SEVEN ELEMENTS – Gennadiy Ivanov (1984)

Seven Elements” è un film di fantascienza con derive romantiche diretto da Gennadiy Ivanov nel 1984.

Nel prossimo futuro la luce solare è calata d’intensità creando gravi difficoltà alla vita sulla Terra. Un’equipe di scienziati progetta un metodo per incanalare energia grazie a un’alga che si trova in fondo all’oceano. Contemporaneamente appare sulla Terra uno strano fiore che sembra legato alle apparizioni di una donna aliena che appartiene al passato del protagonista del film.

La storia, in realtà, non ha alcun senso fino e giunge a essere ridicola quando si addentra in spiegazioni parascientifiche, ma visivamente è un film molto piacevole che scorre veloce. Ottime le scene subacquee, bello il design dell’auto guidata dal protagonista e ottima la colonna sonora del compositore Eduard Artemyev le cui musiche compaiono anche in “Solaris” e “Stalker”.

 

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GENERATION P – Victor Ginzburg (2011)

Mosca anni ’90. Eltsin è al potere e la Russia vive un’epoca di confusione e corruzione. Il sogno occidentale fa irruzione nella cultura russa prosperando sulle macerie sovietiche.
Il poeta Babylen Tatarsky dopo il crollo dell’Unione Sovietica deve lasciare l’università per lavorare in un chiosco di sigarette gestito della mafia cecena.
Babylen scopre di possedere un innato talento per inventare slogan simili a quelli occidentali, ma adatti alla cultura sovietica. Grazie all’interessamento di un amico riesce a entrare nel nascente e spietato mondo della pubblicità e a scalarne le più alte gerarchie.

Generation P - Victor Ginzburg (2011)

Generation P – Victor Ginzburg (2011)

Inizialmente Babylen cerca di comprendere le forze che determinano i desideri consumistici. Per farlo abusa di sostanze lisergiche e funghetti allucinogeni. Più la sua mente sonda il lato oscuro dei desideri più trova uno schema ricorrente legato alle antiche divinità mesopotamiche. Più si droga, più ottiene rivelazioni esoteriche e più scala i vertici del mercato televisivo russo.
La pista mesopotamica lo porterà inaspettatamente ad entrare in una setta religiosa adoratrice della dea Ishtar che trasformerà l’ingenuo idealista nel principale manipolatore mediatico/politico della scena russa.

Generation P” È un film rocambolesco dal ritmo scoppiettante lontanissimo dagli stereotipi del cinema sovietico e russo di nuova generazione.

Il film critica apertamente sia la politica russa, rappresentata come un teatrino mediatico interpretato da fantocci, sia lo stile di vita consumistico, governato da un cinico apparato pubblicitario che sfrutta le debolezze e i desideri umani, specie quelli del popolo russo affamato di oggetti da possedere. L’uomo post-sovietico, infatti, a causa di una privazione durata diverse decadi, si presta alla perfezione a esperimenti mediatici in grado di manipolarlo. Alcuni influenti personaggi in realtà non esistono. Esiste solo la loro immagine televisiva e una rete di agenti segreti infiltrata in ogni ceto della popolazione che conferma, con aneddoti più o meno surreali, i fatti descritti in televisione.

Nella Russia post comunista e pre capitalista il denaro è l’unica cosa reale. Emblematica la scena della pomposa mostra d’arte in cui vengono esposti i prezzi delle opere d’arte battuti dalle case d’asta anziché le opere d’arte stesse. I famosi quadri in questione quasi nessuno li ha mai visti.

Generation P - Victor Ginzburg (2011)

Generation P – Victor Ginzburg (2011)

Il film abbonda di scene sarcastiche e originali come i mezzi poco ortodossi utilizzati da Babylen per immergersi nel mondo creativo/paranormale: da un mandala di cocaina a una tavoletta ouija con cui si mette in contatto con lo spirito di Che Guevara. Sarà proprio lo spirito del Che a introdurlo alla demenziale teoria del WOWismo che distrugge lo spirito dell’uomo.
I miti della cultura pop occidentale convivono con la dea Ishtar sullo sfondo di assurde teorie complottistiche.

