PUNK in SIBERIA parte 1(5)

RUSSIA - SIBERIA

RUSSIA – SIBERIA

Siberia. Che cosa evoca nella nostra immaginazione? Spazi sterminati, natura incontaminata, freddo, neve, esilio, deportazioni, campi di prigionia e… gruppi punk! Sì, perchè In Siberia, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 si è sviluppata un’originalissima scena punk, a totale insaputa del resto del mondo.  Città come Omsk, Novosibirsk, Tyumen, Barnaul… alla maggior parte delle persone non dicono niente, ma alcune superano il milione di abitanti. Sono brutte metropoli industriali in mezzo al nulla dove la popolazione vive in condizioni climatiche estreme. Se ad un simile contesto di grigiore ed isolamento aggiungete l’assenza di libertà tipica della vita ai tempi del socialismo reale avrete un quadro – per quanto agghiacciante – piuttosto realistico di che cosa significasse vivere in Siberia negli anni ’80. Ma facciamo qualche passo indietro, per capire come il punk ci sia potuto arrivare fino in Siberia…

Egor Letov

Egor Letov

  1. ANARCHY IN U.S.S.R.

Quando di sottocultura punk se ne inizia a parlare, per i media dell’Unione Sovietica è una moda abietta, simbolo della decadenza culturale e morale dell’occidente capitalista. La stampa di regime definisce i punk fascisti, violenti, reazionari. D’altronde, la svastica che Johnny Rotten sfoggia al braccio – dicono i sagaci commentatori sovietici – parla da sé.

Feddy Lavrov alla fine degli anni ’70 è un adolescente di Leningrado (l’odierna San Pietroburgo), la capitale più occidentale e vivace della Russia sovietica. E’ lì che il punk in Russia muove i primi passi. Feddy, che oggi è un brillante cinquantenne che lavora nel campo dell’arte, ci ha raccontato il suo incontro con il punk: “La prima volta in assoluto, ne ho sentito parlare come di una “nuova moda” nel 1977, in un numero della rivista satirica sovietica chiamata “Krokodil” (divertente il titolo di questa rivista se si pensa che alcuni decenni dopo krokodil sarebbe diventato il nome di una droga terribile e tristemente nota qui in Russia…). Comunque sia, in quella rivista il punk non veniva nemmeno scritto “punk”:  il suo nome era traslitterato in russo, quindi era scritto pank con la a! Stesso discorso per i nomi dei gruppi come Stranglers (che diventavano gli strangolatori), i Dead Boys (i ragazzi morti) e i Damned (i dannati), definiti dall’autore dell’articolo come “band jazz che hanno inventato un nuovo stile e si esibiscono sul palco con tagli di carne fresca appesa al collo”. Cooosa? Che potevamo pensare di questo nuovo genere di musica? BoH! Non ne capivamo niente. Considerate che a quell’epoca il governo aveva paura della musica rock in generale, figuriamoci di questo genere così strano e nuovo di zecca….

Ai tempi dell’URSS suonare rock in pubblico e far circolare senza permesso le registrazioni della propria band, è un reato. Se poi si tratta di dischi occidentali, le pene si fanno decisamente più severe. Perchè il mercato discografico in Unione Sovietica è gestito da un’unica casa di produzione di Stato, la Melodya, che decide ciò che la popolazione può e non può ascoltare.  E il punk non lo può assolutamente ascoltare.

La televisione ad un certo punto – continua Feddyci ha fatto vedere dei “veri punk” per le strade di Londra. Lo scopo era quello di mostrarne lo squallore, la volgarità, affinché la brave famiglie sovietiche esclamassero: dio che orrore questi punk!” e gli adolescenti come me, ne restassero terrorizzati per tutta la vita… o cose del genere, ma insomma… la tv di stato spesso commetteva queste ingenuità tutte sovietiche. Così il risultato di quella visione fu che qualcosa si accese dentro di me.  Avevo 13 anni e corsi da mia madre urlando: “Ehi, mamma! D’ora in poi sono un punk!”. Lei non capì, ma fu così intelligente da intuire che fosse qualcosa che avesse a che fare con la musica. Mi comprò quindi una batteria ed altre attrezzature per suonare. Sono stato davvero fortunato! Ma che cosa potevamo fare come gruppo punk in Unione Sovietica alla fine degli anni ’70? Beh, suonare chiusi in casa. I concerti dal vivo non erano ammessi senza autorizzazione ed ogni infrazione in questo senso era perseguita. Anche la registrazione casalinga era illegale, ma sono riuscito ugualmente  a mettere insieme un studio artigianale e così ho subito iniziato a registrare le prove del mio gruppo, gli Otdel Samoiskoreneniâ – il dipartimento dell’autosradicamento”.

