Nymphomaniac Uncut – Lars von Trier

Nymphomaniac uncut - Lars von Trier

Nymphomaniac uncut – Lars von Trier

Come fare a riconquistare il proprio pubblico quando i fan più accaniti iniziano a considerarti un regista manierista? Come fare a ingraziarsi la benevolenza dei festival cinematografici più prestigiosi dopo aver fatto delle battute antisemite? Deve esserselo domandato Lars von Trier e la risposta è stata vincente: un porno di 5 ore e mezza con attrici famose! Manco a dirlo il suo ultimo film è stato un enorme successo. “Nymphomaniac” narra la storia di Joe: una ninfomane, interpretata, da giovane, dalla bellissima e disponibilissima Stacy Martin, e, da adulta, dalla solita Charlotte Gainsbourg.

Nymphomaniac Uncut vol. 1- Lars von Trier

Nymphomaniac Uncut vol. 1- Lars von Trier

La storia, divisa in capitoli, ripercorre le tappe erotiche e drammatiche di Joe. Niente di più lontano da un porno, però, con malcelata delusione del pubblico. “Nymphomaniac” è un contenitore in cui il regista danese butta dentro tutte le sue ossessioni fino all’auto citazionismo dichiarato. La morte del padre ricorda la lenta malattia di Jan in “Le Onde del Destino”, i sotterranei dell’ospedale assomigliano a quelli di “The Kingdom“, ma soprattutto il figlio di Joe che, giocando, rischia di cadere dal balcone è uguale allo sconvolgente prologo di “Antichrist”. Qui Lars von Trier si burla ulteriormente dello spettatore usando la stessa colonna sonora: l’aria di Händel  “Lascia ch’io pianga” tratta dall’opera “Rinaldo”.

Nymphomaniac Uncut vol. 1- Lars von Trier

Nymphomaniac Uncut vol. 2- Lars von Trier: L’educazione sado/maso di Mr. K

Il susseguirsi degli eventi non è sempre logico, ma poco importa in questo film frammentario che sembra un caleidoscopio di tutti i film di Lars von Trier.  Personaggi come l’inquietante “K.” (un imperturbabile ed educatissimo master che sottopone le sue schiave alle sevizie più improbabili), l’isterica “Mrs. H.” (interpretata da una bravissima Uma Thurman), o il sornione “L.” (impersonato da William Dafoe che convince Joe a sfruttare le sue doti per estorcere denaro a uomini sprovveduti) sono già entrati nell’immaginario cinematografico. Memorabile il capitolo “La Scuola di Organo” In cui Joe descrive i suoi tre amanti principali, paragonando il loro rapporto alla musica polifonica in cui ogni voce è indipendente, ma insieme alle altre dà vita a una composizione armoniosa. “F.”, passivo e feticista, è la voce bassa che dà un senso a tutto l’insieme, “G.”, il selvaggio, è la voce solista, Jerome, l’innamorato, è la melodia. L’Orgelbüchlein di Bach è la colonna sonora.

Nymphomaniac Uncut vol. 2- Lars von Trier: L'aborto casalingo

Nymphomaniac Uncut vol. 2- Lars von Trier: L’aborto casalingo

A volte ironico, spesso drammatico, a tratti insostenibile (specie nella recente versione uncut del vol.2) “Nymphomaniac” è l’apice del pessimismo di Trier. Repulsione e attrazione per il corpo, ossessioni ospedaliere e paura della decadenza mentale e fisica eclissano ogni aspetto erotico .
La differenza fra la versione censurata e la verisone originale è notevole. Per il volume 1 si tratta più che altro di varie scene esplicite e qualche dialogo incomprensibilmente eliminato. La censura ha infierito, invece, sul volume 2. Tutte le scene e dialoghi sull’aborto sono state eliminate integralmente oltre a varie altre sequenze la cui mancanza rende la narrazione illogica e confusa.


 

CHANNEL 309 (I-III) – Marco Malattia (2014)

cover channel 309Marco Malattia rappresenta una delle realtà italiane più controverse ed estreme nell’ambito di un genere impossibile da catalogare e che rende quindi il suo lavoro unico ed originale, anche al di fuori dai nostri confini. Attivo ormai da svariati anni, non solo nel campo della videoarte sperimentale ma anche della fotografia e della musica, il factotum nostrano attraverso il progetto V>L>F porta in scena con coraggio e genuina dedizione la sua personale percezione della realtà, attraverso un linguaggio “propagandistico” non convenzionale, che prende le distanze da quel finto estremismo influenzato da una mediocrità artistica di fondo ed intercettato da un pubblico spesso facilmente appagabile dalle solite banalità trite e ritrite.

