GIAPPONE ISOLA SADICA: il cinema dell’estremo

Imprint - masters of horror -Takashi Miike

L’insostenibile tortura del mediometraggio “Imprint – Masters of Horror” (2006) Takashi Miike

Il Giappone è l’icona geografica del sadismo. Sarà per i brutali rituali di suicidio dei samurai (“seppuku”), per l’arte di legare le persone con le corde (“shibari”: nato per immobilizzare i prigionieri e trasformatosi in una pratica sessuale), per la tolleranza delle perversioni (incesto e pedofilia, se trattati in modo soft, non sono argomenti tabù come in occidente) e per un’ampia gamma di feticismi. Terra di grandi contraddizioni, orgogliosamente isolata, ha sviluppato un concetto di obbedienza/rispetto basato sulla tortura e sull’umiliazione applicata in svariate forme.
L’arte in Giappone ha sempre esplorato questi territori così ambigui, disinteressandosi dell’aspetto morale, ma indagando, piuttosto, sul piacere di torturare o essere torturati e sulle relazioni fra vittima e carnefice.
Pittura, fotografia, manga e cinema hanno creato il senso “dell’estremo” lontano anni luce dai compiaciuti prodotti occidentali che scambiano il disgusto con il turbamento.
La settima arte ha prodotto numerose pellicole dai contenuti altamente scioccanti, qualitativamente e artisticamente spesso insignificanti, ma talmente brutali e sadiche da risultare indimenticabili.

Shogun's Sadism

“Shogun’s Sadism” – Yûji Makiguchi

E’ il caso di “Shogun’s Sadism” (1976 – Yûji Makiguchi) un film in due episodi, piuttosto malato, ambientato nel Giappone dell’era Edo. Nel primo un sadico feudatario si dedica alla tortura e all’uccisione di cristiani nella sua giurisdizione. Gli inquisitori cristiani dall’altra parte del mondo sembrano dei dilettanti nei suoi confronti. Immersioni in calderoni di acqua bollente, gambe divaricate a forza dai buoi fino a essere strappate, impalamenti e accecamenti con ferri roventi si alternano alla violenza psicologica a cui il potente padrone sottopone un suo funzionario violentandogli di continuo l’amante sotto i suoi occhi. La dolorosa storia d’amore e un breve gesto eroico finiranno con una bella crocefissione di massa.
Il secondo episodio smorza apparentemente i toni macabri del primo, introducendo uno squinternato e buffo ladruncolo che, non avendo i soldi per pagare il bordello in cui aveva passato una notte di spensieratezze, è costretto a lavorarci come servo. Si innamorerà di una prostituta salvandola da morte certa dopo un aborto indotto a calci e ferri. I due scapperanno insieme, ma ben presto saranno catturati. Il castigo che li attende e il disquisire della natura umana da parte del ladruncolo sembrano opera di DeSade. La scena più sconcertante del film è la decapitazione lenta del ladro con una sega, tortura realmente esistita in quel periodo in Giappone. Un rituale che poteva protrarsi per giorni!

Flowers and Snakes 1974

“Flowers and Snakes” – Masaru Konuma

Flowers and Snakes” (1974 – Masaru Konuma) è un film piuttosto noto di uno dei più prolifici autori di Pinku Eiga (soft-porno prodotti dalla Toei e dalla Nikkatsu. Visto che in Giappone non è consentita la rappresentazione dell’atto sessuale al cinema, questi film non sfociano mai nell’hard, ma spesso sono dei contenitori di inaudite e fantasiose pratiche feticiste e sado/masochiste).

