1930, in piena epoca staliniana.

Magadan è tutt’oggi una città spaventosamente isolata. Il grande centro abittato più vicino a Magadan è Jakutsk, ma dista circa 2.000 km di strade al limite dell’effettiva percorribilità. A proposito: la Strada statale P504 che collega le due città, costruita tra gli anni 30 e 40 dai deportati, è nota anche come strada delle ossa. Secondo alcune leggende la strada è stata asfaltata con una mistura di terra, ghiaia e ossa dei prigionieri morti di freddo, di fatica e di stenti durante la cosrtuzione.

A Magadan, che tutt’oggi è una città povera con una popolazione in forte calo, a metà degli anni 80 si è formata una delle più originali rock band russe, i Missiya: Antitsiklon. Non una punk band, se non nell’aspetto e nell’attitudine, ma una straordinaria band new-wave che registrò un paio di dischi per poi sciogliersi nei duri anni ’90 quando la crisi post-comunista trasformò tutto l’estremo oriente russo in un posto ancora più ostile in cui vivere.

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Articolo di Stiopa & Sarta
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PUNK in SIBERIA parte 2(5)

Grazhdanskaya oborona - Egor Letov

Grazhdanskaya oborona – Egor Letov

  1. SIAMO GHIACCIO SOTTO I PIEDI DEL MAGGIORE

Alcune caratteristiche del punk siberiano? Innanzitutto, un inconfondibile suono di chitarra ultra-fuzz, con un feedback spaventoso dovuto al fatto che la maggior parte degli amplificatori e degli effetti sono costruiti artigianalmente, autoprodotti con pezzi di vecchi radio dismesse. Stesso discorso vale per la qualità delle registrazioni: essendo registrati in segreto nonché in situazioni di fortuna, gli album delle band sibi-punk non suonano esattamente come vorrebbero le vostre orecchie! Inoltre, il cantato è sempre ad un volume molto più alto del resto, per permettere di comprendere bene i testi. In effetti i testi hanno un ruolo fondamentale: sono le invettive anti-governative a determinare il successo dei Grazhdanskaya Oborona:

Grazhdanskaya oborona

Grazhdanskaya oborona

I Cambiamenti del tempo

Una sporca vergogna ha cullato la mia ira / un fischio pieno di odio ha distrutto i miei nervi / loro ti hanno comprato con un boccone appetitoso / e noi siamo stati sepolti sotto sabbia bagnata.

Ho visto perline e gemme colorate macinate nell’asfalto

Non potrò mai credere nei cambiamenti del tempo.

L’osso ti si è fermato in gola / loro ti fottono per livellare tutti quanti / come tutti finirai per stimare i tuoi capi / e ti laverai le mani prima dei pasti

Ho visto il sangue sulla guancia che hai permesso loro di sfregiare

Non potrò mai credere nei cambiamenti del tempo.

Il numero dell’autobus é sbagliato / fanculo alle previsioni del tempo / “Serrare le fila!” / “Difendere l’Afghanistan!”

Io strappo via il simbolo della pace dal mio petto e rido di voi

Non potrò mai credere nei cambiamenti del tempo.

Non potrò mai credere nei cambiamenti del tempo.

Grazhdanskaya Oborona

Grazhdanskaya Oborona

Altra caratteristica del sibi-punk è la prolificità delle band. Il carattere clandestino della circolazione dei dischi, la difficoltà nel suonare dal vivo, l’assenza totale di supporti pubblicitari, di stampa specializzata e di passaggi radiofonici, impone alle band di produrre montagne di materiale registrato, unica testimonianza della propria esistenza, ed unico modo di comunicare con il proprio pubblico. Basti pensare che, tra il 1987 e il 1989, i Grazhdanskaya Oborona pubblicano ben dieci album! Naturalmente per album s’intendono cassette duplicate in casa. Nessun disco di sibi-punk – prima ella fine del regime comunista – viene dato alle stampe ufficialmente: le cassette circolano come “magnizidat” (una versione audio del samizdat), cioè nastri clandestini che passano di mano in mano, spesso copie di copie di copie, senza copertina né titoli. Non si deve tuttavia pensare che gli album dei GROB siano restati ad appannaggio di una ristretta cerchia di fan: i Grazhdanskaya Oborona divennero vere e proprie celebrità in tutta la Russia.

Grazhdanskaya Oborona

Grazhdanskaya Oborona

Ghiaccio sotto gli stivali del maggiore

Non sappiamo che cosa sia il dolore

Non sappiamo cosa sia la morte

Non sappiamo che cosa significhi la paura

di stare in piedi da soli tra due mura tarlate

 

il maggiore vorrebbe soffocarci uno ad uno

Arriva facendo risuonare gli stivali – ma cade, perchè la strada è coperta di ghiaccio

E noi siamo il ghiaccio sotto i piedi del maggiore

 

Ridiamo con facilità, abbiamo occhi vivi

Siamo indifesi e amiamo così tanto la vita

Stiamo insieme, perchè è sempre stato così

Siamo gli ultimi che ricordano ciò che è la luce

 

E ora non abbiamo niente e stiamo morendo

E tutto quello che possiamo fare ora è di essere ghiaccio

ghiaccio sotto i piedi del maggiore

 

Quando siamo insieme, smetto di morire

Loro hanno le mani aperte e le parole colorate

Con loro fumo l’erba e non me ne frega niente di niente

ma il maggiore sta arrivando e ci ucciderà tutti

 

Fino a quando non creperemo – il terreno sarà coperto di ghiaccio arrabbiato

E il maggiore scivolerà perchè noi siamo il ghiaccio sotto i piedi del maggiore

 

 

  1. IL TEMPO DELLE PICCOLE CAMPANE

Nel 1987 Egor Letov incontra una ragazza di Novosibirsk che suona la chitarra e scrive canzoni che assomigliano alle sue. Il suo nome è Yana Stanislavovna Dyagileva, detta Yanka.