Diretto nel 2012 da Victor Ginzburg e basato sul romanzo di Victor Olegovich Pelevin del 1999,
Il film è stato distribuito in Russia, nonostante la graffiante satira politica ed è stato finanziato anche grazie al product placement di tutti quei marchi di cui Babylen Tatarsky si fa apertamente beffe con le sue pubblicità astruse e di dubbio gusto.

Da segnalare anche una colonna sonora di tutto rispetto fra cui spiccano compositori come Alexander Hacke e Sergey Shnurov (quest’ultimo presente anche nella colonna sonora di “Ogni cosa è illuminata”).

EOLOMEA – La sirena delle stelle – Herrmann Zschoche (1972)

Eolomea – La sirena delle stelle”, (Herrmann Zschoche – 1972), tratto dall’omonimo romanzo di Angel Wagenstein, è una pietra miliare del cinema di fantascienza del periodo sovietico. Prodotto dalla DEFA

L’umanità ha colonizzato il Sistema Solare. Molti sperduti avamposti spaziali sono riforniti dalla Stazione spaziale Margot. Inspiegabili incidenti fanno perdere i contatti con otto astronavi appartenenti alla stazione spaziale. Forse queste sparizioni sono legate a un segnale ignoto di origine extraterrestre proveniente dalla lontana costellazione del Cigno.

“Eolomea - La sirena delle stelle”, (Herrmann Zschoche – 1972)

“Eolomea – La sirena delle stelle”, (Herrmann Zschoche – 1972)

In “Eolomea – La sirena delle stelle” sono presenti tutti i classici componenti della fantascienza sovietica: l’approccio cosmista alla scoperta dello spazio, l’assenza di una minaccia da combattere e l’attenzione per le scenografie futuriste. Il film parte, però, da un approccio completamente diverso: la trama sembra appartenere più al genere “giallo”, mentre l’attenzione principale è focalizzata più sul rapporto dell’uomo con l’immensità del cosmo. Molti hanno letto “Eolomea – La sirena delle stelle” come una metafora della fuga dalla Germania Est, ma la chiave di lettura può essere ben più profonda. L’attrazione quasi suicida per l’ignoto, la solitudine che si vive lavorando nelle sperdute colonie minerarie asteroidali, l’enorme distanza di tempo e di spazio che divide le persone, la malinconia per la Terra e l’indifferenza di chi è troppo giovane per averla vista.

“Eolomea - La sirena delle stelle”, (Herrmann Zschoche – 1972)

“Eolomea – La sirena delle stelle”, (Herrmann Zschoche – 1972)

I personaggi di questo film sono tutti a loro modo molto poetici come il disilluso capitano Daniel Lagny che, annoiato dai paesaggi lunari, sogna il mare, Pierre Brodski affetto da un male incurabile che vive su un asteroide come un eremita, il pilota dell’epoca d’oro dei viaggi planetari che sogna la pensione per far conoscere la Terra a un bambino cresciuto nello spazio.

Eolomea – La sirena delle stelle” è una coproduzione tra Germania Est, Unione Sovietica e Bulgaria. Fa parte, insieme a altri due capisaldi del cinema di fantascienza della Germania dell’Est (“Sojux 111” e “La polvere delle galassie”) del prezioso cofanetto “Stelle rosse”.

KONTROLL – Nimród Antal (2003)

kontrollNella metropolitana ungherese si aggira una losca figura incappucciata che getta le persone sui binari quando passa il treno.  Un gruppo di scalcinati controllori ha l’eroico compito di multare i passeggeri sprovvisti di biglietto. Una ragazza vestita da peluche prende sempre la metro nell’indifferenza di tutti.  “Kontroll” è un bellissimo film di Nimród Antal che prima di finire a Hollywood a girare reboot (“Predator”) firmava pellicole davvero originali. Questo thriller ungherese del 2003 mescola sapientemente i generi.  Horror e commedia sono ben dosati tanto da ricordare, almeno nella prima parte del film, i ritmi dei migliori film di Guy Ritchie.

