WATERCRISIS – Sleeping Sickness (2017 – Afragola- Italia)

Anche questa volta usciamo dagli schemi e lo facciamo in un modo insolito: parliamo di una band italiana… WaterCrisis.
Ok, devo ammettere che il fatto che siano italiani ha veramente poca importanza, anche perché ho scoperto le origini della band solo dopo aver deciso di scrivere qualcosa sul loro “Sleeping Sickness” e la cosa non mi è dispiaciuta affatto, anzi, la trovo curiosamente intrigante. Non ho mai avuto il piacere di parlare di una band italiana per B Sides Magazine ma credo sia giunto il momento di farlo.
Non sono il tipo di persona che giudica i libri dalla copertina, ma gli album sì, e lo faccio perché la mia esperienza mi ha insegnato che spesso nelle piccole produzioni (come questa) la copertina anticipa molto su quello che è effettivamente l’album e sinceramente mi aspettavo qualcosa di diverso: un ritmo più veloce ed incalzante, sonorità più trash, sostanzialmente mi aspettavo più casino; invece ho trovato un lavoro ben curato, ascoltabile anche dai non puristi del metal, perché in un paio d’occasioni (forse più) mi sono chiesto se fosse veramente metal ma alla fine non interessa a nessuno, le etichette servono solo a quelli che vendono dischi per catalogarli sugli scaffali.


Resto affascinato dalla voce di Caterina Salzano, così acuta, graffiante, quando canta la sua voce si trasforma rendendola irriconoscibile rispetto al parlato. Ci dev’essere della stregoneria dietro questa voce perché trasuda rabbia e lo dice lei stessa in un’intervista a MetalZone su RadiAction (web radio) quando afferma che : “le uniche sensazioni che conosciamo sono disagio e rabbia”. Lo dice ridendo, ma le credo perché tutto l’album parla di disagio, paure e introspezioni negative e, per chi sa leggere tra le righe ne suggerisce anche un modo per superarle. Ci vuole coraggio per produrre un concept album su questi argomenti. Sono temi che non puoi raccontare per sentito dire, non ti puoi essere portatore di voce altrui, le devi vivere e ci vuole coraggio per parlarne apertamente, per esternare per ridicolizzarle, come se parlarne togliesse loro il potere che hanno su di noi.


Se fossimo negli anni ’90 e fossimo a Seattle tutto questo si avrebbe un nome preciso, ma a noi le etichette non piacciono…
Gli altri membri della band (oltre Caterina) sono Antonio Castaldo al basso, Francesco Coppeta alla chitarra e Roberto Gocas alla batteria.
L’album è un crescendo e concordo pienamente con il conduttore di MetalZone quando usa il termine “STONER”: si parte con la strumentale “Check-in” e poi ogni pezzo è una sorpresa, la prima è la voce di Caterina che ha molto da dire (e lo farà certamente nelle prossime produzioni). Le pennate della chitarra di Francesco sono decise e precise e l’assolo in “The Hostesses die alone” dura troppo poco, ma si rifà in “Slaugther”, scambiandosi il ruolo con il besso, come in una corsa automobilistica dove i contendenti si sorpassano continuamente tenendo alta la tensione.

It drives you so mad” spicca il ritmo della batteria di Roberto che come un martello picchia dritto anche quando il pezzo subisce un’influenza diciamo “orientale”, una virata molto ben realizzate che arricchisce l’arrangiamento. “Another day like the other” è la rivincita del basso di Antonio che finalmente entra a piè pari, distorto come si usava non troppo tempo fa, profondo e deciso danza con la batteria regalando un tappeto di facile appeal per la voce.
Sleeping sickness” è la degna conclusione di un lavoro che stento a credere non appartenga ad un gruppo mainstream. Completo e accattivante, mentre lo riascolto per l’ennesima molta, quasi canticchio i pezzi mentre osservo con più attenzione la copertina che inizia a parlarmi delle mie “Sleeping sickness” andando ben oltre quello che fino a poco fa consideravo solo un ottimo lavoro di grafica.