Otdel Samoskoirrenenia

Otdel Samoskoirrenenia

L’arte di arrangiarsi è decisiva per le prime punk band russe. Strumenti e amplificatori sono sostanzialmente irreperibili in Urss, e se lo sono costano svariati mesi di stipendio: “Tutto quello che avevo – dice Feddy – era un registratore monofonico con nastri da 6mm e una serie di piccoli mixer a 3 canali messi in linea in modo da poter collegarci tutti gli strumenti e i microfoni. Non avevamo ampli e nemmeno effetti per le chitarre. Anche queste ultime erano realizzate artigianalmente: per quanto mi riguarda ho costruito due bassi e tre chitarre! Tutti erano autentici pezzi di art-brut! Fuori, intanto, la polizia era ovunque, prelevava punk e hippie direttamente dalla strada e ne collezionava le foto segnaletiche…”.

C’è da dire che l’amico Feddy, precoce punk dell’Urss, vive a Leningrado, a due passi dall’Europa, in una delle città più culturalmente vivaci dell’impero, e di certo orientata verso le mode occidentali. Nella capitale, a Mosca, il punk, nei primi anni 80, non ha grossa diffusione tra gli appassionati di musica rock, rimanendo avvolto da un alone di leggenda, ma anche di diffidenza.

Artemy Troisky, il grande divulgatore del rock russo degli anni ’80, ci spiega un po’ il perché di questa diffidenza nei confronti del punk anche da parte dei rocker sovietici: “Ci sono fondati motivi per cui il punk e la new-wave (al contrario per esempio del rock progressivo) impiegarono tanto tempo per sfondare in Urss. La  ragione principale è psicologica: essendo sempre stati ridotti al rango di cugini poveri della cultura “vera”, i nostri rockers erano portati alla ricerca di un certo “prestigio”, e intendo con ciò arrangiamenti musicali complicati, virtuosismo tecnico, testi poetici e abiti eleganti. Il pathos anarchico, la sciatteria e l’approccio amatoriale nella musica rock, così popolari in occidente dal 77 in poi, erano estranei ai nostri musicisti. Mentre per Johnny Rotten poteva essere un segno di affermazione essere chiamato punk, reietto, brigante e pezzente dalle generazioni più anziane, i nostri rocker erano stati indicati con appellativi del genere per anni, senza motivo, e volevano sbarazzarsi di questa fama […].Erano come bambini desiderosi di approvazione da parte dei propri genitori…”.

Otdel Samoskoirrenenia

Otdel Samoskoirrenenia

Malgrado questo disinteresse, ed anzi questa ostilità dei rockettari russi per il punk, qualcuno che va fuori di testa per questo stile, oltre a Feddy Lavrov, c’è e si chiama Andrei Panov, che la leggenda vuole essere il primo vero punk-rocker di Leningrado.

Folgorato dalla notizia che da qualche parte in occidente è esistito un gruppo irriverente chiamato Sex Pistols, il diciannovenne Andrev – detto il Suino – decide, nell’estate del 1979, di mettere in piedi una rock band il cui nome sarebbe stato la traduzione, più o meno fedele, di Pistole del Sesso. Purtroppo, forse per incomprensioni linguistiche, non trova nome migliore di Avtomaticheskiye Udovletvoriteli  “I soddisfatori automatici”. Come nel caso di Feddy Lavrov e dei suoi Otdel Samoiskoreneniâ fino alla fine degli anni 80 i Soddisfatori Automatici furono un gruppo fantasma, un nome negli elenchi della polizia segreta più che una vera e propria realtà musicale. I componenti della band, come da tradizione punk, avevano altisonanti nomignoli offensivi: Andrev era appunto “il Suino”, poi c’erano “Pinochet”, “Il Fruscìo” e “Rabbioso”. Le loro canzoni avevano nomi stupidi e sciatti come “Nonsenso”, “Risata”, “Cagna” e “Ubriachezza”. Panov era un personaggio irriverente, un Johnny Rotten comunista, per il quale il punk non aveva nulla di politico, ma era solo provocazione estetica e rifiuto della tradizione musicale russa.