Un potente industriale giapponese, per evitare il divorzio, fa sequestrare la moglie da un suo impiegato che avrà l’obbligo di educarla all’obbedienza e renderla sessualmente sottomessa. Il devoto dipendente è impotente a causa di un trauma infantile, ma sua madre gli insegnerà numerose pratiche per sottomettere la bellissima moglie del capo. Fra bondage, frustate, clisteri e vermi introdotti nel culo, l’operazione è un successo, tanto che nell’ultima scena la moglie, rivolgendosi alla giovane cameriera preoccupata del suo nuovo stato, le chiede se è sicura che non possa piacerle essere dominata e se intenda provarlo. La scena clou al limite fra Freud e il ridicolo si svolge in una cabina telefonica pubblica. L’impiegato impotente riesce a rimuove il trauma che lo assillava e si mette a fare sesso con la moglie del capo mentre parla con la madre al telefono. Il filo della cornetta strangola entrambi, diventando una scena bondage mentre i passanti guardano attoniti.

perfect education SAGA

Perfect Education Saga: n.1 regia: di Ben Wada – n.2 regia: Yôichi Nishiyama – n.3 regia: Sam Leong – n.4 regia: Toshiyuki Mizutani – n.5 regia: Masahiro Kobayashi – n.6 regia: Kōji Wakamatsu – n.7 regia: Kenta Fukasaku

L’argomento rapimento/sottomissione è ricorrente in tanti film giapponesi tanto da essere il tema della saga “Perfect Education” (1999-2010) composta da sette episodi slegati fra loro. Anche molti grandi registi lo hanno affrontato come Koji Wakamatsu con il bellissimo “The Embryo Hunts In Secret” (1966) e Yasuzô Masumura con il surreale “Blind Beast” (1969).

"The-Embryo-Hunts-In-Secret"

Una scena tratta da “The Embryo Hunts In Secret” di Koji Wakamatsu

Sex and Fury

“Sex and Fury” – Norifumi Suzuki

Sesso, ma soprattutto violenza sono il marchio di fabbrica di Norifumi Suzuki regista amato e copiato da Tarantino. “Kill Bill” non esisterebbe senza il suo “Sex and Fury” del 1973 (il combattimento nella neve di “Kill Bill vol 1” è un omaggio a quello di “Sex and Fury”) La pellicola di Suzuki è stilisticamente eccezionale. Basta vedere i caleidoscopici titoli di testa in cui carte da gioco e fiotti di sangue colorano la scenografia. Il sequel “Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture” sarà girato nello stesso anno da Teruo Ishii.

Suzuki

“Terrifying Girls’ High School: Lynch Law Classroom” e “Girls Boss Guerrillia” – Norifumi Suzuki

Violenza e sadismo sono, però, i perni di altri due film culto diretti da Norifumi Suzuki: “Terrifying Girls’ High School: Lynch Law Classroom” (1973) ambientato in un liceo frequentato da sole ragazze e gestito da soli maschi (sconcertante la scena iniziale in cui un gruppo di studentesse mascherate di rosso, per uccidere una coetanea, praticano una flebotomia. La sfortunata riesce a scappare all’operazione forzata, ma finisce per essere buttata dalla terrazza della scuola) e “Girls Boss Guerrillia” (1972) una variazione sul tema delle gang di motociclisti al femminile.

Negli anni ’80 la serie di film horror “Guinea Pig” (ne parlammo qui) cambiò definitivamente le regole del buon gusto, dopodiché effetti speciali e mero voyeurismo splatter prendono il sopravvento, definendo nuovi sottogeneri degni di interesse, ma mai così inusuali e malsani come i loro predecessori.

La produzione di film sado/malati/splatter è infinita e passa da catastrofiche idiozie come “Red Secret Room” (1999) un mix fra il “Grande Fratello” e il gioco della bottiglia, a “Battle Royale” (2000) di Kinji Fukasaku (altro regista idolatrato da Tarantino). Da citare “Flowers and Snake” (2004) remake stiloso e noioso dell’omonimo film del 1974, “Grotesque” (2009) uno scontato torture porn tuttora censurato in Inghilterra, “Naked Blood” (2009) in cui tre cavie umane sperimentano a loro insaputa una droga che tramuta il dolore in piacere.