Yanka nel 1987 ha 21 anni e si innamora di Egor Letov. Un giorno Yanka accompagna Letov al controllo psichiatrico a cui il musicista si deve sottoporre periodicamente, a seguito del suo ricovero in manicomio di qualche tempo prima. Questa volta, Letov è sospettoso che possano decidere di rinchiuderlo di nuovo. Al termine della visita il medico lascia lo studio per andare a recuperare dei documenti ed  Egor ne approfitta: si alza, lancia uno sguardo a Yanka e i due imboccano di corsa l’uscita dell’ambulatorio. Inizia così la tormentata storia d’amore tra Yanka Dyagileva e Egor Letov, una relazione che sarà sì sentimentale, ma anche artistica. Nell’estate dell’87 i due vivono in clandestinità, conducono un’esistenza nomade, rubano cibo dai mercati e dormono dove capita: scantinati, auto abbandonate, carrozze dei treni…

YANKA

Yanka

Letov è incantato dal talento poetico di Yanka, la sprona a suonare, registrare materiale, a partecipare agli album dei Grazhdanskaya Oborona; per lei mette insieme una band, i Velikie Oktyabr (i grandi ottobri) con la quale Yanka incide il bellissimo album  “Declassirovannim elementam” nel 1988. Letov però, con il suo entusiasmo titanico e le sue cure ossessive, anziché infondere ispirazione e fiducia in Yanka finisce per adombrarla. Letov è una personalità dispotica, e la sua inesauribile produttività artistica lo rende un personaggio ingombrante. Il rapporto tra i due presto si fa duro, conflittuale, malato. In questi mesi, Yanka scivola nella depressione.

Trova conforto nell’amicizia con un cantautore di Cherepovets, Aleksander Bashlachov, uno dei poeti e dei musicisti più promettenti dell’undergorund russo, che dopo anni di concerti clandestini in casa di amici, è ormai avviato al riconoscimento ufficiale da parte del mondo discografico sovietico.

Aleksandr Bashlachev

Aleksandr Bashlachev

Le canzoni di Aleksandr Bashlachev raccontano la decadenza della Russia sovietica e della sua gioventù priva di prospettive. “Fuori Stagione” è una delle sue prime composizioni:

Toppa dopo toppa, i jeans sono diventati bianchi. I nostri modesti stipendi sono appena sufficienti per pagare gli aborti clandestini. Siamo fuori stagione. E questo è tutto ciò che abbiamo: un sogno letargico, umiliante come la vecchiaia. Cinque copechi per un cent. Mi sento inerme, e questo è più che essere stanchi...”.

Il Tempo delle Piccole Campane” è uno dei suoi pezzi più noti, diventerà una specie di inno per il rock sovietico:

Per secoli mastichiamo le maledizioni e le preghiere, per secoli viviamo con gli occhi strappati. Ciò che abbiamo costruito, ora è coperto dalle bufere. Abbiamo bevuto vodka per una settimana e abbiamo avuto il malditesta per un anno. Abbiamo maledetto la nostra pelle e cucito i bottoni sulle nostre costole“.

Sasha è circondato da amici fedeli che cercano di aiutarlo in tanti modi, sostenendolo nelle difficoltà di una vita nomade e segnata dalle ristrettezze economiche. Ad un certo punto alcuni di loro fanno anche una colletta per pagargli la sistemazione della sua dentatura disastrata (effetto tipico dell’alimentazione carente di vitamine dei russi del nord), ma lui quei soldi li spende per acquistare marjuana, di cui è diventato nel frattempo frenetico consumatore (cosa molto pericolosa nell’Unione Sovietica di quei tempi).

Sebbene conduca anch’egli una vita precaria, Sasha Bashlachov è un tipo molto diverso da Egor Letov: è fragile, introverso, incostante, solitario… Per Yanka la musica e la poesia delle canzoni di Bashlachov sono di ispirazione e conforto. Dopo averlo visto suonare e avergli parlato, Yanka ne esce animata da un profondo ottimismo e da un’ondata di creatività. Nello stesso anno in cui incontra Yanka Dyagileva, però Sasha Bashlachov conosce anche una studentessa di teatro di nome Nastya, con la quale va a vivere a Mosca, senza un soldo e senza una casa. La vita nella capitale è dura: i due vengono ospitati a turno da amici e conoscenti, ma la precarietà in cui vivono mina il loro rapporto, che ha un tracollo quando Nastya scopre di aspettare un figlio. Pochi giorni prima di diventare padre e pochi minuti prima che un dirigente della casa discografica di stato alzasse il telefono per proporgli un contratto che lo avrebbe finalmente riconosciuto e consacrato alla celebrità, Sasha Bashlachov si uccide gettandosi dalla finestra.