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Articolo di PAOLO PALETTI

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BACON TORPEDO – Bacon torpedo (2018 – Norvegia)

Bacon Torpedo

Bacon Torpedo

Ok, il sound anni ottanta è tornato prepotentemente alla ribalta e ce ne siamo accorti, iniziando dall’avanguardia elettronica (anche se può sembrare un ossimoro) fino ad arrivare alla più commerciale musica pop ma non solo, anche la moda ammicca in modo evidente a quel decennio…  Poi ci sono i BACON TORPEDO, il loro sound è corposo ed energico come si usava nei tempi d’oro del rock, gli anni ruggenti, quelli della rabbia cotonata, del petto villoso e delle frange fluorescenti delle giacche. Non è un caso se ad un primo ascolto viene spontaneo associare Bacon Torpedo al hair metal, ma c’è di più, c’è molto di più…

Energia pura concentrata, questo EP racchiude molte delle positività che caratterizzano le “vecchie glorie” come se fosse una sorta di riassunto: velocità, arpeggi della seconda chitarra e urla, solo per fare alcuni esempi, portano lo stile Bacon Torpedo lontano anni luce dalla negatività pessimistica  e dalla lettura introspettiva del testo che hanno caratterizzato la musica rock  degli anni novanta, ma contemporaneamente acquisisce alcune peculiarità della musica moderna, una su tutte, la durata delle canzoni: molto brevi, evitando così il pericolo di apparire anacronistiche, imprigionate in un periodo storico ormai lontano.

Bacon Torpedo dura pochissimo, e lo dico seriamente, quattro pezzi che ti lasciano con la voglia di altro “Bacon Torpedo”. La voce urlata di Andreas ti agita, vuoi fare stage diving, ma di palchi non ce ne sono e resti gasato, catapultano in un video glam rock o in un party da confraternita universitaria. Sono molti i tasselli che compongono i pezzi ed è inutile sprecarsi in paragoni e parallelismi con band famose, la verità è che sono forti. “WORK SUCK”  è una cannonata, le pennate sulla chitarra sono come i colpi di una mitragliatrice, così lontano dallo standard attuale e allo stesso tempo moderno, ed è solo l’inizio…

I cori in “MEDICINE GIRL” sono un contrappeso alle urla estreme del cantante, come se le corde vocali gli uscissero dalla gola per vibrare di rabbia, ma c’è spazio anche per un bridge che porta ad un finale elettrico… voglio le borchie e le frange, oltre che la permanente.

I Bacon Torpedo danno l’idea di divertirsi molto mentre suonano e questo divertimento permea l’ascolto lasciandomi con la voglia di suonare, contagiato dalla voglia di baldoria. Adesso prendo il basso e riprendo la linea di “I DONT WANT YOUR MONEY, HONEY” (bello!), ma non c’è tempo perché inizia “IKNOW YOU WANT TOO” e cerco un amico che, offrendomi una birra si fermi a cantare a squarciagola il ritornello con me.

Questi quattro ragazzi norvegesi (ricordo che la Scandinavia è sempre stata  in prima fila per quanto riguarda la musica rock e metal) partono come Cover Band di brani delle “loro canzoni preferite anni ’70 e ‘80” per poi evolvere, definendo il proprio stile musicale con chiari riferimenti  al passato, per cominciare dal nome…

E’ lo stesso Andreas a confessarmi che il nome deriva da una strofa di “Eat the rich” dei Motorhead:

“Come on baby, and eat the rich
Sitting here in a hired tuxedo
You wanna see my bacon torpedo

(sono deluso da me stesso per non averlo capito da solo. scusa Lemmy!).

Grazie Bacon Torpedo.