Channel 309 – Acausal Broadcast” è la quarta opera dell’artista italiano, coadiuvato per la prima volta da una casa di distribuzione: l’austriaca Black Lava Entertainment, specializzata nella produzione e promozione di prodotti horror underground ma anche di opere a loro modo shockanti ed incatalogabili (tra queste anche i lavori di Lucifer Valentine). A differenza delle precedenti produzioni, concepite con il preciso intento di trasmettere un messaggio – di natuta estetica o concettuale – “Channel 309” si spoglia da ogni volontà comunicativa per dare spazio ad uno scenario immaginifico “acausale”, come suggerisce il titolo stesso, e privo di continuità. La scelta di suddividere l’opera in tre episodi è giustificata per l’appunto dall’obiettivo di realizzare una sorta di contenitore che raccoglie situazioni disfunzionali e non consequenziali, quasi come fossero estrapolate a random da differenti canali. Il comune denominatore è rappresentato dall’elemento porno hardcore, inteso non come manifestazione erotica nella sua accezione positiva, bensì come mezzo interpretativo di una visione materialista e radicale, che trova la sua massima espressione in una carnalità morbosa e scevra di orpelli. Fondamentale a tal proposito la depersonalizzazione dei protagonisti attraverso maschere che coprono il volto, a sottolineare l’assenza di una componente introspettiva. I tre shorts mostrano diverse performer coinvolte in atti sessuali estremi e perversi, dove sperma, urina e vomito la fanno – come sempre – da padroni. Sebbene nella sostanza questo nuovo capitolo non si discosti particolarmente da quanto fatto in passato, la violenza visiva appare meno disturbante attestandosi su livelli più sostenibili. Probabilmente ciò è dovuto alla mancanza (voluta) di un contesto ben definito e alla quasi totale assenza di quella connotazione ritualistica ben evidente nei lavori precedenti e che contribuiva a creare un’atmosfera vagamente misticheggiante e di forte impatto. Inoltre la frammentarietà e la disomogeneità della pellicola nel suo complesso spezza il flusso emozionale provocando qualche piccolo calo di tono. Ancora una volta Marco Malattia si dimostra abile nel curare con estrema perizia tecnica montaggio, fotografia e regia nonostante si avvalga in questa occasione di supporti prevalentemente analogici, rimanendo comunque fedele ad uno stile moderno, personale ed elegante, in netta contrapposizione alla natura selvaggia dei contenuti.

<attenzione: link a sito per soli adulti>

http://www.xvideos.com/video10498143/_channel_309_i_-_iii_-complete_dvd_trailer_

Ottimo lo score musicale firmato Zero Gravity Toilet – progetto musicale curato dallo stesso Malattia – di matrice noise/industrial, che incornicia alla perfezione un disagio quasi palpabile ed esasperante. Particolarmente ricercata anche la confezione del prodotto, edito sia in versione slipcase che in formato hartbox con custodia in pelle limitato a 99 copie (già sold-out).

Una visione che potremmo definire più esattamente come un’esperienza viscerale, grazie all’autenticità e alla potenza delle immagini, le quali esulano dal concetto di finzione filmica, aspetto imprescindibile e determinante di ogni singolo lavoro firmato V>L>F.

Channel 309” oltrepassa (con risultati altalenanti) i limiti del sexploitation più spinto per adagiarsi su un livello interpretativo distorto ed improbabile. Al di là dell’opinabile giudizio estetico, va riconosciuto a Marco Malattia il merito di aver dato origine ad un progetto innovativo che attinge da generi e stili già esistenti rivisitandoli in una chiave del tutto personale e funzionale alla propria concezione idealistica, ben lungi dall’essere in qualche modo definito o etichettato. E scusate se è poco.

MOEBIUS di kim Ki Duk – Il pene padre di tutti i mali.

Moebius-2_zps37c5a80b

Certi film, per contenuti e linguaggio, sono più vicini alla videoarte che al cinema. In qualche modo è il caso di questo lavoro di Kim Ki Duk in cui il regista sembra abbandonare ogni coerenza e stile pur di mettere in scena i suoi desideri e le sue paure e più inespresse.
Il regista coreano è diventato il Lars von Trier asiatico, entrambi persi nel pozzo delle proprie depressioni. Ma se il primo resta legato a una forte connotazione stilistica, il secondo tende a rimuoverla.

Il precedente “Arirang” è un documentario girato solo con una videocamera in cui il regista, ritiratosi per lungo tempo come un eremita in una tenda, confessa i suoi disagi esistenziali. Un documento struggente, narcisista e profondamente umano fatto di urla e pianti.
Se con “Arirang“si assiste a una seduta terapeutica di autoanalisi, con”Moebius” si diventa spettatori degli incubi del maestro coreano.
In “Moebius” i dialoghi sono assenti. I pochi attori non parlano, contano solo i loro gesti e i loro sguardi. La trama è un delirio freudiano ricco di incesti e castrazioni.