Yanka

Yanka

Per Yanka è un colpo tremendo. Il suicidio di Bashlachov la spoglia di tutto l’entusiasmo e l’ispirazione che lui stesso le aveva donato. Ripiomba nella depressione, come testimoniano le poche canzoni che compone in questi mesi, che sono sempre più cupe, sempre più criptiche. Ad un certo punto abbandona tutto e torna a vivere con il padre, in una casa nella campagna intorno a Novosibirsk.

Il 9 maggio del 1991 Yanka Dyagileva esce di casa diretta verso la foresta e scompare. Il suo cadavere viene trovato otto giorni dopo da un pescatore: è sulla riva del fiume, a 40 km. di distanza dalla casa di Yanka. La causa della morte non verrà mai accertata: Letov sosterrà sempre ed animatamente la tesi dell’assassinio politico, alla cui origine starebbe la fama di Yanka di artista scomoda e contro l’establishment sovietico, ma il resto delle persone a lei vicine non ha dubbi: si tratta di un suicidio.

Le canzoni di Yanka Dyagileva sono espressione di un’angoscia e di una inquietudine che hanno radici lontane nella cultura russa. Alina Simone, una cantante americana che ha pubblicato un disco nel quale reinterpreta alcuni brani di Yanka, definisce le sue canzoni “grovigli ironici di slogan comunisti, fiabe russe, inni dell’esercito sovietico e immagini apocalittiche di una nazione che sbiadisce”.

Grazhdanskaya oborona

Grazhdanskaya oborona

Letov morirà 17 anni dopo Yanka Dyagileva, a 43 anni, per un attacco di cuore.  In quei 17 anni, che si aprono con il crollo del regime sovietico, la fama di Letov e della sua band crescono enormemente: nella Russia post-sovietica Letov può finalmente suonare e registrare la sua musica  liberamente e negli anni ‘90 tiene concerti in ogni angolo del paese. Negli anni zero i Grazhdanskaya Oborona pubblicano dischi che, sebbene distanti dal punk rabbioso e pauperistico degli anni sovietici, risultano ugualmente affascinanti e geniali.

Grazhdanskaya oborona

Grazhdanskaya oborona

Dopo il crollo del regime comunista, molti personaggi coinvolti nella scena punk siberiana prendono strade disparate, alcune piuttosto discutibili dal punto di vista politico: ma il mondo intorno è cambiato dal giorno alla notte e molto di quello che rende uniche ed eroiche queste band è venuto meno.

Il personaggio di Egor Letov non smetterà di far discutere e dividere le persone nel paese, perchè negli anni di Eltsin è tra i fondatori, a fianco dello scrittore Eduard Limonov e del filosofo Aleksandr  Dugin, del partito Nazonal-Bolscevico, un movimento ancora oggi fuorilegge in Russia, caratterizzato da posizioni nazionaliste, anti-cosmopolite, che noi non faremmo fatica a definire di estrema destra, sennonché le nostre categorie politiche ed ideologiche mal si adattano ad etichettare ciò che accadde in quell’epoca confusa, negli anni del capitalismo vandalico di Eltsin, del caos sociale e politico che seguì alla dissoluzione dell’impero.

Articolo di Stiopa & Sarta
Kalashnikov collective

PUNK in SIBERIA parte 1(5)

RUSSIA - SIBERIA

RUSSIA – SIBERIA

Siberia. Che cosa evoca nella nostra immaginazione? Spazi sterminati, natura incontaminata, freddo, neve, esilio, deportazioni, campi di prigionia e… gruppi punk! Sì, perchè In Siberia, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 si è sviluppata un’originalissima scena punk, a totale insaputa del resto del mondo.  Città come Omsk, Novosibirsk, Tyumen, Barnaul… alla maggior parte delle persone non dicono niente, ma alcune superano il milione di abitanti. Sono brutte metropoli industriali in mezzo al nulla dove la popolazione vive in condizioni climatiche estreme. Se ad un simile contesto di grigiore ed isolamento aggiungete l’assenza di libertà tipica della vita ai tempi del socialismo reale avrete un quadro – per quanto agghiacciante – piuttosto realistico di che cosa significasse vivere in Siberia negli anni ’80. Ma facciamo qualche passo indietro, per capire come il punk ci sia potuto arrivare fino in Siberia…

Egor Letov

Egor Letov

  1. ANARCHY IN U.S.S.R.

Quando di sottocultura punk se ne inizia a parlare, per i media dell’Unione Sovietica è una moda abietta, simbolo della decadenza culturale e morale dell’occidente capitalista. La stampa di regime definisce i punk fascisti, violenti, reazionari. D’altronde, la svastica che Johnny Rotten sfoggia al braccio – dicono i sagaci commentatori sovietici – parla da sé.

Feddy Lavrov alla fine degli anni ’70 è un adolescente di Leningrado (l’odierna San Pietroburgo), la capitale più occidentale e vivace della Russia sovietica. E’ lì che il punk in Russia muove i primi passi. Feddy, che oggi è un brillante cinquantenne che lavora nel campo dell’arte, ci ha raccontato il suo incontro con il punk: “La prima volta in assoluto, ne ho sentito parlare come di una “nuova moda” nel 1977, in un numero della rivista satirica sovietica chiamata “Krokodil” (divertente il titolo di questa rivista se si pensa che alcuni decenni dopo krokodil sarebbe diventato il nome di una droga terribile e tristemente nota qui in Russia…). Comunque sia, in quella rivista il punk non veniva nemmeno scritto “punk”:  il suo nome era traslitterato in russo, quindi era scritto pank con la a! Stesso discorso per i nomi dei gruppi come Stranglers (che diventavano gli strangolatori), i Dead Boys (i ragazzi morti) e i Damned (i dannati), definiti dall’autore dell’articolo come “band jazz che hanno inventato un nuovo stile e si esibiscono sul palco con tagli di carne fresca appesa al collo”. Cooosa? Che potevamo pensare di questo nuovo genere di musica? BoH! Non ne capivamo niente. Considerate che a quell’epoca il governo aveva paura della musica rock in generale, figuriamoci di questo genere così strano e nuovo di zecca….