Kontroll 2

I controllori sono: Bulcsú, che vive all’interno della metropolitana senza mai uscire nel mondo esterno, Muki, un narcolettico, il giovane e ingenuo Tibi, un professore veterano di guerra, e lo strampalato Lecso. I controllori vengono quotidianamente offesi, derisi o menati dai passeggeri in gag esilaranti. Il loro acerrimo nemico è “bomboletta spray”, un giovane writer che non paga mai il biglietto. La realtà lavorativa tragicomica dei dipendenti della metropolitana è sconvolta da numerosi casi di suicidio. Solo Bulcsú si accorge di una presenza inquietante che, approfittando della calca e della disattenzione della gente, getta le sue vittime sotto i treni. Intanto si innamora di una strana ragazza sempre vestita da orso.

Fra le scene clou: il suicidio di un collega e le gare nei tunnel della metropolitana prima che giunga il treno.

Nimród Antal non girerà più un film all’altezza di “Kontroll”, ma questo piccolo film lo fece notare dalle case produttrici più importanti: nel 2007 gira l’ottimo thriller “Vacancy”, nel 2009 “Blindato”, prodotto da Sam Raimi, e nel 2010 il terzo episodio della saga “Predator”, prodotto da Robert Rodriguez. Il suo ultimo lavoro è del 2013: il film/concerto “Metallica 3D Through the Never”.

 

 

LE VITE INVISIBILI DEI REIETTI: gli ipnotici film di ARTOUR ARISTAKISIAN fra le macerie sovietiche.

Ladoni – Artour Aristakisian

Non vediamo le cose per come sono, ma per come vengono chiamate… la mia fantasia è cancellare tutte queste denominazioni.” Artour Aristakisian

Artour Aristakisian (1961) è un personaggio veramente anomalo nel panorama del cinema contemporaneo. Grande conoscitore della settima arte, ma anche suo grande detrattore. Onnivoro di film, ha diretto solo due pellicole: “LadoniPalms” (1994) e “Mesto na zemle – A Place on Earth” (2001). Due film estremi che mostrano senza compromessi la fatiscente vita degli ultimi. Non c’è una linea marcata fra la finzione cinematografica e la documentazione della realtà. I relitti umani da lui filmati sono veri, agiscono sullo sfondo delle storie imbastite dal regista, ma sono loro il centro dell’attenzione. I marcescenti quartieri sovietici che nascondo la vita di questi esclusi alla vista delle altre persone potrebbero essere ubicati in qualunque angolo del mondo perché la follia e la disperazione umana sono ovunque simili, tanto quanto i piccoli e luminosi momenti d’amore.

Ladoni - Artour Aristakisian

Ladoni – Artour Aristakisian

Mesto na zemle – A Place on Earth.
In un edificio diroccato del cuore di Mosca esiste una comune hippy raccolta intorno a un pazzo o un santo. La comunità è un rifugio per drogati, disabili, senza casa, mendicanti, disperati di ogni tipo. Si vive nell’utopia della condivisione dei propri corpi e dei pochi beni a disposizione. Questi derelitti sono tanti, ma ogni loro volto racconta una miserabile storia diversa. Le stanze sono senza porte, ma è, comunque, un ambiente claustrofobico. La gente scopa, si droga e muore in mezzo ai bambini. Sono talmente schiacciati l’un l’altro che un ospite della comune, sdraiandosi di peso su un letto, uccide inavvertitamente un neonato. La madre lo seppellirà fra i calcinacci dell’edificio marcescente tanto ha poca importanza ormai la sua esistenza. Il santone si evira a causa di una crisi mistica e piano piano la comunità si sgretola. La polizia farà sgomberare l’edificio pericolante e i barboni torneranno alle loro vite solitarie. Per più di due ore la macchina da presa si fa strada fra i corpi pigiati dentro le stanze della comune, fissa gli occhi svuotati di ogni speranza di queste creature disperate e indugia sui volti dei mendicanti segnati della sofferenze, sui loro piedi infagottati in qualche modo in stracci che fungono da scarpe e sulle mani screpolate dal gelo. Un’opera dolorosa in cui la speranza è solo motivo di ulteriori sofferenze.