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Articolo di PAOLO PALETTI

 

 

HALFTONES – Brda Sna (2018 – Serbia)

Gli Halftones sono il riassunto di molti generi musicali, il loro background è importante quanto eterogeneo e si presentano con questo “Brda sna” (colline dei sogni), loro quarto lavoro e primo in lingua serba. Gli Haltones  esordiscono nel 2013 con “Halftones is my band” (ripubblicato l’anno seguente con l’aggiunta di quattro inediti), un album molto internazionale (prodotto e mixato a Londra da Rory Attwell), molto occidentale con dei chiari riferimenti psichedelici, grazie anche alla voce di Suzana Sumrah e l’elettronica, mai invadente e ben dosata. Nel 2015 producono il loro secondo album, da soli ed il risultato è buono, il suono è pieno e pulito in netto contrasto con la voce di Suzana ed anche se l’elettronica è un po’ più presente è ben dosata abbracciando pienamente l’idea di psichedelia moderna.

Veniamo all’EP in questione, sicuramente è un disco che “rompe” la continuità con i precedenti: nonostante la matrice sia la stessa e lo stile affine ci sono delle grosse diversità, una su tutte l’uso della lingua serba. Suzana è molto chiara nel dirmi che l’uso del serbo è servito per approcciare il pubblico del bacino ex-Jugoslavo, lasciato fin ora in secondo piano. Come se avessero detto: “ok, facciamo musica internazionale (di qualità, n.d.r.) ma le nostre origini sono queste”. Quattro tracce che parlano di temi importanti come sessismo, fascismo, razzismo e burocrazia il tutto in chiave psichedelica, non sfacciatamente, in modo molto velato , infatti ad un primo ascolto  trovo difficoltà a dare un senso così profondo al testo, ma con il susseguirsi di ascolti la nebbia si dirada e il senso della canzone appare più chiaro. Il messaggio profondo è sotto i nostri occhi, ma non bastano due ripetizioni fugaci per farcelo vedere, in somma, c’è molta profondità mascherata da “rumore”.

Come detto, il background del gruppo è eterogeneo: sono in quattro ed ognuno arriva da percorsi musicali diversi creando un miscuglio eterogeneo dando una nota di imprevedibilità formando così un mix esplosivo: non sai mai cosa accadrà, la struttura della canzone muta continuamente ma il carattere balcanico è forte in questo lavoro pur restando  comunque internazionale, contaminazioni piacevoli nel delirio psichedelico, una su tutte è “Radio Kabul” di cui anche il video è disarmante nella sua semplicità, si vede una ragazza che balla ed esprime tutta la sua libertà in uno scantinato, quasi lo facesse di nascosto, come per sciogliersi in netto contrasto con il testo che parla del  della voglia di vedere il mare, le stelle, praticamente di libertà e poi… quel nome nel testo: “Kabul”, tutto ha un senso.

Anche gli altri tre pezzi dell’Ep trattano i loro argomenti in modo maturo, a partire da “Brda sna” (hills of dreams), il pezzo che apre il lavoro, forse quello dalle sonorità più originali e locali dei quattro, probabilmente quello con il testo forse più poetico, dove cercare per forza un senso non è poi così importante, ritmo incalzante e divagazioni sonore fanno il resto incorniciando questo disco che è a tutti gli effetti un dipinto della nuova scena dell’est europeo, dove nulla è scontato e il forte carattere locale marca indelebilmente ogni singola traccia.  Voglio riportare la definizione che gli Halftones hanno dato a loro stessi, perfettamente calzante: “Halftones are psychedelic, avant-pop, art band from Belgrade. They use imagination and its importance to life, to express there opposition to  everyday gloom and absurdity throughout all the layers of their music and poetry. Halftones have no rules in their music, they tear them apart and put them together again in each new song and performance

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Articolo di PAOLO PALETTI

THE YES MESS – Land of the Laughing / Explode (2018 – U.K.)

Parlare degli “THE YES MESS” è complicato, ma non ne sono stupito. E’ complicato perché è molto difficile riuscire a trovare informazioni a riguardo, provo a chiedere direttamente a loro, sembra una buona idea, ma non lo è. Sono schivi, evasivi e non prendono mai sul serio il loro interlocutore, comunque cerco di entrare in contatto con loro.