Ai tempi dell’URSS suonare rock in pubblico e far circolare senza permesso le registrazioni della propria band, è un reato. Se poi si tratta di dischi occidentali, le pene si fanno decisamente più severe. Perchè il mercato discografico in Unione Sovietica è gestito da un’unica casa di produzione di Stato, la Melodya, che decide ciò che la popolazione può e non può ascoltare.  E il punk non lo può assolutamente ascoltare.

La televisione ad un certo punto – continua Feddyci ha fatto vedere dei “veri punk” per le strade di Londra. Lo scopo era quello di mostrarne lo squallore, la volgarità, affinché la brave famiglie sovietiche esclamassero: dio che orrore questi punk!” e gli adolescenti come me, ne restassero terrorizzati per tutta la vita… o cose del genere, ma insomma… la tv di stato spesso commetteva queste ingenuità tutte sovietiche. Così il risultato di quella visione fu che qualcosa si accese dentro di me.  Avevo 13 anni e corsi da mia madre urlando: “Ehi, mamma! D’ora in poi sono un punk!”. Lei non capì, ma fu così intelligente da intuire che fosse qualcosa che avesse a che fare con la musica. Mi comprò quindi una batteria ed altre attrezzature per suonare. Sono stato davvero fortunato! Ma che cosa potevamo fare come gruppo punk in Unione Sovietica alla fine degli anni ’70? Beh, suonare chiusi in casa. I concerti dal vivo non erano ammessi senza autorizzazione ed ogni infrazione in questo senso era perseguita. Anche la registrazione casalinga era illegale, ma sono riuscito ugualmente  a mettere insieme un studio artigianale e così ho subito iniziato a registrare le prove del mio gruppo, gli Otdel Samoiskoreneniâ – il dipartimento dell’autosradicamento”.

Otdel Samoskoirrenenia

Otdel Samoskoirrenenia

L’arte di arrangiarsi è decisiva per le prime punk band russe. Strumenti e amplificatori sono sostanzialmente irreperibili in Urss, e se lo sono costano svariati mesi di stipendio: “Tutto quello che avevo – dice Feddy – era un registratore monofonico con nastri da 6mm e una serie di piccoli mixer a 3 canali messi in linea in modo da poter collegarci tutti gli strumenti e i microfoni. Non avevamo ampli e nemmeno effetti per le chitarre. Anche queste ultime erano realizzate artigianalmente: per quanto mi riguarda ho costruito due bassi e tre chitarre! Tutti erano autentici pezzi di art-brut! Fuori, intanto, la polizia era ovunque, prelevava punk e hippie direttamente dalla strada e ne collezionava le foto segnaletiche…”.

C’è da dire che l’amico Feddy, precoce punk dell’Urss, vive a Leningrado, a due passi dall’Europa, in una delle città più culturalmente vivaci dell’impero, e di certo orientata verso le mode occidentali. Nella capitale, a Mosca, il punk, nei primi anni 80, non ha grossa diffusione tra gli appassionati di musica rock, rimanendo avvolto da un alone di leggenda, ma anche di diffidenza.

Artemy Troisky, il grande divulgatore del rock russo degli anni ’80, ci spiega un po’ il perché di questa diffidenza nei confronti del punk anche da parte dei rocker sovietici: “Ci sono fondati motivi per cui il punk e la new-wave (al contrario per esempio del rock progressivo) impiegarono tanto tempo per sfondare in Urss. La  ragione principale è psicologica: essendo sempre stati ridotti al rango di cugini poveri della cultura “vera”, i nostri rockers erano portati alla ricerca di un certo “prestigio”, e intendo con ciò arrangiamenti musicali complicati, virtuosismo tecnico, testi poetici e abiti eleganti. Il pathos anarchico, la sciatteria e l’approccio amatoriale nella musica rock, così popolari in occidente dal 77 in poi, erano estranei ai nostri musicisti. Mentre per Johnny Rotten poteva essere un segno di affermazione essere chiamato punk, reietto, brigante e pezzente dalle generazioni più anziane, i nostri rocker erano stati indicati con appellativi del genere per anni, senza motivo, e volevano sbarazzarsi di questa fama […].Erano come bambini desiderosi di approvazione da parte dei propri genitori…”.

Otdel Samoskoirrenenia

Otdel Samoskoirrenenia

Malgrado questo disinteresse, ed anzi questa ostilità dei rockettari russi per il punk, qualcuno che va fuori di testa per questo stile, oltre a Feddy Lavrov, c’è e si chiama Andrei Panov, che la leggenda vuole essere il primo vero punk-rocker di Leningrado.