Ladoni - Artour Aristakisian

Ladoni – Artour Aristakisian

Ladoni
Dopo un prologo ambientato nell’antica Roma al tempo della persecuzione dei cristiani il film si sposta a Kishinev (capitale della Moldavia) nel 1990 in una baraccopoli abitata da vagabondi che presto sarà rasa al suolo per edificare nuovi edifici. I suoi abitanti verranno portati in manicomi o prigioni. La voce fuori campo monologa con il figlio non ancora nato. Il padre vuole preservare suo figlio dalla violenza della società indicandogli la strada dell’indigenza e della verginità come unica via per vivere fuori da un sistema capace solo di annichilirlo. “Vivere una vita di indigenza ti proteggerà dal sistema, la verginità dal fornicare con il sistema… Per vivere con idee nuove bisogna prima perdere il senno.” Il monologo è attribuito al poeta moldavo Naum Kaplan.

Ladoni - Artour Aristakisian

Ladoni – Artour Aristakisian

La pallicola è divisa in 10 capitoli che introducono le vite dei vari mendicanti.

1 LETTO E VESTITI. Il titolo si riferisce alle storie di due mendicanti: una vecchia che vive sdraiata da 40 anni sul marciapiede; (in quel fazzoletto di cemento aspettava il suo sposo che non arrivò mai) e, a pochi passi dal letto della vecchia, un uomo che accumula nella sua baracca vestiti di persone morte che gli vengono regalati. Pigiami di ospedali sono l’arredo della sua sistemazione.

2 VITA NELLA PALUDE. La palude è una zona della baraccopoli allagata dove vive un gruppo di bambini.

3 YAZUNDOKTA / GIORGIO IL VITTORIOSO / L’UOMO NELLA TINOZZA ROTTA. Sono i nomi di tre vagabondi: Giorgio il vittorioso è un mendicante senza mani che girovaga per la città in ginocchio, L’uomo nella tinozza è un vecchio senza gambe che vive nella sua tinozza e Yazundokta è una donna che trascina una cassa in cui nasconde la testa del suo amante/carnefice.

4 ZAR OSWALDO/ CHANCE / PRIMO GIORNO DI LIBERTA’. Zar Oswaldo è un uomo senza gambe che corre sul suo carretto.

5 LA GUARIGIONE DEL CIECO. Insieme a una famiglia di mendicanti ciechi ci vengono presentati alcuni epilettici vittime di strani esperimenti sulla memoria.

6 SRULIK / FAME / VITA NOTTURNA DI MENDICANTI. In questo capitolo incontriamo Srulik, un vecchio che vive con i piccioni, e una donna che di notte vede il fantasma di suo marito morto di fame.

7 IL FLAUTO MAGICO. Il flauto magico è quello di una ragazza in carrozzella. In questo capitolo la voce narrante chiarisce il suo legame con il figlio.

8 LE FRONTIERE DELLO STATO DI ISRAELE. Un vecchio muto è convinto che il confine dello stato di Israele sia la staccionata che delimita il cortile in cui vive e dentro cui accumula da anni immondizia.

9 LETTO DI FERRO. Il vecchio muto mostra certificati inutili che dimostrerebbero che una vecchia senza gambe è sua moglie.

10 IL PARLAMENTO DEGLI UCCELLI. Con quest’ultimo capitolo si concludono le due ore abbondanti di volti e gesti che appartengono a una comunità che, probabilmente, non è sopravvissuta fino ai nostri giorni.