Mi rispondono con un copia\incolla di quello che c’è in rete sui siti ufficiali e non è molto, giocano con il mistero, ma cascano male. L’idea di lasciare tutto e passare ad un altro gruppo mi accarezza sempre più e comincia a sedurmi, ma non cedo. No, non cedo perché intravedo un non so che di geniale, di coraggioso e allora continuo la ricerca mentre ascolto il loro ultimo lavoro “Land of the Laughing / Explode” e già dal titolo, qualcosa non torna: sono 2.

Sono confuso, lo ascolto  e scopro che in realtà è spacciato per un doppio EP (le mie certezze di sempre vacillano).

Ad un primo ascolto vengo ingannato dal carattere danzereccio-funky del primo pezzo “Land of the laughing” che con i suoi cori e ritmo incalzante fa presagire tutt’altro, rispetto alla realtà dell’EP (doppio). La voce, graffiante, del leader del gruppo, il carismatico cantautore Danthedan (spero con tutto il cuore che sia un gioco di parole) è troppo blues e alla fine si scoprono le carte, man mano che passano le tracce il sound muta e tra folk pop si rivela per quello che è: blues acustico, ed in questa nuova chiave di lettura assume una valenza artistica rispettabile.

Sono un gruppo pieno di sorprese: attivi dal 2010 spesso si avvalgono di due voci, maschile e femminile che dialogano, cantano all’unisono e a volte scendono in conflitto sono solo la punta dell’iceberg, anche se tutto gira intorno al leader in modo evidentemente marcato. Ci sono tre bassisti negli “THE YES MESS”, ma come loro stessi affermano sulle loro pagine ufficiali “uno alle percussioni, uno alla chitarra acustica e solo uno effettivamente al basso”, si percepisce chiaramente dal sound della band che è privilegiato il lato beat, un martello e forse è per questo che sono una folk-blues band, ormai ne sono certo.

Sono in tanti, più di sei, ma il numero effettivo muta costantemente, in base al progetto, ma a dispetto di questa eccentricità il suono risulta piuttosto pulito, mai confuso e sapientemente elementare. Non riesco a togliermi dalla testa che “Danthedan” sia una specie di dandy, un personaggio costruito, uno di quelli alternativamente omologati. A Dan piace giocare con il pubblico prendendolo in giro, insomma sembrerebbe un gruppo di artisti improvvisati, quelli che… poi, d’improvviso parte “Explode”, title track di quello che dovrebbe essere il secondo Ep, ed il blues diventa chiaro, la voce rotta e baritonale del cantante assume ancora più carattere abbandonando lo stile “festa al pub” per assumere dei connotati decisi. I cori, che sono notoriamente difficili da dosare, qui hanno senso ed il duetto con la voce femminile diventa danza. Il carattere diverso dei due EP è forte, le prime quattro tracce sono registrate nei RAK studios di Londra, loro città natale, prodotti da Mike Horner. dalla traccia 5 alla 8, invece, sono autoprodotti in “cucina” (credo che non sia un modo di dire e guardando i video postati me ne convinco).

Nel complesso il lavoro presenta un sound leggero, gradevole e dall’ascolto non impegnato, tipico dello stile “THE YES MESS”, uno stile con solide basi folk-blues, ma con evoluzioni senza dubbio fuori dal comune.