KimKiDuk moebius 1

Una madre, esasperata dai tradimenti del marito, cerca di castrarlo con un coltellaccio. Non riuscendoci si vendica sul figlio dopo averlo visto masturbarsi. Il padre, disperato, si interessa a come rendere nuovamente felice suo figlio privato della sua virilità e soggetto alle umiliazioni dei coetanei.
Inizialmente gli insegna con successo pratiche orgasmiche basate sul dolore e sulla delocalizzazione degli organi sessuali, per poi sottoporsi a un trapianto di cazzo, ma Il ritorno a casa della madre crea nuovo scompiglio. Lei, accortasi del trapianto, cerca in ogni modo di avere un rapporto sessuale col figlio. Il padre, impazzito dalla situazione e dalla gelosia, cercherà di castrare per la seconda volta il figlio per riappropriarsi del suo pene.
Tante le scene forti, talmente estreme e imbarazzanti da diventare ridicole come, per esempio, la vendetta dell’amante del padre e di suo figlio nei confronti di uno teppista che la stuprò.

KimKiDuk moebius 2

In “Moebius” il dolore fisico è l’unica zona in cui si può essere felici e avere un rapporto umano degno di nota. Al di fuori del dolore c’è solo la follia e la miseria.
Probabilmente se Kim Ki Duk non dirigesse film rischierebbe di diventare un maniaco autolesionista con tendenze omicide.

GIAPPONE ISOLA SADICA: il cinema dell’estremo

Imprint - masters of horror -Takashi Miike

L’insostenibile tortura del mediometraggio “Imprint – Masters of Horror” (2006) Takashi Miike

Il Giappone è l’icona geografica del sadismo. Sarà per i brutali rituali di suicidio dei samurai (“seppuku”), per l’arte di legare le persone con le corde (“shibari”: nato per immobilizzare i prigionieri e trasformatosi in una pratica sessuale), per la tolleranza delle perversioni (incesto e pedofilia, se trattati in modo soft, non sono argomenti tabù come in occidente) e per un’ampia gamma di feticismi. Terra di grandi contraddizioni, orgogliosamente isolata, ha sviluppato un concetto di obbedienza/rispetto basato sulla tortura e sull’umiliazione applicata in svariate forme.
L’arte in Giappone ha sempre esplorato questi territori così ambigui, disinteressandosi dell’aspetto morale, ma indagando, piuttosto, sul piacere di torturare o essere torturati e sulle relazioni fra vittima e carnefice.
Pittura, fotografia, manga e cinema hanno creato il senso “dell’estremo” lontano anni luce dai compiaciuti prodotti occidentali che scambiano il disgusto con il turbamento.
La settima arte ha prodotto numerose pellicole dai contenuti altamente scioccanti, qualitativamente e artisticamente spesso insignificanti, ma talmente brutali e sadiche da risultare indimenticabili.

Shogun's Sadism

“Shogun’s Sadism” – Yûji Makiguchi

E’ il caso di “Shogun’s Sadism” (1976 – Yûji Makiguchi) un film in due episodi, piuttosto malato, ambientato nel Giappone dell’era Edo. Nel primo un sadico feudatario si dedica alla tortura e all’uccisione di cristiani nella sua giurisdizione. Gli inquisitori cristiani dall’altra parte del mondo sembrano dei dilettanti nei suoi confronti. Immersioni in calderoni di acqua bollente, gambe divaricate a forza dai buoi fino a essere strappate, impalamenti e accecamenti con ferri roventi si alternano alla violenza psicologica a cui il potente padrone sottopone un suo funzionario violentandogli di continuo l’amante sotto i suoi occhi. La dolorosa storia d’amore e un breve gesto eroico finiranno con una bella crocefissione di massa.
Il secondo episodio smorza apparentemente i toni macabri del primo, introducendo uno squinternato e buffo ladruncolo che, non avendo i soldi per pagare il bordello in cui aveva passato una notte di spensieratezze, è costretto a lavorarci come servo. Si innamorerà di una prostituta salvandola da morte certa dopo un aborto indotto a calci e ferri. I due scapperanno insieme, ma ben presto saranno catturati. Il castigo che li attende e il disquisire della natura umana da parte del ladruncolo sembrano opera di DeSade. La scena più sconcertante del film è la decapitazione lenta del ladro con una sega, tortura realmente esistita in quel periodo in Giappone. Un rituale che poteva protrarsi per giorni!

Flowers and Snakes 1974

“Flower and Snake” – Masaru Konuma

Flower and Snake” (1974 – Masaru Konuma) è un film piuttosto noto di uno dei più prolifici autori di Pinku Eiga (soft-porno prodotti dalla Toei e dalla Nikkatsu. Visto che in Giappone non è consentita la rappresentazione dell’atto sessuale al cinema, questi film non sfociano mai nell’hard, ma spesso sono dei contenitori di inaudite e fantasiose pratiche feticiste e sado/masochiste).