 

 

 

 

DEAD MOUNTAINEER HOTEL – Grigori Kromanov (1979)

Dead Mountaineer Hotel” è un film del 1979 diretto da Grigori Kromanov, basato sul romanzo di Arkady e Boris Strugatsky, molto famoso in Russia anche grazie a un videogioco tratto dalla pellicola nel 2009.

In seguito a una telefonata anonima l’iispettore Glebsky arriva all’hotel “Dead Mountaineer’s“, un hotel situato in mezzo alle Alpi che deve il suo nome a un leggendario alpinista morto il cui ritratto campeggia nella hall. Sotto il ritratto il fedele cane san bernardo attende il suo ritorno.

I villeggianti sono tutti piuttosto strani e non si tarderà a capire che alcuni di loro sono alieni, altri i loro robot da compagnia, altri umani.  Il ritrovamento di un cadavere e la valanga che blocca il piccolo gruppo di vacanzieri nell’albergo complica il lavoro dell’ispettore che dovrà capire come comportarsi con gli imperscrutabili alieni.

Dead Mountaineer Hotel” non è una pellicola convenzionale di fantascienza, è un bel noir girato come se fosse tratto da un libro di Agatha Christie ed è questo il suo miglior pregio.

Molto curata la fotografia. Gli interni sono molto bui con contrasti di colore molto accentuati. Gli esterni, girati sulla neve, luminosi e abbaglianti.

Curiosa anche la colonna sonora elettronica dell’estone Sven Grünberg che ricorda i “Tangerine Dream”.

Dead Mountaineer Hotel”  è una produzione estone e girata sulle montagne del Kazakistan.

 

 

Horror SOVIET- I film dell’orrore russi.

“Viy” (1967)

A differenza della fantascienza in Russia il genere horror non ha mai goduto di una grande tradizione cinematografica o letteraria. Proprio per le radici positiviste e cosmiste sovietiche questo genere, considerato irrazionale e nichilista, inizia ad avere un seguito da poco più che un decennio grazie anche a festival dedicati che importano il meglio della cultura horror occidentale e orientale. In passato l’horror spesso sfumava in storie fantasy con elementi macabri che attingevano al folklore locale. E’ il caso di “The drowned maiden” (“Майская ночь, или УтопленницаAleksandr Rou, 1952) e soprattutto di “Viy(Georgij Kropačëv e Konstantin Eršov, 1967), tratti entrambi da due racconti di Nikolaj Gogol. In quest’ultimo film un giovane seminarista deve vegliare per tre notti consecutive la salma di una ragazza appena deceduta senza sapere che si trattava di una strega. Durante le tre notti lei tornerà in vita per ucciderlo insieme a vari demoni fra cui il temibile Viy. Un film bizzarro e grottesco che, nonostante alcuni effetti speciali ingenui, riesce a inquietare e divertire. Nel 2014 è stato diretto lo spettacolare remake in 3D.

“The Queen of Spades”

Il primo film del terrore sovietico è “The Queen of Spades” (1910): un cortometraggio paranormale di 15 minuti tratto da una novella di Aleksandr Pushkin. Storia di superstizioni, fantasmi e sensi di colpa. Restando nell’epoca del muto “Marriage of the Bear” (1925) è una fiaba gotica più perversa di quanto appaia inizialmente: un uomo si trasforma in un feroce assassino di donne a causa di un trauma subito dalla madre mentre era incinta di lui. La donna fu, infatti, aggredita da un orso.

The Savage Hunt of King Stach” (1979) è un buon thriller ambientato alla fine del XIX secolo che si regge su atmosfere misteriose.

“The vampire family”

“The vampire family” (“Семья вурдалаков” – 1990), tratto da un racconto di Aleksei Tolstoi,  è un cupo horror che fa paura e inquieta anche se sembra un prodotto italiano degli anni ’70.