Avtomaticheskiye Udovletvoriteli

Avtomaticheskiye Udovletvoriteli

  1. TUTTO STA ANDANDO SECONDO I PIANI

Suino e Feddy a parte, il punk-rock, nelle capitali della Russia sovietica alla fine degli anni ’70, non prende piede: praticato da quattro gatti e principalmente per imitazione di una moda occidentale, resta un genere esotico, drasticamente underground.

Il punk vero, quello che non è una posa né una forma di emulazione, ma una questione esistenziale e politica – e quindi una cosa molto pericolosa in Unione Sovietica – diventa affare dei provinciali. E quindi dei Siberiani.
Cos’è la Siberia? Tutto il resto della Russia, dagli Urali verso est! Terra di miniere, tetri kombinat industriali e campi di prigionia. In siberia si vive di merda e lontani da tutto. La vodka è il principale conforto dell’uomo sovietico, ma anche il primo chiodo della sua bara. E in Siberia non c’è molto altro da fare che bere vodka. E nelle cucine, dove si scolano fiasche di torcibudella artigianale, si discute, si litiga o si fa filosofia da ubriaconi; al riparo delle mura domestiche si coltiva un’insofferenza amara, un odio stanco ormai masticato e rimasticato per il partito, per i governanti, per la vita.
Un economista del tempo – uno di quei tizi che si arrovellavano per capire perché un diavolo di niente funzionasse nel sistema del socialismo reale – ci descrive l’aria che si respirava nella provincia dell’impero sovietico alla metà degli anni ’80, qualche tempo prima della sua rovinosa caduta:

L’apatia, l’indifferenza, il furto, la mancanza di rispetto per il lavoro onesto sono diventati fenomeni di massa e al tempo stesso vi è un odio aggressivo verso chi guadagna molto, anche se guadagna onestamente. Sono apparsi i segni di una degradazione quasi fisica in una parte significativa del popolo sul terreno dell’alcolismo e dell’ozio. Infine vi è una mancanza di fiducia verso gli scopi proclamati e i disegni volti ad affermare che è possibile un’organizzazione della vita economica e sociale più razionale”.

Egor Letov

Egor Letov

Se c’è qualcuno che è stato capace di trasformare in poesia questa negatività, questo malessere esistenziale caratteristico dell’ultimo decennio di socialismo reale in Russia, questo qualcuno si chiama Igor’ Fëdorovič Letov.

Egor Letov, non fu soltanto il personaggio chiave della scena punk siberiana, ma un vero e proprio eroe per tutti i giovani dissidenti della Russia sovietica. Il nome di Letov e dei suoi Grazhdanskaya Oborona (Difesa Civile) lo si trova scarabocchiato ovunque nelle città russe di quegli anni.

Letov nasce nel 1964 ad Omsk, in Siberia, e si appassiona fin da piccolo alla musica grazie al fratello maggiore Sergei, che diventerà un rinomato sassofonista jazz negli anni a venire. All’inizio degli ’80 Egor effettua le sue prime registrazioni amatoriali in casa: canta, suona la chitarra e, come percussione, usa una valigia vuota.

Grazhdanskaya Oborona

Grazhdanskaya Oborona

Forma i Grazhdanskaya Oborona nel 1984, con l’aiuto dell’amico Konstantin Ryabinov al basso. La prime registrazioni dei Grob – abbreviazione di Grazhdanskaya Oborona ma anche “bara” in russo – risalgono al 1985. Qualcuna di queste cassette malamente registrate passa di mano in mano tra amici e conoscenti fino a cadere in quelle sbagliate: il KGB di Omsk diventa subito fans della band e dimostra il suo apprezzamento spedendo Letov in un ospedale psichiatrico e Ryabinov nell’esercito. Qualche mese dopo Letov esce dal manicomio (nel quale è stato sottoposto ad una “cura“ a base di psicofarmaci che gli ha causato danni permanenti alla vista); nel frattempo, ha maturato un odio viscerale per il regime sovietico e decide di dedicarsi anima e corpo alla band; per tutta la seconda metà degli anni ’80 sarà un fiume in piena: comporrà centinaia di canzoni, spesso suonandole e registrandole da solo con l’aiuto di strumenti di fortuna.