Men_Behind_the_Sun_SAGA

Men behind the Sun Saga

Menzione a parte per una delle saghe più fastidiose del cinema: “Men Behind the Sun”. I quattro film che la compongono sono, infatti, una produzione di Hong Kong con capitali cinesi che, sfruttando il successo del filone occidentale degli Eros Svastica (“Ilsa la belva delle SS”, “L’Ultima Orgia del III Reich”…), fanno una dura propaganda contro il paese del Sol Levante. La storia, più o meno sempre uguale tranne per l’ultimo capitolo, è ambientata durante la seconda guerra mondiale nell’Unità 731 dislocata in Manciuria. Questa unità segretissima (realmente esistita) nata ufficialmente per svolgere operazioni di purificazione dell’acqua, era a tutti gli effetti un campo di concentramento in cui i detenuti venivano usati come cavie per praticare inumani esperimenti medici e testare armi chimiche e batteriologiche. L’Unità 731 fu responsabile di efferati crimini di guerra. Pochi pagarono per questi crimini, molti membri vennero assoldati da case farmaceutiche internazionali e le atrocità del campo di concentramento furono quasi dimenticate. “Men behind the Sun” contribuì a non fare cadere nell’oblio questo orrore. I film sono conditi di scene estreme al limite dell’inguardabile e le leggende, altrettanto fosche, si sprecano. L’autopsia del bambino è vera, così come la brutta fine del gatto sbranato da un’orda di ratti, i ratti poi saranno bruciati vivi. Le scene di finzione non scherzano. Si va dall’uomo che caca fuori l’intero intestino in una camera iperbarica, alla donna a cui sfilano la carne delle braccia come un guanto dopo un processo di congelamento, al becchino che brucia quotidianamente i numerosi cadaveri (storicamente nessuno dei prigionieri del campo è uscito vivo).

Black Sun: The Nanking Massacre” (1995) l’ultimo episodio della serie diretto dallo stesso regista del primo “Men Behind the Sun“, ripercorre un altro atto disumano commesso dai giapponesi in suolo cinese durante la seconda guerra mondiale: il massacro di Nanchino (300.000 civili morti in tre mesi di assedio) in cui fu commesso ogni tipo di insensata atrocità. Lo stile è lo stesso, anche se più documentaristico e girato meglio.

philosophy of a knife

Uno stomachevole fotogramma tratto da “Philosophy of a Knife” di Andrey Iskanov

Sullo stesso argomento “Philosophy of a Knife“: un film russo di Andrey Iskanov che, con la pretesa di essere un documentario sull’Unità 731, mostra quattro ore di atrocità. Filmati d’epoca e testimonianze si alternano a parti recitate. Lo scopo del film è solo quello di entrare nella top 5 dei film più disturbanti mai realizzati. Ci riesce. Visione consigliata a malati di mente.

Film discutibili, forse, per l’eccesso di efferatezze mostrate, ma che, almeno, mantengono vivo il ricordo di stragi poco note perché lontane dal nostro quotidiano.

Sex and Fury

Fotogramma tratto dall’incipit di “Sex and Fury” del 1974

Extreme Japanese Movie Poster

Extreme Japanese Movie Poster: “Battle Royale” Kinji Fukasaku – “Flowers and Snakes” Takashi Ishii – “Red Secret Room” Daisuke Yamanouchi – “Naked Blood” Hisayasu Satō – “Grotesque” Kôji Shiraishi

ENTER the VOID – un trip di Gaspar Noè

ENTER THE VOID - Gaspar NoèGaspar Noé rappresenta il cinema dell’estremo: che si tratti di violenza gratuita (“Seul Contre Tous”), di sesso esplicito (“Irreversibile”), o semplice delirio visivo (“Enter the Void”).
Se da un lato “Enter the Void” è meno sgradevole rispetto ai precedenti lavori, Noé non è indulgente nei confronti del pubblico, anzi, se può esasperarlo lo farà con grande gioia.

Questa pellicola del 2009 è un’allucinazione di 2 ore e 35 ambientata in una Tokio al neon che già da sé è lisergica. Il film rispecchia un po’ i tentativi, raramente efficaci, degli anni ‘70 che volevano riprodurre su schermo le sensazioni di un trip. Gaspar Noè, grazie al suo virtuosistico talento, ci riesce alla grande. La maggior parte del film è un’esperienza extracorporea in soggettiva che fa volteggiare lo spettatore attraverso la luminosa e insonne città, fermandosi, di quando in quando, sulle vite dei vari protagonisti: lo spacciatore Alex, la sensualissima Linda (Paz de la Huerta), suo marito gestore del night in cui lei lavora. Tutto visto attraverso gli occhi (?) di Oscar, fratello di Linda. Alcuni flashback spiegano chi sono i due fratelli, il loro legame e la scontata scelta finale di Oscar.