“Upyr”

Il tema dei vampiri diventa di moda negli anni ’90 e “Upyr” (“Упырь” – 1997) è un’ottima rivisitazione del mito degli oscuri succhiasangue. Qui i vampiri sono entrati a far parte della gerarchia mafiosa russa: il Blade sovietico protagonista del film dà loro la caccia con tutte le tecnologie a sua disposizione fino all’epico e stalkeriano duello finale. La peculiarità del film è, ovviamente, l’ambientazione nelle desolate periferie russe: fabbriche dismesse, cantieri abbandonati, un mondo in rovina governato solo da loschi traffici. Questi vampiri sono più simili a infidi criminali e hanno ben poco del romanticismo dark che caratterizza l’immaginario occidentale. Colonna sonora rock post sovietica dei tamarrissimi Tequilajazzz.

 

“Dead eye collector”

I film russi dell’orrore di nuova generazione sono dei buoni prodotti che hanno fatto tesoro sia dei J-Horror che delle pellicole statunitensi, ma si limitano a copiare canovacci già rodati senza aggiungere nulla di nuovo. Le differenze più evidenti  riguardano le location: dai decadenti casermoni sovietici alle gelide steppe innevate.  Si distinguono lo slasherDead eye collector” (“Putevoy Obkhodchik” – 2007) di Igor Shavlak, e “III” (2015)di Pavlev Khvaleev.

Il primo è un film ben confezionato e adrenalinico in cui un gruppo di ladri, dopo un colpo in banca non proprio riuscito, si rifugia con due ostaggi dentro i cunicoli della metropolitana moscovita (allora in costruzione).

“III”

Nel secondo una donna, per salvare la sorella affetta da un’incurabile e misteriosa malattia, deve immergersi nel suo subconscio tramite una pratica esoterica per pulire le causa del morbo. Khvaleev parte da una trama sciocca che ricorda fin troppo “The cell” di Tarsem Singh per girare un lungo videoclip ricco di scene bizzarre e terrificanti. Non a caso il regista viene dall’ambiente della musica elettronica. Atteso nel 2018 il suo prossimo film di fantascienza “Involution”.

“Father, Santa Claus Is Dead”

Le perle nere dell’horror russo vanno cercate nella cinema trasversale di registi fuori dagli schemi.

E’ il caso di Yevgeny Yufit (1961 – 2016), che con quattro film e qualche cortometraggio ha definito un genere, il Necrorealismo, a metà fra la presa in giro e l’orrore più becero. Stilisticamente i suoi film sono molto radicali, rigorosamente in bianco e nero, ispirati all’espressionismo tedesco e al surrealismo francese degli anni ‘20. I primi cortometraggi sono, addirittura, accelerati e  rovinati per ricordare le pellicole dell’epoca del muto. Il gusto per l’assurdo, l’umorismo nero e l’approccio irriverente ai classici del cinema contraddistinguono i primi lavori del regista, ma Yufit, a differenza di tanti suoi “seguaci”, non è un autodidatta che gira film amatoriali violenti. Fu pittore, fotografo e per un breve periodo allievo di Aleksandr Sokurov. La sua anarchia registica è più un gesto di strafottenza e le ricercate inquadrature citano e sbeffeggiano Andrey Tarkovsky. Intensi primi piani alla Dreyer si alternano a sequenza che sembrano prese da “Night of the living dead”. Le storie sono generalmente incomprensibili rimuginazioni sull’esistenza umana e presentano elementi ricorrenti: esperimenti segreti, cavie umane, bambini assassini, orge omosessuali, gente che si suicida senza motivo. Yufit usa lo strumento cinematografico per comunicare l’enorme vuoto lasciato dal crollo dell’impero sovietico. Le eroiche icone di regime sono completamente svuotate di ogni significato, lasciando spazio solo alla violenza e all’idiozia. I personaggi dei sui lavori sono, infatti, degli idioti o degli zombie.