I testi dei pezzi dei Grazhdanskaya Oborona sono poetici, allucinati, visionari, venati di un profondo senso di sconfitta, di nichilismo, ma anche di odio, disprezzo e derisione del sistema sovietico. Le attenzioni del KGB nei confronti di Letov non si allentarono mai, ma lui non si fece intimidire e non conobbe tregua.  Nel 1988 ad esempio, tallonato dalla polizia, riesce a tornare in gran segreto a Omsk, per incidere tre album in tre giorni. In un giorno registra la batteria, il successivo il basso e la chitarra, quello dopo voce e assoli (contemporaneamente!). Poi se la dà a gambe e fa perdere le proprie tracce. Uno di questi tre album si intitola Vsë idët po planu (Tutto sta andando secondo i piani):

La chiave per i nostri confini è stata spezzata in due

Nostro Padre Lenin è rinsecchito

E’ ricoperto di una patina di muffa e miele selvatico

La Perestroika è in corso, tutto sta andando secondo i piani.

Il fango si è trasformato in ghiaccio, tutto sta andando secondo i piani.

Il mio destino chiede un po’ di riposo.

Ho promesso che non parteciperò al gioco della guerra.

Ma il mio berretto è un berretto da militare e sopra c’è un martello e una falce e una stella

Come faccio? C’è un martello, una falce e una stella.

Si agita il fuoco delle più fulgide attese, tutto sta andando secondo i piani.

Solo nostro nonno Lenin era un buon leader

Tutti gli altri sono merda.

Tutti gli altri sono nemici e stronzi maledetti

Sulla nostra patria, sulle terra dei nostri padri, sta scendendo una folle neve.

Ho comprato una copia della rivista “Corea” anche loro hanno il meglio

Hanno il compagno Kim Il-sung, stanno bene come stiamo noi.

Sono sicuro, è così, tutto sta andando secondo i piani.

Beh, quando arriveremo al comunismo tutto sarà fottutamente grande.

Ci si arriverà presto, non ci resta che aspettare.

Tutto sarà libero allora, tutto sarà ad un livello superiore.

Probabilmente non avremo più paura di morire.

Mi sono svegliato all’improvviso nel cuore della notte e ho tirato un respiro di sollievo,

mi sono reso conto che tutto sta andando secondo i piani.

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Articolo di Stiopa & Sarta
Kalashnikov collective

FANTASOVIET – Scrittori russi di fantascienza

La fantascienza in Russia è una cosa seria!
Non poteva essere altrimenti per la patria natale della letteratura moderna.
Leggere i romanzi dei fratelli Strugackij è un po’ imbattersi nelle disquisizioni morali di Dostoevski, mentre la cinica ironia di Zamjatin è simile a quella di Gogol. Non è un caso che la maggior parte degli scrittori di fantascienza russa di inizio ‘900 siano stati scienziati, intellettuali, sociologi, economisti, inventori o filosofi. La fantascienza russa dell’era sovietica si poneva il problema di immaginare la società futura. In linea con la propaganda comunista il futuro non era oscuro bensì una promessa di progresso, le civiltà aliene benevole ed evolute, le città funzionali e tecnologiche. I conflitti derivavano da disparità sociali o dall’utilizzo opportunistico e aggressivo della scienza.

Jurij Gagarin - francobollo commemorativo

Jurij Gagarin – francobollo commemorativo

Tutto il contrario della fantascienza occidentale, da sempre terrorizzata dal futuro, generalmente descritto come dispotico e pericoloso, dove la tecnologia si rivolta sempre contro l’uomo e gli alieni sono invasori.
La fantascienza occidentale parla di guerra. Quella russa di utopia.
Proprio per questo motivo, a livello narrativo, la maggior parte della narrativa di fantascienza russa è decisamente noiosa e meno variegata di quella occidentale, ma indubbiamente più curiosa. Pochi gli scrittori tradotti al di fuori dei confini della Russia, ma, sicuramente, nessuno del calibro di Dick, Ballard, Leiber, Shepard, Disch, Delaney, Zelazny o Sheckley…

GLI ESORDI

Aleksandr Bogdanov

Aleksandr Bogdanov

L’intellettuale e ricercatore Aleksandr Bogdanov (1873 – 1928) fu uno dei pionieri del genere.
Personaggio geniale e poliedrico, diviso fra la passione per la politica e la ricerca medica, effettuò numerose sperimentazioni nel campo, allora poco conosciuto, delle trasfusioni di sangue. Bogdanov era solito fare da cavia ai suoi stessi esperimenti e morì per uno scambio di sangue con un suo studente malato di malaria. Bogdanov documentò minuziosamente la propria agonia.
E’ considerato il precursore della cibernetica e della teoria dei sistemi grazie al suo trattato “Tectologia (Scienza generale dell’organizzazione)“, sviluppate in seguito da Ludwig von Bertalanffy.
Scrisse il più famoso romanzo russo di fantascienza, “La Stella Rossa” (1908), e il suo seguito, “L’Ingegner Menni” (1912), entrambi ambientati in una perfetta quanto utopica società socialista su Marte.