Folgorato dalla notizia che da qualche parte in occidente è esistito un gruppo irriverente chiamato Sex Pistols, il diciannovenne Andrev – detto il Suino – decide, nell’estate del 1979, di mettere in piedi una rock band il cui nome sarebbe stato la traduzione, più o meno fedele, di Pistole del Sesso. Purtroppo, forse per incomprensioni linguistiche, non trova nome migliore di Avtomaticheskiye Udovletvoriteli  “I soddisfatori automatici”. Come nel caso di Feddy Lavrov e dei suoi Otdel Samoiskoreneniâ fino alla fine degli anni 80 i Soddisfatori Automatici furono un gruppo fantasma, un nome negli elenchi della polizia segreta più che una vera e propria realtà musicale. I componenti della band, come da tradizione punk, avevano altisonanti nomignoli offensivi: Andrev era appunto “il Suino”, poi c’erano “Pinochet”, “Il Fruscìo” e “Rabbioso”. Le loro canzoni avevano nomi stupidi e sciatti come “Nonsenso”, “Risata”, “Cagna” e “Ubriachezza”. Panov era un personaggio irriverente, un Johnny Rotten comunista, per il quale il punk non aveva nulla di politico, ma era solo provocazione estetica e rifiuto della tradizione musicale russa.

Avtomaticheskiye Udovletvoriteli

Avtomaticheskiye Udovletvoriteli

  1. TUTTO STA ANDANDO SECONDO I PIANI

Suino e Feddy a parte, il punk-rock, nelle capitali della Russia sovietica alla fine degli anni ’70, non prende piede: praticato da quattro gatti e principalmente per imitazione di una moda occidentale, resta un genere esotico, drasticamente underground.

Il punk vero, quello che non è una posa né una forma di emulazione, ma una questione esistenziale e politica – e quindi una cosa molto pericolosa in Unione Sovietica – diventa affare dei provinciali. E quindi dei Siberiani.
Cos’è la Siberia? Tutto il resto della Russia, dagli Urali verso est! Terra di miniere, tetri kombinat industriali e campi di prigionia. In siberia si vive di merda e lontani da tutto. La vodka è il principale conforto dell’uomo sovietico, ma anche il primo chiodo della sua bara. E in Siberia non c’è molto altro da fare che bere vodka. E nelle cucine, dove si scolano fiasche di torcibudella artigianale, si discute, si litiga o si fa filosofia da ubriaconi; al riparo delle mura domestiche si coltiva un’insofferenza amara, un odio stanco ormai masticato e rimasticato per il partito, per i governanti, per la vita.
Un economista del tempo – uno di quei tizi che si arrovellavano per capire perché un diavolo di niente funzionasse nel sistema del socialismo reale – ci descrive l’aria che si respirava nella provincia dell’impero sovietico alla metà degli anni ’80, qualche tempo prima della sua rovinosa caduta:

L’apatia, l’indifferenza, il furto, la mancanza di rispetto per il lavoro onesto sono diventati fenomeni di massa e al tempo stesso vi è un odio aggressivo verso chi guadagna molto, anche se guadagna onestamente. Sono apparsi i segni di una degradazione quasi fisica in una parte significativa del popolo sul terreno dell’alcolismo e dell’ozio. Infine vi è una mancanza di fiducia verso gli scopi proclamati e i disegni volti ad affermare che è possibile un’organizzazione della vita economica e sociale più razionale”.

Egor Letov

Egor Letov

Se c’è qualcuno che è stato capace di trasformare in poesia questa negatività, questo malessere esistenziale caratteristico dell’ultimo decennio di socialismo reale in Russia, questo qualcuno si chiama Igor’ Fëdorovič Letov.

Egor Letov, non fu soltanto il personaggio chiave della scena punk siberiana, ma un vero e proprio eroe per tutti i giovani dissidenti della Russia sovietica. Il nome di Letov e dei suoi Grazhdanskaya Oborona (Difesa Civile) lo si trova scarabocchiato ovunque nelle città russe di quegli anni.

Letov nasce nel 1964 ad Omsk, in Siberia, e si appassiona fin da piccolo alla musica grazie al fratello maggiore Sergei, che diventerà un rinomato sassofonista jazz negli anni a venire. All’inizio degli ’80 Egor effettua le sue prime registrazioni amatoriali in casa: canta, suona la chitarra e, come percussione, usa una valigia vuota.

Grazhdanskaya Oborona

Grazhdanskaya Oborona

Forma i Grazhdanskaya Oborona nel 1984, con l’aiuto dell’amico Konstantin Ryabinov al basso. La prime registrazioni dei Grob – abbreviazione di Grazhdanskaya Oborona ma anche “bara” in russo – risalgono al 1985. Qualcuna di queste cassette malamente registrate passa di mano in mano tra amici e conoscenti fino a cadere in quelle sbagliate: il KGB di Omsk diventa subito fans della band e dimostra il suo apprezzamento spedendo Letov in un ospedale psichiatrico e Ryabinov nell’esercito. Qualche mese dopo Letov esce dal manicomio (nel quale è stato sottoposto ad una “cura“ a base di psicofarmaci che gli ha causato danni permanenti alla vista); nel frattempo, ha maturato un odio viscerale per il regime sovietico e decide di dedicarsi anima e corpo alla band; per tutta la seconda metà degli anni ’80 sarà un fiume in piena: comporrà centinaia di canzoni, spesso suonandole e registrandole da solo con l’aiuto di strumenti di fortuna.