Non studiavano dai libri scolastici ma dalle parole morte pronunciate dall’alto delle tribune. L’idiozia eroica, l`arte tragica contaminate con l’umorismo nero. … il desiderio sessuale è soddisfatto solo dall’omosessualità… il necromondo esiste (vive) grazie al sadomasochismo.” Yevgeny Yufit

Санитары оборотни(“Werewolf Orderlies” – 1984), 5 min.

Un marinaio sceso da un treno viene catturato da un gruppo di infermieri pazzi e trascinato nel bosco dove tutti quanti iniziano a comportarsi in modo bizzarro e violento.

“лесоруб” (“Woodcutter” – 1985) 6 min.
Nel bosco c’è gente che si incontra per picchiarsi.

Весна” (“Spring” – 1987) 10 min.
Lungo I binari del treno c’è un bosco dove vive gente strana che cattura e ammazza i viaggiatori per poi suicidarsi in modi creativi.

Вепри суицида” (“Suicide Warthogs” – 1988) 5 min
Un cortometraggio particolarmente sadico, montato alternando filmati patriottici di repertorio, in cui due individui accettano di farsi uccidere in maniera crudele

Рыцари поднебесья” (“Knights of Heaven” – 1989) 20 min.
Un gruppo di alpinisti-militari deve svolgere una missione segreta da cui dipende il destino di milioni di uomini. Durante l’addestramento verrà valutato l’eroismo, il coraggio e la forza di ognuno dei membri di questo corpo scelto, che però finiranno per ammazzarsi fra di loro. Un cortometraggio che imita e sfotte palesemente la regia di Andrey Tarkovsky.

Папа умер дед мороз (“Father, Santa Claus Is Dead – 1991) 73 min.
Una carrellata di assurdità e scene bizzarre senza una vera narrazione, basato non si sa in che modo sulla novella di Tolstoj The Vampire Family“. Un uomo che parla a monosillabi va a trovare suo fratello in campagna dove uomini vestiti di scuro fanno strani riti nel bosco. Inquietanti le scene iniziali dove un paio di bambini prepara una trappola mortale per un vagabondo.

Derevyannaya komnata” (“Wooden Room” – 1995), 65 min.
Il protagonista conduce una vita spartana con la moglie a cui non rivolge mai la parola. Lui è completamente assorbito dal suo lavoro di documentazione di riti strani che avvengono nel bosco.

Serebryanye golovy” (“Silver Heads” – 1998) 84 min.
Un team di scienziati, con delle macchine simili a una vergine di ferro fatta in legno, cerca di incrociare il DNA umano con quello vegetale. Gli esperimenti non riusciti vagano per la steppa come zombi inseguiti e cacciati dalla sicurezza dello staff.

Ubitye molniey”  (“Killing the light” – 2002) 60 min.
Un’antropologa sta facendo una ricerca sull’evoluzione umana e sull’esperienza della morte.  Al suo lavoro si alternano ricordi del padre, morto in un sommergibile durante la guerra, e immagini incomprensibili di vecchi che girano nudi comportandosi come scimmie.

Pryamokhozhdenie” (“Bipedalism” – 2005) min 94
Un artista che dipinge insetti scopre degli esperimenti segreti  volti a scoprire perché l’uomo è diventato bipede, abbandonando un stile di vita più consono alla sua natura. Gli esperimenti erano condotti su cavie umane che ora vagano per la campagna terrorizzando le persone.

Svetlana Baskova: “The green elephant”, “Mozart”, “5 bottles”, “For Marx”

Il necrorealismo ha sicuramente ispirato la regista Svetlana Baskova che nel 1999 esordisce con l’assurdo “The green elephant”, uno splatter violento e incomprensibile che vuole (forse) denunciare lo stato di degrado mentale delle forze armata russe. Due ufficiali dell’esercito sono detenuti in una prigione che assomiglia a uno scantinato. Uno sembra pazzo, l’altro violento. Divise militari sovietiche, frattaglie, abusi, sangue e merda. Una visione estrema girata in maniera amatoriale tanto da risultare ipnotica. Alcune scene risultano veramente disgustose (le scene di coprofagia, o la cornamusa fatta di interiora,…), mentre le ambientazioni e alcuni dialoghi sono morbosamente squallidi. Per accrescere l’aura cult di questo delirio la distribuzione e la visione del film è proibita in Russia. Svetlana ha diretto altri film considerati horror caratterizzati sempre da violenza, non-sense, riprese e recitazioni amatoriali al limite dell’imbarazzo, ma l’unico degno di interesse è il suo ultimo lavoro, “For Marx” (2013), un film incentrato su un gruppo di lavoratori derelitti che si ribellano al loro ricchissimo padrone/sfruttatore.