Konstantin Ciolkovskij

Konstantin Ciolkovskij

Konstantin Ciolkovskij (1957 – 1935) fu uno scienziato russo considerato il pioniere dell’astronautica. I primi studi del volo spaziale umano, del moto in assenza di gravità e della propulsione missilistica sono riconducibili a lui. Ciolkovskij anticipò nel suo trattato “Treni Cosmici” l’utilizzo di ossigeno e idrogeno come propellente, la creazione di camere di compensazione e la necessità di pareti doppie nelle astronavi per proteggersi da meteoriti. Prefigurò la costruzione di razzi a più stadi e di un ascensore spaziale.
Riassunse in 16 passi un piano per l’esplorazione dello spazio, partendo dalla costruzione di razzi e arrivare alla creazione di stazioni orbitali intorno alla terra munite di serre per il riciclo dell’aria e, successivamente, alla colonizzazione del sistema solare. “La Filosofia Cosmica” di Ciolkovskij è un trattato etico sulla colonizzazione della galassia: l’uomo deve studiare e comprendere l’Universo, in modo da poterlo affrontare per viverci. Questa ricerca lo porterà a raggiungere una sorta di “felicità cosmica“, dove il dolore e la sofferenza sono bandite per sempre.
Scrisse due libri di fantascienza: “Sulla Luna” (1895) e “Oltre la Terra” (1920).

Evgenij Ivanovič Zamjatin

Evgenij Ivanovič Zamjatin

Evgenij Ivanovič Zamjatin (1884 – 1937), autore di racconti e favole satiriche rivolte al regime comunista, è l’autore del romanzo di fantascienza “Noi“, che influenzò sensibilmente George Orwell per la scrittura di “1984“, Aldous Huxley per “Il Nuovo Mondo” e George Lucas per il suo film d’esordio “THX 1138.
Noi” è un romanzo dispotico scritto in forma di diario.  Il protagonista è l’ingegner D-503 che sovraintende alla costruzione dell’astronave chiamata l'”Integrale“, che ha il compito di diffondere nella galassia la dottrina del “Grande Benefattore“. Il mondo intero è sotto la sua guida e lo “Stato Unico” regolamenta e controlla le attività di ogni singolo individuo secondo metodi e dottrine matematiche. Tutti si svegliano, mangiano e dormono alla stessa ora; esistono giorni fissi dedicati all’amore chiamati “giorni sessuali” da richiedere all’ufficio competente; le persone, a cui ci si rivolge con la formula “egregio numero“, sono suddivise in numeri dispari per gli uomini e numeri pari per le donne; le stanze dove si vive sono completamente trasparenti in modo da facilitare il controllo da parte dei Guardiani. Le epoche precedenti allo Stato Unico sono definite dalla Scienza Statale selvagge perché non regolamentate in maniera matematica.
Un libro tutt’ora molto innovativo, che critica apertamente sia il modello sociale comunista sia il modello lavorativo spersonalizzante delle grandi aziende occidentali.