Un potente industriale giapponese, per evitare il divorzio, fa sequestrare la moglie da un suo impiegato che avrà l’obbligo di educarla all’obbedienza e renderla sessualmente sottomessa. Il devoto dipendente è impotente a causa di un trauma infantile, ma sua madre gli insegnerà numerose pratiche per sottomettere la bellissima moglie del capo. Fra bondage, frustate, clisteri e vermi introdotti nel culo, l’operazione è un successo, tanto che nell’ultima scena la moglie, rivolgendosi alla giovane cameriera preoccupata del suo nuovo stato, le chiede se è sicura che non possa piacerle essere dominata e se intenda provarlo. La scena clou al limite fra Freud e il ridicolo si svolge in una cabina telefonica pubblica. L’impiegato impotente riesce a rimuove il trauma che lo assillava e si mette a fare sesso con la moglie del capo mentre parla con la madre al telefono. Il filo della cornetta strangola entrambi, diventando una scena bondage mentre i passanti guardano attoniti.

perfect education SAGA

Perfect Education Saga: n.1 regia: di Ben Wada – n.2 regia: Yôichi Nishiyama – n.3 regia: Sam Leong – n.4 regia: Toshiyuki Mizutani – n.5 regia: Masahiro Kobayashi – n.6 regia: Kōji Wakamatsu – n.7 regia: Kenta Fukasaku

L’argomento rapimento/sottomissione è ricorrente in tanti film giapponesi tanto da essere il tema della saga “Perfect Education” (1999-2010) composta da sette episodi slegati fra loro. Anche molti grandi registi lo hanno affrontato come Koji Wakamatsu con il bellissimo “The Embryo Hunts In Secret” (1966) e Yasuzô Masumura con il surreale “Blind Beast” (1969).

"The-Embryo-Hunts-In-Secret"

Una scena tratta da “The Embryo Hunts In Secret” di Koji Wakamatsu

Sex and Fury

“Sex and Fury” – Norifumi Suzuki

Sesso, ma soprattutto violenza sono il marchio di fabbrica di Norifumi Suzuki regista amato e copiato da Tarantino. “Kill Bill” non esisterebbe senza il suo “Sex and Fury” del 1973 (il combattimento nella neve di “Kill Bill vol 1” è un omaggio a quello di “Sex and Fury”) La pellicola di Suzuki è stilisticamente eccezionale. Basta vedere i caleidoscopici titoli di testa in cui carte da gioco e fiotti di sangue colorano la scenografia. Il sequel “Female Yakuza Tale: Inquisition and Torture” sarà girato nello stesso anno da Teruo Ishii.

Suzuki

“Terrifying Girls’ High School: Lynch Law Classroom” e “Girls Boss Guerrillia” – Norifumi Suzuki

Violenza e sadismo sono, però, i perni di altri due film culto diretti da Norifumi Suzuki: “Terrifying Girls’ High School: Lynch Law Classroom” (1973) ambientato in un liceo frequentato da sole ragazze e gestito da soli maschi (sconcertante la scena iniziale in cui un gruppo di studentesse mascherate di rosso, per uccidere una coetanea, praticano una flebotomia. La sfortunata riesce a scappare all’operazione forzata, ma finisce per essere buttata dalla terrazza della scuola) e “Girls Boss Guerrillia” (1972) una variazione sul tema delle gang di motociclisti al femminile.

Negli anni ’80 la serie di film horror “Guinea Pig” (ne parlammo qui) cambiò definitivamente le regole del buon gusto, dopodiché effetti speciali e mero voyeurismo splatter prendono il sopravvento, definendo nuovi sottogeneri degni di interesse, ma mai così inusuali e malsani come i loro predecessori.

La produzione di film sado/malati/splatter è infinita e passa da catastrofiche idiozie come “Red Secret Room” (1999) un mix fra il “Grande Fratello” e il gioco della bottiglia, a “Battle Royale” (2000) di Kinji Fukasaku (altro regista idolatrato da Tarantino). Da citare “Flower and Snake” (2004) remake stiloso e noioso dell’omonimo film del 1974, “Grotesque” (2009) uno scontato torture porn tuttora censurato in Inghilterra, “Naked Blood” (2009) in cui tre cavie umane sperimentano a loro insaputa una droga che tramuta il dolore in piacere.

Men_Behind_the_Sun_SAGA

Men behind the Sun Saga

Menzione a parte per una delle saghe più fastidiose del cinema: “Men Behind the Sun”. I quattro film che la compongono sono, infatti, una produzione di Hong Kong con capitali cinesi che, sfruttando il successo del filone occidentale degli Eros Svastica (“Ilsa la belva delle SS”, “L’Ultima Orgia del III Reich”…), fanno una dura propaganda contro il paese del Sol Levante. La storia, più o meno sempre uguale tranne per l’ultimo capitolo, è ambientata durante la seconda guerra mondiale nell’Unità 731 dislocata in Manciuria. Questa unità segretissima (realmente esistita) nata ufficialmente per svolgere operazioni di purificazione dell’acqua, era a tutti gli effetti un campo di concentramento in cui i detenuti venivano usati come cavie per praticare inumani esperimenti medici e testare armi chimiche e batteriologiche. L’Unità 731 fu responsabile di efferati crimini di guerra. Pochi pagarono per questi crimini, molti membri vennero assoldati da case farmaceutiche internazionali e le atrocità del campo di concentramento furono quasi dimenticate. “Men behind the Sun” contribuì a non fare cadere nell’oblio questo orrore. I film sono conditi di scene estreme al limite dell’inguardabile e le leggende, altrettanto fosche, si sprecano. L’autopsia del bambino è vera, così come la brutta fine del gatto sbranato da un’orda di ratti, i ratti poi saranno bruciati vivi. Le scene di finzione non scherzano. Si va dall’uomo che caca fuori l’intero intestino in una camera iperbarica, alla donna a cui sfilano la carne delle braccia come un guanto dopo un processo di congelamento, al becchino che brucia quotidianamente i numerosi cadaveri (storicamente nessuno dei prigionieri del campo è uscito vivo).