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Articolo di PAOLO PALETTI

ELIANA ONE WOMAN BLUES BAND – Sweet fellow (2017 – Grecia)

Non ne capisco molto di Blues, non ne capisco molto e non so veramente il perché. L’ho sempre trovato un genere musicale difficile, crudo proprio di una cultura lontana, figlio della schiavitù, della sofferenza, della deportazione. Riconosco al blues l’ importante e difficile  ruolo di antesignano di tutto quell’immenso calderone che il mondo chiamerà Rock, ma resta lontano nel mio immaginario, vincolato ad tristi realtà ed a una sofferenza. Ho sempre visto questo genere musicale con anagrafica riverenza, con la consapevolezza che tutto quello che amo (musicalmente parlando) deriva da lui, da quei quattro accordi ripetuti come un mantra tanto da entrarti dentro e sui quali puoi cantare qualsiasi cosa ti venga dal cuore, perché su di essi qualsiasi cosa non sembrerà mai banale. Il Blues è Sacro e ce l’hanno insegnato in tanti, dai filari della piantagioni del Mississippi ai più altezzosi Club inglesi, dove il Blues è arrivato a fatica macinando strada e scalando le gerarchie sociali fino ad arrivare alla gente dabbene altolocata nella terra d’Albione. Quindi bravi, anzi bravissimi tutti quelli che si sono fatti attori in questo incredibile viaggio, convinto che durante questi anni il Blues si sia trasformato, perdendo molto del suo carattere, della rabbia che aveva alla nascita, insomma, credevo che quella rabbia e frustrazione che hanno dato i natali a blues nel ventunesimo secolo siano convogliate in altri generei musicali, magari più moderni. non è così, forse non è più per le strade come un tempo, forse non è più cantato dai giovani disperati ma è ancora forte e vivo.

 

 

 

 

 

Ancora una volta rompiamo gli schemi ed usciamo dagli stereotipi.

Eliana Nikolopoulou, con il suo progetto “Eliana one woman blues band” propone questo “SWEET FELLOW”, un lavoro crudo, Blues vero, sette tracce cantate con la voce graffiante, quasi roca, senza alcun dubbio pertinente e capace. Lavoro cosmopolita che propone blues di qualità senza arroganza, valore aggiunto che a farlo sia una giovane donna greca, fattore che ha attirato subito la mia attenzione e non ha deluso.

Eliana nasce a Patras, Grecia, cresce ascoltando rock e punk, suonando anche in qualche band. A diciott’anni si trasferisce ad Atene dove continua sola le sue live performances ed inizia a costruire il suo proprio stile, ma il Blues la cattura e cresce dentro da quando ancora a sedici anni vide un documentario sulla nascita di questo genere musicale, così decide di intraprendere il progetto di Eliana one woman blues band.

 

 

 

 

 

 

Le chiedo in che modo una ragazza greca si sia avvinata al blues, non perché non si possa fare, anzi, ma perché in genere si associa questo stile alla cultura anglosassone, il lavoro nei campi, il vivere di stenti, il sacrificio sono sentimenti spesso citati nei testi blues, lei risponde che la musica non è territoriale, sì può nascere in un territorio, ma poi appartiene a tutto il modo, diventando globale ed è ancora lei a ricordarmi che la tragica  situazione politica ed economica del suo paese è una valida fonte d’ispirazione.

Resto colpito dalla profondità e dalla linearità di questo pensiero, il blues è dolore, fatica, povertà, denuncia ma anche voglia di rivincita e non vedo nulla di più globale e attuale.

 

 

 

Naturalmente la contaminazione folk della musica greca è presente nei suoni di questo disco, lei ci gioca ma non in modo prepotente e prevalente, giusto un pizzico, per dare un tocco di carattere in più come in “DIFFERENT WAY” che trascende il genere e sfocia nella ballata folk, abbraccia lo stile territoriale, cosa che accade in parte anche nel pezzo di apertura “RAINY BLUES“, pur mantenendo una più canonica connotazione di genere grazie anche all’uso dell’armonica.

Differente discorso invece per i pezzi successivi dove il carattere musicale esce prepotente diventa deciso e classico, impossibile confondere o inquadrare questo disco in qualsiasi altra categoria, l’apice si raggiunge alla fine con “THE DEVIL WASN’T HERE” e “THE STORY OF GRANDAMA EVELYN“.