I testi dei pezzi dei Grazhdanskaya Oborona sono poetici, allucinati, visionari, venati di un profondo senso di sconfitta, di nichilismo, ma anche di odio, disprezzo e derisione del sistema sovietico. Le attenzioni del KGB nei confronti di Letov non si allentarono mai, ma lui non si fece intimidire e non conobbe tregua.  Nel 1988 ad esempio, tallonato dalla polizia, riesce a tornare in gran segreto a Omsk, per incidere tre album in tre giorni. In un giorno registra la batteria, il successivo il basso e la chitarra, quello dopo voce e assoli (contemporaneamente!). Poi se la dà a gambe e fa perdere le proprie tracce. Uno di questi tre album si intitola Vsë idët po planu (Tutto sta andando secondo i piani):

La chiave per i nostri confini è stata spezzata in due

Nostro Padre Lenin è rinsecchito

E’ ricoperto di una patina di muffa e miele selvatico

La Perestroika è in corso, tutto sta andando secondo i piani.

Il fango si è trasformato in ghiaccio, tutto sta andando secondo i piani.

Il mio destino chiede un po’ di riposo.

Ho promesso che non parteciperò al gioco della guerra.

Ma il mio berretto è un berretto da militare e sopra c’è un martello e una falce e una stella

Come faccio? C’è un martello, una falce e una stella.

Si agita il fuoco delle più fulgide attese, tutto sta andando secondo i piani.

Solo nostro nonno Lenin era un buon leader

Tutti gli altri sono merda.

Tutti gli altri sono nemici e stronzi maledetti

Sulla nostra patria, sulle terra dei nostri padri, sta scendendo una folle neve.

Ho comprato una copia della rivista “Corea” anche loro hanno il meglio

Hanno il compagno Kim Il-sung, stanno bene come stiamo noi.

Sono sicuro, è così, tutto sta andando secondo i piani.

Beh, quando arriveremo al comunismo tutto sarà fottutamente grande.

Ci si arriverà presto, non ci resta che aspettare.

Tutto sarà libero allora, tutto sarà ad un livello superiore.

Probabilmente non avremo più paura di morire.

Mi sono svegliato all’improvviso nel cuore della notte e ho tirato un respiro di sollievo,

mi sono reso conto che tutto sta andando secondo i piani.

>> Continua >>

Articolo di Stiopa & Sarta
Kalashnikov collective

SOLCHI SPERIMENTALI ITALIA. 50 anni di italiche musiche altre. – Antonello Cresti

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Solchi sperimentali Italia. 50 anni di italiche musiche altre.” di Antonello Cresti è un’accurata ricerca sulle realtà musicali italiane inconsuete dagli anni ’60 ai giorni nostri. Nomi di illustri sperimentatori si alternano a misconosciuti musicisti dal talento straordinario. Il passato musicale italiano incontra il presente senza una stucchevole necessità cronologica. Progressive, industrial, ambient, rock, neo classica, elettronica,… qualunque genere è raccolto in questo prezioso libro che dischiude al lettore un mondo spesso sconosciuto e troppo sottovalutato: la musica italiana.

Claudio Rocchi

Claudio Rocchi

La qualità e la quantità degli artisti analizzati e citati stupisce. Le tante interviste ne approfondiscono i progetti morti o tutt’ora attuali. Fra i numerosi musicisti presi in esame ecco alcuni nomi scelti a caso:  Atrax Morgue (uno dei più nichilisti autori di musica disturbante, morto suicida nel 2007),

(curioso mix fra folk e musica death metal in dialetto siciliano), Gianluca Becuzzi (il prolifico sperimentatore il cui nome è legato ai Limbo e a una stagione dei Pankow. Tutt’ora attivo anche come Kinetix), Lino Capra Vaccina (musicista a 360° il cui ultimo album “Arcaico Armonico” è del 2015), Faust’O (personaggio fondamentale della new wave italiana negli anni 80), Michele Fedrigotti e Danilo Lorenzini (raffinati pianisti e compositori prodotti da Franco Battiato), Living Music (una sorta di comune musicale da cui transitarono numerosi talenti musicali), Larsen Lombriki (le cui bizzarre performance alternavano genialità e demenzialità), Officine Schwartz (fra le prime band italiane che abbinarono la musica Industrial e l’arte performativa nei loro spettacoli dal vivo), Claudio Rocchi (scomparso nel 2013 e omaggiato dal tour “Solchi sperimentali Italia”), Massimo e Giancarlo Toniutti (le cui ricerche musicali si basano su stratificazioni di suoni), Gianni Maroccolo (storico membro dei Litfiba e CSI, ma di cui spesso si ignorano i progetti solisti e le collaborazioni), lo scapestrato pittore e regista Mario Schifano (il cui album “Le stelle” viene ideologicamente preso come capostipite della musica sperimentale italiana).

Solchi sperimentali Italia.” in poco più di un anno si è trasformato in un progetto multimediale grazie all’inaspettato successo e all’intelligenza di Cresti che ha promosso il libro tramite un estenuante tour per l’Italia. Ogni data era accompagnata dall’esibizione di uno o più musicisti menzionati nel libro.

Solchi sperimentali Italia.” è ora anche un canale youtube che fotografa lo stato delle italiche musiche “altre” come ama definirle Cresti.  E’ anche un’etichetta discografica, una web radio e una collana editoriale, ma soprattutto diventerà un DVD che conterrà video, interviste e materiali esclusivi di circa 200 artisti italiani. Non un mero documentario ma un vero e proprio film visionario e surreale diretto dal regista Francesco Paladino.