Black Sun: The Nanking Massacre” (1995) l’ultimo episodio della serie diretto dallo stesso regista del primo “Men Behind the Sun“, ripercorre un altro atto disumano commesso dai giapponesi in suolo cinese durante la seconda guerra mondiale: il massacro di Nanchino (300.000 civili morti in tre mesi di assedio) in cui fu commesso ogni tipo di insensata atrocità. Lo stile è lo stesso, anche se più documentaristico e girato meglio.

philosophy of a knife

Uno stomachevole fotogramma tratto da “Philosophy of a Knife” di Andrey Iskanov

Sullo stesso argomento “Philosophy of a Knife“: un film russo di Andrey Iskanov che, con la pretesa di essere un documentario sull’Unità 731, mostra quattro ore di atrocità. Filmati d’epoca e testimonianze si alternano a parti recitate. Lo scopo del film è solo quello di entrare nella top 5 dei film più disturbanti mai realizzati. Ci riesce. Visione consigliata a malati di mente.

Film discutibili, forse, per l’eccesso di efferatezze mostrate, ma che, almeno, mantengono vivo il ricordo di stragi poco note perché lontane dal nostro quotidiano.

Sex and Fury

Fotogramma tratto dall’incipit di “Sex and Fury” del 1974

Extreme Japanese Movie Poster

Extreme Japanese Movie Poster: “Battle Royale” Kinji Fukasaku – “Flowers and Snakes” Takashi Ishii – “Red Secret Room” Daisuke Yamanouchi – “Naked Blood” Hisayasu Satō – “Grotesque” Kôji Shiraishi

ENTER the VOID – un trip di Gaspar Noè

ENTER THE VOID - Gaspar NoèGaspar Noé rappresenta il cinema dell’estremo: che si tratti di violenza gratuita (“Seul Contre Tous”), di sesso esplicito (“Irreversibile”), o semplice delirio visivo (“Enter the Void”).
Se da un lato “Enter the Void” è meno sgradevole rispetto ai precedenti lavori, Noé non è indulgente nei confronti del pubblico, anzi, se può esasperarlo lo farà con grande gioia.

Questa pellicola del 2009 è un’allucinazione di 2 ore e 35 ambientata in una Tokio al neon che già da sé è lisergica. Il film rispecchia un po’ i tentativi, raramente efficaci, degli anni ‘70 che volevano riprodurre su schermo le sensazioni di un trip. Gaspar Noè, grazie al suo virtuosistico talento, ci riesce alla grande. La maggior parte del film è un’esperienza extracorporea in soggettiva che fa volteggiare lo spettatore attraverso la luminosa e insonne città, fermandosi, di quando in quando, sulle vite dei vari protagonisti: lo spacciatore Alex, la sensualissima Linda (Paz de la Huerta), suo marito gestore del night in cui lei lavora. Tutto visto attraverso gli occhi (?) di Oscar, fratello di Linda. Alcuni flashback spiegano chi sono i due fratelli, il loro legame e la scontata scelta finale di Oscar.

Non si può certo parlare di trama che, volendo approfondire, è decisamente banale. Noè definisce questa sua opera un “melodramma psichedelico” visivamente vicino a “2001 Odissea nello Spazio” ed è l’unica giusta chiave di lettura. Ispirato a “Il Libro Tibetano dei Morti” le 2 ore di spettacolo sono in sostanza il “bardo”, il lasso di tempo che intercorre fra la morte del corpo e la reincarnazione dell’anima.

I detrattori di Gaspar Noè insistono che è ben poca cosa e tutto si riduce a un formalismo estetico pomposo. In quest’ottica anche “Rapina a Mano Armata” di Kubrick è solo la storia di una rapina andata male, montata in maniera virtuosa. Questo è il solito destino per prodotti che non possono essere etichettati e rinchiusi entro parametri omologanti. E’ un miracolo, invece, che vengano prodotte ancora pellicole simili, sia per difficoltà di visione che per temi scabrosi pornografico/incestuosi.
I protagonisti sono felicemente drogati e immorali, alla ricerca di nuovi sballi. Il film inizia con Oscar che si fuma una potente dose di DMT.
La bellissima scena ambientata nella casa di piacere è da antologia. Un modello di Tokio in miniatura riempie l’appartamento di Alex. La MDP si avvicina svolazzando e volteggiando verso il bordello. La soggettiva penetra i muri delle stanze mostrandoci i piaceri proibiti di tutti i clienti (in carne e ossa), mostrandoli come fossero all’interno di una casa di bambole, unendoli tutti in una grande e liberatoria orgia.
Bastano gli epilettici titoli di testa per apprezzare questo film.