“Visions of suffering” Andrej Iskanov

Visions of suffering” (2006) è diretto da un esperto di film estremi: Andrej Iskanov, conosciuto soprattutto per il suo film successivo, “Philosphy of a knife” (2008), una raccolta di atrocità pseudo documentaristiche dell’estenuante durata di 4 ore e mezza. In “Visions of suffering” delle creature demoniache cercano di attraversare il confine fra incubo e realtà per catturare le loro vittime umane trascinandole nel loro mondo. La pellicola appartiene al genere sperimentale dalle velleità “arty” basato su atmosfere inquietanti e scene disturbanti che, come “Begotten”, vogliono colpire più il subconscio degli spettatori senza cercare di dare significati chiari alla narrazione. Nonostante una durata inutilmente lunga, che impoverisce il film anziché arricchirlo, restano impresse le bellissime scene oniriche virate su colori seppiati e alcune sequenze gore. L’intera filmografia del regista russo è consigliata solo agli amanti del genere. Il  suo ultimo lavoro è contenuto nel film antologico “The profane exhibith” (2013) dove è in compagnia di altri registi estremi di culto come il tedesco Marian Dora (“Melancholie der Engel”), lo statunitense Richard Stanley (“Hardware”), il messicano José Mojica Marins (il creatore di Zé do Caixão – Coffin Joe), il giapponese Yoshihiro Nishimura (“Tokyo gore police”) e il nostro Ruggero Deodato (“Cannibal Holocaust”).

“Visions of suffering” Andrej Iskanov

Cargo 200” (2007) diretto da Aleksei Balabanov , uno dei migliori registi russi moderni, anche se non è esattamente horror è talmente angosciante e violento che va fatto rientrare in questo elenco. “Cargo 200” è uno spaccato della Russia periferica degli anni ’80 dove nulla funziona, il potere è violenza e la vodka va bevuta fino a svenire. La storia è ispirata a fatti realmente accaduti che coinvolgono un serial killer dalla doppia identità, la figlia scomparsa di un segretario del partito comunista, un giovane punk fidanzato con la ragazza sequestrata, un insegnante amico del segretario di partito e un soldato caduto in guerra che deve essere sepolto con tutti gli onori. I Ioro destini sono uniti da una serie di assurde coincidenze. Balabanov usa uno stile gelido e distaccato che rende la visione ancora più violenta. Il regista non ha bisogno di soffermarsi sui crudi dettagli. La scena più scioccante è, infatti, quasi accennata, ma colpisce lo spettatore come una ferita.

Alcuni film di Aleksei Balabanov: “Il castello”, “Of freaks and men”, “Cargo 200”, “”Brother”

Le atmosfere funeste che aleggiano per tutta la durata del film sono appesantite dall’ombra della guerra. Il film è collocato storicamente durante il conflitto con l’Afghanistan. Il titolo è il nome dato agli aerei che rimpatriavano le salme dei soldati morti. 200 era il numero massimo di bare trasportabili.

Balabanov è morto prematuramente nel 2013, all’età di 54 anni, lasciando una serie di film che in Italia non sono mai stati distribuiti , nonostante i numerosi premi vinti nei vari festival. Fra questi la trasposizione del “Castello” di Kafka (1994), il crudo “Brother” (1997), la metafora sul crollo sovietico “Of freaks and men” (1998) e il melodramma “Me too” (2013).