Aleksej Nikolaevič Tolstoj

Aleksej Nikolaevič Tolstoj

Aleksej Nikolaevič Tolstoj (1883 – 1945) è famoso per il popolare romanzo di fantascienza “Aelita” da cui fu tratto nel 1924 l’omonimo film. Il romanzo fu ispirato dalla letteratura fantastica di cui si nutrì lo scrittore durante i suoi soggiorni a Parigi e a Berlino. Sarà “Aelita” a ispirare più o meno direttamente film come “Metropolis” (1927) e il fumetto “Flash Gordon” (1934).
Lo scienziato M.S. Los’, dopo aver captato un segnale radio proveniente dal pianeta rosso, costruisce un razzo spaziale per recarsi, insieme all’amico Gusev, su Marte. Una volta raggiunto il lontano pianeta i due avventurieri incontrano Aelita, la spietata regina che governa Marte. Lo scienziato si innamorerà di lei, mentre l’ex soldato Gusev inciterà la popolazione a rivoltarsi contro la tiranna.
Un racconto d’avventura intriso di propaganda, che ebbe un enorme successo in Russia.
Aleksej Tolstoj scrisse un altro romanzo di fantascienza: “L’iperboloide dell’Ingegner Garin” in cui si narrano “le eroiche gesta di uno “scienziato nucleare” che lotta contro l’infido ingegnere Petr Petrovich Garin che gli ha sottratto il progetto per costruire un “raggio della morte”: un raggio laser ante litteram.
Anche da questo romanzo fu tratto nel 1965 un film.

 

L’ERA BREŽNEV

La seconda generazione di scrittori di FS è meno geniale, soprattutto se paragonata a quella anglosassone. In era brežneviana i troppi interrogativi sul futuro non sono particolarmente graditi e la fantascienza viene relegata a letteratura di puro svago. Meglio dare voce al presente con le recenti conquiste spaziali. Le missioni Sputnik, il culto di Jurij Gagarin.

Il monumento a Jurij Gagarin - Mosca http://understandrussia.com/

L’enorme monumento a Jurij Gagarin – Mosca http://understandrussia.com/

Vanno ricordati comunque personaggi come Valentina Nikolayevna Zhuravleva (1933 – 2004) e suo marito Genrikh Altov (vero nome Genrich Altshuller, 1926 – 1998) che inventò il TRIZ (un innovativo metodo scientifico di analisi dei problemi tramite processi creativi che diventò quasi una filosofia), lo scrittore Anatolij Dneprov (1919 -1975) che negli anni 60 affrontò i temi degli universi paralleli e, naturalmente, i famosissimi fratelli Arkadij (1925 – 1991) e Boris (1933 -2012) Strugackij autori del capolavoro “Stalker” da cui Andrej Tarkovsky trasse l’omonimo film.

Arkadij e Boris Strugackij "Stalker" o "Picnic sul ciglio della strada" coperitna di Karel Thole

“Stalker” coperitna di Karel Thole

I romanzi dei due fratelli sono spesso collegati da tematiche e personaggi comuni. “Tentativo di Fuga“, “È Difficile essere un Dio” (1964) e “L’isola Abitata” (1968) possono essere letti come una trilogia. In tutti e tre i romanzi i protagonisti naufragano o esplorano un pianeta sconosciuto la cui civiltà sta attraversando un periodo storico cupo (il nazi fascismo in “Tentativo di Fuga” e il Medioevo in “È Difficile essere un Dio“). Come comportarsi? Intervenire e modificare il corso degli eventi o rimanere passivi spettatori?
Lo Scarabeo nel Formicaio” vede il problema dalla parte opposta. Degli esseri extraterrestri, i cui scopi sono incomprensibili, abbandonano sulla Terra degli ovuli da cui nascono degli uomini. Chi sono in realtà? Come vanno considerati? Una minaccia? Un’evoluzione? E queste persone, all’oscuro della loro funzione, come vivono la loro vita?

Una scena onirica tratta da “Stalker” (1979) di Andrej Tarkovsky

Il trailer di “Hard to be a God” (2013) di Aleksej German

OGGI

La fantasceinza contemporanea russa è poco tradotta.
Sergej Vasilievič Luk’janenko e Dmitrij Gluchovskij sono, forse, gli unici a essere emersi in questi anni.

I Guardiani della notte e del Giorno FILM

Le locandine dei film “I Guardiani della Notte” e ” I Guardiani del Giorno”

Luk’janenko è famoso per la saga dei Guardiani (“I Guardiani della Notte“, “I Guardiani del Giorno“, “I Guardiani del Crepuscolo“, “Gli Ultimi Guardiani“, “I Nuovi Guardiani“): un cult fantasy-horror in Russia e un discreto successo in Europa. La trasposizione cinematografica è un ambizioso progetto del regista Timur Bekmambetov che ha riscosso enorme successo tanto da consacrarlo come “Il Signore degli Anelli” sovietico. I film sono stati distribuiti anche in Europa e Stati Uniti.
La saga è un urban fantasy ambientato a Mosca in cui si narra la millenaria, ma precaria tregua fra le forze della Luce e delle Tenebre, mantenuta dai Guardiani di entrambi gli schieramenti. Una profezia annuncia che un eletto altererà l’equilibrio fra le due forze, scatenando una grande guerra. Ma da che parte sceglierà di schierarsi l’eletto resta un’incognita.