Enter the Void” ha riscosso grande interesse nei festival in cui è stato presentato, è diventato subito un cult in rete grazie al tam-tam pear to pear e, ovviamente, non è stato quasi distribuito nelle sale. Poi c’è ancora chi è convinto che a far morire il cinema sia “internét”.

V>L>F – intervista a Marco Malattia

VLF videomalattieMarco Malattia si presenta talvolta con maschera da maiale, altre con un cappuccio bianco dagli occhi bui, altre ancora con la maschera carnevalesca dei dottori della peste. Sembra una nuova figura da film slasher accanto Michael Myers e JasonVoorhees.

V>L>F videomalattie è il suo progetto.

B-Sides
V>L>F la prima volta che l’ho letto pensavo significasse “very low frequency” frequenze molto basse usate per le comunicazioni fra sommergibili in realtà significa Vans la Furka giusto?
Marco Malattia
Esatto, è una deviazione di un intercalare in emiliano. Il suo significato letterale è “Vai Alla Forca”, un modo come un altro per dimostrare astio e inimicizia verso qualcosa o qualcuno. Nel nostro caso il senso è ampliato a tutto ciò che viene definito estremo ma che in realtà è banalità camuffata con retoriche pseudo punk. Io uso la carne e le interazioni di cui si rende partecipe per esprime noia e malcontento.
B-Sides
Parlami un po’ di questo progetto . Inizialmente nasce come un’etichetta musicale noise…
Marco Malattia
L’idea e la voglia di occuparsi di video nasce nel 1998, appunto nel contesto di un’etichetta noise che gestivo all’epoca. Naturale che raffinando la mia capacità passai nel giro di qualche anno dai videoclip ai cortometraggi sperimentali. Da lí, le sequenze concerenti i corpi, il sesso, la malattia di concetto divennero sempre più frequenti. Nel 2003 nacque l’attuale marchio del progetto con l’intento di perfezionare un linguaggio che può essere considerato pornografia solo a livello apparente in quanto non sono le attività masturbatorie del fruitore a giustificare le realizzazioni.
B-Sides
Infatti i tuoi video, nonostante mostrino senza indugio scene di sesso, mancano completamente di una componente erotica. Mostrano, anzi, un totale nichilismo lontano da ogni logica di mercato pornografico.
Marco Malattia
L’erotismo è finzione e a me non interessa la finzione fine a se stessa.
Ciò che viene considerato commercialmente pornografico ha perso completamente il suo impatto trasgressivo, canoni triti e ritriti ed estetiche ormai digerite e metabolizzate da decenni. Nel mio lavoro c’è un completo disinteresse verso regole di mercato è una summa dei miei gusti e delle mie tendenze realizzo ciò che mi piacrebbe vedere.
B-Sides
Per questo motivo hai scelto “Noia” come titolo della tua prima raccolta di video, riferendoti all’attuale panorama pornografico?
Marco Malattia
la genesi di quel prodotto è un’epopea che dura anni e solo recentemente, con la pubblicazione della versione definitiva ha avuto termine
“noia” comtiene i primi esperimenti pornografici realizzati da me e M’Oskatresc in un periodo che va dal 2000 al 2007, dalla prima edizione sotto forma di 17 cortometraggi all’ultima versione il materiale ha subito infinite manipolazioni. Il titolo è dovuto al motore primo che mi portò a realizzare il prodotto: in un pomeriggio noioso mi missi a lavorare su queste riprese all’apoca inedite, la noia è il motore di tutto.
Adesso, per fortuna, la saga di Noia è finita dopo 5 anni sono finalmente soddisfatto della forma che ha preso il materiale.
B-Sides
Nell’intervista su “Delta di Venere” mi ha stupito il tuo tentativo di entrare nel mercato del porno.
Forse sbagliando, ma ho guardato i tuoi video pensando più a violente performance di body art depurate da qualsiasi intellettualismo. Trovi dei punti di contatto con queste realtà o le ripudi completamente?
Marco Malattia
Il tentativo di entrare in un mercato istituzionalizzato come quello del porno era una cosa che volevo provare giusto per spirito di
sovversione sarebbe stato interessante sdoganare un prodotto ingiustificabile dal punto di vista commerciale come il mio in un ambiente regolato da squallide leggi di mercato.
B-Sides
Ma che riscontri hai avuto?
Marco Malattia
In linea di massima, non essendo mai stato presentato da qualcuno già attivo nel giro
sono stato snobbato e considerato giusto uno che realizzava film amatoriali, senza prendere in considerazione il fatto che nei miei lavori c’è più lavoro che nella maggior parte dei prodotti porno messi insieme.
Il discorso della body art vera e propria, discorso al quale sono stato sempre un pò refrattario,
verrà approfondito nelle sue sfumature più estreme nei prossimi lavori grazie alla collaborazione di una performer di tutto rispetto come Nausicaa Roi che presterà le sue carni alle mie elaborazioni video.