Non si può certo parlare di trama che, volendo approfondire, è decisamente banale. Noè definisce questa sua opera un “melodramma psichedelico” visivamente vicino a “2001 Odissea nello Spazio” ed è l’unica giusta chiave di lettura. Ispirato a “Il Libro Tibetano dei Morti” le 2 ore di spettacolo sono in sostanza il “bardo”, il lasso di tempo che intercorre fra la morte del corpo e la reincarnazione dell’anima.

I detrattori di Gaspar Noè insistono che è ben poca cosa e tutto si riduce a un formalismo estetico pomposo. In quest’ottica anche “Rapina a Mano Armata” di Kubrick è solo la storia di una rapina andata male, montata in maniera virtuosa. Questo è il solito destino per prodotti che non possono essere etichettati e rinchiusi entro parametri omologanti. E’ un miracolo, invece, che vengano prodotte ancora pellicole simili, sia per difficoltà di visione che per temi scabrosi pornografico/incestuosi.
I protagonisti sono felicemente drogati e immorali, alla ricerca di nuovi sballi. Il film inizia con Oscar che si fuma una potente dose di DMT.
La bellissima scena ambientata nella casa di piacere è da antologia. Un modello di Tokio in miniatura riempie l’appartamento di Alex. La MDP si avvicina svolazzando e volteggiando verso il bordello. La soggettiva penetra i muri delle stanze mostrandoci i piaceri proibiti di tutti i clienti (in carne e ossa), mostrandoli come fossero all’interno di una casa di bambole, unendoli tutti in una grande e liberatoria orgia.
Bastano gli epilettici titoli di testa per apprezzare questo film.

Enter the Void” ha riscosso grande interesse nei festival in cui è stato presentato, è diventato subito un cult in rete grazie al tam-tam pear to pear e, ovviamente, non è stato quasi distribuito nelle sale. Poi c’è ancora chi è convinto che a far morire il cinema sia “internét”.

V>L>F – intervista a Marco Malattia

VLF videomalattieMarco Malattia si presenta talvolta con maschera da maiale, altre con un cappuccio bianco dagli occhi bui, altre ancora con la maschera carnevalesca dei dottori della peste. Sembra una nuova figura da film slasher accanto Michael Myers e JasonVoorhees.

V>L>F videomalattie è il suo progetto.