Qui il canale youtube di Solchi Sperimentali Italia.

Qui la pagina Facebook di Solchi Sperimentali Italia.

Qui il progetto Solchi Sperimentali Italia – il film.

Le putte di VIVALDI

FABIO BIONDI - IL DIARIO DI CHIARA

Nel Settecento, a Venezia, dilagava la prostituzione.
I figli illegittimi e i neonati indesiderati venivano abbandonati davanti alle porte degli ospedali. Questi istituti, fin dal Sedicesimo secolo, si occupavano di crescere gli orfanelli con “l’alto e nobile obiettivo di farne esseri utili alla società con scopi pratici o artistici”.
Questo scrive Fabio Biondi – il famoso direttore dell’orchestra barocca “Europa Galante” – nella presentazione del “Diario di Chiara”.

Chiara (anche conosciuta come Chiaretta e poi come Chiara del Violin), lasciata nel 1718 all’età di due mesi sulle scale del pio istituto della Pietà di Venezia, divenne una brillante violinista. Brillante come tutte le altre “putte della Pietà”: orfanelle famose in tutta Europa per la loro voce e il loro talento di strumentiste (figlie di coro, venivano chiamate).
Per tenerle lontane dalle tentazioni e dai comportamenti impudichi, venivano segregate nell’istituto come monache di clausura. Le uniche persone fuori della Pietà con cui potevano avere contatti erano gli insegnanti di musica, che le istruivano con grande dedizione.
Gli ospedali erano diventati veri e propri conservatori. I loro maestri erano i migliori e più famosi compositori veneziani del tempo. Alla Pietà si sono susseguiti Giovanni Porta, Antonio Martinelli, Andrea Bernasconi… e naturalmente Vivaldi.

Le “putte” si esibivano in chiesa, durante le varie ricorrenze religiose, separate da grate che impedivano loro qualunque contatto, anche visivo, col pubblico. Il pubblico stesso non poteva commentare o applaudire quelle mirabili esecuzioni: per manifestare apprezzamento, gli ascoltatori si ingegnavano di muovere un poco le seggiole o di schiarirsi la gola. E questo era sufficiente. Le orfanelle sapevano di essere al centro dell’attenzione: quegli scricchiolii, quei colpi di tosse equivalevano a un fragoroso battimano.
Erano vere e proprie star, chiamate a esibirsi in occasione della visita di importanti nobili europei che non potevano lasciare Venezia senza prima averle ascoltate. Per più di un secolo furono il fiore all’occhiello della Serenissima, citate dai grandi estimatori di musica sia a Vienna sia a Londra.

Chiara Piccolo - IL DIARIO DI CHIARA

Chiara Piccolo – IL DIARIO DI CHIARA

Il loro fascino cresceva con il loro mistero. Se qualche nobiluomo, tormentato da struggente desiderio per una voce di donna di cui poteva solo immaginare il corpo, chiedeva in sposa una delle talentuose orfanelle, lei doveva impegnarsi formalmente a non dedicarsi più alla musica. Guadagnava così una dote, ma perdeva tutta la sua arte, tutta la sua fama.

Non successe a Chiara, che passò la sua vita nell’istituto della Pietà. Fu allieva di un’altra figlia di coro (Anna Maria, a sua volta allieva di Vivaldi) e raggiunse una fama considerevole grazie al mirabile virtuosismo con cui suonava il violino. Vivaldi stesso compose “per la sig.ra Chiara” un impegnativo concerto per violino e orchestra. Quando, con grande rammarico delle “putte”, Vivaldi andò a Vienna e non fece più ritorno a Venezia, un altro quotato insegnante, Antonio Martinelli, compose per Chiara (ormai quarantenne) bellissimi concerti per viola d’amore. E Chiara divenne una virtuosa anche della viola d’amore.
Quando la moda cambiò e i Veneziani s’invaghirono del canto napoletano e dello stile galante, si dimenticarono di Vivaldi e dei suoi epigoni, ma non di Chiara e del suo talento.
Purtroppo la consapevolezza di questo talento portò Chiara e le altre figlie di coro a scontrarsi con l’insegnante napoletano di quegli anni, ritenuto (ingiustamente) un mediocre compositore in quanto “non cantante”. Per orgoglio assunsero loro la direzione del coro della Pietà, ma questo non riportò l’ospedale ai fasti della prima metà del secolo. Il pubblico affluente, diminuito irrimediabilmente dopo il 1750, divenne solo un ricordo.

Chiara, maestra di violino della Pietà, morì nel 1791, a 73 anni. Da povera orfanella venne elevata a virtuosa strumentista, conosciuta in tutta Europa e rinomata come una rockstar; nonostante la sua vita monastica, si ritrovò al centro delle rivoluzioni musicali che scossero il Settecento; fu protagonista della ribellione contro l’autorità negli anni in cui veniva contestato il ruolo dell’insegnamento; fece parte dell’autogestione di uno storico e rinomato conservatorio veneziano; passò gli ultimi anni della sua vita come una maestra in declino, che ricorda i bei tempi passati, i suoi successi e le sue sconfitte.