Fare blues con la B maiuscola è difficile ma Eliana ci riesce e lo fa sembrare semplice, ottimo esordio di una cantante che spero di risentire presto.

 

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Articolo di PAOLO PALETTI

COPIUS – Bent out of Shape (2018 – Australia)

Finalmente un po’ di movimento, ci volevano questi COPIUS.

Come spesso accade ultimamente arrivo a loro per caso, attratto da questa copertina troppo stile DIY (Do It Yourself) molto in voga nella prima scena punk inglese, quella attiva e politicizzata, per intenderci. Ci credo e voglio scoperchiare il vaso di Pandora…

Parte il primo pezzo “Dark Cloud” e di colpo mi ritrovo nella seconda metà degli anni ’90, mi immagino a maneggiare la copertina di un CD split della Epitaph records, ma siamo nel 2018 e non siamo in California ma bensì in Australia (anche se il legame con la scena californiana c’è, ma lo vedremo in un secondo momento). Resto stupito e scopro che a Brisbane, loro città natale c’è una florida scena Punk, con un proprio carattere, molto vicina a sound californiano ma con un qualcosa d’inglese (oltre alle scelte grafiche ovviamente), che per ora non riesco a definire bene.

I COPIUS sono quattro non più ragazzi che mantengono una formazione con chitarra principale, voce e seconda chitarra, basso e batteria. L’utilizzo della seconda chitarra riesce sgrezzare il sound della band dando una linea armonica orecchiabile, un altro aspetto tipicamente californiano.

Jules, voce e chitarra del gruppo è una persona alla mano e disponibile, mi spiega che i COPIUS non sono una band giovanissima, si sono da poco riuniti dopo una pausa di quasi 10 anni (quando lui si è unito alla band), ma prima il gruppo esisteva da altrettanto tempo e questo può essere uno dei motivi per cui il sound sia molto anni ’90, producendo solo un altro EP: “Any time now” nel 2008, seguito da un breve tour.

Una parte che mi ha colpito molto del racconto di Jules è stata quando parla della loro pausa dicendo: “abbiamo vite normali e lavori normali e non potevamo dedicare il giusto tempo alla band”, vedendoli costretti a mettere da parte il progetto.

Come anticipato prima i COPIUS sono legati a doppio filo con il sound della scena della west coast americana, infatti “Bent out shape” è stato registrato durante parecchi fine settimana negli studi locali a Brisbane ma prodotto nel famoso Blasting room studio (Fort Worth, Colorado) di Bill Stevenson, uno dei padri fondatori del suond punk della west coast statunitense che  vanta collaborazioni con gruppi iconici come All, Lagwagon, Zeke, Good Riddance e Descendents, per citarne alcuni. La matrice è chiara e la produzione del resto è ineccepibile, tutt’altro che dilettantesca come la forviante informazione che la musica non  è la fonte di reddito de gruppo, per ora almeno.

Bent of shape” è un EP carico di energia con le tracce ben definite e diverse tra loro, melodiche e veloci, canzoni oneste che parlano di esperienze reali dei membri della band, per citare le parole di Jules: “il nostro modo di venire a patti con le più grandi forze del mondo che sentiamo stanno lavorando contro la nostra visione ideale della società sia nel presente che nel futuro.” non è una visone (forse) troppo “matura” per definirsi Punk?

Peccato che siano solo sei e che questo sia un EP, probabilmente la voglia di tornare in scena era tale da non permettere al gruppo l’attesa di creare un disco LP, o forse produrre un disco a sei tracce costa molto meno rispetto che un LP e la cosa è assolutamente comprensibile per gente che non campa di musica.

La differenza tra “Bent out of shape” e “Any time now” del 2008 a livello di produzione è abissale, la qualità sonora del primo è di molto superiore, ma la potenzialità emerge anche nel disco d’esordio, restano alcune affinità con la scena californiana, ma sono meno marcate e presumo che sia questo il tipico carattere della scena “Brisbane”.