B-Sides
V>L>F la prima volta che l’ho letto pensavo significasse “very low frequency” frequenze molto basse usate per le comunicazioni fra sommergibili in realtà significa Vans la Furka giusto?
Marco Malattia
Esatto, è una deviazione di un intercalare in emiliano. Il suo significato letterale è “Vai Alla Forca”, un modo come un altro per dimostrare astio e inimicizia verso qualcosa o qualcuno. Nel nostro caso il senso è ampliato a tutto ciò che viene definito estremo ma che in realtà è banalità camuffata con retoriche pseudo punk. Io uso la carne e le interazioni di cui si rende partecipe per esprime noia e malcontento.
B-Sides
Parlami un po’ di questo progetto . Inizialmente nasce come un’etichetta musicale noise…
Marco Malattia
L’idea e la voglia di occuparsi di video nasce nel 1998, appunto nel contesto di un’etichetta noise che gestivo all’epoca. Naturale che raffinando la mia capacità passai nel giro di qualche anno dai videoclip ai cortometraggi sperimentali. Da lí, le sequenze concerenti i corpi, il sesso, la malattia di concetto divennero sempre più frequenti. Nel 2003 nacque l’attuale marchio del progetto con l’intento di perfezionare un linguaggio che può essere considerato pornografia solo a livello apparente in quanto non sono le attività masturbatorie del fruitore a giustificare le realizzazioni.
B-Sides
Infatti i tuoi video, nonostante mostrino senza indugio scene di sesso, mancano completamente di una componente erotica. Mostrano, anzi, un totale nichilismo lontano da ogni logica di mercato pornografico.
Marco Malattia
L’erotismo è finzione e a me non interessa la finzione fine a se stessa.
Ciò che viene considerato commercialmente pornografico ha perso completamente il suo impatto trasgressivo, canoni triti e ritriti ed estetiche ormai digerite e metabolizzate da decenni. Nel mio lavoro c’è un completo disinteresse verso regole di mercato è una summa dei miei gusti e delle mie tendenze realizzo ciò che mi piacrebbe vedere.
B-Sides
Per questo motivo hai scelto “Noia” come titolo della tua prima raccolta di video, riferendoti all’attuale panorama pornografico?
Marco Malattia
la genesi di quel prodotto è un’epopea che dura anni e solo recentemente, con la pubblicazione della versione definitiva ha avuto termine
“noia” comtiene i primi esperimenti pornografici realizzati da me e M’Oskatresc in un periodo che va dal 2000 al 2007, dalla prima edizione sotto forma di 17 cortometraggi all’ultima versione il materiale ha subito infinite manipolazioni. Il titolo è dovuto al motore primo che mi portò a realizzare il prodotto: in un pomeriggio noioso mi missi a lavorare su queste riprese all’apoca inedite, la noia è il motore di tutto.
Adesso, per fortuna, la saga di Noia è finita dopo 5 anni sono finalmente soddisfatto della forma che ha preso il materiale.
B-Sides
Nell’intervista su “Delta di Venere” mi ha stupito il tuo tentativo di entrare nel mercato del porno.
Forse sbagliando, ma ho guardato i tuoi video pensando più a violente performance di body art depurate da qualsiasi intellettualismo. Trovi dei punti di contatto con queste realtà o le ripudi completamente?
Marco Malattia
Il tentativo di entrare in un mercato istituzionalizzato come quello del porno era una cosa che volevo provare giusto per spirito di
sovversione sarebbe stato interessante sdoganare un prodotto ingiustificabile dal punto di vista commerciale come il mio in un ambiente regolato da squallide leggi di mercato.
B-Sides
Ma che riscontri hai avuto?
Marco Malattia
In linea di massima, non essendo mai stato presentato da qualcuno già attivo nel giro
sono stato snobbato e considerato giusto uno che realizzava film amatoriali, senza prendere in considerazione il fatto che nei miei lavori c’è più lavoro che nella maggior parte dei prodotti porno messi insieme.
Il discorso della body art vera e propria, discorso al quale sono stato sempre un pò refrattario,
verrà approfondito nelle sue sfumature più estreme nei prossimi lavori grazie alla collaborazione di una performer di tutto rispetto come Nausicaa Roi che presterà le sue carni alle mie elaborazioni video.
B-Sides
Non c’è solo sesso nei tuoi video, anzi, come dici tu c’è un importante impegno nell’elaborare una scenografia, nella scelta di ambientazioni talvolta blasfeme o sataniche.
Spesso abbini sesso, morte, religione è solo una scelta estetica di trasgressione?
Marco Malattia