Metro2033

Il logo del videogioco “Metro 2033”

Dmitrij Gluchovskij è l’autore dei bestseller “2033” e “2034“: due romanzi ambientati in un futuro prossimo devastato da una guerra nucleare in cui i superstiti sopravvivono nella gallerie della metropolitana di Mosca. Dai due romanzi sono stati tratti dei videgiochi considerati cult.

Un dipinto di Anton Gretchko per Metro 2034

Un dipinto di Anton Gretchko per Metro 2034

FANTASOVIET – Soyuzmultfilm: la Walt Disney sovietica

Ivan Vano

Ivan Ivanov Vano

La Soyuzmultfilm è stata la Walt Disney sovietica. Fondata nel 1937 si affermò in breve tempo come la più grande casa di produzione sovietica di film d’animazione. Nel suo periodo d’oro venivano prodotti più di 20 lungometraggi animati all’anno oltre le serie televisive. Il numero di lavoratori della Soyuzmultfilm era impressionante e gli artisti coinvolti godevano di una libertà creativa invidiabile. Le tecniche spaziavano dall’animazione classica, al mix fra animazione e live action, alla stop motion (l’animazione di pupazzi), al cutout (l’animazione di silhouette di carta). I tratti dei disegni animati erano minuziosi e complessi come nei primi lungometraggi della Disney, oppure stilizzati, giocosi e fintamente infantili. Lo stile è spesso fortemente influenzato dalle correnti pittoriche delle avanguardie russe come il Suprematismo di Kazimir Malevič, l’astrattismo di Kandinskij, il cubofuturismo di Lubov Popova e ai dipinti di Marc Chagall.


Le pellicole della casa di produzione sovietica erano ispirate a storie folkloristiche russe o erano adattamenti cinematografici della letteratura internazionale per ragazzi come, per esempio, “I Musicanti di Brema” dei fratelli Grimm, “La Regina delle Nevi” di Hans Andersen,Karlsson sul Tetto” di Astrid Lindgren,”Winnie-the-Pooh” di A. A. Milne… Anche novelle e fiabe di grandi scrittori russi furono trasformate in cartoni animati come “La Favola del Pescatore e del Pesciolino” di Aleksander Pushkin realizzato da Mikhail Tsekhanovskiy e “Il Cavallino Gobbo” di Peter Yershov realizzto da Ivan Ivanov-Vano.


Film meravigliosi furono prodotti fino al crollo dell’impero sovietico.
Hedgehog in the Fog (1941) diYuriy Norshteyn e “La Regina delle Nevi” (1957) di Lev Atamanov sono due esempi, molto diversi, dei gioielli dimenticati della Soyuzmultfilm. Entrambi i film furono fonte di grande ispirazione per il maestro Hayao Miyazaki, che, per sua stessa ammissione, senza di essi avrebbe abbandonato il cinema. Il primo rispecchia la delicatezza e la poesia delle sue opere, il secondo è stato, probabilmente, un esempio di tecnica.

Accanto a queste perle non può mancare la vasta produzione di filmati di propaganda. Brevi animazioni in genere di 10 minuti contro il nazismo e il capitalismo. Se alcune possono sembrare scontate e simili ai catoni animati anticomunisti statunistensi , molte altre sono piuttosto spiazzanti specie se riviste oggi. E’ il caso di “Ave Maria” (1972)  e “Black and White” (1933) firmati da uno dei maestri dell’animazione russa: Ivan Ivanov-Vano (1900-1987). Il primo contro la guerra in Vietnam, il secondo, ispirato a un poema di Vladimir Majakovskij, mostra la schiavitù dei neri nelle piantagioni di zucchero.


Lo psichedelico “Shooting Range” (1979) di Vladimir Tarasov è una satira contro la cultura consumistica. Ricco di icone tipicamente statunitensi come l’atmosfera Pop, la musica Jazz, l’onnipresenza dei messaggi pubblicitari, racconta la storia di una giovane coppia che, immigrata in un paese sconosciuto, alla fine trova lavoro come bersaglio umano per un ricco mercante d’armi.