B-Sides
Non c’è solo sesso nei tuoi video, anzi, come dici tu c’è un importante impegno nell’elaborare una scenografia, nella scelta di ambientazioni talvolta blasfeme o sataniche.
Spesso abbini sesso, morte, religione è solo una scelta estetica di trasgressione?
Marco Malattia
Sesso morte e religione sono, volenti o nolenti, i motori che muovono gran parte della percezione che abbiamo della realtà. Non c’è da parte mia una vera intenzione esoterica o mistica, almeno a livello “pubblico”.
a questo proposito sono in procinto di realizzare con un’altra performer, Helga Sedmokraska, una rilettura del Compendium Maleficarum
di Frate Guaccio.
Chi vede solo sesso nei miei lavori non ha un background sufficentemente evoluto per una lettura obiettiva del lavoro V>L>F
B-Sides
Puoi anticiparmi di più sul Compendium Maleficarum. Opera che non conosco.
Marco Malattia
il Compendium Maleficarum è uno dei tanti testi scritti da e per inquisitori, una sorta di malleus maleficarum sui generis dell’italianissimo frate Guaccio. Quest’opera mostrava, oltre al delirio che ci si può aspettare, una serie di xilografie che mostravano vari episodi di adorazione del demonio che palesano una devianza psicosessuale del realizzatore da lasciare basiti. Il progetto prevede di ricreare alcune di queste scene tramite fotografie il più fedelmente possibile.
Il risultato verrà pubblicato sui uno dei prossimi numeri di GovNoed Revue
B-Sides
Hai appena parlato di GovNoed Revue.
Puoi spiegare cos’è esattamente, è una rivista fotografica?
Marco Malattia
GovNoed Revue è il mio sfogo dove sperimento con la fotografia. Una forma di espressione che mi ha sempre affascinato al pari dei video.
La possibilità di creare un’atmosfera senza la componente del movimento è stimolantissima per me che nasco come videomaker.
Non sapendo come contestualizzare il mio lavoro fotografico mi sono creato una fotozine che mi permette di pubblicare ciò che voglio.
I format prendono un po’ dalla mailart di 2o anni fa, giocando con impaginazioni stravaganti e concept inusuali. Quello che era iniziato come semplice divertissement ora occupa una bella fetta di impegno all’interno del mio personale circo.
B-Sides
Tornando ai video, fra “noia” e “an experiment in shit” c’è una notevole differenza di qualità.
Noia appare un po’amatoriale.
Era voluta questa differenza di stile o è una tua “maturazione stilistica”
Marco Malattia
la differenza principale è il source material. Mentre “Noia” nasce da riprese non pensate in funzione di un montaggio “An experiment in shit” deve il suo aspetto a precise intenzioni di realizzarlo così com’è venuto. La mia maturazione sia tecnica che estetica c’è stata, ovviamente, dato che i 2 lavori si distanziano di quasi un decennio.
B-Sides
Sei anche autore delle musiche dei tuoi video?
Marco Malattia
Certo V>L>F è pura autarchia le musiche sono realizzate dai miei progetti musicali, I.M.d.P. e Decretum Kteis XI. Essendo tutto realizzato con le stesse intenzioni di rottura, suoni e immagini si sposano a meraviglia.
B-Sides
V>L>F è composto unicamente da te o coinvolge altre persone oltre alle attrici?
Marco Malattia
V>L>F nasce cpome progetto personale, progetto che ovviamente si è sempre avvalso di attrici e performer senza le quali non sarebbe stato possibile realizzare nulla dei miei lavori è sempre stato gestito da me, anche se ultimamente persone che hanno capito e compreso i tipi di estetica che voglio realizzare si sono avvicinate se non alla direzione del progetto, almeno alla sua soppravivenza.
Alcune ragazze continuano a lavorare con me in maniera esemplare e competente, altre entrano ed escono dal circo in quanto non
hanno le qualità necessarie.
B-Sides
Chi sono le protagoniste di An Experiment in shit? In un episodio una delle 2 donne mostra apertamente il viso. Sono professioniste del cinema hard?
Marco Malattia
Le attrici non sono in nessun modo professioniste, tranne qualche rarissimo caso sono alla prima esperienza in video. I motivi che spingono queste donne a partecipare sono semplicissimi: le piace ciò che faccio e ne vogliono far parte. Non credo mi piacerebbe lavorare con professioniste, cosa che ho sempre evitato.
B-Sides
Buoni propositi per domani?
Marco Malattia
Ovviamente continuerò la saga di govnoed nel migliore dei modi possibili e a realizzare video sempre esplorando nuovi linguaggi e metodi realizzativi, ogni contatto esterno che entra nel mio mondo lascia un segno, quindi, dovendo nel prossimo futuro lavorare con nuove ragazze, mi è impossibile precederne i risultati.
B-Sides
In bocca al lupo allora e grazie per l’incontro.
Marco Malattia
grazie a te per l’intervista e il supporto.