Sesso morte e religione sono, volenti o nolenti, i motori che muovono gran parte della percezione che abbiamo della realtà. Non c’è da parte mia una vera intenzione esoterica o mistica, almeno a livello “pubblico”.
a questo proposito sono in procinto di realizzare con un’altra performer, Helga Sedmokraska, una rilettura del Compendium Maleficarum
di Frate Guaccio.
Chi vede solo sesso nei miei lavori non ha un background sufficentemente evoluto per una lettura obiettiva del lavoro V>L>F
B-Sides
Puoi anticiparmi di più sul Compendium Maleficarum. Opera che non conosco.
Marco Malattia
il Compendium Maleficarum è uno dei tanti testi scritti da e per inquisitori, una sorta di malleus maleficarum sui generis dell’italianissimo frate Guaccio. Quest’opera mostrava, oltre al delirio che ci si può aspettare, una serie di xilografie che mostravano vari episodi di adorazione del demonio che palesano una devianza psicosessuale del realizzatore da lasciare basiti. Il progetto prevede di ricreare alcune di queste scene tramite fotografie il più fedelmente possibile.
Il risultato verrà pubblicato sui uno dei prossimi numeri di GovNoed Revue
B-Sides
Hai appena parlato di GovNoed Revue.
Puoi spiegare cos’è esattamente, è una rivista fotografica?
Marco Malattia
GovNoed Revue è il mio sfogo dove sperimento con la fotografia. Una forma di espressione che mi ha sempre affascinato al pari dei video.
La possibilità di creare un’atmosfera senza la componente del movimento è stimolantissima per me che nasco come videomaker.
Non sapendo come contestualizzare il mio lavoro fotografico mi sono creato una fotozine che mi permette di pubblicare ciò che voglio.
I format prendono un po’ dalla mailart di 2o anni fa, giocando con impaginazioni stravaganti e concept inusuali. Quello che era iniziato come semplice divertissement ora occupa una bella fetta di impegno all’interno del mio personale circo.
B-Sides
Tornando ai video, fra “noia” e “an experiment in shit” c’è una notevole differenza di qualità.
Noia appare un po’amatoriale.
Era voluta questa differenza di stile o è una tua “maturazione stilistica”
Marco Malattia
la differenza principale è il source material. Mentre “Noia” nasce da riprese non pensate in funzione di un montaggio “An experiment in shit” deve il suo aspetto a precise intenzioni di realizzarlo così com’è venuto. La mia maturazione sia tecnica che estetica c’è stata, ovviamente, dato che i 2 lavori si distanziano di quasi un decennio.
B-Sides
Sei anche autore delle musiche dei tuoi video?
Marco Malattia
Certo V>L>F è pura autarchia le musiche sono realizzate dai miei progetti musicali, I.M.d.P. e Decretum Kteis XI. Essendo tutto realizzato con le stesse intenzioni di rottura, suoni e immagini si sposano a meraviglia.
B-Sides
V>L>F è composto unicamente da te o coinvolge altre persone oltre alle attrici?
Marco Malattia
V>L>F nasce cpome progetto personale, progetto che ovviamente si è sempre avvalso di attrici e performer senza le quali non sarebbe stato possibile realizzare nulla dei miei lavori è sempre stato gestito da me, anche se ultimamente persone che hanno capito e compreso i tipi di estetica che voglio realizzare si sono avvicinate se non alla direzione del progetto, almeno alla sua soppravivenza.
Alcune ragazze continuano a lavorare con me in maniera esemplare e competente, altre entrano ed escono dal circo in quanto non
hanno le qualità necessarie.
B-Sides
Chi sono le protagoniste di An Experiment in shit? In un episodio una delle 2 donne mostra apertamente il viso. Sono professioniste del cinema hard?
Marco Malattia
Le attrici non sono in nessun modo professioniste, tranne qualche rarissimo caso sono alla prima esperienza in video. I motivi che spingono queste donne a partecipare sono semplicissimi: le piace ciò che faccio e ne vogliono far parte. Non credo mi piacerebbe lavorare con professioniste, cosa che ho sempre evitato.
B-Sides
Buoni propositi per domani?
Marco Malattia
Ovviamente continuerò la saga di govnoed nel migliore dei modi possibili e a realizzare video sempre esplorando nuovi linguaggi e metodi realizzativi, ogni contatto esterno che entra nel mio mondo lascia un segno, quindi, dovendo nel prossimo futuro lavorare con nuove ragazze, mi è impossibile precederne i risultati.
B-Sides
In bocca al lupo allora e grazie per l’incontro.
Marco Malattia
grazie a te per l’intervista e il supporto.