 

 

Prima della Soyuzmultfilm i film d’animazione in Russia erano meno numerosi, ma altrettanto curiosi e geniali. Fra i primi sperimentatori di quest’arte vanno ricordati Aleksander Shiryayev e Ladislao Starevich.
Il primo fu un coreografo e un ballerino presso il Balletto imperiale russo che produsse una piccola serie di animazioni d’avanguardia fra il 1906 e il 1909. I brevi clip erano delle danze di marionette.
Il secondo era un noto biologo che iniziò a fare dei film di animazione con gli insetti imbalsamati. Questo lo consacrerà come uno dei primi maestri della stop motion. “La Bellissima Ljukanida“,La Cicala e la Formica sono i suoi stupefacenti esordi, ma i suoi lavori più noti sono “La Vendetta del Cameraman” del 1912 (un cupo e kafkiano cortometraggio in cui gli scarafaggi mettono in scena la meschinità umana) e “La Notte Prima di Natale” tratto da una novella di Gogol. “Una Volpe a Corte“, tratto da un racconto di Goethe, è il suo unico lungometraggio. Negli ultimi lavori di Ladislao gli insetti sono sostituiti con dei pupazzi e le atmosfere sono più allegre.

 

FANTASOVIET – Difficile essere un Dio

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“Hard to be a God” – Aleksej German 2013

Hard to be a God“: quanto è difficile essere un dio secondo i fratelli Strugatski! Sulla Terra, in un futuro remoto, la struttura economico sociale ha eliminato ogni forma di violenza. La scoperta di un pianeta gemello spinge un gruppo di scienziati, sociologi ed economisti a studiarne gli abitanti rimasti ad un periodo evolutivo simile al nostro Medioevo. Gli studiosi saranno presto divisi da un problema etico: rimanere imparziali osservatori o aiutare lo sviluppo della loro cultura. La piccola comunità umana di questo pianeta è governata da un re barbaro. Le poche scoperte scientifiche e sociali dei loro intellettuali vengono spazzate via dalla violenza quotidiana, impedendo ogni forma di progresso. Don Rumata (il protagonista) si lascia coinvolgere nelle vicende del pianeta gemello che iniziano a prendere risvolti drammatici. http://www.youtube.com/watch?v=DZ68bwBScRI

Hard-to-be-a-god-Seabury-cover

Hard to be a god

Da questo romanzo del 1964 fu tratto nel 1989 un pessimo film russo. Le 2 ore di pellicola scorrono noiose. Recitazioni approssimative e stereotipate si affiancano alle scene di combattimento più goffe della storia del cinema. La coppia di scrittori interruppero la collaborazione per la stesura della sceneggiatura a causa di disaccordi col regista.

Nel 2013 il regista Aleksej German prova a riportare sullo schermo “Hard to be a God“. Aleksei costruisce, con il suo impeccabile stile, un film molto personale in cui la parte fantascientifica è quasi insistente. I fratelli Strugatski, indicarono già negli anni ’80 Aleksej come regista ideale per rappresentare il loro romanzo. Difficile dire se siano fieri della sua trasposizione, di sicuro la sua versione è un’opera d’arte. “Hard to be a God” o “Storia del Massacro di Arkanar” sono tre ore in bianco e nero dense di volti, persone e animali come fosse un quadro di Bosch. Ogni singola comparsa ha una battuta e un’azione che la macchina da presa filma con occhio imparziale in un calderone di sporcizia, sudore escrementi. Un Don Rumata malinconico e impotente cerca di portare misericordia in questo mondo fangoso e brutale con una carezza o un sorriso, quasi fosse un novello Cristo. Un’opera durata più di dieci anni carica di pietà per un’umanità così infelice. Lunghi piani sequenza, narrazione frammentaria, continui sguardi rivolti verso lo spettatore lo rendono una visione a metà strada fra “On the Silver Globe” di Zulawski e“Satantango” di Bela Tar.

“Hard to be a God” – Aleksej German 2013

Una curiosità: da questo romanzo dei fratelli Strugatski fu tratto anche un videogioco di ruolo, ormai piuttosto datato, ma che ebbe un discreto zoccolo di affezionati giocatori. La stessa sorte toccò a S.T.A.L.K.E.R. (ispirato al libro “Picnic sul Ciglio della Strada” dei fratelli Strugatski e alla sua versione cinematografica “Stalker” di Andrej Tarkovskij) con risultati decisamente migliori, addirittura inquietanti e terrificanti.

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