V>L>F – The sex choice of a new generation

V L F le video malattie La maschera medioevale dei dottori della peste e un vistoso “Prince Albert”.
La figura inquietante che campeggia nella copertina del quattordicesimo numero di B-SIDES è l’opera di V>L>F le videomalattie.

V>L>F è un progetto autarchico che non può essere rinchiuso in facili etichette. Un lavoro video/fotografico di esplorazione in territori oscuri dominati da tabù. Esplorazione della carne alla ricerca di limiti, nuovi piaceri, ossessioni e fascinazioni, vissute in prima persona senza alcun intermediario se non una videocamera. Un’operazione di rara coerenza decadente lontana da qualunque intellettualismo stantio.

Vans>La>Furka Videomalattie è un contenitore per i lavori di Marco Malattia, le coordinate si vengono a trovare tra corpi, macchine, oggetti obsoleti, sesso, meccaniche, morte e automatismi, il tutto è interconnesso, mediatizzato e frammentato, distorto da innumerevoli chiavi di lettura, pornografia, nature morte e oggetti vivi, costruttivismo, surrealismo in contrapposizione ad un iperrealismo esasperato, illogicità, contraddizionismo estetico e concettuale, incomunicabilità e amore per l’illogico e l’improbabile.” Tratto dal manifesto di V>L>F

VLF noiaNoia” e “An Experiment in shit” sono i video documenti che racchiudono un decennio circa di azioni e interazioni.
Nei video le penetrazioni si alternano a vesciche di pus che esplodono, i comuni sex toys vengono rimpiazzati da pallottole di pistola, i volti delle attrici impegnate in lunghe sessioni di fellatio sono strette in soffocanti pellicole di plastica che ricordano una versione pornografica de “Il bacio” di Magritte, donne in nere tute di latex celebrano nuovi rituali blasfemi.
Tutto questo immerso in una esasperante e ipnotica musica noise, sempre curata da Marco Malattia.

V>L>F è uno sputo in faccia a tutto quello che è considerato corretto.

È piacevole “intrattenimento diseducativo”come Marco Malattia stesso lo definisce.

V L F le video malattie - inserzione

V L F le video malattie – inserzione

  • RACCOLTA 2014 anno V

    RACCOLTA 2014 anno V

    RACCOLTA 2014 anno V - prenotala su questo sito

  • Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti gratuitamente a questo blog e ricevere notifiche di nuovi articoli per e-mail.

    Unisciti agli altri 2.568 follower

  • Archivi

  • B-Sides Magazine IV – Raccolta Stampata 2013

    B-Sides Magazine IV - Raccolta Stampata 2013

    B-Sides Magazine IV - Raccolta Stampata 2013

  • B-Sides Magazine III – Raccolta Stampata 2012

    B-Sides Magazine III - Raccolta Stampata 2012

    B-Sides Magazine III - Raccolta Stampata 2012

  • B-Sides Magazine II – Raccolta Stampata 2011

    Raccolta Stampata 2011 - Diponibile a richiesta

    B-Sides Magazine II - Raccolta Stampata 2011

  • “Sbranando Dio” di Giuseppe Ricci – una pubblicazione B-Sides Magazine – Prenotala da questo sito

    "Sbranando Dio" di Giuseppe Ricci

    "Sbranando Dio" di Giuseppe Ricci

  • B-Sides Magazine – Cover 2011

    B-Sides Magazine - Cover 2011

    B-Sides Magazine - Art 2011

  • B-Sides Magazine – Cover 2010

    B-Sides Magazine - Cover 2010

    B-Sides Magazine - Art 2010

  • Seguici anche su Facebook

  • Comunità

  • Cristina Schramm

  • BIZZARRO BAZAR

  • SOURMILK

    Cineforum

  • TAG

    Abel Ferrara Adriano Barone adult comics Aldous Huxley Aleksei German Andrzej Pagowski Anselmo Ballester BDSM Biennale Venezia Arte Architettura Blixa Bargeld Cannibal Holocaust cartoni animati per adulti Cormac McCarthy cover cyberpunk Davide Manuli Edogawa Ranpo Einstürzende Neubauten Electronic Music Erotico Fantascienza festival cinema Fetish Film cult horror b movie Film estremi Foetus James George Thirlwell G. G. Allin Genesis P-Orridge Giorgio Olivetti Gottfried Helnwein HARMONY KORINE Ian McDonald Indie Alternative Music Industrial Interviste italian movie poster James G. Ballard Jamie Hewlett Japanese culture John Cale John Hillcoat Karel Thole Kotoko La leggenda di Kaspar Hauser Lars von Trier Lucio Fulci art miguel angel martin mockumentary moebius mostra del cinema di venezia Music festival Nick Cave Nine Inch Nails Peter Christopherson Phil Mulloy polish movie poster Psychic TV Registi Polacchi Russian Culture second life Serial Killer Shinya Tsukamoto slasher Takashi Miike Ted Chiang Teruo Ishii The Proposition Throbbing Gristle torture porn TRIESTE S+F festival V>L>F Videomalattie Velvet Underground Venezia Vermilion Sands zombi
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 2.568 follower