Oggi il conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia custodisce il diario di Chiara, un quaderno di spartiti su cui la grande violinista si esercitava. Si tratta di composizioni a lei dedicate dai suoi maestri.
Fabio Biondi ha voluto renderle omaggio, incidendo con la sua orchestra Europa Galante nove concerti del repertorio che l’avevano resa famosa e reso grande l’istituto della Pietà.
Biondi, inoltre, ha prodotto una breve fiction, allegata al CD, diretta da Lucrezia Le Moli e sceneggiata da Amedeo Guarnieri (partendo da un’idea dello stesso Biondi), che ha per protagonista Chiara: la giovane violinista, che racconta gli anni dei suoi successi, e la matura maestra, che fa il bilancio della sua vita.

THOSE POOR BASTARDS – Vicious Losers

2014 Vicious Loser Those Poor Bastards

Those Poor Bastards sono tornati a cantare le loro macabre ballate condite con tanto black humour.
I temi del loro ultimo lavoro (2014) sono già descritti nel bellissimo titolo: “Vicious Losers“. Sì, perchè il mondo a cui appartengono i Those Poor Bastards è fatto di perdenti, emarginati, alcolizzati, assassini e vagabondi, disprezzati da tutti, senza onore, ma sempre pronti a ballare sulle proprie miserie. La musica scava, come sempre, nelle origini del country- folk e del southern rock aggiungendo suggestioni gotiche che vanno, forse, ricercate nella letteratura (Poe, Lovecraft o il Nick Cave di “E l’asina vide l’angelo“) e nelle tradizioni dei reverendi/imbonitori che attraversavano le più bifolche campagne americane. I due componenti del gruppo (HellicksonLonesome” Wyatt e Minister) sembrano a tutti gli effetti dei predicatori indemoniati che cantano le debolezze dell’animo umano.

Vicious Losers” non aggiunge niente di nuovo rispetto ai precedenti album, ma si afferma il loro lavoro più riuscito dopo il loro capolavoro “Satan Is Watching You” del 2008.
Già nella prima canzone (“I am lost“) Lonesome Wyatt urla la sua sfortuna (“Bad luck / Bad luck / I’ve had lots of bad luck“) raccontano di come ogni suo sogno si sia trasformato in incubo e di come la sua anima sia ormai un pozzo vuoto che non può più essere riempito.
Ascoltando la pesantissima “Getting old” si sprofonda nella disperazione (“Is there a devil to return my youth / If I should give him my soul?“), mentre la successiva “Let us rot” è un cinico country gospel. “Give me drugs” è una canzonetta allegra e fischiettabile sulla tossicodipendenza. Probabilmente il brano più geniale dell’album. Seguono tre ballate country che potrebbero essere di Johnny Cash. Con “Born to Preach” le atmosfere tornano ambigue. La tetra e brevissima “Big Trees” precede “The only time I had” che ricorda “Rain Dogs” di Waits.


Wyatt prega Dio di liberarlo dalla noia nella bella “Loser’s Prayer“, mentre la scanzonata “Today I saw my Funeral” chiude l’album sperimentando suoni quasi noise. (Today I saw my funeral / There was no one around / Today I saw my funeral / It made me so ashamed / I realized the only thing / My life had brought was pain).

Those Poor Bastards si riconfermano i più disperati e i più genuini dei gruppi Gothic Country. L’alone di mistero che avvolge i due musicisti (Minister ha il volto coperto durante i concerti e non si conosce la sua vera identità, mentre leggenda vuole che Hellickson sia stato segregato durante la sua infanzia) e il loro lato scenografico (lunghi cappotti neri e cilindri in testa) arricchiscono il loro fascino.

Le bellissime copertine (stile weird tales) completano l’iconografia di un’ America passata, rurale e rozza, ossessionata da visioni bibliche e demoniache.

Did you know my cousin was a jailer?
He killed himself in prison long ago
To me, his fate, it seems so awful funny
Devoured by the rats, so I was told

I am lost

Those poor Bastards discography:

Those poor Bastards discography: “Behold The Abyss” 2012 – “Is This Hell?” 2011 – “Gospel Outtakes” 2010 – “Gospel Haunted” 2010 – “Black Dog Yodel” 2009 – “Abominations” 2009 – “The Plague” 2008 – “Satan Is Watching” 2008 – “Hellfire Hymns” 2007 – “Pills I Took” 2006 – “Songs Of Desperation” 2005 – “Country Bullshit” 2004

1.   I Am Lost
2.   Getting Old3.
3.   Let Us Rot
4.   Give Me Drugs
5.   All Dolled Up
6.   Lonely Man
7.   Strange Dark Night
8.   Born to Preach
9.   Big Trees
10. The Only Time
11. Trouble At Home
12. Loser’s Prayer
13. Today I Saw My Funeral

Sopra la demoniaca cover di  “I Walk The Line” (Johnny Cash) tratta da “Satan Is Watching You

Crooked Man” la loro canzone più famosa tratta sempre da “Satan Is Watching You

Alcune copertine del progetto parallelo di Hellickson Wyatt: Lonesome Wyatt and the Holy Spooks

Lonesome Wyatt and the Holy Spooks:

Lonesome Wyatt and the Holy Spooks: “Sabella” (2001) – “Heartsick” (2011) – “Moldy Basements Tapes” (2010)

Una bella canzone tratta da “Ghost Ballads” (2013) di Lonesome Wyatt and the Holy Spooks

I libri scritti da Hellickson Wyatt.

“The Terrible Tale of Edgar Switchblade” e “The Dreadful Death of Edgar Switchblade Paperback Book”

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