La pausa ha fatto maturare il gruppo che ora esprime concetti disincantati con una buona proposta musicale.

Mi auguro di risentirli presto, magari dal vivo in Europa.

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Articolo di PAOLO PALETTI

MAVROSKELETO – The Warlock (2018 – Costa Rica)

MavroskeletoUsciamo dagli stereotipi mentali che ci legano a idee predefinite, spesso errate.
Siamo in Costa Rica, ma non parliamo di musica caraibica, reggaeton o salsa. Parliamo di elettro dark. Sì, ho detto ELETTRO DARK, scena in grande espansione nei paesi latinoamericani.

Prima di parlare di “The Warlock” bisogna introdurre Mavroskeleto, il suo autore.
Si tratta di un progetto di Jonathan Q. Salazar, un suo sinistro alter ego che si diletta in produzioni (eccellenti) in chiave elettronica.
Mavroskeleto nasce nel 2012 quando Jonathan inizia a sperimentare con produzioni industrial tradizionali. Più il progetto prende forma, più la sua voglia di sperimentazione cresce a braccetto con le sonorità dark. Mavroskeleto inizia a delinearsi, a insinuarsi tra le sfumature di ogni singolo lavoro fino a diventare (artisticamente parlando) predominante.
Ci sono voluti tre anni di sperimentazione intensa per arrivare alla produzione del disco di debutto: “Unshadow”. E il risultato è ottimo: suoni minimali, atmosfere evocative e distorsioni ben bilanciate rendono giustizia alla difficile parola “dark”. Un’autoproduzione riuscita.  Tra le dieci tracce proposte, spicca “MY STRANGLER”, decisamente la più inquietante, dal testo nichilista e autodistruttivo. Spiega molto bene le dinamiche di un rapporto, sia fisico che psicologico, di sudditanza e interdipendenza che si può creare tra vittima e carnefice. Se lo scopo è destabilizzare l’ascoltatore, l’obiettivo è raggiunto.

 

 

 

Durante la realizzazione del suo primo album, Mavroskeleto si è isolato completamente dalla società, dandosi alla vita “monastica”, evitando qualunque tipo di contatto, di interferenza, di contaminazione, e concentrandosi esclusivamente sul suo lavoro.
In “Unshadow” le vocalità gravi e il basso numero di BPM costituiscono una griglia sonora su cui è facile appoggiarsi per costruire atmosfere cupe. I pattern anni ’80 che compongono lo scheletro del suo sound sono particolarmente adeguati allo scopo. Il risultato è maledettamente attuale.

 

 

The Warlock” è uscito il 12 gennaio 2018. Ha solo 4 tracce (3 + un’intro) e un attacco ancora più dark di “Unshadow”. E’ un lavoro introspettivo e maturo dove i pattern che caratterizzano il sound dell’autore sono ancora più marcati e decisi.
In questo lavoro Mavroskeleto parla di sé. “The river” tratta della sua paura di annegare. Lui stesso dice che “ho sempre avuto nella mia testa la visione mentre annego in acque profonde In effetti, ascoltando il brano, è facile immaginarsi alle deriva in balìa delle acque, e sentirsi abbandonati.
Anche la tiltle track, “Warlock”, parla di lui. Non di paure, ma di passioni. Passione per la stregoneria, per le arti oscure di epoca medievale. Il video della canzone è molto calzante con le tematiche della traccia. L’idea stessa di utilizzare un vecchio film come “Häxan” (del 1922 diretto dal regista Benjamin Christensen, il film preferito del musicista) è azzeccata. Un editing capace rendere giustizia a un progetto ben riuscito.
La terza traccia, “Solitud”, è degna delle precedenti. Ci regala un’atmosfera più moderna, che sfora nella dance, ma senza esagerare, e resta comunque coerente con il progetto originale.

Attualmente Mavroskeleto sta riguardando e riproducendo alcuni dei suoi vecchi lavori. Noi lo aspettiamo!

 

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Articolo di PAOLO PALETTI