V>L>F – The sex choice of a new generation

V L F le video malattie La maschera medioevale dei dottori della peste e un vistoso “Prince Albert”.
La figura inquietante che campeggia nella copertina del quattordicesimo numero di B-SIDES è l’opera di V>L>F le videomalattie.

V>L>F è un progetto autarchico che non può essere rinchiuso in facili etichette. Un lavoro video/fotografico di esplorazione in territori oscuri dominati da tabù. Esplorazione della carne alla ricerca di limiti, nuovi piaceri, ossessioni e fascinazioni, vissute in prima persona senza alcun intermediario se non una videocamera. Un’operazione di rara coerenza decadente lontana da qualunque intellettualismo stantio.

Vans>La>Furka Videomalattie è un contenitore per i lavori di Marco Malattia, le coordinate si vengono a trovare tra corpi, macchine, oggetti obsoleti, sesso, meccaniche, morte e automatismi, il tutto è interconnesso, mediatizzato e frammentato, distorto da innumerevoli chiavi di lettura, pornografia, nature morte e oggetti vivi, costruttivismo, surrealismo in contrapposizione ad un iperrealismo esasperato, illogicità, contraddizionismo estetico e concettuale, incomunicabilità e amore per l’illogico e l’improbabile.” Tratto dal manifesto di V>L>F

VLF noiaNoia” e “An Experiment in shit” sono i video documenti che racchiudono un decennio circa di azioni e interazioni.
Nei video le penetrazioni si alternano a vesciche di pus che esplodono, i comuni sex toys vengono rimpiazzati da pallottole di pistola, i volti delle attrici impegnate in lunghe sessioni di fellatio sono strette in soffocanti pellicole di plastica che ricordano una versione pornografica de “Il bacio” di Magritte, donne in nere tute di latex celebrano nuovi rituali blasfemi.
Tutto questo immerso in una esasperante e ipnotica musica noise, sempre curata da Marco Malattia.

V>L>F è uno sputo in faccia a tutto quello che è considerato corretto.

È piacevole “intrattenimento diseducativo”come Marco Malattia stesso lo definisce.

V L F le video malattie - inserzione

V L F le video malattie – inserzione

BEGOTTEN – incubo espressionista

Begotten Poster E. Elias Merhige 1991“Begotten” è un incubo di E. Elias Merhige del 1991.
78 minuti di silenzi e immagini atroci in bianco e nero che copiano lo stile dell’espressionismo tedesco degli anni 20.  Per creare l’immagine, sporca poco chiara e sgranata che caratterizza il film sono state necessarie ore e ore di post produzione. Ogni singolo frame della pellicola è stato rifotografato e corretto per ottenere un bianco e nero puro senza toni intermedi. Il risultato è un’atmosfera cupa e angosciante in cui i dettagli delle immagini si confondono con le ombre, niente è definito e comprensibile.
Definito da Merhige: “un test di Rorschach per l’occhio”.

Begotten Poster E. Elias Merhige 1991Questo primo capitolo di un’ipotetica trilogia (mai realizzata) è ispirato alla “Genesi”, anche se il regista afferma di aver voluto ricreare il più possibile l’esperienza provata di pre-morte in seguito a un incidente.
L’intreccio si sviluppa in modo poco comprensibile fino ai titoli di coda.
Un personaggio inquietante, il cui volto è coperto da una maschera urlante, si suicida a rasoiate in una casolare fatiscente. Dal suo corpo nasce una donna che, dopo aver masturbato il cadavere, rimane incinta.
Lei e il nascituro (un corpo anoressico e tremante), dopo un breve momento bucolico, si uniscono a un gruppo di uomini incappucciati, che, con crescente crudeltà, li umiliano e torturano fino a ucciderli.
Al termine del film appare una scritta che spiega i personaggi e lo sviluppo della storia: “Dio si suicida sventrandosi con un rasoio. Tramite la sua morte viene generata Madre Natura che, masturbando il cadavere di Dio, si feconda e genera il Figlio. Madre e Figlio andranno nel mondo e saranno accolti dagli uomini, ma quando i due cercheranno di sfuggire dalla perversa società degli uomini questi li puniranno e li uccideranno. Dalla loro morte nasceranno nuove piante e fioriBegotten Poster E. Elias Merhige 1991
Significati e chiavi di lettura sono molteplici: spaziano da temi ambientalisti a criptici riferimenti alchemici.
In realtà resta una soggettiva esperienza visiva violenta e ricca di suggestioni visionarie. La spiegazione finale è poco più che un futile pretesto per mettere in scena dolore, sofferenza, angoscia, blasfemia, frustrazione, crudeltà, ansia, sporcizia.

La maschera urlante di Dio è già un incubo da sola. Il figlio epilettico è di una forza disturbante fuori dal comune.
L’umanità senza volto che si nasconde dietro cappucci tipo Ku Klux Klan mette veramente paura.
La musica è sostituita da un tappeto di rumori amplificati: il frinire dei grilli, lo sgorgare del sangue, il grugnire degli uomini, il lamento continuo del figlio tremante.

Begotten Poster E. Elias Merhige 1991Disturbante tanto quanto Eraserhead o i primi cortometraggi di Lynch.

Il poco prolifico Merhige firma la regia di altri due film abbastanza distanti dalle virtuosistiche intransigenze artistiche di Begotten. “L’ombra del vampiro”  un’altra dichiarazione d’amore per l’espressionismo tedesco.
Un buon film su un ipotetico “making of Nosferatu” di Murnau in cui si specula sul leggendario attore Max Schreck che interpretò il vampiro. Nel film di Merhige si ipotizza che Schreck fosse veramente un non-morto. In realtà c’é chi afferma fosse Murnau stesso e chi fosse una persona affetta da una particolare malattia che gli impediva di stare alla luce del giorno.

Nel 2005 dirige “Suspect Zero” un classico thriller paranormale, ma con tocchi bizzarri e visionari, specie nelle premonizioni e nei disegni del medium interpretato da Ben Kingsley

.

TAXIDERMIA – un grotteschorror ungherese

taxidermia cover film

TAXIDERMIA è un film folle, divertente e disgustoso, per questo ci è piaciuto un sacco.

Tre generazioni di perdenti si alternano in questa pellicola ungherese di pochi anni fa firmata dal regista György Pálfi.La prima, ambientata durante la guerra fra misere catapecchie, di frontiera, è solo il prologo alla nascita di Kálmán che dimostrerà, fin da bambino, di avere la stoffa del grande sportivo. Peccato che lo sport in questione sia una gara di abbuffata in cui gli sfidanti, tutti obesi, devono finire nel minor tempo possibile intere passatoie di cibo. Fra una portata e l’altra c’è una breve pausa in cui i partecipanti possono vomitare tutto quello che hanno divorato, lubrificare l’esofago per poi scagliarsi sul nuovo pasto.Kálmán e il fratellastro, sotto l’attenta guida del loro coach, sono delle star del blocco comunista. Per i campionati europei sognano di fuggire in Finlandia, nonostante questo sport sia ancora poco conosciuto all’Ovest, ma un attacco cardiaco stronca i suoi sogni di gloria. Nel frattempo si sposa con l’ex campionessa di abbuffatte femminili da cui avrà un figlio. Il fratellastro, invidioso, riuscirà a scappare in Finlandia rubandogli la moglie e lasciandogli il figlio settimino, grande vergogna della famiglia.

taxidermia-1Ormai cresciuto,  Lajoska, il disprezzato figlio, si dedica all’arte della tassidermia: impagliare animali morti…e non solo. Il ragazzo, anoressico e patologicamente timido, deve prendersi cura del padre (divenuto talmente grasso da non potersi più muovere dalla poltrona) e dei suoi gatti (giganteschi e ferocissimi persiani tenuti in una gabbia speciale).Il finale splatter a sorpresa resta in bilico fra “Buio Omega” e “Psycho”.Epilogo surreale.

Un film per pochi che ricorda la mancanza di compromessi di tanti film degli anni 70. Un esperimento coraggioso con una regia virtuosa che diventerà presto un CULT.
Il film è stato proiettato a Cannes nella sezione Un Certain Regard nel 2006.

Musiche di Amon Tobin rinomato DJ elettronico brasiliano.

Dello stesso regista “Hukkle” del 2002 e “I’m not your friend” 2009, di cui non so nulla. Sono gradite informazioni.


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